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"La Lega e il sacco dei beni pubblici", di Vittorio Emiliani

Confesso di aver capito poco o nulla dell’utilità pratica (e dell’equità) del federalismo demaniale e di quello fiscale spiegate a «Ballarò» dal governatore del Piemonte Roberto Cota (Lega Nord). Ne sono uscito più allarmato che mai. L’Italia unita rischia di impiccarsi alla data-capestro del 21 maggio entro cui il primo va approvato in forza della legge-delega n. 42 del 2009.
Sappiamo da ieri che Bossi, dismesso l’elmo celtico e vestito non so se da Urbano II, papa francese, promotore della Militia Christi e della Prima Crociata, o da Godefroy de Bouillon (Goffredo di Buglione), muoverà da Piacenza verso sud con una “crociata” leghista. Non sappiamo invece quanto costerà il federalismo fiscale. Noi ridiamo, però c’è chi ci crede e la Lega, il più fedele alleato di Berlusconi, va avanti: il Pdl marcerà compatto sul il federalismo demaniale, prima tappa di quello fiscale? Il solo a levare moniti severi sull’Unità d’Italia è il presidente Napolitano. Le opposizioni non alzano barricate (forse per non dispiacere i propri sindaci e governatori). L’italico “spezzatino” può anticipare la secessione del Nord che Bossi vuole da sempre.
Il federalismo demaniale trasferisce beni sinora di tutti agli enti locali e regionali per supportare altre competenze trasferite alle Regioni. Il loro valore era stimato sui 5 miliardi di euro. Poi ridimensionato a 3,2 e anche meno (escludendo le Regioni a statuto speciale). Beni fino ad oggi posti a garanzia del crescente debito pubblico e che ora verrebbero “valorizzati”, cioè svenduti (il mercato immobiliare è fermo e gli enti locali affamati di soldi), e addio garanzia. Inoltre, la maggior parte di tali beni è al Nord e il 27% nel Lazio. C’è un meccanismo perequativo? Cota vi ha accennato, ma non s’è capito. Per ora è certo che ne trarrebbero vantaggi il Nord e il Lazio e svantaggi il solito Sud.
Sono caserme, tratti di costa, spiagge (le concessioni sono già gestite dalle Regioni peraltro), il demanio idrico e quello marittimo, poligoni di tiro, importantissimi dal punto di vista paesaggistico perché ragioni di sicurezza hanno imposto di conservare intatte enormi aree tutt’intorno. Avremo il sacco di beni oggi di tutti? Non rendono molto e però sono collettivi. Mancano nove giorni alla data-capestro e mancano anche elenchi dettagliati di quei beni. Ne sono esclusi quelli di “alto valore culturale”. Chi li individua? Non si sa. Le Soprintendenze? Non è certo.
Siamo dentro una crisi epocale che esige una cabina di regìa forte e un ferreo controllo della spesa. Mentre il federalismo i centri di spesa li moltiplica. Perché dovremmo impiccare l’Italia alla data del 21 maggio? Per l’alleanza Bossi-Berlusconi? Per i deliri dei Crociati leghisti stile 1096? Noi ridiamo, ma loro vanno avanti.

L’Unità 13.05.10

"Bertolaso e Anemone tra segreti e bugie", di Claudia Fusani

Nelle annotazioni relative all’anno 2003 si legge: “Via Giulia-Bertolaso”, intervento numero 5 della lista. Stesso anno solare, intervento n°19, questo volta c’è solo: “Bertolaso”. Poi c’è “via Bellotti Bon 2”, anno 2004, l’abitazione di Bertolaso; “via Vitorchiano”, sede della Protezione Civile, intervento n°7 dell’anno 2005; “uffici presidenza protezione civile via Ulpiano”, intervento n° 23 del 2006; e di nuovo, “via Vitorchiano”, intervento n°41 del 2007. Dopo il capitolo chiese e conventi e caserme e palazzo Chigi, non c’è dubbio che uno dei clienti più affezionati di Diego Anemone sia proprio Guido Bertolaso e gli uffici delle varie sedi della Protezione Civile. Così dice “la lista” già ribattezzata “dei favori e dei lavori”, il personalissimo libro mastro del costruttore Diego Anemone, perno, con Balducci, della cricca che ha monopolizzato gli appalti pubblici negli ultimi dieci anni.

Prima ancora degli eventuali scambi di favori – leggi lavoretti di falegnameria – la cosa certa qui sono le incongruenze tra le “verità” del sottosegretario n°1 della Protezione civile e i fatti che emergono nell’inchiesta. «Non ho mai mentito agli italiani» disse venerdì scorso nella conferenza stampa (che su l’Unità chiamammo “pro domo sua”) per realizzare la quale ottenne l’uso esclusivo di Palazzo Chigi. Bertolaso, invece, o quel giorno era molto distratto o ha mentito. E la lista ne è la prova. «Conoscevo Anemone, persona corretta e un gentiluomo – disse – ma nego di averlo mai chiamato ‘il capo’ o di aver avuto rapporti privilegiati». Spiegò – per la prima volta, come se volesse mettere le mani avanti – che Anemone aveva fatto alcuni lavoretti di falegnameria in casa sua («Sistemò le tapparelle e per questo è stato regolarmente pagato con assegno da 20 mila euro») e che la moglie Gloria Piermarini, architetto paesaggistico, nel 2007 aveva fatto una consulenza per il verde del “Salaria Village” pagata con regolare fattura. E aggiunse: «Un lavoro interrotto quando si seppe che Anemone sarebbe stato beneficiario di appalti da parte della Protezione civile». Già dopo la conferenza stampa ci si domandò perché mai Bertolaso, indagato per corruzione dal 10 febbraio scorso, non aveva comunicato questa informazione ai magistrati di Perugia nell’interrogatorio (di sei ore) del 13 aprile scorso. Ora si scopre che la ditta Anemone aveva lavorato per la Protezione civile ben prima del 2007. La lista dei favori e dei lavori minuziosamente tenuta dal costruttore Diego Anemone pone anche altri imbarazzanti interrogativi. Per esempio: che tipo di intervento ha fatto Anemone in via Giulia sotto il nome Bertolaso? Il capo della Protezione civile ieri ha smentito di aver mai avuto un appartamento in via Giulia. Eppure Anemone mette nero sui bianco “Via Bellotti Bon2 (casa di Bertolaso)- Via Giulia-Bertolaso”, anno 2004.

Gli interventi di Anemone. Non saranno poi case di sua proprietà, ma Anemone interviene due volte negli uffici di superGuido al secondo piano di via Ulpiano, finestre ad angolo, da un lato il Tevere e dall’altro le statue di marmo del Palazzaccio. E altre due volte in via Vitorchiano, seconda sede della Protezione Civile. Possibile che solo Anemone in tutta Roma e provincia fosse in grado di eseguire quei lavori? Dopo quello delle cose non vere c’è il capitolo delle cose non dette. Quelle che, ancora una volta, Bertolaso ha trascurato nella sua conferenza stampa. Ed ecco che dalla lista emergono i grandi appalti che la ditta Anemone si è aggiudicata prima della stagione del G8, dei Mondiali di nuoto e dei Grandi Eventi. Ad esempio, nel 2005, un importante appalto per la messa in sicurezza del Gran Sasso (“L’Aquila-G.Sasso” si legge al punto 35 dell’anno 2005) e nel 2004 la ricostruzione della scuola di San Giuliano di Puglia, a Campobasso, tirata giù da un terremoto che uccise 27 bambini e un insegnante. E suscitano molti interrogativi anche i silenzi di Bertolaso sul cognato Francesco Piermarini, l’ingegnere fratello della moglie. Era nella “Unità di missione” del G8 della Maddalena e grazie alla “lista” scopriamo che la sua “Ecorescue”, società specializzata in rifiuti e bonifiche, ha ricevuto 125 mila euro per una consulenza con la “Cogecal srl”, la ditta incaricata della costosissima bonifica dell’Arsenale della Maddalena. Il titolare della “Cogecal”, Roberto Calcabrini è tra i beneficiati da Anemone nella lista dei favori. Non è spiegato cosa. Può essere di tutto: da un lavello a un appartamento.

L’Unità 14.05.10

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“Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti”, di Fiorenza Sarzanini
Il costruttore della «cricca» smentisce Pittorru Verifiche sugli indirizzi di politici e prelati. L’interrogatorio si è svolto poco prima che lasciasse il carcere. E per la prima volta Diego Anemone ha accettato di rispondere alle domande degli investigatori. Nel muro di silenzio che aveva eretto sin dal giorno del suo arresto, si è dunque aperta una crepa. Adesso non è escluso che la situazione possa cambiare. Dopo la scelta di collaborazione di Angelo Zampolini—l’architetto al quale erano state delegate le operazioni di compravendita di appartamenti per i potenti — anche il principale indagato decide di fornire indicazioni preziose per l’inchiesta. E così «incastra» il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, al quale aveva regalato due appartamenti al centro di Roma e tre ristrutturazioni. Ora si va avanti. E proprio al giovane imprenditore si chiederanno chiarimenti su quella lista di 370 persone custodita in un computer della sua impresa. Politici, alti funzionari dello Stato, prelati, personaggi dello spettacolo: sono decine i «clienti» di Anemone. Le verifiche affidate alla Guardia di Finanza dovranno stabilire chi abbia goduto dei favori e chi invece abbia regolarmente pagato le fatture. E soprattutto quale di questi lavori «privati» sia legato alla concessione di appalti pubblici.

L’incontro all’alba
Sono le 5 di domenica scorsa, carcere di Rieti. Un ufficiale della Guardia di Finanza entra nella saletta colloqui e incontra Anemone prima che lui lasci la cella per scadenza dei termini di custodia cautelare. Esibisce un ordine di perquisizione. Spiega il motivo della sua visita. Qualche settimana fa è stato interrogato a Perugia il generale Pittorru. Ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi ha raccontato che i soldi per l’acquisto delle due case erano un prestito. «Esiste una scrittura privata che lo dimostra – ha giurato – ed è custodita nella mia casa in Sardegna ». Chiede qualche giorno per avere la possibilità di recuperarla. I magistrati non credono alla sua versione, decidono di concedergli comunque il tempo richiesto. Ma quando il generale torna in Procura afferma che le carte gli sono state rubate e non può dimostrare quanto ha sostenuto. «Chiedete ad Anemone», aggiunge, sicuro che l’imprenditore confermerà la sua versione. Non va così. Dopo aver ricostruito i fatti, l’investigatore spiega ad Anemone che si dovrà procedere a controlli per rintracciare il documento. A questo punto lui accetta di parlare. E smentisce la versione fornita dallo 007. Chiarisce che tra loro non èmai stata stipulata alcuna scrittura privata e soprattutto spiega di non aver concesso al generale alcun prestito. L’investigatore non va oltre, ma le risposte di Anemone bastano a confermare l’accusa di corruzione già contestata a Pittorru. Ora è possibile che all’imprenditore sia chiesto conto di altre circostanze emerse dall’indagine. Mentre era detenuto si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. Quanto è stato scoperto finora e, soprattutto il rischio di commissariamento di tutte le sue aziende, potrebbero averlo però convinto a cambiare atteggiamento.

Gli indirizzi «coperti»
Un chiarimento potrebbe essere sollecitato quantomeno sul criterio di archiviazione degli appalti ottenuti tra il 2003 e il 2008 elencati in quella lista custodita nel computer del fratello Daniele. Era il 14 ottobre 2008. Nel corso della verifica fiscale avviata dalla Guardia di Finanza sull’”Anemone Costruzioni” fu trovato quel foglio. La segretaria Anna, allarmata, si premurò immediatamente di avvertire il «capo»: «Hanno aperto il pc e la cassaforte. Daniele ha detto che c’è questo mondo e quell’altro. Però sembrerebbe, da quello che sono riuscita a vedere perché mi sono messa lì vicino con una scusa, che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, ’ste cose qua». Effettivamente la lista è lunga e variegata. Oltre a politici e prelati, ci sono numerosi ufficiali della Guardia di Finanza, funzionari dei ministeri, agenti di polizia e dei servizi segreti. In alcuni casi compaiono soltanto gli indirizzi ed è su questo che si concentrano le verifiche per scoprire se questo accorgimento serva a proteggere personaggi di primo piano che potrebbero aver beneficiato di favori.
Guido Bertolaso dovrà chiarire ai magistrati come mai non abbia fatto cenno nel suo interrogatorio ai tre interventi di ristrutturazione effettuati nei suoi appartamenti dalla ditta di Anemone, ammettendone soltanto uno. Stessa domanda sarà rivolta all’ingegner Rinaldi, che riceveva gli operai nelle sue dimore ed è accusato di aver agevolato l’imprenditore per i mondiali di Nuoto e per altri appalti, anche se il suo avvocato Titta Madia nega che ci siano mai stati favoritismi. E si interrogherà di nuovo anche Mauro Della Giovampaola, pure lui inserito nella «cricca » come delegato di missione al G8 della Maddalena, che avrebbe ottenuto lavori per l’appartamento di sua madre.

Le altre liste
Nei computer sequestrati negli uffici di Anemone e tra i documenti trovati nelle case degli indagati ci sono numerosi appunti che potrebbero svelare i nomi di nuovi beneficiari illustri dei favori elargiti dal costruttore. In particolare ci si concentra sui manager di Stato che lo avrebbero agevolato nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. E sulla concessione dei finanziamenti alle sue società. Per questo un ruolo chiave viene assegnato dagli inquirenti al commercialista Stefano Gazzani, che si occupava delle transazioni finanziarie. Il suo nome è inserito nell’elenco delle operazioni sospette segnalate dalla Banca d’Italia: trasferimenti di denaro in Italia e all’estero che potrebbe celare il versamento di tangenti, ma anche l’acquisto di altri appartamenti. I pubblici ministeri hanno sollecitato il suo arresto e già oggi il tribunale del Riesame di Perugia potrebbe rendere nota la decisione, stabilendo così se questa parte dell’indagine debba restare nel capoluogo umbro o se invece vada trasferita a Roma come aveva deciso il giudice delle indagini preliminari e ribadito l’avvocato di Gazzani, Bruno Assumma. Il «verdetto» appare determinante per il futuro dell’inchiesta. L’eventuale trasmissione del fascicolo nella capitale, ne provocherebbe infatti la frammentazione, mentre Sottani a Tavarnesi hanno evidenziato la necessità di procedere alle verifiche «in uno stesso contesto, visto che ci trova di fronte a un’associazione a delinquere che agiva per pilotare gli appalti pubblici» e procurare un arricchimento ai suoi componenti e a tutti coloro che erano in grado di aiutarla. La dimostrazione è in quei lussuosi appartamenti che Anemone contribuì ad acquistare, oltre che per Scajola e Pittorru, anche per il genero di Ercole Incalza, potente braccio destro dei ministri delle Infrastrutture Lunardi e Matteoli.

Il Corriere della Sera 14.05.10

"Non erano schiaffi", di Marina Sereni

«Basta schiaffi al leader» titola oggi un grande giornale parlando dell’atmosfera che avrebbe contrassegnato una riunione della maggioranza del Pd in risposta all’iniziativa di Area Democratica.
Poiché i resoconti giornalistici, con la parziale eccezione dei giornali amici come Europa, non hanno consentito di cogliere appieno né il clima né la ricchezza del dibattito (peraltro pubblico e disponibile sul sito www.areademocratica.it) di Cortona, forse non possiamo fidarci neppure della ricostruzione di quella riunione di “bersaniani”…Il seminario di Area Democratica è stato un successo, per la partecipazione di tante persone da tutta Italia, per la discussione approfondita sui molti temi politici cruciali per il Pd: il Nord e il Sud, il lavoro, la scuola e l’università, le riforme istituzionali, il futuro del bipolarismo, la strategia del Pd dopo il voto. A Cortona la minoranza del partito si è interrogata, con l’aiuto di esperti come D’Alimonte, Feltrin, Viesti, su come aiutare il Pd a comprendere la società italiana, a entrare in sintonia con ceti e territori che ci avvertono distanti dai loro problemi quotidiani ed incapaci di offrire una alternativa credibile alla destra. Sbaglierebbe dunque la maggioranza del partito a considerare con irritazione quell’appuntamento.
Intervenendo lì ho usato un’espressione, poi ripresa sia da Fassino che da Franceschini nella giornata conclusiva (cedo volentieri il copyright): la nostra tre giorni è stata «un atto d’amore verso il Pd», una sollecitazione a riflettere criticamente su ciò che non funziona nel profilo e nella strategia politica del nostro partito, alla luce dei molteplici segnali che il voto ci ha consegnato. I problemi che il Pd deve affrontare sono profondi e di medio periodo, non nascono con l’ultimo congresso. L’esito delle elezioni ci parla di una seria difficoltà di rapporto con l’Italia reale e dell’incapacità di fare sintesi efficaci su problemi complessi, nuovi e dirompenti nella società italiana: l’immigrazione, il patto fiscale tra stato e cittadini e l’efficienza della spesa pubblica, la flessibilità nel mercato del lavoro e l’equità tra le generazioni, la modernizzazione del sistema pubblico come fattore di equità sostanziale tra i cittadini, le modificazioni nella famiglia e le nuove esigenze di protezione sociale. Insomma non è imputabile solo a Bersani se il Pd appare oggi incapace di dare risposte convincenti alle domande che ci rivolgono sia aree sociali impaurite e impoverite dalla crisi sia ceti dinamici – come i milioni di operatori che si sono riuniti nella Rete Imprese Italia – vogliosi di affermare le proprie capacità e risorse per trasformare il paese.
Ci sono però almeno quattro punti su cui invece ci sembra indispensabile chiedere al segretario del partito di introdurre delle correzioni: l’abbandono di scorciatoie politiciste (le alleanze come surrogato del progetto) e organizzativistiche (la nostalgia per modelli di partito non più proponibili nella società atomizzata e complessa di oggi); l’accentuazione di un profilo del Pd come un partito “di sinistra”, che ritaglia per sé uno spazio ristretto a mondi considerati a torto “nostri”, e che magari guarda con favore ad un terzo polo “centrista”; un qualche fastidio per il pluralismo interno che rischia, soprattutto sul territorio, di spingere ai margini energie fondamentali per il Pd.
L’assemblea del 21 e 22 maggio dovrebbe avere al centro l’Europa e l’Italia, i problemi economici e sociali che toccano lavoratori e piccole imprese, le nostre proposte per far ripartire la crescita e per riformare le istituzioni, per l’università e per la green economy. Area Democratica non perderà l’occasione per portare in quella sede un contributo di idee e di contenuti.
Con lo stesso spirito ci confronteremo nella commissione statuto che sta predisponendo delle proposte da sottoporre alla stessa assemblea nazionale. Lo statuto è la carta fondamentale dello stare insieme nel partito, fu approvato all’unanimità ed è decisamente auspicabile che le regole siano frutto di una larga convergenza. Lo statuto non è intoccabile, ovviamente, e alcuni aggiustamenti sono opportuni anche alla luce dei problemi che si sono prodotti nel territorio all’atto concreto dell’attuazione di quelle norme.
Ciò che noi consideriamo prioritario e irrinunciabile è che le primarie per la scelta di candidati a sindaco, a presidente di provincia o di regione – preferibilmente di coalizione, altrimenti di partito – possano essere consolidate come uno strumento positivo, di rinnovamento della politica e di partecipazione dei cittadini. Nessuno ci capirebbe se riaprissimo una stucchevole discussione “di principio” su primarie sì/primarie no mentre centinaia di migliaia di persone si attendono da noi un’iniziativa politica che parli della loro vita quotidiana, delle loro paure e delle loro speranze in questa crisi. Ma nessuno ci capirebbe neppure se, anziché lavorare per migliorare il funzionamento di una delle innovazioni che gli elettori del centrosinistra hanno mostrato di apprezzare, facessimo dei passi indietro in un clima di così forte disaffezione e distanza dei cittadini dalla politica e dalle sue istanze.
Un partito grande e moderno per definizione non può essere monolitico e omogeneo nei riferimenti culturali e sociali, deve saper discutere, confrontarsi, fare sintesi. Pluralismo e unità stanno insieme, parlarsi e confrontarsi sulle idee è sempre meglio che chiudersi nei propri recinti magari per potersi dare meglio gli schiaffi.

da Europa Quotidiano 14.05.10

"Istituti tecnici, la Confindustria coglionata", di Pino Patroncini

Quattro anni fa la riforma della secondaria superiore della Moratti era stata bloccata anche per l’opposizione anche di Confindustria che non gradiva la trasformazione degli istituti tecnici in generici licei tecnologici. In quella occasione gli istituti tecnici, rievocati come i grandi accompagnatori del processo di industrializzazione degli anni sessanta, erano stati persino definiti “i gioielli di famiglia”, i quali, per l’appunto, non potevano essere alienati.
Gelmini sapeva tutto ciò. Suo obiettivo fu quindi quello non cadere nello stesso errore di trovarsi praticamente nemici (e che nemici!) in casa. Pensò quindi di accattivarsi le simpatie di Confindustria per i suoi tagli-gabellati-per-riforma coinvolgendo gli industriali nella gestione scolastica da subito, senza attendere la riforma degli organi collegiali a cui stava lavorando la sua amica-rivale Aprea, e istituendo i cosiddetti comitati tecnico-scientifici paritetici tra componenti interne alla scuola e componenti esterne. Di fronte a questa proposta a Confindustria non parve vero di ritornare ai vecchi consigli di amministrazione degli istituti tecnici e professionali degli anni cinquanta e sessanta nella illusione di rinverdire le glorie industriali di quegli anni insieme alle glorie scolastiche.

Illusione perché fino al 1965 in realtà di glorie scolastiche ce ne erano poche: dalla scuola media usciva si e no il 35% dei ragazzi per ogni classe di età (dati ISTAT: vedere per credere!) ed ancor meno erano quelli che proseguivano alle superiori. Per di più la metà di questi, essendo i figli delle famiglie più colte e facoltose andavano al liceo e solo un’altra metà ai tecnici e ai professionali. Gli istituti tecnici in particolare finivano per raccogliere i più bravi in matematica della scuola media. Quindi la buona qualità degli istituti tecnici di allora era condizionata non dai consigli di amministrazione presieduti da qualche industriale ma dalla qualità degli alunni che uscivano, i migliori figli della classe operaia per lo più, quelli che a scuola andavano meglio, perchè gli altri andavano direttamente a lavorare senza aver fatto né terminato la scuola media e spesso neppure l’avviamento professionale che allora ancora esisteva.

Ma Confindustria abboccò all’amo accettando, praticamente a scatola chiusa, le misure della Gelmini.

Risultato?
Secondo i testi finali delle norme varate dalla Gelmini i comitati paritetici non sono obbligatori. Il Consiglio di stato infatti aveva fatto notare al ministro che la delega ottenuta dal Parlamento in merito non conteneva la riforma degli organi collegiali e quindi non si poteva procedere per decreto o regolamento alla modifica degli organismi di gestione.

Ma non è tutto. Alcuni mesi fa Confindustria si riunì a convegno per parlare di scuola a e mercato del lavoro, disse di avere bisogno che la scuola sfornasse almeno 250.000 tecnici all’anno e lamentò che gli istituti tecnici ne sfornavano solo 138.000 ( dati del 2008). Confindustria non sapeva che i tecnici non escono solo dagli istituti tecnici ma anche da quelli professionali, i quali da triennali che erano sono diventati appositamente quinquennali e sfornano circa 67.000 tecnici all’anno (sempre dati del 2008). Né il ministro Gelmini, che in merito è probabilmente più ignorante di Confindustria, pensò bene di ricordarglielo. Eppure 138.000 + 67.000 fanno 205.000: un dato assai più vicino alle necessità di Confindustria.
Se non che dai dati che stanno arrivando sulle iscrizioni alle prime classi si sta assistendo all’ennesimo incremento delle iscrizioni ai licei ai danni soprattutto degli istituti tecnici. Altro che più tecnici come vorrebbe Confindustria !!!

Come mai questo dato? E’ presto detto: una tendenza alla licealizzazione dell’utenza è in corso da anni e nei periodi di trambusto scolastico, come quelli interessati da riforme contestate come quelle di Moratti e Gelmini, questa aumenta poiché i licei sono sempre i meno interessati da modifiche e quelli che appaiono all’utenza come il porto più sicuro. Inoltre questa volta gli istituti tecnici sono schiacciati tra una moltiplicazione degli indirizzi dei licei e il ritorno di una istruzione e formazione professionale di durata triennale: da un lato 14 indirizzi liceali ( con i nuovi linguistici, musicali, economico-sociale, design, scienze applicate ecc,) al posto dei tradizionali classico, scientifico, artistico e dall’altro l’illusione dell’autosufficienza di un ciclo breve di avviamento al lavoro. E’ esemplare da questo punto di vista il caso della Lombardia, che non è propriamente l’ultima regione in fatto sia di produzione che di istruzione. Lì il 48% dell’utenza quest’anno sceglie i licei, l’11% l’istruzione professionale, il 17% la formazione professionale regionale o convenzionata, e appena il 23% sceglie l’istruzione tecnica. Se queste percentuali dovessero riprodursi a livello nazionale i tecnici tanto desiderati da Confindustria scenderebbero tra cinque anni da 138.000 a 115.000 per la parte sfornata dagli istituti tecnici e da 67.000 a 35.000 per la parte sfornata dai professionali, che Confindustria neppure prende in considerazione..

E non è finita qui: le famiglie sceglievano gli istituti tecnici perchè volevano che i loro figli diventassero periti, geometri, agrotecnici, ragionieri ecc., ma tra cinque anni nessuno degli immatricolati di quest’anno avrà questi titoli. Due norme dei regolamenti Gelmini sia sui tecnici che sui professionali si incaricano una di dire che alla fine gli studenti saranno semplicemente dei diplomati e l’altra di cancellare la norma che dichiarava la loro competenza professionale.
Il fatto è che queste cose ancora le famiglie non le sanno. Le scuole non gliele hanno dette, per paura di perdere iscritti. Ma quando questo sarà chiaro possiamo immaginarci dove finirà l’appeal già in calo di queste scuole.

Per compiere la giostra al fine di produrre un taglio maggiore e più immediato di risorse il governo non ha trovato di meglio che stabilire che, se in tutti gli istituti (licei, tecnici e professionali) partiranno con le nuove norme solo le prime, i tecnici e i professionali, ma non i licei, ridurranno comunque orari e curricoli anche nelle seconde nelle terze e nelle quarte. Oltre all’odiosità di questa discriminazione che puzza di classismo e di razzismo, è evidente il messaggio di scarsa considerazione che si vuole dare a questi percorsi, riducibili e manipolabili ad libitum secondo il gusto di chi governa.

Insomma Confindustria si è fatta coglionare su tutta la linea. Il guaio è che con lei è stato coglionato l’intero Paese.

da ScuolaOggi 14.05.10

"Call center, le vite precarie a tre euro l'ora", di Cinzia Sasso

Diplomati, 35 anni in media: sono i braccianti del Duemila. Lavorano con un telefono incollato all´orecchio cercando di vendere qualcosa. E in qualche caso, come a Incisa Valdarno, vivono in condizioni di asservimento. Ecco le loro storie, raccontate a Repubblica.it
Il bracciante del Duemila è soprattutto (al 78%) donna, ha un´età media di 35 anni, nell´80 per cento dei casi un diploma inutilmente incorniciato a casa, nessuna divisa da lavoro, né un prodotto da forgiare, e ha un orario variabile, che si aggira, secondo la media astratta delle statistiche, sulle 34 ore. Il suo titolo di studio non serve a niente: può essere tranquillamente lasciato là, nella cornice appesa nel salotto di casa, perché quel che serve a chi, per scelta o costrizione, entra a lavorare in un call center – a volte anche per tre euro l´ora – è ben altro. Un nuovo mestiere in tumultuoso cambiamento, che faticosamente cercava di trovare una sua dignità di lavoro e che storie come quella della Italcarone rischiano di riportare nel sottoscala.
Dagli anni ‘90, quando il fenomeno, vent´anni dopo che in America, è sbarcato anche in Italia, molte cose sono cambiate: oggi non ci sono più uffici dove andare a parlare; oggi più che mai il telefono è la vita. Si chiama per tutto: per un guasto all´impianto idrico o per un appuntamento. E c´è chi risponde su tutto: a volte dall´angolo più remoto dell´Italia, altre – oggi sempre più – addirittura dall´estero, dalla Romania o dall´Albania e perfino dalla Tunisia. In Italia i dipendenti dei call center sono 250 mila (tra diretti e in outsourcing), un «esercito di fantasmi», come li definisce Santino Pizzamiglio della Slc Cgil, tanto che può accadere quel che è accaduto a Incisa Valdarno, con i dipendenti trattati come schiavi. Ma anche un settore che stava marciando verso una nuova dignità: «Bisogna – dice Cesare Damiano, già ministro del lavoro nel governo Prodi – abbandonare l´idea dei call center vecchia maniera: la maggior parte si sono evoluti, hanno qualificato il lavoro. Poi, appunto, ci sono quelli del sottoscala e dei no diritti».

Nel 2006 una circolare del ministero del lavoro ha fatto un tentativo di trasformare il settore in un comparto del lavoro vero, maturo, con diritti oltreché doveri; con orari e paghe stabilite da un contratto. Damiano ne aveva fatto una battaglia quasi personale: il risultato della sua circolare, che chiedeva l´assunzione dei dipendenti, è stato che oltre 24mila precari sono stati regolarizzati e che – come ha scritto a Sabrina Ferilli Maria Tosti, dipendente di Call&Call, offesa dall´immagine del suo lavoro che emergeva dal film di Paolo Virzì – «non è più vero che i call center sono come campi di concentramento» e lavorarci «non è poi così male».
Per lavorare in un call center serve la voce, per cominciare, e alzi la mano chi sapeva che la voce può avere dei “colori” e che quelli contano. Ma conta soprattutto essere un po´ attori: improvvisare una conversazione, rassicurare oppure allarmare, blandire o criticare con grazia, perché il vecchio detto che il cliente ha sempre ragione non è ancora stato superato. In fondo, conoscere l´argomento su cui si è interpellati è quel che importa meno: a rispondere ai parroci della Brianza che ricevono in ritardo Famiglia Cristiana, oppure a chi lamenta un errore del contatore della luce si impara. Ma la capacità di ascolto, la prontezza di capire cosa vuole dire chi cerca di spiegare al telefono complicatissime questioni, quella è quasi una dote naturale. «La persona che gestisce il cliente finale – dice Umberto Costamagna, già presidente di Assocontact, l´associazione affiliata a Confindustria che riunisce le principali società di call center – ha un ruolo importantissimo e il rischio è che si torni indietro: se vi vuole spendere poco, non si può offrire la qualità del servizio». Monica Fabris, sociologa, che sui nuovi mestieri ha fatto una ricerca per Ve.Drò, il pensatoio di Enrico Letta, non si stupisce affatto delle notizie che arrivano dalla Toscana. «Il call center – dice – è il simbolo della decadenza e della spersonalizzazione del lavoro. Non c´è certezza del posto, non c´è possibile carriera, non identità di categoria, non ci sono nemmeno compagni fissi di lavoro perché il turn over ti mette di fronte sempre colleghi nuovi, è davvero l´ultima spiaggia di chi non ha alternative». Mario Fezzi, avvocato del lavoro, definisce i ragazzi dei call center «il lumpenproletariat dei nostri giorni». E l´avvocato Maurizio Borali ricorda la vicenda della Omnia: 200 dipendenti “ceduti” dal colosso Wind e ora lasciati a casa, con l´azienda dichiarata in stato di insolvenza e un commissario che deve decidere se avviarla al fallimento o disporne l´amministrazione controllata.
La normalizzazione avviata nel 2006 oggi sembra di nuovo lontana: non è il giro d´affari che è calato, è che è tornata una concorrenza che, a spese dei lavoratori, sa di dumping. Tra la fine del 2008 e l´inizio del 2009 il business dell´assistenza telefonica ai clienti è aumentato del 18 per cento, molto più della media annua degli ultimi cinque anni, quando si attestava sul 14. Il fatto è che la crisi spinge le aziende a spendere di meno, e che il risparmio si fa sul personale, che copre l´80 per cento dei costi di impresa. Paradossalmente vince chi offre un servizio peggiore, a volte anche trasferendo le sedi all´estero, dove il lavoro costa molto meno. «Per evitare il ritorno nell´ombra – aggiunge Damiano – servono interventi da parte del governo, a partire dalla riduzione dell´Irap e fino al monitoraggio delle offerte dei committenti, pubblici o privati». Teleperformance, una multinazionale dei call center che ha sede anche in Italia, è una delle aziende che con orgoglio rivendicava di aver messo in regola tutti i dipendenti ed è un esempio di scuola: ha dichiarato lo stato di crisi e in 850 rischiano il posto. Ma la colpa non è del calo del lavoro. Dice Fabris, stavolta da utente: «Finché nei bandi di gara ci sono aziende che pagano 3 euro l´ora, chi opera secondo le regole è tagliato fuori». Viva il Far West, quello che comincia a Incisa.

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"Ateneo, la guerra dei ricercatori Medicina, Ingegneria e Chimica pronte a bloccare le lezioni", di Marina Amaduzzi

Sono pronti a non tenere lezioni nel prossimo anno accademico. E, fin dal prossimo mese, a disertare le commissioni di laurea e ad abbandonare le attività di tutorato. Ricercatori sul piede di guerra. Anche all’Alma Mater. Si stanno contando, facoltà per facoltà, per sapere quanti sono disposti ad astenersi dalla didattica, in vista dell’assemblea d’Ateneo che si terrà martedì prossimo alle 13 e della mobilitazione nazionale contro le conseguenze del disegno di legge Gelmini. La riforma dell’università, e i tagli confermati dal ministro Tremonti, stanno mettendo in subbuglio gli atenei di tutta Italia. E Bologna non si tira indietro. Il fronte sindacale dei tecnici e amministrativi, dei docenti, dei precari, oltreché dei ricercatori, compatto come non mai, chiama a raccolta il personale nella stessa giornata di martedì dalle 10.30 nell’aula V di via Zamboni 38 per un’assemblea che si concluderà con l’occupazione pacifica e simbolica del rettorato (molte lezioni potrebbero quindi saltare). «Chiederemo al rettore Ivano Dionigi di prendere posizione contro i provvedimenti che penalizzano l’università», annuncia Davide Valente della Cgil-Flc.

Alla prima assemblea dei ricercatori dell’Alma Mater, che si è tenuta il 13 aprile (nella foto), ha partecipato anche il rettore Ivano Dionigi che all’interno della Conferenza dei rettori (Crui) ha proposto un documento a sostegno delle loro richieste. In quella stessa aula si terrà martedì prossimo la seconda assemblea dei ricercatori
La protesta dei ricercatori, che ha il sostegno della conferenza dei presidi delle facoltà di Scienze e Tecnologie, rischia di mettere in ginocchio la didattica. A Medicina, la facoltà più grande dell’Alma Mater, 150 ricercatori su 214 hanno dichiarato la loro disponibiltà a incrociare le braccia. «Significa che verranno a mancare circa 6.800 ore di didattica frontale, con corsi frequentati anche da 160-200 studenti, che dovranno essere tenuti da docenti di I e II fascia — spiega Vitaliano Tugnoli, rappresentante dei ricercatori —, un’adesione così alta è un fatto storico per questa facoltà». A Ingegneria su poco più di cento ricercatori, la metà non vuole ricoprire incarichi didattici il prossimo anno, ma la conta non è finita. «A Chimica industriale l’adesione è all’80 per cento, ma arriveremo al 90 alla fine — annuncia Loris Giorgini, che rappresenta i ricercatori nel cda dell’Ateneo —, a Scienze ci sono dipartimenti come Fisica dove l’adesione è al 70 per cento, aMatematica siamo alla metà, altre facoltà come Economia, Lettere, Scienze politiche si stanno contando in questi giorni».

Nel mirino dei ricercatori c’è la riforma Gelmini che li incasella in una categoria a esaurimento, senza prospettive e senza futuro. Contro quel disegno di legge però protestano tutti gli universitari, dai docenti al personale tecnico amministrativo, dai precari fino agli studenti. Per questo è stata indetta la «Settimana di mobilitazione per garantire un futuro all’università pubblica, autonoma, di qualità», che culminerà martedì nell’occupazione simbolica dei rettorati. Contro i tagli al Fondo di finanziamento statale che porterà 40 milioni di euro in meno nelle casse dell’Università di Bologna, contro la precarizzazione dei docenti e dei ricercatori, contro il decreto Brunetta che penalizza i tecnici e gli amministrativi.

Il Corriere della Sera 14.05.10

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Atenei, lezioni a singhiozzo contro il ddl Gelmini

Lezioni a rischio da lunedì negli atenei italiani. I ricercatori, ma anche molti docenti, incroceranno le braccia contro la riforma del ministro Mariastella Gelmini. Al centro della protesta, la mancanza di risorse per il sistema universitario e l’impossibilità, per gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, di fare carriera e diventare docenti a causa delle nuove regole volute dal ministro. Per le stesse ragioni il 18 è in programma un’assemblea nazionale a Roma, alla Sapienza, mentre il 19 ci sarà un sit-in sotto al Senato dove è al vaglio la riforma. Se le cose non cambieranno i ricercatori hanno già annunciato che da settembre non saliranno più in cattedra.

Per far capire quali saranno le conseguenze della loro assenza, già la prossima settimana, da lunedì, faranno una sorta di “prova generale” astenendosi dalla didattica. «A Napoli- spiega Alessandro Pezzella, ricercatore della Federico II- è a rischio il 50% dei corsi». Nell’ateneo campano, nella facoltà di Scienze, ne sono già saltati 40: i ricercatori si sono auto-sospesi già da questo quadrimestre. A Napoli, come nel resto d’Italia, le uniche facoltà che si salveranno sono quelle di Giurisprudenza dove, normalmente, non ci sono corsi affidati ai ricercatori.

Alla Sapienza di Roma ci sono facoltà dove il 50% dei corsi è coperto da chi dovrebbe occuparsi di ricerca. La prossima settimana nell’ateneo le lezioni potrebbero tenersi con il contagocce.

A Milano, alla statale, è a rischio il 30% dei corsi. «Negli atenei c’è un grosso stato di agitazione – ammette Bartolomeo Azzaro, pro-rettore per lo sviluppo delle attività formative e di ricerca della Sapienza – ci sono 26.000 ricercatori a tempo indeterminato nell’università italiana a cui la riforma preclude qualunque tipo di carriera. Nel nostro ateneo un terzo di ricercatori hanno già dichiarato la loro indisponibilità a fare lezione da settembre, il rettore Frati è stato costretto a scrivere al ministero per far presente la situazione».

Il problema è talmente diffuso che il Miur è stato costretto a rinviare il termine ultimo per la presentazione dell’offerta formativa da parte degli atenei al primo giugno (inizialmente era il 15 maggio): impossibile definire i corsi se non si sa chi insegnerà o meno a settembre.

Oggi, intanto, il Cnru, il coordinamento nazionale dei ricercatori, guidato da Marco Merafina, della Sapienza, ha incontrato la Crui, la conferenza dei rettori, per presentare la propria proposta per garantire una carriera a chi rischia di restarne fuori con la riforma.

Il Cnru propone una valutazione da fare a chi ha già accumulato almeno sei anni di didattica nella stessa facoltà per permettere il passaggio nella fascia dei docenti associati. «E’ una proposta a costo zero – assicura Annalisa Monaco, del Cnru – perchè chi ha già una certa anzianità con lo scatto non dovrà avere subito uno stipendio più alto. Con questo meccanismo si potrà garantire una carriera ad almeno 16.000 ricercatori a tempo indeterminato. I rettori stanno esaminando la proposta, che, lo diciamo chiaramente, non è un’ope legis, noi vogliamo essere valutati».

La parola finale spetta al Parlamento: da martedì si torna a votare sul ddl, gli emendamenti in ballo sono proprio quelli che riguardano i ricercatori. Ce n’è uno del relatore, Giuseppe Valditara, Pdl, che, intanto, elimina la disparità di trattamento tra i vecchi ricercatori a tempo indeterminato e quelli nuovi a termine: tutti potranno essere soggetti a chiamata diretta da parte degli atenei dopo l’abilitazione.
L’Unità 14.05.10