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Demolizioni case in Campania, il governo battuto alla Camera

Decade il decreto che sospende in via temporanea le demolizioni delle case abusive in Campania. L’aula della Camera ha approvato con 249 voti favorevoli e 231 contrari le pregiudiziali di costituzionalità presentate dall’Italia dei valori. Governo battuto per 18 voti. Dopo il voto si è scatenata in aula una baruffa tra i deputati dei vari gruppi. La maggioranza ha contestato alla presidenza di turno, tenuta da Rosy Bindi, di aver chiuso la votazione prima che rientrassero tutti i parlamentari alle loro postazioni. «Non accettiamo la prevaricazione di cui lei si è resa responsabile», ha detto il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto rivolgendosi alla Bindi.

«Il diritto di votare è per chi è seduto al suo posto. Ho aspettato 51 secondi per chiudere la votazione e, quindi, non ho commesso alcuna irregolarità», ha detto la vicepresidente di turno della Camera, rispondendo ai rilievi della maggioranza che chiedevano la ripetizione della votazione. Bindi ha quindi sospeso la seduta, annunciando che spetta al presidente della Camera, Gianfranco Fini, decidere se convocare o meno la conferenza dei capigruppo. In ogni caso, ha concluso Bindi, «non spetta alla capigruppo il compito di stabilire o meno la regolarità del voto».

«Grazie a una debacle e alle assenze tra i banchi della maggioranza, il Parlamento ha fermato uno scempio ai danni del paese e degli italiani onesti», ha detto Ermete Realacci (Pd). «Lo stop alle demolizioni delle case abusive in una regione come la Campania», aggiunge realacci, «dove le infiltrazioni della Camorra nel settore dell’edilizia hanno segnato in modo devastante il territorio, suonava in modo ancora più sinistro. Non sono bastati i morti di Ischia, le tragedie come Iarno, a denunciare che l’abusivismo è una piaga di questo paese, che rende fragile il territorio, inquina l’economia sana, alimenta gli appetiti criminali e fa pagare alla collettività prezzi altissimi in termini di vite umane e di costi. Per fortuna- conclude realacci- il Parlamento, nonostante le vibrate proteste della maggioranza, ha fermato questa vergogna».

L’Unità 09.06.10

"La cura dimagrante per la scuola: prima tagliare e poi saltare", di Pippo Frisone

Dopo aver tagliato 135 mila posti di lavoro nella scuola statale nel triennio 2009/12 e prima ancora di completare l’opera, con la nuova manovra finanziaria il Governo Berlusconi questa volta prova a mettere con le spalle al muro tutto il personale scolastico.
Se con la finanziaria precedente a pagare il conto sono stati e saranno soprattutto i precari , col decreto legge del 25 maggio viene sferrato un durissimo colpo sotto la cintura all’intero corpo docente e ATA con contratto a tempo indeterminato.

Salta il rinnovo del contratto- scuola, già scaduto il 31.12.2009
Saltano di conseguenza i nuovi aumenti per tutto il triennio 2010/12
Salta il nuovo indice IPCA, calcolato nel triennio al 5,9% con una perdita media di 1.508 euro
Salta l’indennità di vacanza contrattuale la cui erogazione viene spostata al 2012
Saltano col prossimo mese gli aumenti contrattuali eccedenti il 3,2% del biennio 2008/09, con adeguamento automatico in busta paga
Saltano gli scatti di anzianità per docenti e ATA per tutto il triennio 2010/12, sterilizzando non solo la carriera ma anche pensioni e liquidazioni
Saltano, in quanto rimesse in discussione dal 2013, CIA e RPD
Saltano i risparmi destinati dall’art.64 della L.133/08 nella misura del 30% che la Gelmini voleva destinare a merito e carriera. Gli stipendi complessivi per il 2011,2012 e 2013 non possono superare il trattamento economico,compreso quello accessorio, goduto nel 2010
Salta il 50% dei finanziamenti destinati alla formazione
Salta coi tagli lineari il 10% delle risorse destinate al Miur ( 43milioni in meno alle scuole
Salta il personale precario, i cui finanziamenti per supplenze sono ridotte del 50% sul 2009
Ci chiediamo, di questo passo, dove andrà a finire la scuola statale ? Come reagirà quel milione di docenti e ata, a questo ennesimo sopruso ? Basteranno le occupazioni, il blocco degli scrutini e gli scioperi dei tartassati del pubblico impiego a fermare la scure del Governo?

Nel ’73 a Luciamo Lama bastò minacciare lo sciopero generale per avere i decreti delegati e lo stato giuridico degli insegnanti.

Lo sciopero generale della CGIL del 25 giugno, pur se condivisibile, da solo temo non possa bastare.

Come non sono bastati gli altri tre, quattro scioperi, fatti durante l’as.2009/10.

Se la società civile continuerà ad assistere divisa e ripiegata su se stessa alle contrapposizioni della politica e delle forze sociali , la crisi ancora una volta la pagheranno i soliti noti, scuola in testa.

Con buona pace dell’equità e della distribuzione solidale dei sacrifici tra tutti gli italiani.

ScuolaOggi 08.06.10

Un pericoloso show di onnipotenza

Berlusconi accusa i giudici, blinda il testo sulle intercettazioni, getta benzina sul fuoco ipotizzando attacchi armati contro la Protezione civile a l’Aquila e si lamenta: “Mettetevi nei miei panni e scrivetemi come ci si sente”. Il Pd chiede al governo senso di responsabilità e MOBILITANTI.IT vi invita a scrivergli davvero
Troppo caldo e all’improvviso. Berlusconi perde la faccia e, da Palazzo Grazioli, attacca tutto e tutti. Contro la sua stessa maggioranza impone accelerazioni su i provvedimenti in corso e soprattutto sul disegno di legge per le intercettazioni che va bene così come è e che presto dovrà per forza di cose diventare legge . Ma non contento continua il suo attacco contro la magistratura e la Rai.

Intercettazioni . Berlusconi non va oltre alla proroga da 48 a 72 ore del arco temporale per le intercettazioni. Per il resto, il testo va bene così: “non dobbiamo perdere più tempo e bisogna votarlo senza ulteriori modifiche”. Per gli editori dei giornali in caso di pubblicazione di intercettazioni con consentite sarà comminata una pena pecuniaria, correlata alla gravità del reato. Carcere fino a 3 anni per il giornalisti rei di pubblicazioni vietate (dal curriculum di Berlusconi non sembra che lui faccia parte della categoria dei giornalisti, semmai, tra l’altro, a quella degli editori).

Magistratura politicizzata . Di nuovo Berlusconi ha stigmatizzato la magistratura come organo politico: “la sovranità è in mano a Magistratura democratica e alla Consulta” ha stigmatizzato fingendosi calmo il capo del governo. Ma l’accusa questa volta è stata esagerata all’inverosimile. “Ci criminalizzano perché dicono che noi vogliamo impedire la libertà di stampa” e non solo, ci criminalizzano indagando “per omicidio colposo i membri della Protezione Civile che non hanno saputo avvisare i cittadini del terremoto all’Aquila”.

Ed ecco un altro delirio di onnipotenza: “ho detto a quelli della Protezione civile di non andare più all’Aquila. Appena vanno in Abruzzo gli saltano addosso, qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”. Parole sagge e pronunciate dal leader del partito dell’Amore tanto per citare una recente esternazione del padrone del centrodestra.

Rai . In versione Ministro dello Sviluppo economico, Berlusconi ha voluto dire la sua anche sulla gestione della Rai. Con tono ironico ha annunciato che “se la Rai non cambia, non firmo il contratto di servizio”. Come da copione è arrivata dopo poco tempo la smentita fatta da parte del pompiere Paolo Bonaiuti, che nelle vesti di portavoce di Palazzo Chigi ha dovuto spegnere un altro incendio.
Ma Berlusconi continuava a straparlare: “Aprite un giornale e accendete la Tv pensando di chiamarvi Berlusconi, di essere me. Se dopo dieci minuti non vi viene la nausea, mandatemi una lettera dicendomi che ho torto. Mettetevi per qualche minuto nei miei panni”. Ecco noi vi proponiamo di scrivergli
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“Testo blindato annunciato ‘urbi et orbi’. Le dichiarazioni del presidente Berlusconi sulla magistratura, sul Parlamento e sul ruolo delle istituzioni sembrano fatte apposta per alzare la temperatura dello scontro politico, e per questa ragione io ritengo molto più saggio ignorarle del tutto anche perché non c’è materia di politica vera” ma si tratta “di affermazioni che stanno tra il surreale e il paradossale e il grottesco, e tutto questo probabilmente allude al fatto che vogliono mettere il voto di fiducia”. Così la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama, spiegando che “di questa fiducia ormai si favoleggia da molte settimane”.

Quindi a proposito della norma contenuta in un emendamento del relatore che modifica la proroga per le intercettazioni da 48 ore a 72 ore, la Finocchiaro ha ribadito: “Fini si dice abbastanza soddisfatto? Io, invece, non mi accontento. Noi non ci accontentiamo. Capisco che un pezzo della maggioranza ha esigenze di mantenimento del proprio ruolo, ma noi facciamo l’opposizione e non ci accontentiamo. Questa legge non va bene, continua a non andar bene. Tra l’altro hanno previsto procedure differenti per le diverse ipotesi. Per cui c’è una procedura che prevede la trasmissione di tutti gli atti, un’altra che prevede la trasmissione soltanto di una parte… Insomma, un pasticcio”.

L’ipotesi concreta che il governo arrivi all’ennesimo voto di fiducia per blindare il testo sulle intercettazioni ha ricevuta una dura critica anche da Massimo D’Alema. “Se così fosse – ha sottolineato il presidente del Copasir – “sarebbero espropriate le istituzioni. Se il testo è quello noto fino a ieri vi sono norme non rassicuranti, soprattutto dal punto di vista della sicurezza dei cittadini”. In particolare, per D’Alema la modalità di autorizzazione per la prosecuzione delle intercettazioni, “è chiaramente una norma ostruzionistica delle indagini”.

Sulle fantasie pericolose lanciate da Berlusconi in merito alla ricostruzione dell’Aquila e al ruolo della Protezione Civile è stata la segreteria del Pd ad esprimere una dura condanna nei confronti delle parole del premier.

“All’Aquila – si legge in una nota – finito lo show resta il dramma. Berlusconi non si metta al riparo delle sue responsabilità facendo del vittimismo sulla Protezione civile e cercando vergognosi diversivi. Lanciamo l’allarme sulla situazione dell’Aquila e delle migliaia di cittadini colpiti dal terremoto. Ora che i riflettori si sono spenti dalle scene più drammatiche dell’emergenza, resta tutto da affrontare il problema della ricostruzione della città, delle sue attività economiche e della vita quotidiana di chi in quelle zone vuole tornare a vivere. Più di 30mila persone sono ancora in autonoma sistemazione o negli alberghi, spesso lontanissimi dalla loro città, le amministrazioni locali, il Comune e la Provincia non hanno più risorse e si trovano a dover affrontare pagamenti senza disponibilità di cassa e senza provvedimenti di legge che sanino la situazione. Al danno su aggiunge una drammatica beffa, con la previsione dal 1° luglio del pagamento delle tasse delle famiglie e delle imprese colpite dal terremoto. Il Partito Democratico si impegna a sostenere, nella discussione della Finanziaria, i diritti e i bisogni dei cittadini e chiede al Governo un minimo di senso di responsabilità e di impegno per la ricostruzione e per il ripristino delle condizioni elementari di vita dei cittadini colpiti dal sisma.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Sconfitti e vincitori per finta", di Marcello Sorgi

Anche se alla Camera l’opposizione annuncia una battaglia che sfocerà probabilmente nell’ostruzionismo, l’accordo siglato ieri al vertice del Pdl ha due obiettivi chiarissimi, uno di sostanza e uno politico. Il primo è l’approvazione in tempi brevi, costi quel che costi, anche uno scontro parlamentare con l’ostruzionismo che una parte dell’opposizione ha già annunciato, della brutta legge sulle intercettazioni. Un testo, va detto, rimasto praticamente quasi com’era, con i limiti alle indagini dei magistrati e la censura ai giornali, alle tv e ai loro editori sui contenuti dei verbali.

Com’era prevedibile, e largamente annunciato – malgrado la rottura del 22 aprile, quando Berlusconi e Fini si erano presi pubblicamente a pesci in faccia -, i due cofondatori hanno ritrovato l’intesa, al punto che il capo della minoranza interna, fin qui molto battagliera, del partito del presidente, s’è accontentato di qualche limatura, come quella che sposta da 48 a 72 ore il termine per la proroga delle intercettazioni dopo i 75 giorni previsti come tempo massimo. E di un gioco delle parti con il premier, degno di quel «teatrino della politica» che il Cavaliere dice ogni giorno di aborrire.

Al termine dei lavori, sbrigati nello spazio di una mattinata, Berlusconi infatti s’è astenuto, unico in tutto il sinedrio dei dirigenti del centrodestra, per testimoniare la sua insoddisfazione sul compromesso finale. E poco dopo, davanti all’assemblea degli albergatori italiani, ha ripetuto il solito ritornello del presidente del Consiglio che in Italia non ha alcun potere, dell’impossibilità di fare una legge come si deve, attraversando i mille passaggi previsti dalla Costituzione proprio per limitare il potere del premier, e di un Paese governato in realtà dalla magistratura di sinistra e dalla lobby dei giornalisti. Si fingeva, insomma, insoddisfatto, mentre in cuor suo gongolava per aver portato a casa la posta a cui aveva puntato fin dall’inizio.

Allo stesso modo, e quasi contemporaneamente, Fini recitava la parte del vincitore. In una dichiarazione seguita alla conclusione della riunione del Pdl, il presidente della Camera, fino a ieri l’avversario più risoluto del Cavaliere, gli dava atto della sua disponibilità alla resa, ricordandogli come, con gesto responsabile, pur non avendo rispettato fino in fondo le promesse fatte ai suoi elettori, fosse riuscito a mantenere l’impegno più importante: quello «in materia di lotta alla criminalità e di difesa della legalità».

La messa in scena tra i due leader tornati alleati rimane l’unica vera novità politica della giornata. Se sono arrivati al punto da concordare un copione così preciso, in cui il vincitore recita la parte dello sconfitto e viceversa, allora è vero che il lavoro diplomatico seguito alla crisi di un mese e mezzo fa ha dato i suoi frutti. Da oggi in poi Berlusconi sa che dovrà assicurare a Fini tutta la visibilità di cui ha bisogno, senza tante storie di lesa maestà. E Fini, al dunque, lo ripagherà riportando all’ordine le sue truppe più riottose. Il centrodestra, nel suo insieme, ha davanti altri tre anni di legislatura al potere, e non vuol certo giocarseli perché qualche anima bella della sinistra vagheggia governi tecnici o istituzionali, pur di far fuori Berlusconi. Il quale ieri, tra l’altro, a riprova della sua effettiva contentezza per il risultato della partita, è arrivato perfino a scherzare sull’eventualità che anche con le limitazioni introdotte i giudici possano ancora divertirsi a registrare le conversazioni con le fidanzate.

Purtroppo ormai, al di là del modo in cui ci si arriverà, visto il vento di tempesta che già spira a Montecitorio, la legge-bavaglio s’annuncia come realtà. I cambiamenti decisi ieri e già presentati come emendamenti al Senato, in modo che alla Camera giunga un testo definitivo, se del caso da approvare a colpi di fiducia, non sono in grado di rendere più accettabile una riforma gravida di serie conseguenze. Va ricordato: per la prima volta, malgrado la volontà ripetutamente dichiarata di lotta sempre più dura contro la criminalità, si riducono i mezzi posti a disposizione della magistratura e delle forze dell’ordine per praticarla. La limatura imposta ai limiti per le intercettazioni ambientali, così come a quelli per la ricusazione dei giudici, unita al risibile allungamento temporale di sole 24 ore per le registrazioni, non sono tali da mutare la sostanza di una legge sbagliata e malfatta. Che ci sia stato in passato qualche eccesso nel modo di intercettare è evidente. Ma è altrettanto sicuro che la malattia, se di questo veramente si trattava, non meritasse una tale cura da cavallo.

La Stampa 09.06.10

"Attacco di Brunetta-Calderoli contro la sicurezza sul lavoro", di Giuseppe Vespo

L’ultimo attacco al mondo del lavoro colpisce uno dei fronti più delicati: la sicurezza. In nome della «semplificazione» l’articolo sette del ddl Brunetta-Calderoli, votato a Montecitorio, interviene sull’obbligo di denunciare gli infortuni alla magistratura. Ad oggi le imprese sono costrette dalla legge a segnalare all’autorità di pubblica sicurezza gli incidenti che costringono il lavoratore a letto o in ospedale per più di tre giorni.
LA DENUNCIA Con la nuova norma i datori di lavoro sono esentati dall’onere della denuncia se l’infortunio tiene il dipendente a casa per meno di 15 giorni. In questo caso, ad essere informato sarà solo l’Inail, che poi dovrà comunicare il fatto alla Direzione provinciale del lavoro. Inizialmente il testo prevedeva l’obbligo di avvertire i magistrati solo per gli incidenti che rendevano inabile il dipendente almeno per trenta giorni. Poi in commissione si è scesi a 15.Unrisultato che non lascia soddisfatto né il partito Democratico – che ha espresso voto contrario – né la Cgil. Sia il Pd sia il sindacato di Corso Italia licenziano l’articolo sette del ddl Brunetta- Calderoli come l’ultimo affondo contro i diritti dei lavoratori su infortuni e malattie. La polemica è divampata anche fuori dalla Commissione, con il ministro Calderoli che ha attaccato opposizione e rappresentanti dei lavoratori. «Non sanno di che parlano – ha detto – così si riducono inutili oneri burocratici per le imprese». La risposta a stretto giro è arrivata dall’ex ministro Cesare Damiano. «Non basta ridurre da trenta a 15 i giorni di inabilità del dipendente per i quali l’impresa è costretta a presentare la denuncia. Resta comunque una norma che peggiora le condizioni e la tutela della salute dei lavoratori».
ATTACCO ALLA SICUREZZA Il perché di tanta opposizione è giustificato in primo luogo dal fatto che si toglie alla magistratura la possibilità di indagare sugli infortuni e sulle condizioni degli ambienti di lavoro che li determinano. Viene meno cioè uno strumento fondamentale per la tutela della sicurezza, già appesantita dai tagli della manovra e dalle scarse risorse destinate ai controlli degli ispettori. «Con la scusa di semplificare – ha detto per la Cgil Sebastiano Calleri, del coordinamento nazionale Salute e sicurezza – impoveriscono l’attenzione e la vigilanza sui luoghi di lavoro». Un processo lento ma continuo: solo l’anno scorso in tema di sicurezza il governo ha cambiato 136 articoli sui 306 del Testo Unico del governo Prodi. Ieri, riprende Damiano, «la commissione ha votato anche l’articolo 7 ter, che abroga il registro degli infortuni delle imprese e non lo sostituisce con nulla. È gravissimo – continua l’esponente Pd – Noi avevamo deciso di eliminare il registro in favore di una banca dati informatica. Loro lo cancellano». Alle tante modifiche in tema di lavoro il governo ne ha aggiunta un’altra con la manovra Finanziaria: poche parole nascoste nell’articolo otto per eliminare l’obbligo della valutazione dei rischi nella pubblica amministrazione. Dalle scuole ai ministeri, fino agli ospedali. E chissà che l’esenzione non arrivi anche nel privato, si domanda ironico ma preoccupato qualche sindacalista. Per avere un’idea dell’importanza di temi come sicurezza e prevenzione basta leggere le cronache locali di tutti i giorni. Solo ieri si sono registrati due incidenti mortali sul lavoro, più il decesso di un terzo operaio rimasto ferito giovedì in una cava. Le ultime due vittime sono entrambe sarde. Si tratta di un operaio dell’Anas e di un agricoltore. Il primo travolto su una statale dal mezzo guidato da un collega, il secondo finito sotto un camion.

L’Unità 09.06.10

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Ispesl occupato: «Senza di noi chi farà i controlli negli impianti?», di Laura Matteucci

«Ogni giorno si piangono morti e feriti, si invoca la sicurezza sul lavoro, e poi smantellano l’unico ente che proprio sulla sicurezza fa ricerca, formazione, e che organizza i controlli sul territorio. Dovrebbero potenziarlo, altro che chiuderlo. C’è bisogno di soldi? Tutti sanno che per ridurre la spesa pubblica non servono i tagli con l’accetta, ma un serio sistema di indirizzo e controllo». Valentina Meloni è una dei circa 500 precari dell’Ispesl, l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, che la manovra di Tremonti vuole sciogliere nell’Inail. Ha 29 anni, un contratto a progetto da mille e 50 euro al mese rinnovato da sei anni ogni sei mesi, anche se il progetto di ricerca è sempre lo stesso: la pianta organica dell’Ispels prevede 1400 persone, ma in realtà gli assunti sono 800 perché non si indicono concorsi dal 2002 pur avendo l’autorizzazione per farli, e a coprire i vuoti ecco pronta la folla di co.co.co. L’accorpamento all’Inail, altro istituto in cui si prevedono tagli al personale, potrebbe significare restare a casa. Loro non ci stanno, continuano ad occupare l’ente perché il Parlamento ingrani la marcia indietro. E hanno molte ragioni da far valere.
LE RAGIONI PER NON CHIUDERE L’Italia investe in ricerca e sviluppo meno dell’1% del pil, ben lontano dal 3% deciso da Lisbona. L’Ispesl, commissariato da 2 anni dalla stessa persona che l’ha presieduto per i 30 precedenti, Antonio Moccaldi, sopravvive con 57 milioni di stanziamento statale e 37 di autofinanziamento che arriva dalle varie attività di servizio. A conti fatti (non da Tremonti, che non ha fornito alcuna cifra, ma dalla Cgil), il risparmio dato dalla soppressione sarebbe di alcune migliaia di euro. Mentre, sempre a stare sulle nude cifre, tra mancati prevenzione e controlli, l’assenza di sicurezza costa allo Stato il3%del pil ogni anno, considerando le ricadute sul servizio sanitario e sugli assegni di invalidità. «Se lasciano a casa i precari – dice Valentina – chi controllerà impianti e attrezzature nei luoghi di lavoro, chi lavorerà nei 37 dipartimenti territoriali? E chi farà ricerca sulle malattie invalidanti? L’Ispesl è autonomo, ente terzo rispetto agli interessi sia delle imprese sia delle parti sociali, e l’autonomia nella ricerca è una valore da salvaguardare ». Senza contare che l’istituto rientra già in un piano di riordino degli enti statali voluto dal governo, piano che adesso viene bypassato all’improvviso. «Un conto è razionalizzare, un altro cancellare con un tratto di penna – dice Gabriele Giannini, responsabile ricerca per la Cgil – Per questo governo ricerca e cultura sono d’impaccio». E Paola Agnello Modica, segretaria confederale Cgil, ricorda che «la sicurezza è già depotenziata dal Testo Unico ». «Eppure, oltre alle morti bianche, ci sono migliaia di infortuni che non vengono nemmeno denunciati come tali, perché il datore di lavoro spesso “invita” a farli passare come incidenti domestici o stradali, il che peraltro significa scaricarne i costi sulla collettività»

L’Unità 09.06.10

Bersani: "Manifestazione nazionale del PD al Palalottomatica il 19 giugno"

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha annunciato sulla pagina dei suoi sostenitori su Facebook la Manifestazione nazionale del Pd per sabato 19 giugno al Palalottomatica di Roma. E su internet ha rivolto un invito ad esserci “per un’altra politica economica, per la crescita e il lavoro, contro una manovra ingiusta e sbagliata, per dare voce a tutti i protagonisti sociali colpiti dalle scelte del governo. Vieni anche tu, facciamoci sentire!”.
Tutti al Palalottomatica allora “per il lavoro, l’equità fiscale, la scuola. Per dire il nostro no a una manovra che colpisce i soliti noti e non contiene alcuna misura per la crescita. Per questo ha fatto bene il segretario Bersani, a mobilitare il Partito Democratico per il prossimo 19 giugno” dice Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD.

E il 19 un posto speciale sarà riservato “al mondo della scuola, smantellato da tagli e scelte miopi e pericolose per il futuro del Paese” dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale del Pd.
“Il Pd da tempo denuncia con forza che la manovra da 24 miliardi di euro viene scaricata per 15 miliardi, ossia più della metà, su Regioni, Province e Comuni, e che questo si tradurrà in tagli a catena sulle risorse destinate
alla scuola. Per la prima volta in molte regioni i bambini che usciranno dall’asilo nido non troveranno posto nella scuola dell’infanzia. Per questo invitiamo insegnanti, studenti e genitori, a partecipare all’iniziativa del Pd contro la manovra. Sarà una occasione importante per dire no al Paese che sta disegnando per noi il governo della destra, un Paese che non investe sulla crescita reale, che danneggia il futuro delle giovani generazioni e ricaccia le donne a casa”.
No a questa manovra con proposte alternative, chiediamo di tornare ad investire sulla conoscenza diffusa e sull’istruzione pubblica di qualità per dimezzare i tassi di dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati, come chiedono gli obiettivi di Europa 2020. Chiediamo di sottrarre dai vincoli del patto di stabilità le spese d’istruzione e gli investimenti per l’edilizia
scolastica. “Sono queste solo alcune delle proposte che porteremo il 19 giugno al Palalottomatica ed è su questo che, insieme a tantissimi cittadini, sfideremo governo e maggioranza” conclude la Puglisi.

Davide Zoggia, responsabile Enti Locali della segreteria del Pd ricorda come la manifestazione nazionale per un’altra politica economica, per la crescita e il lavoro e per dare voce a chi è colpito dalle scelte del governo sarà anticipata da altre iniziative. Con un obiettivo: far sì che il Parlamento “ascolti la voce dei comuni italiani, che anche oggi attraverso il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, denunciano l’insostenibilità della manovra. Nonostante le false rassicurazioni del governo, la manovra presentata alle Camere chiede ai comuni un contributo doppio rispetto a quanto annunciato. Un provvedimento che, di fatto, li condanna alla paralisi con pesanti ricadute sulla qualità dei servizi ai cittadini. Il Partito democratico boccia questa manovra che, oltre ad essere iniqua, è in assoluta contraddizione con le politiche del federalismo fiscale, perché scarica oltre la metà del peso del provvedimento sugli enti locali. È l’ennesima prova che i proclami leghisti sono solo propaganda”.

Ettore Rosato, deputato Pd è convinto: “La gente ci capirà, è venuto il momento di alzare la testa e anche la voce. Condivido pienamente la proposta del segretario Bersani di promuovere una grande manifestazione nazionale contro questa manovra e a favore della crescita Il Pd si metterà di traverso con tutte le proprie forze contro questa manovra. In parlamento e nel paese perché più la si guarda e la si legge e più questa manovra fa acqua da tutte le parti. E’ una manovra solo di tagli indiscriminati e di sacrifici a senso unico, a volte indispensabili ma se non accompagnati da politiche volte alla crescita provocano effetti depressivi. Il Pd ha proposto la riduzione delle tasse sui redditi da lavoro e sulle imprese accanto ad una revisione delle tasse sulle rendite finanziarie e da capitale. Perché solo rilanciando i consumi si ottiene la crescita. E senza crescita si resta al palo. Il governo e la maggioranza restano sordi e marciano verso l’approvazione con il solito voto di fiducia. E’ inaccettabile. Non voteremo mai una manovra che peggiora le condizioni di vita di milioni di lavoratori, che non dà fiato alla ripresa e penalizza il nostro sistema produttivo”.

La senatrice del Pd Rita Ghedini dedica la manifestazione del 19 alle donne ed ai giovani perché “la manovra rischia di cancellare la prospettiva di un futuro più equo e sostenibile per tutti. Ancora una volta il Governo perde
l’occasione di mettere in moto le riforme, piccole e grandi, che servono a sbloccare l’Italia e a farla ripartire. Donne in pensione a 65 anni senza alcuna misura di riequilibrio del differenziale di genere che le discrimina nell’occupazione, nei salari, nelle carriere. Sempre meno servizi sociali per la conciliazione di lavoro e cura a causa dei tagli ai comuni, nessun incentivo all’occupazione, che le vede penalizzate in quanto maggiormente concentrata nel pubblico impiego e nei contratti precari. E sui precari che ormai non sono più giovani? Il nulla. E’ una manovra senza visione e senza coraggio: è necessario dirlo e dire agli italiani che c’è un’alternativa possibile”.

Il 19 giugno al Palalottomatica saremo in tanti a dirlo. Vi aspettiamo.

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"Un giorno di ordinaria eversione", di Massimo Giannini

È il colpo di coda del Caimano. In una mattinata di “ordinaria eversione”, Silvio Berlusconi è tornato in guerra con il mondo. Nell’ufficio di presidenza del Pdl, trasformato per l’occorrenza nella “quarta camera parlamentare” (la terza essendo com’è noto il salotto televisivo di Bruno Vespa) il presidente del Consiglio ha dato fondo al suo peggior repertorio, sparando ad alzo zero contro tutto e contro tutti: istituzioni e mass-media, avversari dell’opposizione e alleati della maggioranza. Sulla legge-bavaglio per le intercettazioni ha lanciato il suo anatema: il testo che va all’esame del Senato, “ostacolato da toghe e giornalisti”, è il punto di caduta finale per il centrodestra. Le modifiche apportate sono “definitive” (oltre che ancora una volta peggiorative), e alla Camera non saranno tollerati dissensi: dovrà approvarle così come sono. Strana visione non solo dei rapporti interni al suo partito (dove Fini pretende pari dignità e rispetto) ma anche del funzionamento del bicameralismo (dove il governo non può ipotecare ciò che farà ciascuno dei due rami del Parlamento sovrano).

Sul servizio pubblico radiotelevisivo ha lanciato la sua “fatwa azzurra”: a una Rai “così faziosa contro la maggioranza” non andrebbe rinnovato il contratto di servizio. Detto da un presidente del Consiglio non è male. Poi ci si stupisce, con falsa indignazione, se tanti italiani evadono il canone. Sugli scandali della Protezione Civile ha lanciato un consiglio: i tecnici non vadano più all’Aquila, dopo la “criminalizzazione” cui sono stati esposti dalle inchieste giudiziarie rischiano che “qualche mente fragile gli spari in testa”. Anche questa, in bocca a un capo di governo, non è male. Poi si contesta, con pelosa ipocrisia, chi usa le parole come pallottole. L’ultimo affondo del Cavaliere, in pieno delirio di autocratico-populista, riguarda come sempre le fondamenta della democrazia secondo la dottrina berlusconiana: in Italia (è il suo mantra) la sovranità non è del governo, non è del popolo, ma è “in mano a Magistratura democratica e alla Consulta”. Che dire? Non c’è più limite, né politico né psicologico, alla natura tecnicamente totalitaria e costituzionalmente rivoluzionaria di questo “potere”. Questo premier incarna ormai l’anti-Stato, non più lo Stato.

La Repubblica 08.06.10