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"Lo spettro del bavaglio e della deflazione", di Eugenio Scalfari

Tiene ancora banco e lo terrà per un pezzo la legge bavaglio sulla libertà di stampa. Il Senato l´ha approvata votandola sotto il ricatto della fiducia posta dal governo, ma gli ostacoli sono ancora molti: l´esame della Camera e la tempistica che quell´esame richiederà, la firma di promulgazione di Napolitano, l´esame della Corte costituzionale, un possibile referendum abrogativo.
Del resto i punti di dubbia costituzionalità sono numerosi, a cominciare dal diritto di cronaca smaccatamente violato, dalle gravi limitazioni agli strumenti di indagine dei magistrati e – particolarmente pesanti – alle multe stratosferiche nei confronti degli editori rei di consentire ai giornalisti eventuali violazioni della legge in questione.
Quelle multe spostano la responsabilità penale e civile dal direttore del giornale all´editore.
L´attacco di questa normativa alla libertà di stampa non potrebbe essere più evidente.
Tutto ciò configura quella legge come un classico tentativo liberticida, che va quindi combattuto con tutti i mezzi legalmente disponibili. Ma voglio qui segnalare anche l´inefficacia pratica di questa sciagurata normativa.
Viviamo in un mondo ormai dominato dalla rete di comunicazioni “on line”. Le notizie la cui diffusione viene impedita alla carta stampata, appariranno inevitabilmente sui siti “web”. Che farà il governo? Oscurerà quei siti, come avviene in Iran e in Cina?
E ancora: se un giornale straniero verrà in possesso di quelle notizie (intercettazioni comprese) e le pubblicherà, i giornali italiani avranno pieno diritto di citarlo e riferirne il contenuto. Che farà il governo? Arresterà e multerà giornalisti ed editori che riferiscono notizie pubblicate a Londra o a Parigi, ad Amburgo o a Zurigo, a Madrid o ad Amsterdam o a New York?
Questa legge è dunque liberticida e al tempo stesso inutile perché non riuscirà ad imbavagliare la libera stampa, ma semplicemente a configurare l´Italia come un paese in mano ad una farsesca cricca ossessionata da tentazioni autoritarie e sanfediste. Voltaire avrebbe ampia materia, se rinascesse, per esercitare la sua aguzza ironia.
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Della manovra economica voluta da Giulio Tremonti ci siamo già occupati domenica scorsa segnalandone alcuni aspetti di necessità e alcuni difetti.
Soprattutto l´assenza totale di stimoli alla crescita, non potendo considerarsi tali le preannunciate e vacue misure di liberismo che il ministro dell´Economia gabella come risolutive spinte all´aumento del reddito mentre sono soltanto annunci lanciati nel vuoto.
Ma fatti ben più gravi sono accaduti nel frattempo in Europa. È accaduto soprattutto che la Germania ha imboccato la pericolosissima strada di una vera e propria politica di deflazione, preannunciando 80 miliardi di tagli alla spesa nei prossimi quattro anni a cominciare da subito.
Al G20 svoltosi nei giorni scorsi in Corea i membri europei hanno appoggiato questa politica, con qualche riserva soltanto da parte francese. Le dichiarazioni in favore di incentivi alla crescita, che sempre avevano accompagnato analoghe riunioni, questa volta sono state omesse; il tema dominante è stato la riduzione e la stabilizzazione del debito pubblico e il rientro del deficit nei parametri di Maastricht. La Germania ha fatto da apripista e da capofila di questa politica.
Conseguenze? Un rallentamento congiunturale, la caduta della domanda interna e degli investimenti. La debolezza dell´euro ravviverà le esportazioni dirette verso altre aree monetarie ma scoraggerà gli scambi all´interno dell´eurozona, con grave pregiudizio proprio per la Germania le cui esportazioni all´interno dell´eurozona rappresentano il 40 per cento del totale delle sue vendite all´estero. Mario Draghi valuta a mezzo punto di Pil la caduta del reddito italiano per effetto della manovra Tremonti. Figuriamoci a quanto aumenterà la perdita di velocità nel totale dell´eurozona. In un articolo su 24 ore di ieri Paul Krugman bolla con parole di fuoco questa dissennata svolta depressiva.
Personalmente esprimo da mesi giudizi altrettanto negativi. Il fatto grave consiste nella decisione della Germania di mettersi alla guida di questa politica. «I falchi del disavanzo hanno preso il controllo del G20» scrive Krugman. E aggiunge: «Operare drastici tagli alla spesa pubblica nel caso d´una grave depressione è un metodo costoso e inefficace. Le misure di austerità sono costose perché deprimono ulteriormente l´economia e sono inefficaci perché la contrazione della spesa pubblica frena il gettito fiscale».
Il fatto inspiegabile è che tutta l´Europa si stia cacciando in questo vicolo senza uscita.
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In Italia ci sono molte voci che reclamano un´azione espansiva di crescita accanto a quella depressiva di tagli della spesa. In testa c´è Bersani e tutto il gruppo dirigente del Pd, mobilitato altresì contro la legge bavaglio che censura la libertà di stampa. Sulla stessa linea Epifani e la Cgil. La Marcegaglia continua a reclamare sgravi fiscali robusti sul lavoro e sulle imprese, senza i quali «l´economia italiana rischia di morire asfissiata dalla deflazione e dalla disoccupazione».
L´ha ripetuto al convegno di Santa Margherita dove non ha risparmiato di bacchettare la presidentessa dei giovani, Federica Guidi, la quale invocava una modifica costituzionale che consenta di sottoporre al referendum anche le leggi fiscali. «Dissennatezza», così la Marcegaglia ha definito la proposta della Guidi, che sarebbe difficile giudicare in altro modo.
Infine in favore di interventi espansivi sono anche schierati Mario Draghi e Mario Monti, nonché Romano Prodi e Carlo De Benedetti, Pier Ferdinando Casini e Montezemolo, le Regioni e i Comuni.
Sembrano numerose queste forze ma purtroppo, unite nella diagnosi, sono divise sulla terapia. Possono ottenere qualche risultato sulla politica economica italiana, ma hanno scarso peso sull´Europa e nessunissimo peso sulla Germania. Dovrebbero dunque cercare qualche raccordo con la Francia, con la Spagna e con Obama, ma per promuovere una sorta di «force de frappe» internazionale di questa portata dovrebbero marciare uniti. È troppo sperarlo?
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Qualche parola, in conclusione, la dedicherò al Partito democratico. Nelle recenti settimane sembra uscito dall´afasia in cui era caduto. Affermare che sia in buona salute non corrisponde alla realtà, ma sostenere che abbia ormai cessato di esistere è altrettanto azzardato, così come mi sembra azzardato aizzare i giovani contro gli anziani, la periferia contro il centro.
I sondaggi più recenti registrano le intenzioni di voto per il Pd attorno al 27 per cento collocando il Pdl al 33. Il divario è cospicuo ma non stellare. Battaglie come quelle contro la legge bavaglio e contro una manovra economica depressiva sembrano riscuotere un consenso molto esteso e potrebbero modificare le intenzioni di voto in misura sostanziale. Ma, lo ripeto, occorre che l´unità sulla diagnosi si accompagni ad una compattezza delle terapie e alla ricerca di uno sbocco politico comune.
Se ciascuno continuerà a privilegiare la propria “ditta”, le forze centrifughe avranno la meglio e continueremo ad essere sgovernati dagli annunci cui non seguono fatti, dalle cricche e dalle mafie.
Capisco che l´attaccamento alle proprie ricette sia animato da buone intenzioni, ma nelle condizioni attuali le buone intenzioni lastricano percorsi pericolosi e talvolta nefasti, dai quali sarebbe meglio tenersi lontani.

La Repubblica 13.06.10

"La rabbia dell'Ispesl: soppressi e censurati", di Roberto Ciccarelli

La rimozione dell’appello contro la chiusura dell’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl) dal sito ufficiale dell’ente ha lasciato tra i ricercatori più di una preoccupazione. Quelli che ieri in Piazza del Popolo attendevano l’arrivo del corteo della Cgil si sentivano «soppressi e censurati». Altri ragionavano sul fatto che se fino all’8 giugno l’appello ha raccolto quasi diecimila firme, allora la soppressione di questo ente ha prodotto qualche effetto. Da qualche ora l’appello in questione può essere comunque sottoscritto sul sito ispesl.altervista.org.

Unica in Europa, a parte la Svezia, l’Italia ha deciso di privarsi di un ente autonomo di ricerca commissariato da due anni perché in attesa della nomina del nuovo presidente. Il clamore di questa decisione è almeno pari all’irrisorietà del risparmio previsto. Secondo la relazione tecnica che accompagna la manovra finanziaria si tratterebbe di 426.248 euro, a fronte dei costi per la mancanza prevenzione sui luoghi di lavoro che ammontano al 3 per cento del Pil.

«C’era da aspettarselo», ha detto qualcuno a mezza voce. Negli ultimi mesi in molti si sono resi conto che l’Ispesl sarebbe stato accorpato all’Inail. Prima il decreto legislativo 81/2008, poi il disegno di legge 1167 sul riordino degli enti. Infine la manovra di Tremonti che ha reso realtà l’ombra del sospetto tenuta lontana. Privarsi di un istituto che attrae 18 milioni di euro dai fondi europei e produce ricerche per il contenimento dei rischi nelle imprese per un introito annuo di 32 milioni di euro, potrebbe sembrare insensato se non rispondesse ad una logica che porta dritti alla costruzione di un nuovo conflitto d’interessi. Presto l’Inail sarà un ente assicurativo che, con una mano, pagherà gli indennizzi per le malattie professionali e, con l’altra mano, gestirà i criteri scientifici con i quali stabilire quali malattie dovranno essere indennizzate.

Quello che il governo ha tutto l’interesse di cancellare con un incurante tratto di penna risponde dunque ad una ben precisa razionalità. A parere dei ricercatori ormai riuniti attorno al cronista, la lotta contro gli “sprechi” e la retorica “anti-casta” ha assunto un segno politico completamente diverso. Sostengono che l’intenzione sia quella di negare la funzione di una ricerca che, al momento, è auto-finanziata e libera lo Stato dai costi degli oltre 500 ricercatori precari impegnati per una buona metà nei 36 dipartimenti territoriali che raccordano il tessuto produttivo locale con gli organi di controllo della sicurezza sul lavoro.

Certo, l’Inail sembra avere dato rassicurazioni sulla conservazione di tale funzione, così come hanno fatto il ministero dei Trasporti per l’Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (Insean) e il ministero dell’Economia per l’Istituto di studi e analisi economica (Isae). Ma in nessuno di questi casi alla ricerca verrà lasciata un’autonomia organizzativa che, in fondo, è l’unica garanzia per evitare i conflitti d’interesse. Uno su tutti, quello che opporrà l’ex-Isae, che l’altro ieri non ha pubblicato per protesta le previsioni sulla produzione industriale, e il ministero dell’Economia. Anche in questo caso, la retorica dei tagli viene dissolta dall’entità dei risparmi. La soppressione dell’Isae, ente più piccolo dell’Ispesl, farà risparmiare allo Stato la bellezza di 137 mila euro. L’obiettivo della protesta resta quello dell’integrazione di questi enti nel Cnr (o nell’Istituto superiore di sanità nel caso dell’Ispesl).

La ragionevolezza delle proprie argomentazioni non lascia tuttavia tranquilli i ricercatori. Nella loro accorata difesa dell’autonomia della ricerca spunta quasi sempre il riflesso di una disillusione o, forse, di un realismo che serve a sostenere la loro opposizione. L’impressione è che però non basti ad addomesticare la determinazione usata dal governo nello smontaggio pezzo dopo pezzo della ricerca mediante sotto-finanziamenti o brutali soppressioni. L’idea di fondo che traspare in queste ed altre operazioni è che, se serve, la ricerca può essere acquistata all’estero. Le professionalità che esistono e che producono valore possono essere disperse.

Il cinismo, non dichiarato ma ampiamente percepito, di questa posizione preconcetta continua ad abbattersi sui più giovani. Attorno a loro, come spesso è accaduto negli ultimi anni, si raccoglie a piene mani la solidarietà dei più anziani che lavorano a tempo indeterminato. All’Ispesl pensano che i contratti a progetto in scadenza a fine mese possano essere rinnovati di un altro semestre. Ma per il dopo il testo della manovra parla chiaro. Non saranno possibili stabilizzazioni. Ci saranno trattative, verranno proposti emendamenti, si apriranno tavoli e consultazioni, ma nessuno ancora ieri sapeva dire quanti ragazzi saranno salvati.

Il Manifesto 13.06.10

"Pagano solo pensionati e dipendenti”, di Raffaello Masci

«Se pensate che l’istruzione costi troppo, provate con l’ignoranza». La frase è di Derek Bok, giurista e storico rettore di Harvard, e campeggia su uno striscione sostenuto da alcuni insegnanti che hanno sfilato ieri pomeriggio a Roma per la manifestazione indetta dalla Cgil contro la manovra economica del governo. «Altri Paesi che stanno vivendo una dura crisi e che sono come il nostro governati dalla destra, come la Germania e la Francia – spiegano i docenti – hanno fatto tagli e perfino licenziamenti, ma non hanno toccato la scuola e la ricerca, perché pensano al loro futuro e a come rialzarsi. Noi no».
Secondo il sindacato erano 100 mila ieri a Roma (un quarto, secondo la questura), e in ogni caso tanti. Hanno sfilato da piazza della Repubblica fino a piazza del Popolo, dove hanno parlato i segretari della Funzione Pubblica, Rossana Dettori, e dei Lavoratori della conoscenza, Mimmo Pantaleo. Alla fine ha chiuso il segretario Guglielmo Epifani ribadendo la contrarietà della Cgil «ad una manovra che pesa tutta sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati».
Il corteo è stato pieno di spunti, di acutezze, di battute affidate a cartelli e striscioni: «O’ sparagno – dice una scritta in napoletano – nun è maje guadagno», e un altro «Con classi di 31 non impara più nessuno». Una professoressa siciliana ricorda una farse di Antonino Caponnetto: «La mafia e la camorra temono più la scuola che la giustizia». Frasi a effetto, insomma. E capaci di far riflettere sui tagli a istruzione e ricerca.
Ma la Cgil ieri ha fatto di più: a piazza del Popolo ha allestito cinque gazebo per altrettanti comparti della pubblica amministrazione (scuola, sanità, enti locali, giustizia, protezione civile) con schede brevi e molto chiare sui tagli che sono stati praticati nei vari comparti e sulle conseguenze che avranno sulla vita dei cittadini.
I lavoratori pubblici – lo dice la scheda ma lo ha ripetuto anche Rossana Dettori – perderanno 3000 euro l’anno per il blocco della contrattazione collettiva, e stiamo parlando di lavoratori che prendono 1000-1300 euro al mese.
Anche i dipendenti della scuola, ha ricordato Pantaleo, subiranno queste decurtazioni, con l’aggravante del blocco degli scatti di anzianità, uniche voci di crescita stipendiale previste. Senza dire che il taglio di 8 miliardi al funzionamento degli istituti, comporterà che le famiglie dovranno pagarsi laboratori, assistenza ai disabili, fino ai materiali di consumo. E poi i tagli alla sanità, quelli agli enti locali e, infine, alla ricerca e all’università. E via elencando.
Ma la Cgil ha voluto anche dare delle proposte alternative: «Si potrebbero ottenere subito 15 miliardi attraverso tre interventi – spiega una scheda – 1. tassare i beneficiari dello scudo fiscale. 2. tassare quel 10% di cittadini che possiede il 50% dei beni del paese. 3. combattere l’evasione fiscale».
In piazza ci sono vari politici. L’Italia dei valori ha un suo gazebo. Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, fa notare che «Con uno solo dei 131 nuovi cacciabombardieri F-35 che l’Italia acquisterà nei prossimi anni (costo unitario 124 milioni) si potrebbero costruire 83 asili nido da 60 bambini l’uno».
Il senatore del pd Ignazio Marino, fa riferimento a due sole voci di spesa «tra le tante» che potrebbero essere tagliate «senza intaccare minimamente» i servizi ai cittadini: «l’abolizione delle provincie e il taglio di almeno la metà delle 600 mila auto blu».

La Stampa 13.06.10

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Cgil in piazza contro la manovra Epifani: sacrifici solo per i lavoratori

Uno striscione che sintetizza tutti gli altri: «Contro la manovra ingiusta e dannosa del governo Berlusconi». La Cgil ha sfilato ieri per il centro della capitale (100 mila secondo il sindacato, 25 mila per la questura) per ribadire il suo no alle misure economiche del governo che, ha detto il leader Guglielmo Epifani nel comizio a piazza del Popolo, colpiscono «soltanto i lavoratori e soprattutto i lavoratori del settore pubblico». Il segretario generale della Cgil ha quindi difeso la Costituzione rispetto agli annunci di modifica rilanciati ieri dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e rispetto alle richieste arrivate il giorno prima dalla presidente dei giovani di Confindustria, Federica Guidi. «Ogni giorno — ha detto Epifani — qualcuno dice che bisogna cambiare qualcosa della Costituzione. Prima l’articolo 1, poi il 21 (libertà di pensiero, ndr.). Ci riprovano ogni volta. Ora il 41 e il 75 (libertà d’impresa e divieto di referendum in materia fiscale, ndr.). Smettetela di dare i numeri sulla Costituzione».
La manifestazione di ieri precede lo sciopero generale che la stessa Cgil ha proclamato per venerdì 25 giugno (il 2 luglio in Piemonte, Liguria e Toscana), che sarà di 4 ore nel settore privato e per l’intera giornata nel pubblico impiego. Uno sciopero che, secondo il leader della Lega Umberto Bossi, «danneggia l’economia del Paese», mentre la Cgil «farebbe bene a cercare di trattare».

Nella protesta la Cgil si ritrova ancora una volta da sola perché Cisl e Uil hanno scelto di mantenere aperto il dialogo col governo nel tentativo di ottenere per questa via un ammorbidimento della manovra durante l’iter parlamentare. Secondo Cisl e Uil le manifestazioni e gli scioperi della Cgil sono di carattere più politico che sindacale. Epifani replica accusando le altre organizzazioni di arrendevolezza nei confronti del governo. Ieri in piazza con la Cgil c’erano esponenti del Pd, dell’Idv e di Sinistra e Libertà. Ignazio Marino (Pd) ha criticato la scarsa visibilità del suo partito in piazza: «Non c’erano le nostre bandiere». Il Pd farà la sua manifestazione sabato 19.

Epifani ha comunque respinto l’idea di una Cgil isolata, rivendicando il «senso di responsabilità sempre dimostrato» dalla sua organizzazione. Il segretario generale non ha negato la necessità di una manovra economica, ma ne ha criticato i contenuti: «Un altro disegno è possibile per il risanamento del Paese. Chi ha un reddito tra i 100 mila euro e un milione, ha le barche, i panfili, i campi da golf e i castelli non paga neanche un euro. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel Paese delle Meraviglie. Siamo pronti a pagare, ma vogliamo che paghino tutti». E ha quindi proposto che «i Paesi mettano una tassazione sulle transazioni finanziarie a scopo speculativo». Oggi Epifani sarà alla festa della Cisl a Levico, dove potrà incrociare le lame con il padrone di casa, Raffaele Bonanni, e con il ministro dell’Economia, Giulio TremontiCgil isolata, rivendicando il «senso di responsabilità sempre dimostrato» dalla sua organizzazione. Il segretario generale non ha negato la necessità di una manovra economica, ma ne ha criticato i contenuti: «Un altro disegno è possibile per il risanamento del Paese. Chi ha un reddito tra i 100 mila euro e un milione, ha le barche, i panfili, i campi da golf e i castelli non paga neanche un euro. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel Paese delle Meraviglie. Siamo pronti a pagare, ma vogliamo che paghino tutti». E ha quindi proposto che «i Paesi mettano una tassazione sulle transazioni finanziarie a scopo speculativo». Oggi Epifani sarà alla festa della Cisl a Levico, dove potrà incrociare le lame con il padrone di casa, Raffaele Bonanni, e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti

Il Corriere della Sera 13.06.10

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Statali e insegnanti in corteo. I «soliti noti» contro la manovra. di Maria Zegarelli

«Noi abbiamo il diritto di non essere ingannati. Il governo non dica cose false sul futuro del Paese. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel paese delle meraviglie». Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parla in piazza del Popolo di fronte ad una marea rossa di bandiere e raccoglie lunghi e ripetuti applausi da questo popolo reale, in carne ed ossa, che è venuto a Roma da tutta Italia per dire no alla manovra del governo. Nessun riferimento a questa manifestazione nazionale nei titoli del Tg1 delle 13.30 di Augusto Minzolini, silenzio sul grido di allarme che migliaia di lavoratori e lavoratrici, precari, pensionati, ricercatori, giovani e vecchi lanciano sfilando per le vie della Capitale. Gli organizzatori annunciano dal palco 100mila persone, la Questura 25mila. Sminuire, come ha fatto il governo con la crisi, fino ad ora. Ma questo «fiume rosso», così lo definiscono gli organizzatori, si ingrossa via via, e la piazza diventa sempre più stretta: in fondo è come il dissenso a Silvio Berlusconi, cresce e anche se non tutti lo raccontano prima o poi si imporrà. Questo non è il paese delle meraviglie: è il paese di Umberto Pugliese, per esempio, che dice, «prendiamo 1400 euro al mese, non evadiamo neanche un centesimo e siamo quelli che pagheranno ancora». Dieci passi più in là c’è una banda che suona l’Internazionale, «siamo qui per Pomigliano D’Arco, cuore del Sud che rischia di fermarsi ». Si protesta, si balla, si canta, si marcia. «Peccato che il governo non capisca che investendo sull’energia pulita si creano posti di lavoro e anche da lì può ripartire il Paese. Avrebbero potuto farlo con questa manovra e invece tagliano “linearmente”», commenta Marco, ricercatore di Pisa. A Roma sfilano quelli «che ogni giorno tirano la carretta – per dirla con e Epifani – e non sanno come arrivare alla fine del mese». «Tremonti questa volta l’hai fatta grossa», urla dal megafono un impiegato con il berretto rosso e la maglietta slogan «Tutto sulle nostre spalle ». La ministra Gelmini, invece, è stampata su quelle di studenti, ricercatori e insegnanti. C’è anche una ruota della Fortuna, con sopra i volti dei ministri e di Bonanni della Cisl, sindacato assente, come la Uil, d’altra parte. Il «fiume rosso» scorre lento e si ingrossa sempre di più, qua e là qualche bandiera di Rifondazione, dell’Idv, ma questo è il corteo della Cgil. Qui nessuno nega la necessità di una manovra, non è un popolo di ingenui, ma non è questa la manovra che chiedono. Se solo si fossero fatte prima le cose che si dovevano fare, «qui e in Europa – dice Epifani – stabilendo regole certe per la finanza internazionale», forse oggi i sacrifici sarebbero meno pesanti. Se solo pagassero tutti «sarebbe un paese più giusto».
CHI C’È E CHI NON C’È A quelli che non ci sono, Cisl e Uil, la piazza regala un fischio, Epifani si limita a un punto interrogativo: «Dov’è l’equità in questa manovra?». Quanto al Pd: «Ha la sua manifestazione. Ha detto che aderiva a questa nostra iniziativa, ma il mio problema non è chi aderisce,machi condivide il cuore dei nostri ragionamenti». Ignazio Marino è meno diplomatico: «Mi aspettavo una delegazione, come annunciato dal segretario, qui oggi non vedo neanche una bandiera del Pd. Vorrà dire che la prossima voltamela porterò da solo». I politici presenti, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Filippo Penati, Stefano Fassina, David Sassoli, (Pd) Gennaro Migliore e Paolo Ferrero (Sel), e l’Idv di Di Pietro, si confondono tra la folla. Ci sono delegazioni sindacali arrivate datutte le regioni: lavoro, Costituzione, diritto allo studio, alla salute, libertà d’informazione, tutto tenuto insieme nella Costituzione. Di questo senti parlare sfilando con loro. Sono quelli che alla fine si salutano cantando e ballando insieme sulle note di «Bella Ciao».

L’Unità 13.06.10

«Luchino, dacci la linea», di Stefano Menichini

C’è gente che non vuole bene al Pd. Oltre ai tanti italiani semplicemente indifferenti alla sua esistenza, e agli altrettanti che lo avversano perché votano a destra, il Pd ha un discreto tasso di impopolarità anche fra i suoi reali o potenziali elettori. Quelli che di loro si esprimono lo fanno ormai sulla rete. E qui, leggendo in queste ore le reazioni al voto sulle intercettazioni, parrebbe che il Pd quella legge l’abbia sostenuta se non addirittura voluta. Assurdo.
Noi invece al Pd vogliamo bene, e del resto Europa è nata proprio per questo progetto. Ci sono correnti d’opinione – come quella testé citata sulla legge sulle intercettazioni – che non si spiegano con errori dei democratici.
Si spiegano invece col veleno estremista e giustizialista che corrode da anni il corpo della sinistra italiana e annebbia tanti cervelli. Del resto non stupisce, che nell’Italia di Berlusconi ci sia gente convinta che la dialettica politica sia ormai solo una partita fra guardie e ladri con i rispettivi complici.
Noi non vogliamo difendere il Pd dai matti secondo i quali «fa il palo al governo»: sarebbe tempo perso. Vogliamo difendere il Pd dal male che si infligge da sé, con questo deliberato autoridimensionamento di ruolo e di ambizioni.
Ieri, per esempio, Europa è stato l’unico giornale a dare conto del corposo documento dem in risposta alla manovra di Tremonti. Noi avremo esagerato, perché l’abbiamo pubblicato integrale. Ma non è bello che altrove non sia uscita una sola riga, neanche su Sole 24 Ore o Unità. Né ce la possiamo prendere con la libera stampa (almeno, non di questi tempi) se i democratici fanno titolo solo per la strenua lotta alle letali infiltrazioni massoniche. Il fatto è che il Pd è giudicato ininfluente sulla scena; le sue posizioni, inessenziali; la sua prospettiva di rinvincita, vaga e rimandata nel tempo.
Se un partito non dà segni di potere e forse neanche volere ribaltare lo stato di cose, è inevitabile che nel moderno sistema della comunicazione venga sorpassato non solo da chi strilla più forte (pazienza) ma anche da chi semplicemente si propone come fattore di sblocco.
C’è da scommettere per esempio che la mezza discesa in campo annunciata ieri da Montezemolo – con l’aggravante del contemporaneo, ennesimo siluro lanciato da Carlo De Benedetti verso Bersani – soverchierà per giorni qualsiasi iniziativa dell’attuale opposizione politica, compresa la manifestazione del 19 giugno al Palaeur. Proprio per quel motivo: per l’impressione (l’illusione) che la mossa di un vip possa avere un impatto politico maggiore di quelle di un partito del 27 per cento.
L’abbiamo scritto fin dagli esordi della segreteria Bersani, pur salutandone l’approccio non spettacolare alla politica: ci vuole un messaggio.
Non è fuffa comunicativa, credete, è l’essenza del dialogo con l’opinione pubblica. Una volta i partiti erano il messaggio, ma ora è assurdo mimare quei tempi. Una alternativa di politica economica, parlando di questo, non è una somma di emendamenti: basta che Stefano Fassina piazzi due timidi colpetti fiscali apparentemente innovativi sul Foglio, giornale inconsueto, e già sembra che ci sia un po’ più di senso in questa storia.
La replica del Pd a Tremonti può essere (coerentemente con l’eterna costituency di questo partito) la muraglia cinese a difesa del pubblico, inteso come valori, servizi, dipendenti. Bene: è una cosa, è un messaggio. Oppure può essere la sfida alla destra a colpire veramente la Casta: province da abolire, auto blu da rottamare, dirigenti da cacciare, consigli d’amministrazione da decapitare. Bene, un altro messaggio, almeno il popolo viola sarebbe finalmente soddisfatto (difficile). Infine può invece essere la rivoluzione fiscale: taglio delle tasse a imprese, commercianti, artigiani, bruciare Tremonti nello spostare il fisco dalle persone alle famiglie. Un altro messaggio, un altro segno di esistenza in vita, di essere cambiati e voler cambiare, di non limitarsi ad accompagnare corrucciati il piccolo cabotaggio della destra.
Non arriviamo a dire che le diverse linee siano equivalenti, ma quasi. Basta che se ne scelga una, da forzare rispetto a tutto il resto. Nell’indistinto si vegeta. E davvero non vorremmo finire a coniugare antico e moderno urlando: Luchino, dacci la linea.
da Europaquotidiano.it

"«Legge bavaglio? Boh, non so». Il Paese narcotizzato dalla tv", di Gioia Salvatori

Ddl intercettazioni, chi è questo sconosciuto? Disinformazione, qualunquismo, proteste. Sabato mattina al mercato rionale romano della Garbatella, quartiere rosso ex popolare, oggi quasi-centro di ceto medio e luoghi trendy: trovarvi un passante che conosca il contenuto della legge che limita la possibilità di indagine per gli inquirenti e cancella da giornali e tv decine di servizi, è come cercare l’ago nel pagliaio.

Soprattutto se si cerca tra gli anziani. “Io ho altri problemi, delle intercettazioni poco mi importa, sono altre le leggi che servono: sul lavoro, sull’immigrazione” è il coro dei più, cioè dei tanti che hanno chiuso il giornale da anni, guardano la tv il pomeriggio e considerano la politica “un teatrino salva-poltrona”. Inutile spiegare i risvolti pratici della legge-bavaglio già votata al senato con la fiducia, in dirittura d’arrivo al massimo in autunno: “Io non ho nulla da nascondere, possono pure intercettarmi” è il mantra unito alla convinzione, nata a furia di sentire “ddl intercettazioni”, che la nuova legge serva a autorizzare i controlli sui telefoni.

E la cricca, le inchieste sui grandi eventi, sulla malasanità, non le è interessato sapere che qualcuno rideva mentre l’Aquila crollava? “Si vabbè ma che c’entra con questa legge?”, è la risposta frequente e viene da chiedersi dove bisogna mettere le copertine listate a lutto e i post-it gialli, perché tutti sappiano. Eleonora mentre sente i “signora mia io non arrivo a fine mese…” di una passante va su tutte le furie. E’ intorno ai 40, ha i siti web d’informazione sotto mano a lavoro, sa cosa c’è scritto nel ddl intercettazioni ed ha il dente avvelenato “contro certa televisione che non ti fa capire nulla, tanto che mia madre è di sinistra ma l’ho dovuta convincere io, che questa legge è una porcata”.

Si infiamma e, come tutti coloro che sanno del bavaglio, chiama la piazza, la disobbedienza civile e chiede a Napolitano di non firmare. Su un punto tutti sono d’accordo, informati e disinformati, favorevoli e contrari, giovanissimi e anziani disinteressati: questa legge per il Paese non è una priorità: “Servono leggi per i precari, per creare lavoro, per i pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese”, sono le istanze, ognuno la sua, a seconda della posizione sociale. Rosanna, 36 anni, programmatrice europea, è sconsolata: “Bisogna scendere in piazza numerosi, è l’unica cosa che possiamo fare ora. Se la legge passerà così com’è mi auguro che arrivi un referendum abrogativo”, dice tra le buste di verdura, in mano un quotidiano. Eleonora, 38 anni, è della stessa opinione: “Mi auguro che Napolitano non firmi, nel frattempo dobbiamo organizzare una specie di rivoluzione da qui in autunno: scendere tutti in piazza, farci sentire. La legge sulle intercettazioni non era indispensabile: io ho due figli e a scuola non hanno la carta igienica: le priorità del Paese sono altre”.

Luciano che di primavere ne ha almeno 65 e lavora ad un banco del mercato, è uno dei pochi anziani contrari alla legge sulle intercettazioni. Cita Zagrebelsky e non ha dubbi: “E’ una legge fatta per coprire la cricca, a me possono intercettarmi 25 ore su 24, non ho nulla da nascondere…”. “ Serve una legge che faccia si che i politici che delinquono, paghino – fa Antonella, casalinga – Sento tanta demagogia, non ne so molto, ma forse non serviva una legge nuova: la magistratura saprà riconoscere di volta in volta quando è giusto intercettare”. E lei che sa del ddl intercettazioni? “Io ho due bimbe e un altro figlio in arrivo, non ho tempo per informarmi, mica ho chi me li guarda…” , fa la ragazza senza vergognarsi. E poi ci sono Zelinda, 60 anni, che ammette che guarda Italia 1 e al tg solo i servizi di cronaca e della legge bavaglio non ne sa niente, e la verduraia più o meno coetanea col lamento sulla crisi e anche lei col suo “signora mia”: “So solo che se non mi alzo alle quattro ogni mattina, non mangio – dice – L’unica cosa che serve è una legge per farci campare un po’ meglio”. Istanza non meglio specificata, legge chissà su cosa. La politica, intanto, è sempre più lontana.

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«Legge bavaglio ecco cosa vogliono e cosa nascondono», di Claudia Fusani
I regali degli imprenditori in cerca di appalti agli uomini della cricca. I soggiorni gratuiti, almeno tre, pagati dalla cricca, all’hotel Il Pellicano di Porto Ercole di Carlo Malinconico all’epoca (agosto 2007) segretario generale di palazzo Chigi. Il doppio interrogatorio di Francesco Gagliardi, cognato di Piscicelli, i due costruttori che la notte del terremoto all’Aquila ridevano immaginando gli affari d’oro che avrebbero fatto. Quello di Claudio Iafolla, il funzionario del ministero delle Infrastrutture che dice: «Fu il ministro (Matteoli, ndr) a dirmi di voler nominare Fabio De Santis provveditore delle Opere Pubbliche a Firenze». Una nomina fuori quota, al di là e oltre ogni merito e titolo. Richiesta da Balducci però perchè funzionale per far rientrare nell’appalto della Scuola dei Marescialli la Btp di Riccardo Fusi, da pochi mesi new entry nella cricca che in cambio di regali e favori riceveva appalti dal clan della Ferratella, di cui Balducci era il numero 1.

Poche ore prima che giovedì sera la Cassazione togliesse alla procura di Firenze gli atti dell’inchiesta G8-Grandi Eventi (filone Scuola dei Marescialli), i magistrati fiorentini hanno fatto quello che diventerà l’ultimo deposito di atti da parte della procura che ha scoperto e denunciato il patto corruttivo della cricca di Balducci, Anemone e soci. Tremila pagine e undici verbali di interrogatorio che confermano l’intensità del sistema gelatinoso.
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Le vacanze all’hotel Il Pellicano di Carlo Malinconico – Ne parla in un verbale di 25 pagine dell’11 maggio 2010 il titolare dell’albergo Robertò Sciò, nome noto a molti potenti d’Italia che hanno avuto l’onore di passare le vacanze nelle esclusive stanze e nella bellissime piscina dell’ hotel Il Pellicano. Sciò conferma che il costruttore Piscicelli ha pagato e prenotato il soggiorno di Malinconico (oggi presidente della Fieg, Federazione italiana editori giornali)nella settimana dal 12 al 19 agosto 2007. «Un evento» che Piscicelli in persona si era raccomandato di organizzare al meglio. «Piscicelli – spiega Sciò ai pm Luca Turco e Giuseppina Mione – mi è stato presentato da mia sorella.

Lo ritenevo una persona simpatica, lo ritenevo un amico. Dico “ritenevo” perché, dopo i fatti che sono usciti fuori, bisogna per essere un amico, devi condividere i valori, i principi eccetera, eccetera… Un giorno mi chiese… nel 2007, credo, di ospitare, che avrebbe pagato lui, perché voleva lui ospitare…io chiesi chi era la persona, mi disse… Malinconico, Carlo Malinconico e io ho dato disposizione di trovare quanto di meglio c’era al capo ricevimento». L’allora segretario generale di palazzo Chigi (governo Prodi), sicuramente una conoscenza importante per le prospettive di affari della cricca, è beneficiario di almeno tre soggiorni gratuiti al Il Pellicano, due nel 2007, e uno nel 2008.

Il titolare dell’albergo aveva fatto preparare la suite, 1.400 euro al giorno, totale fattura intestata alla «Eventi speciali» di Piscicelli oltre novemila euro. «Credo – spiega Sciò ai magistrati – che i soggiorni pagati da De Vito Piscicelli siano i primi tre, perché dalle fatture come risultano intestati proprio a lui, e il soggiorno è stato effettuato dal dottor Malinconico. Poi però, dovessi dire se gli altri sono stati pagati da lui, non credo, perché… perché risulterebbe la fattura intestata a lui… a De Vito Piscicelli».
La nomina di De Santis – Su questo punto insistono gli interrogatori di Claudio Iafolla e Gerardo Mastrandrea, capo dell’ufficio legislativo e capo di gabinetto del ministro Matteoli.

L’inchiesta punta a capire se la nomina di De Santis, che non ne aveva i titoli, così come altre nomine, possono essere considerate strumentali al funzionamento degli affari della cricca. In questo caso se De Santis era funzionale al piano di Balducci per far rientrare nell’appalto della Scuola dei Marescialli la Btp di Fusi. Il 17 maggio scorso Iafolla viene interrogato dai pm Turco e Mione. «De Santis – dice – l’ho conosciuto dopo che era stato nominato. Non per prendere le distanze ma io Balducci e De Santis li ho conosciuti dopo (…) De Santis provveditore me lo disse il ministro come fa di solito. Dice: “Ci sarebbe questo De Santis, io vorrei mandarlo al provveditorato di Firenze, guardi se ha i requisiti… allora io ho verificato e mi sembrò così strana la nomina di questa persona… la funzione del direttore generale si dà in prima battuta tra i dirigenti, non si può dare tipo a un De Santis o a un pincopallino qualsiasi.

Allora quando siamo arrivati abbiamo dato a tutti la funzione dirigenziale generale… poi sono residuati dei posti che nell’ottica di svecchiamento… il ministro ha nominato alcuni dirigenti generali presi dall’esterno, in questo caso, in quel momento il ministro mi ha fatto il nome di De Santis». Iafolla spiega anche la nomina di Balducci a Presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici: «Il ministro mi disse “voglio Balducci perchè voglio un rilancio del Consiglio superiore, nella precedente gestione (Mauro, ndr)c’è stato un po’ stallo». Il ministro Matteoli non è indagato nell’inchiesta.
Gli orologi In una delle ultime informative del Ros dei carabinieri (7 giugno 2010) ci sono le verifiche sui regali della cricca. Fusi e Piscicelli son oi più attivi. Orologi anche da 14 mila euro. Tra i destinatari Maria Pia Forleo, colei che istruiva le gare d’appalto alla Farratella.

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Legge bavaglio, Bersani promette: «Alla Camera sarà battaglia». Berlusconi attacca i giudici
Il segretario del Pd Pierluigi Bersani promette battaglia contro il ddl sulle intercettazioni.«Questa è una legge contro la legalità, contro il diritto di informazione. Una legge molto pesante e quindi la questione è politicamente molto seria. Noi combatteremo alla Camera con tutte le nostre forze». Lo ha detto arrivando a Bologna per il congresso provinciale del PD. «Nella manifestazione del 19 a Roma dedicata alla manovra – ha detto il leader del Pd conversando con i giornalisti a margine del congresso – ovviamente parleremo anche di questo. C’è da augurarsi che non si forzino almeno i tempi e le procedure di discussione su norme di questo genere, e quindi – ha puntualizzato Bersani – che non ci sia quella stretta che viene minacciata da qualche ambiente del centrodestra».

Circa l’ipotesi di un ricorso alla Corte Costituzionale o di un referendum successivo alla approvazione definitiva del testo sulle intercettazioni telefoniche, il segretario del Pd ha detto: «Quello si vedrà. Io dico che ogni giorno ha la sua pena. Penso che siamo ancora nelle condizioni di combattere. Alla Camera combatteremo».

Berlusconi, senza freni, continua ad attaccare giudici e stampa. I giudici politicizzati sono il «contrario della democrazia» e hanno un obiettivo ben preciso: sovvertire il voto popolare, dice rispondendo a una domanda sui test psicologici per i magistrati che gli è stata sottoposta sul sito forzasilvio.it. «La mia esperienza di anni di aggressioni giudiziarie dimostra che questi giudici – dice – sono perfettamente consapevoli e sanno molto bene ciò che vogliono: il loro obiettivo è quello di rovesciare per via giudiziaria il risultato elettorale, il voto degli italiani».

Il premier parla anche di Rai «La sinistra continua a ripetere come un mantra che il presidente del Consiglio controlla tutte le televisioni», ma in Rai «tutti i talk show tranne uno sono contro il premier e il governo». Lo ha detto Silvio Berlusconi rispondendo a una domanda sul sito ww.forzasilvio.it. Per quanto riguarda Mediaset il premier ha aggiunto che, a parte Emilio Fede «l’ultimo dei Mohicani che fa il tifo per me», tutte le altre trasmissioni sono assolutamente «super partes».

Interviene anche sulla giustizia. Ripartire con «la riforma della Costituzione e della giustizia». È la ‘road map’ tracciata da Silvio Berlusconi ieri sera ai giovani dei Circoli della Libertà. Il Cavaliere ha ribadito l’intenzione di modificare la Carta. «I poteri del premier sono praticamente nulli, un Capo del governo ha la possibilità solo di stilare l’ordine del giorno nel Consiglio dei ministri», ha spiegato durante la cena. «Sono pronto a cambiare la Costituzione B ha così annunciato il premier ai ragazzi dei Circoli -. Il presidente del Consiglio deve avere perlomeno il potere di nominare e far dimettere i ministri e sciogliere le Camere. È l’unico modo per portare a termine il mandato conferito dagli elettori». Il premier ha quindi confessato ai giovani di sentirsi «nudo», desideroso di portare avanti le riforme eppure impossibilitato a farlo con questa Costituzione e con «questi giudici che minacciano continuamente le azioni dei governi».

La replica di Bersani: “Quando il premier parla di giustizia, non si sa mai cos’abbia in testa. La sta già azzoppando in modo molto serio con la legge sulle intercettazioni. Combatteremo su quella e se ne arriveranno altre combatteremo su altre”.

da www.unita.it

«Così distruggono la pubblica amministrazione», di Oriano Giovanelli

Al mio comune, Pesaro, nel 2011 verranno tagliati oltre 3 milioni di euro e oltre 5 milioni nel 2012. Questo è l’effetto concreto della manovra appena varata dal governo ed ora all’esame del senato. Ma non basta: con la previsione di un tetto massimo del 40% alle spese per il personale sono a rischio numerosi contratti a termine (una situazione analoga si creerà nella sanità) i quali, è proprio il caso di dirlo, non sono figure professionali aggiuntive ad una dotazione organica sufficiente a mandare avanti i servizi, ma la conseguenza pratica di anni di blocchi più o meno rigidi delle assunzioni. Si tratta cioè di personale per lo più giovane, indispensabile per fare funzionare i servizi per gli anziani, per l’infanzia ecc. Perché è questa una delle perversioni peggiori delle scelte operate dal governo: colpire i comuni che maggiormente si sono dotati di servizi, che hanno cioè dato vita ad un forte e strutturato sistema di welfare locale. Per questi stessi motivi un altro soggetto destinato a pagare un prezzo carissimo sarà la cooperazione sociale.
Questa è la chiave di lettura dell’ultima manovra finanziaria che a mio parere, è la stessa con la quale il governo Berlusconi ha impostato, da un biennio circa, la demolizione incondizionata e destrutturata della pubblica amministrazione. Messa sotto accusa come fosse la culla di tutti i fannulloni, ora viene duramente colpita e affondata in modo indifferenziato: i ministeri come i comuni, la scuola come la giustizia, le forze armate come la sanità.
Certamente chi pagherà davvero questa manovra saranno le famiglie, le persone più bisognose di servizi, i precari e chi con uno stipendio di poco superiore ai mille euro dovrà rinunciare al rinnovo del contratto per un triennio. Ma pagherà anche il paese nel suo complesso. Siamo in presenza non di una manovra oggettiva necessitata dal dovere di mettere in sesto i conti pubblici per proteggerci dalla speculazione finanziaria sui titoli di stato, bensì da una manovra ideologica che individua il “male” in tutto ciò che è pubblico, sia esso la politica, i servizi, il pubblico impiego, il servizio sanitario nazionale, la scuola; e per questo va drasticamente ridimensionato. Invece non è così. La linea portata avanti da questo governo è quella di aumentare le differenze sociali, di schiacciare verso il basso i due terzi del mondo del lavoro e togliere definitivamente ai giovani la fiducia per un domani migliore.
Dobbiamo risolvere questi problemi mettendoci al lavoro con rigore e durezza e correggere queste storture individuandole e colpendole una a una. Agitare i problemi per demolire un sistema, non funziona.
Detto in altre parole per chi ha concepito questa manovra, al di là delle affermazioni di facciata, il problema non è l’evasione fiscale e contributiva, l’economia criminale che controlla almeno tre regioni e si infiltra in tutte le altre, le scelte opache – diciamo così per carità di patria – che hanno portato alla nascita di Difesa spa o al tentativo di far nascere Protezione Civile spa, il fatto che siamo l’unico paese che tassa solo il lavoro, sia di chi lo produce cioè le imprese, sia di chi lo fa cioè i lavoratori, e lascia del tutto intonsi i redditi da patrimoni o da rendite finanziarie; e per questi signori non è un problema nemmeno che a fronte di una spesa per la pubblica amministrazione che è in linea con gli altri principali paesi europei questa in effetti sia molto meno efficace ed efficiente, al contrario traggono da questa realtà lo spunto per portare consenso alla loro idea di “demolizione” di un sistema.
Per questi signori l’impressionante proliferazione clientelare delle nomine a dirigente nei diversi ministeri, a partire dalla presidenza del consiglio dei ministri, è un problema minore rispetto alla prospettiva di mettere in ginocchio un comune e costringerlo a chiudere un asilo nido, una scuola materna, una casa di riposo.
Va onestamente detto che questo governo non è solo nel dispiegare tutto questo furore ideologico. Con un misto di arroganza e ignoranza siamo inondati quotidianamente nei giornali e tv da saccenti commentatori che sono protesi a portare un loro chiodino per crocifiggere un modello di paese, quello disegnato nella nostra Costituzione, portando magari, quando va bene, l’argomento che non ce lo possiamo più permettere. E così scivoliamo verso un declino che non è ormai più solo economico ma è civile e culturale.
È in questo contesto, crudo ma ritengo veritiero, che ci troviamo a discutere di federalismo. Di quello fiscale e di quello amministrativo.
L’idea per cui ci battiamo da tanti anni e che vede nell’autogoverno delle comunità locali e nel nuovo ruolo delle regioni l’unica possibile strada per rilanciare un’idea unitaria di paese, per accorciare le drammatiche differenze che sempre più distinguono il sud dal centro e dal nord, per creare una burocrazia meno macchinosa e delle istituzioni davvero più vicine alle persone, alle famiglie e alle imprese. È l’idea riformatrice che anche il presidente della repubblica Napolitano ci invita a percorrere per recuperare quella piegatura centralista che il neonato stato unitario subì 150 anni fa. Per questa idea di federalismo le scelte governative possono davvero essere la tomba. Ma non lo sono per il federalismo ideologico che non ha niente a che vedere con la storia del movimento delle autonomie del nostro paese e che è portato avanti da un partito come la Lega Nord che come è stato più volte denunciato, non è autonomista ma ideologico e come tale si nutre di miti, di contrapposizioni, di esasperazione delle differenze e di quel fenomeno, che oggi sembra essere una grande scoperta da parte dei sociologi che va sotto il nome di “secessione di fatto”.
A riprova di ciò valga che nessun partito realmente autonomista avrebbe tollerato e tollererebbe il prepotente ritorno centralista di questi anni, o sopportato senza colpo ferire la violazione sistematica di una gelosa sfera di autonomia degli enti locali per il raggiungimento della quale ci sono voluti decenni di battaglie politiche e culturali. Ma un partito ideologico sì, può sopportare queste apparenti contraddizioni, anzi, le strumentalizza.
Il dibattito sulla Carta delle Autonomie fino ad oggi svoltosi nella prima commissione della camera dei deputati è stato assolutamente coerente con questa impostazione di fondo: nessuna apertura della maggioranza e del governo sul rilancio della democrazia di base come fondamento di una rinnovata coesione fra le istituzioni e il paese, al contrario, si continua ad alimentare l’antipolitica che forse paga in termini di consenso ma, come ha detto giustamente Bersani, è il cancro della democrazia. Nessun rilancio dell’autonomia finanziaria, organizzativa, statutaria per i comuni e le province destinate a subire ancora intromissioni dei ministeri e della legge statale; nessuna vera proposta, tranne l’accoglimento parziale di alcune formulate da noi, che si preoccupi di affermare, coerentemente con i tempi e con l’evoluzione dei territori, un nuovo modello organizzativo più razionale ed efficiente. Il caso emblematico è a tal proposito il rifiuto di rilanciare la proposta contenuta nei decreti Bassanini di fine anni ’90 di trasformare le prefetture in Uffici territoriali del governo all’interno dei quali riportare razionalizzandoli, tutti gli uffici dei ministeri ancora diffusi capillarmente in ogni provincia.
Di tutto ciò le forze autenticamente autonomiste devono avere piena consapevolezza e trarne spunto per rilanciare una forte azione unitaria. Mi rendo conto che in questo tempo di falsari e pataccari non è facile rilanciare un’idea autentica di federalismo, di autogoverno, di diversa natura unitaria della repubblica, ma il passaggio per certi versi drammatico che stiamo vivendo richiede una proposta di sistema e non piccoli accorgimenti tattici.
da europaquotidiano.it

Terremoto : Pd, riattribuire al più presto competenze alle soprintendenze

“Come è possibile che lavori commissionati per mettere in sicurezza un palazzo di grande valore artistico nel centro storico dell’Aquila procurino danni a quanto era uscito indenne dal terremoto? Se lo chiedono i deputati del Pd Manuela Ghizzoni e Giovanni Lolli che girano la domanda direttamente al ministro Bondi non prima di aver avanzato un’ipotesi.

“Questo è l’esito – proseguono i deputati del Pd- delle procedure commissariali che esautorano le strutture competenti per gli interventi di restauro e consolidamento di beni architettonici e storico artistici Quanto accaduto a Palazzo Carli Benedetti all’Aquila ne è l’esempio lampante. E’ giunto il momento di riattribuire alle soprintendenze le proprie competenze di piena operatività in campo alla progettazione di interventi di recupero e restauro, solo così si può assicurare la tutela di un patrimonio culturale sfregiato dal terremoto e che l’incuria umana può ulteriormente danneggiare.”

“Sarebbe bene che il ministro Bondi ascoltasse e facesse proprie le parole espresse chiaramente dai tre soprintendenti dell’Abruzzo e dal direttore dell’Archivio di Stato che da anni – concludono i deputati – assolvono al loro compito con esperienza e competenza.”