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"La sovranità privata", di Carlo Galli

«Fare leggi rispettando questa Costituzione è un inferno». Certamente, alle molte e anche contrastanti definizioni di “Costituzione” mancava ancora questa: ma c´è da sperare che d´ora in poi i manuali di diritto costituzionale tengano conto anche della Costituzione come inferno, ultima delle esternazioni di Berlusconi in questi giorni.
D´accordo. Si tratta del solito espediente grazie al quale una sostanziale vittoria (il provvedimento sulle intercettazioni) viene fatta passare, in perfetto stile democristiano, per un compromesso di cui non si è soddisfatti: a ciò Berlusconi è spinto anche dal timore di esser poi travolto nella sconfitta nel caso che dal Quirinale venga uno stop alla legge. La prova di forza della “blindatura” – e a maggior ragione il pugno sul tavolo del voto di fiducia – è venata da debolezza, come ha scritto ieri Ezio Mauro. Al tempo stesso si tratta di una mossa diversiva, per aprire una polemica che distolga l´opinione pubblica sia dalla legge-bavaglio sia dalla manovra economica, due provvedimenti fortemente impopolari. E per incolpare qualcuno o qualcosa – la Costituzione, chi l´ha voluta in passato, chi la difende ora – come responsabile delle debolezze e delle contraddizioni dell´azione di governo, che vanno imputate invece alle divisioni nella maggioranza e all´uso distorto delle istituzioni, che non sono state pensate per essere utilizzate come ora avviene.
Il discorso pubblico che proviene da Berlusconi – esplicitamente post-costituzionale, e ormai anti-costituzionale – è infatti consapevolmente centrato sul trasferimento nel campo politico delle logiche imprenditoriali del “comando efficace”, libero da ogni contropotere costituito, anche da quello delle norme e delle procedure. La funzione pubblica è quindi concepita come qualcosa di discrezionale, che dipende dalla volontà del Capo: non a caso egli afferma che la Protezione Civile dovrebbe astenersi dal suo dovere, in Abruzzo; e che la Rai non dovrebbe vedersi rinnovare il contratto di concessione, se non si piega ai suoi voleri.
Questo prevalere del Privato sul Pubblico viene definito da Berlusconi “sovranità”: quel Privato ha infatti vinto le elezioni, e ha quindi ricevuto un presunto mandato dal popolo sovrano a governare senza limiti né controlli. A questa aberrante conclusione egli giunge poiché concepisce la sovranità come la titolarità e l´esercizio di una volontà monolitica e irresistibile (in un certo senso, come facevano i giacobini, che concentravano nelle loro mani la sovranità del popolo). È questo modo di pensare che gli fa dire che i pm e la Corte Costituzionale, esercitando le loro funzioni giurisdizionali, attentano alla sovranità; che cioè lo colloca al di fuori della dimensione costituzionalistica che la nostra democrazia si è consapevolmente data nel secondo dopoguerra. Infatti, la nostra Costituzione (non senza suscitare a suo tempo qualche perplessità, anche a sinistra) ha impiantato sul corpo della sovranità popolare l´elemento – che proviene dalla civiltà politica e giuridica del costituzionalismo inglese e americano – del controllo di legalità, da parte della magistratura, sulle azioni dei membri del ceto politico in generale, e del controllo di legittimità, a opera della Corte Costituzionale, sugli atti del Legislativo (e sui decreti dell´Esecutivo). Nessuno, nemmeno la sovranità popolare, è onnipotente: la politica si manifesta attraverso il diritto che limita, con la legge, ogni potere; e garantisce così i diritti di tutti.
Se Berlusconi afferma che agire secondo la Costituzione è un inferno, evidentemente pensa che il paradiso sia il potere senza limiti: il potere privato di un padrone (in greco, despòtes), reso onnipotente dall´investitura popolare. Insomma, la sua idea di sovranità è privata e al tempo stesso assoluta: è, tecnicamente, un´autocrazia plebiscitaria. La quale oggi si manifesta con chiarezza programmatica, ma forse anche epigrammatica: come annuncio di linee d´azione “riformistiche” per l´avvenire (secondo le parole di commento di Bossi, e secondo le proposte recentissime di Tremonti sull´articolo 41), ma anche come commento conclusivo di un ciclo politico, reso “infernale” proprio dalla sopravvivenza ostinata della Costituzione.
In ogni caso, questo “discorso” – che, certamente, cela la concreta finalità di coprire specifiche persone rispetto a specifiche responsabilità in specifiche inchieste giudiziarie: una finalità parziale alla quale si sacrificano beni collettivi come l´efficacia delle indagini e la libertà dei cittadini – fa passare come ovvia la tesi che la politica consista in un comando senza controlli, purché efficace. Ed è questa tesi a distaccare gli italiani dalle radici del loro passato democratico e costituzionale (recente, ma anche ormai remoto: o almeno così pare), e a generare, proprio col suo apparente tono iperpolitico, uno specifico atteggiamento antipolitico, cioè quell´analfabetismo civile che afferma qualunquisticamente che solo i fatti contano, e che le regole sono soltanto pastoie che frenano l´agire dei governanti. Una tesi, quella espressa da Berlusconi, che ha almeno il merito della chiarezza; e che individua un fronte di conflitto politico dal quale sarà difficile sottrarsi, anche per chi lo volesse: il fronte che vede da una parte chi lotta apertamente contro la forma e la sostanza della Costituzione, e dall´altra chi la difende, consapevole che in questa difesa – si spera non rassegnata, né di maniera – consiste ormai la sostanza della nostra democrazia.

La Repubblica 10.06.10

"Quella falsa parità", di Lietta Tornabuoni

Parlare di parità tra donne e uomini a proposito di pensioni è una menzogna sfacciata, e magari anche una gran porcheria. Eppure con aria virtuosa, convinti di dire qualcosa di equo, civile, moderno, tutti sembrano d’accordo: fissare l’età pensionabile a 65 anni per le lavoratrici pubbliche è un nuovo passo sulla via della parità; del resto corrisponde a un ordine europeo, non ci sono rimedi, bisogna farlo ed è giusto così.

Ma dovremmo sapere tutti che le indicazioni europee non sono mai state considerate ultimatum o diktat (altrimenti i conti pubblici, nostri e altrui, sarebbero in altre condizioni): sono appunto indicazioni, con le quali si può patteggiare, rinviare, limitare e arrangiarsi, almeno nel Paese delle pensioni baby. Dovremmo sapere tutti che le indicazioni europee diventano imperiose e impossibili da non rispettare soltanto quando convengono ai governi, quando rappresentano un buon pretesto per fare quanto serve ai governi e far sì che siano i cittadini a pagarne il prezzo. Quanto alla parità, è vergognoso usare una causa giusta per ottenere un risultato ingiusto. Nel lavoro, tra i due sessi non esiste parità. Semplicemente, gli uomini svolgono un compito, le donne ne svolgono due. Oltre le fatiche d’ufficio o di fabbrica, le donne debbono infatti affrontare contemporaneamente le fatiche domestiche (la spesa, cucinare, spazzare, fare i letti, spolverare, il bucato, stirare): oppure i nostri governanti credono che, come a casa loro, per lavori simili ci siano le domestiche, le cuoche, il personale di servizio? Insieme con le fatiche domestiche, alle donne sono riservate le fatiche della maternità: non soltanto mettere al mondo figli ma anche occuparsi di loro, comprenderli, aiutarli e curarli, dargli una mano con i compiti, educarli e istruirli: dato che in genere i padri li ignorano. Tutti dicono infine che a sessant’anni le donne sono in gamba, che le aspettative di vita si sono allungate, che le cifre della vecchiaia sono cambiate: questo sarebbe vero, ma due lavori svolti con relative responsabilità per venti anni e più stroncherebbero chiunque.

Quando si sente una notizia, alla televisione o altrove, specie se riguarda gli altri (se ci riguarda personalmente, lo sappiamo già) sarebbe meglio rifletterci con attenzione: e non farsi prendere in giro.

La Stampa 10.06.10

Scuola, Pd: Pagella elettronica? è norma manifesto, mancano fondi per applicazione

“Il nostro si all’articolo del ddl Brunetta che introduce la pagella elettronica è una sfida all’esecutivo. Vogliamo smascherare il governo che, ancora una volta ,propone una norma manifesto che non potrà essere attuata a causa dei tagli che il governo ha inferto al sistema scolastico”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che sottolinea come il suo gruppo sia “d’accordo in linea di principio con una norma che dovrebbe rendere più agevole e meno costosa la predisposizione delle pagelle. Tuttavia sappiamo con certezza che non potrà essere applicata dalle scuole né essere utilizzata da tutte le famiglie, che ad oggi, solo per metà hanno una connessione internet. Senza risorse per implementare i software – ha continuato Ghizzoni – senza strumentazione adeguata e senza personale di segreteria (i tagli imposti dalla Gelmini hanno decurtato di più di 4.000 posti) come potrà essere applicata questa norma?” – si chiede Ghizzoni. “La situazione della scuola è drammatica – prosegue – e la manovra finanziaria l’aggraverà ulteriormente: non sarà certo la pagella elettronica a innovare la scuola pubblica, vessata dai tagli enormi sugli organici e le insostenibili decurtazioni alle spese di funzionamento imposti dal Governo Berlusconi”, conclude.

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Di seguito la breve dichiarazione di voto dell’On. Ghizzoni oggi alla Camera dei Deputati

Signor Presidente, intervengo brevemente per dichiarare il voto favorevole del Partito Democratico alla norma in esame, poiché non si può che concordare su una misura che dovrebbe – ma il condizionale è d’obbligo – rendere più agevole, meno onerosa e meno costosa la predisposizione delle pagelle, che rappresenta ancora oggi un momento importante nella relazione fra la famiglia e la scuola.
Tuttavia, come Partito Democratico, abbiamo l’obbligo in questa sede di ristabilire il dato di realtà e di denunciare il fatto che la norma è destinata a restare lettera morta, poiché non sono state previste le necessarie risorse per attuarla. Verrebbe infatti da chiedersi con quali risorse e con quali finanziamenti saranno implementati i software per predisporre la pagella elettronica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Vale la pena ricordare che non si potrà fare affidamento ancora una volta sui contributi volontari versati dalle famiglie, che sono destinati ad altri usi e ad altri scopi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Varrebbe anche la pena di chiedersi con quale personale, signor Presidente, dato che le segreterie delle scuole sono assolutamente all’osso, dopo i tagli del Ministero e magari varrebbe anche la pena chiedersi con quale strumentazione.
Mi limito a ricordare i nuovi problemi che incontreranno le scuole e non cito un dato comunque che non può sfuggire al Ministro, cioè che poco meno della metà delle famiglie italiane non possiede una connessione Internet e quindi da qui capiamo la velleità del provvedimento in esame. Siamo alle solite: una «norma manifesto», che immaginiamo peraltro sarà propagandata con enfasi, ma che non cambierà la situazione drammatica in cui vivono e in cui versano le scuole e in particolare le loro segreterie amministrative (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). È una situazione determinata da questo Governo, che ha deciso di tagliare le risorse. Voglio ricordare che solo per il 2010 avete tagliato 226 milioni di euro per il funzionamento delle scuole, funzionamento ordinario, e avete tagliato anche il personale e gli organici: gli amministrativi perderanno 4.000 posti di lavoro.
Signor Presidente, la norma che stiamo per approvare quindi non innoverà la scuola, non cambierà lo stato della scuola pubblica, che è taglieggiata da una situazione finanziaria al collasso e da un organico ormai così risicato da renderlo largamente insufficiente. Si tratta di tagli alle risorse e al personale che non permettono alla scuola di assolvere al proprio compito costituzionale con la necessaria serenità e non permettono di innovarsi. Ben altro dovrebbero fare il Ministro Gelmini e il Ministro Brunetta: credere nella scuola pubblica e trasferire le risorse di cui necessita (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico

Approvata la Legge sulla dislessia. Soddisfazione dell’On. Ghizzoni, relatrice del provvedimento

La Camera ha approvato all’unanimità la legge sulla dislessia. Ora l’iter della legge prosegue al Senato. Soddisfazione è stata espressa dall’on. Manuela Ghizzoni (Pd), relatrice del provvedimento e presentatrice di una proposta di legge. Ecco la sua dichiarazione. «Esprimo grande soddisfazione per l’approvazione all’unanimità della nuova legge sulla dislessia e sui disturbi specifici d’apprendimento. L’ampia condivisione del testo e il finanziamento di ben 2 milioni di euro per la formazione del personale scolastico sono certamente una buona notizia per le famiglie dei ragazzi con Dsa. Adesso l’iter legislativo proseguirà al Senato dove ci auguriamo si possa arrivare rapidamente all’approvazione definitiva. L’obiettivo è quello di dare risposte a migliaia di bambini con difficoltà specifiche di apprendimento nella lettura, nella scrittura e nel calcolo. Stiamo parlando di una realtà molto numerosa che rappresenta tra il 3 e il 5 per cento degli alunni in età scolare ai quali per troppo tempo è stato precluso, se non contrastato, il diritto allo studio, al successo scolastico e ad un apprendimento appagante. Auspichiamo inoltre che lo stanziamento a favore della formazione venga stabilizzato all’interno del bilancio dello Stato, sarebbe una misura importante per individuare precocemente i segnali della Dsa e mettere in campo strategie didattiche, metodologiche e valutative adeguate».

"La supremazia del cupolone", di Salvatore Settis

Che cosa fare per salvare la campagna romana dalle colate di cemento, dall´assedio delle periferie (che l´etichetta ipocrita di «centralità» non salva dallo squallore e dal degrado)?
Il Sindaco Alemanno ha una sua ricetta: per «fermare la crescita a macchia d´olio» occorre «rompere i tabù», abolire l´antico vincolo per cui nulla nel territorio comunale può superare l´altezza della cupola di San Pietro. «Densificare la periferia», costruendo grattacieli «come l´Eurosky dell´Eur, che sarà l´edificio residenziale più alto d´Italia». Anzi, «demolire le periferie e ricostruirle», «densificando»: una Roma di grattacieli «accanto al centro storico più importante al mondo».
Diagnosi giusta, ricetta sbagliata. L´orrido urban sprawl che assedia non solo Roma, ma tutte le nostre città, va contrastato mediante nuove politiche dell´abitare, con una gestione del paesaggio conforme alla tradizione (e alla Costituzione), abbattendo e riqualificando. Rivoluzione che non si compie in una notte, ma presupporrebbe il diffondersi di una cultura urbanistica e architettonica meno sgangherata di quella che sta divorando un Bel Paese sempre meno meritevole di tal nome. Richiederebbe il rispetto delle regole, a cominciare da un Codice dei Beni Culturali che è quanto di più bipartisan si possa immaginare (portando le firme dei ministri Urbani, Buttiglione, Rutelli), ma che tutti s´industriano a dilazionare, modificare, aggirare con deroghe, o francamente a ignorare. Esigerebbe legioni di architetti meglio attrezzati, di assessori meno proni al volere d´ogni palazzinaro, di cittadini capaci d´indignarsi. Nell´orizzonte italiano (e non solo di Roma) io non vedo l´alba di questa nuova consapevolezza, né il tentativo di crearla, agendo (per esempio) nelle scuole, facendo di questi temi uno dei centri della discussione politica, coinvolgendo nella discussione i cittadini, le associazioni per la tutela e per l´ambiente.
Vi fu un tempo, specialmente in Italia, in cui la costruzione della città implicava, per scelta civile ma anche per tensione etica e politica, un atto consapevole di auto-limitazione. Il principio era uno e uno solo: il bene comune, con l´intesa (che non ebbe mai bisogno di argomenti, perché non aveva avversari che osassero fiatare) che esso doveva coincidere con la bellezza e l´ornamento della città. Il Costituto di Siena del 1309 dice espressamente che «intra li studii et solicitudini è quali procurare si debiano per coloro, che hanno ad intendere al governamento de la città, è quello massimamente che s´intenda a la bellezza della città», perchè la città –continua-dev´ essere «onorevolmente dotata et guernita», tanto «per cagione di diletto et allegrezza» ai forestieri quanto «per onore, prosperità et accrescimento de la città et de´ cittadini di Siena». Gli Statuti comunali (ma anche quelli delle città regie, per esempio di Sicilia) prescrissero per secoli gli stessi principi in tutta quella che oggi si chiama Italia, e con buona pace della Lega si chiamava così anche allora: bellezza, decoro, ornamento, dignità, onore pubblico sono le parole martellate dalle Alpi alla Sicilia, alla Sardegna. Per secoli. Al privato che rivendicava i propri diritti di proprietà, sempre si rispose che ogni interesse del singolo dev´esser sovrastato dal pubblico bene, e si ricorse alla nozione giuridica di publica utilitas fondandola sopra la tradizione del diritto romano. A Roma Gregorio XIII, nella costituzione apostolica Quae publice utilia et decora (1574), proclamò sin dalle prime righe l´assoluta priorità del bene e del decoro pubblico sulle cupiditates e sui commoda [interessi, profitti] dei privati, e sottopose a rigoroso controllo l´attività edilizia di tutti i privati (anche gli ecclesiastici, anche i cardinali).
Non vi fu, allora, un Berlusconi che al grido di «padroni in casa propria!» accusasse quel Pontefice di cripto-comunismo. Ma l´urban sprawl che ci affligge, e che giustamente Alemanno denuncia e vuole arrestare, è figlio del tramonto del pubblico bene, e del trionfo degli interessi del singolo. Le periferie-centralità che si sono insediate fra gli acquedotti dell´antica Roma, fra le tombe e le ville dei Cesari, da questo nacquero: dietro ogni orrore c´è un cedimento (per non dir complicità) delle amministrazioni capitoline, una genuflessione davanti ai vantati diritti del privato, un´offesa a due millenni di priorità del bene pubblico sulla cupiditas privata. Di quelle scelte Alemanno non ha colpa: ma i suoi grattacieli, che pretendono di essere l´opposto dell´urban sprawl, sono più probabilmente il rilancio e la legittimazione di una crescita periurbana tanto più disordinata quanto più «densificata».
In molte città d´Italia si scelse per secoli il monumento-simbolo che servisse da esaltazione dello skyline : a Siena fu la Torre del Mangia, a Modena la Ghirlandina, a Roma la cupola di San Pietro. Misure convenzionali, certo, ma altamente simboliche di un´etica del self-restraint, di un´idea della città unitaria, compatta, dotata di memoria, di un´anima. Capace di pensare se stessa. Quello che Alemanno chiama «tabù» fu in vrità proprio il contrario: una scelta meditata, misurata, consapevole, ricca non solo di storia o di memoria, ma di quella che potrebbe chiamarsi la modellazione del futuro. L´idea era semplice: conservare lo spirito della forma urbis imperniandola su moduli-base di crescita. Costringere l´architetto (anche il più grande) entro regole di rispetto della memoria storica, così come il poeta (anche il più grande) deve comporre i suoi versi secondo misure prestabilite. Creare per i nostri figli un´armonia che somigli a quella che abbiamo ricevuto dai nostri padri.
Vedremo a che cosa somiglieranno i grattacieli proposti da Alemanno, e in che cosa sapranno distinguersi dalle architetture in genere scellerate che infestano quello che fu l´agro romano. Vedremo se essi tracceranno una nuova forma urbana, o saranno una corona di spine che assedia, o crocifigge, il centro storico «più importante al mondo». Vedremo se sapranno rimediare a quella indeterminata e incessante espansione delle periferie ai danni dell´ambiente naturale e storico, sempre più marcatamente dissolto nella confusione di una disordinata megalopoli; o se, al contrario, ne aggraveranno i problemi proprio col «densificarla». Lo vedranno, prima di tutto, i romani, se –come Alemanno promette-saranno chiamati a una consultazione popolare. Ma con quali informazioni? Con quale cultura urbanistica e architettonica? Con quale senso del bene comune?

La Repubblica 09.06.10

"Una rete per far vivere i luoghi dell’antifascismo", di Mirco Zanoni

Da Casa Cervi alla Risiera di San Sabba nasce un collegamento di siti in cui si è svolta la Storia. Per viaggiare dal vivo dentro il ‘900. Il coordinamento dei luoghi della memoria in Italia è una sfida a cui sta lavorando da quasi due anni l’Istituto Alcide Cervi. Una rete di musei, memoriali, percorsi, centri di sensibilizzazione che hanno al centro la storia dell’antifascismo, della Resistenza, della deportazione, della guerra.
Non si tratta di luoghi muti, o semplici «pietre dolenti», lapidi di una stagione di sofferenza che ha costellato soprattutto il biennio 1943-45. Al contrario, lo sforzo che si sta mettendo in atto, a partire dalla Casa dei sette fratelli Cervi, è quella di creare una grande sinergia tra luoghi attivi di cultura, didattica, ricerca, turismo consapevole. Un’esperienza non dissimile a quella che è già presente in Paesi come Germania e Francia sugli stessi temi.
Andare a memoria è il seminario che si è svolto proprio presso il Museo Cervi di Gattatico (Reggio Emilia) il 4 e 5 giugno, in cui si è sancito l’inizio di questa rete. Insieme alla Fondazione Villa Emma di Nonantola e al Coordinamento Associazioni per Monte Sole, l’Istituto Cervi ha ribadito la nascita di Paesaggi della Memoria, attorno ad un primo nucleo forte di luoghi in tutta Italia (23 ad oggi) e incarnato in un manifesto o carta d’intenti che è possibile conoscere attraverso il sito www.fratellicervi.it. Questa rete si sta già allargando ad altri attori, specialmente nel centro Italia, costellata di esempi dei Campi di concentramento fascisti per slavi e dissidenti: la loro presenza ad «andare a memoria» pochi giorni fa, è il segno di una necessità avvertita da più parti, fare «massa critica» di un patrimonio (i luoghi, appunto) dove i cittadini possano toccare con mano la storia, incontrare ancora la memoria dei testimoni, approfondire con strumenti al passo coi tempi la conoscenza storica in Italia. Nella consapevolezza che, sulla memoria, chi si ferma è perduto. Andare a memoria, nel gioco di parole evocato, è anche un invito di moto a luogo verso la conoscenza di quegli anni.
Certo, un cammino impervio nei siti autentici della storia. Vicende locali ma assolute, familiari e collettive (Casa Cervi, Villa Emma), di stragi e di deportazione (Monte Sole-Marzabotto, S. Anna di Stazzema, Fossoli, Borgo San Dalmazzo…), che viste nel loro insieme danno la geografia della memoria.
I prossimi passaggi saranno quelli di sollecitare un ampliamento di Paesaggi della memoria, mentre si costruiranno strutture in grado di essere interlocutori all’altezza della sfida. Sollecitando le istituzioni in ogni modo: l’assessore alla cultura dell’Emilia Romagna Massimo Mezzetti ha preso impegni sul tema di legislazione di tutela dei luoghi. Così come già presente in Piemonte, regione costellata di luoghi della memoria e di storie di partigiani.
Come qualcuno ha scritto in questi giorni, si tratta di un’azione in controtendenza rispetto alla concezione della cultura vigente in questo Paese. Fare rete serve oggi a difendersi meglio dalla scure dei tagli.
La prossima sfida sarà quella di coinvolgere i grandi monumenti nazionali, irrinunciabili per questa rete. Le fosse Ardeatine, La Risiera di San Sabba, La Foiba di Basovizza. Mentre cresce la consapevolezza che senza questa mappa sensibile di relazione tra territorio e storia, fra cittadinanza e paesaggio umano, la storia complessa della seconda Guerra Mondiale rischia di essere una macchia indistinta (e incolore) sui libri di storia. Casa Cervi continuerà per parte sua a metter gambe, cuore e pensiero ad un progetto di cui va l’identità storica italiana.

L’Unità 09.06.10

Scuola, Pd: Maturità? Gelmini fa marcia in dietro, finalmente rinsavisce

“Sarà l’arrivo dell’estate o forse l’avvicinarsi degli esami di maturità, fatto sta che il ministro Gelmini appare finalmente rinsavito e abbandona la tanto sbandierata linea del rigore”. Così le deputate del Pd nella commissione Cultura della Camera Maria Coscia e Manuela Ghizzoni commentano la ‘retromarcia’ del ministro Gelmini sui criteri di ammissioni all’esame di maturità. “Tuttavia – aggiungono – ancora una volta siamo davanti ad una palese retromarcia di un ministro che non perde occasione di fare propaganda sulla pelle dei ragazzi, discreditare gli insegnati, il loro buon senso e le loro capacità di valutazione. La scelta del sei in tutte le materie era una scelta sbagliata. C’è voluto più di un anno perché anche la Gelmini se ne accorgesse – concludono- prendiamo atto di questa sua resipiscenza”: