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"Il corpo delle donne come una merce in TV", di Giovanni Valentini

Si può rischiare anche di passare per censori, bigotti o bacchettoni, o addirittura di compromettere la propria virilità, a denunciare lo sfruttamento e la mercificazione dell´immagine femminile nella televisione italiana, in quella privata e a maggior ragione in quella pubblica. Ma il degrado è arrivato ormai a tal punto che si pone un´autentica questione di civiltà, di costume civile o meglio incivile. E dunque, di malcostume.
Per riconoscimento generale, non c´è nessun Paese al mondo in cui la tv esponga le donne, trattate come oggetti più o meno oscuri del desiderio, a questa continua “umiliazione mediatica”. Vallette, veline e troniste a tutte le ore del giorno e della notte; seni, cosce e sederi in primo piano e in bella mostra; atteggiamenti ammiccanti e seducenti, spesso al limite dell´adescamento. Per dirla chiaramente, la televisione italiana è un puttanaio catodico, all´interno del quale Mamma Rai gestisce come una maîtresse un´alcova di Stato.
D´accordo: anche le donne avranno le loro colpe. Almeno quelle che si prestano, per scelta o per necessità, a uno sfruttamento così intensivo. Ma le altre, tutte le altre, quelle che non compaiono mai in video e che la tv la vedono soltanto o la subiscono? Le nostre madri, mogli, sorelle, figlie e nipoti?
Solo una cultura maschilista, fondata su una presunta superiorità fisica e intellettuale, intrisa di machismo, può pretendere di ribaltare le responsabilità sulle donne. Spesso, anche quelle che esibiscono il proprio corpo come una merce sono vittime in realtà di un sistema, di una mentalità diffusa e radicata, di un costume o malcostume – appunto – che produce comportamenti discutibili o sbagliati. E nei casi più estremi, prigioniere di una condizione effettiva di schiavitù.
Ma il peggio è che questa “umiliazione mediatica” delle donne in tv genera e alimenta poi nei loro confronti un atteggiamento di disprezzo, sopraffazione e aggressività che sta all´origine di tante violenze, fisiche e morali; di tanti delitti quotidiani e perfino di tanti reati a sfondo sessuale. È la televisione “cattiva maestra”, come la definisce il filosofo Karl Popper, quella che disinforma e diseduca a livello di massa.
Di fronte a questo allarme sociale, assume perciò un particolare rilievo il voto a cui sarà chiamata martedì prossimo la Commissione parlamentare di Vigilanza sugli emendamenti al Contratto di servizio della Rai proposti dal Pd, per garantire le pari opportunità nelle trasmissioni del servizio pubblico. L´obiettivo è quello di istituire un Osservatorio, «affidato a una o più società di provata esperienza e capacità scientifiche», in modo da monitorare tutta la produzione televisiva e verificare il rispetto degli obblighi della Rai sulla rappresentazione dell´immagine femminile. Questo, come dice lo stesso relatore Roberto Rao (Udc), «è il presupposto necessario per poter comminare eventuali sanzioni, in caso di inadempienze o violazioni».
Bisognerà vedere ora se all´interno della maggioranza, condizionata dagli interessi del regime televisivo, prevarranno le resistenze al nuovo Contratto di servizio o piuttosto le ragioni di un impegno trasversale in difesa della donna. Proprio per questo l´ex ministro Giovanna Melandri, dagli schermi di Repubblica Tv, ha rivolto nei giorni scorsi un appello al ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, sollecitandola a battere un colpo: «Si tratta – ha avvertito – di capire una volta per tutte se le donne che rappresentano il centrodestra in Parlamento hanno introiettato il velinismo in politica come condizione per sopravvivere nel populismo mediatico oppure se intendono contrastare i mali profondissimi che tutto ciò ha già provocato».
Altrimenti, resterà senza risposta la domanda che Lorella Zanardo, autrice del libro citato all´inizio e dell´omonimo documentario, pone con la forza di una denuncia: “Perché noi donne accettiamo questa umiliazione mediatica?”.

La Repubblica 15.05.10

"Il problema non è più Berlusconi: è come aiutare il Paese", di Alessandro Maran

Ha ragione Reichlin, la crisi finanziaria europea si è incaricata di dimostrare che è la mancata modernizzazione, il principale problema dell’Italia. Con la crescita di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, il Kenya e moltissimi altri (la più grande uscita di massa dalla povertà nella storia del mondo), l’Europa non è più il centro della storia mondiale. C’è bisogno di più Europa, ma dobbiamo chiudere la forbice tra l’adesione ideale, puramente politica, e la necessità che il nostro Paese diventi europeo anche nei fatti. Converrà perciò abbandonare l’illusione che, tolto di mezzo Berlusconi, tornerà l’età dell’oro. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. Oggi il punto di vista della Lega (il peso insopportabile di un Mezzogiorno parassita, improduttivo e preda dell’illegalità criminale) è diventato senso comune. Anche in conseguenza del fallimento nel Sud del compito riformatore che si era assegnato il centrosinistra. Ormai un pezzo del Nord vuole separare il suo destino dal Mezzogiorno e il pezzo che rimane non è comunque disposto a tornare alla vecchia Italia. Nel ’94 sono saltate gerarchie culturali durate mezzo secolo. A modo loro, sia la Lega Nord che Berlusconi sono l’espressione di una sollevazione antiburocratica e antistatalista, iniziata nel secolo scorso: la svolta reaganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino quella anticomunista all’Est. Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti. La crisi del Pd è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. E il Pd non ha altra possibilità che quella di provare a conquistare quelle parti di elettorato che si renderanno disponibili con il mutare dei rapporti di forza all’interno del centrodestra, facendo proprie quelle domande, quelle aspirazioni – sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche – che esse esprimono e che Berlusconi lascia ancora insoddisfatte. La colpa più grave di Berlusconi non è di aver reso l’Italia «meno democratica», ma di non aver mantenuto nessuna delle sue promesse. Non aveva garantito più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia? La ragione per cui è nato il Pd non era quella di dare una riposta alle esigenze del Paese? Incalziamo Berlusconi perché faccia quel che ha promesso e, siccome non potrà farlo, facciamolo noi. Sul serio. Quando gli italiani ce ne ridaranno l’occasione…
L’Unità 14.05.10

Due anni buttati via. Governo al fallimento

“Trentaquattro fiducie, una e mezza al mese. Tutto questo cosa ha portato per le prospettive del Paese? Credo niente, sono stati due anni buttati via”. E’ questo il giudizio del segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani a 24 mesi esatti dalla fiducia votata il 14 e 15 maggio 2008 da Camera e Senato al governo Berlusconi.
“Due anni – ha dichiarato il leader del Pd ai microfoni di YouDem Tv – nei quali abbiamo avuto il picco più profondo di crisi economica rispetto alla media europea, due anni persi dal punto di vista delle riforme, nessuna riforma vera e anzi alcune controriforme”. Dal punto di vista economico, ha insistito Bersani, “sono stati creati più problemi che soluzioni, non è stato messo nessun elemento di crescita e nel controllo della finanza pubblica”. Guardando alla situazione generale, “questi due anni fanno parte di un ciclo, la destra ha governato per 7 degli ultimi 9 anni”. Il bilancio è chiaro: “Questa curvatura plebiscitaria della nostra democrazia, l’idea che dando più potere a uno solo potessimo risolvere i nostri problemi è un’idea senza fondamento. La democrazia plebiscitaria è una democrazia che non decide, una democrazia che si preoccupa solo di accumulare consenso ma non di prendere decisioni che questo consenso potrebbero incrinare”. Guardando al futuro, le ombre si fanno sempre più minacciose: “Il governo è in mezzo a una palude. Stanno emergendo questioni di corruttele e illegalità, stanno emergendo tensioni all’interno della maggioranza. Abbiamo davanti una fase di forte instabilità. Il Partito Democratico – ha concluso Bersani – deve avere uno scatto dal punto di vista dell’affermazione del profilo e delle proposte programmatiche. Deve avere la capacità di delineare un’alternativa”.

Sono passati appena due anni da quando Silvio Berlusconi si è reinsediato a Palazzo Chigi. Con una maggioranza schiacciante nei numeri e con tutte le possibilità di riformare il Paese, il Presidente del Consiglio si è calato la maschera di panacea di tutti mali. Ad ogni azione di governo è corrisposto un evento mediatico con tanto di nani e ballerine. Tante cose sono accadute in questi due anni. Troppe. Stiamo meglio? L’Italia è un modello da seguire? Berlusconi ha governato 7 degli ultimi 9 anni con un solo risultato visibile: il fallimento. Benvenuti nel governo dei misfatti!

La prima domanda che tocca porci è: ma delle tante riforme sbandierate quali sono ora attive? Quale attività ha svolto il Parlamento nel suo incarico istituzionale? Anche in questi casi la risposta è molto semplice: nessuna.

Con 343 deputati e 174 senatori a sostegno, la stragrande maggioranza del Parlamento, il governo è ricorso al voto di fiducia già 34 volte ponendo in risalto il personale diniego del rispetto delle principali regole delle istituzioni democratiche. A volte hanno motivato la richiesta d’urgenza per impedire eventuali ostruzionismi delle opposizioni. A volte, il maggior numero dei casi, solo per blindare decisioni che riguardavano l’immunità di una sola persona: Silvio Berlusconi. Una media di una fiducia e mezzo al mese: un po’ troppi! Senza motivo.

In questi due anni, il presidente del Consiglio ha lavorato più di sondaggi che di politica. Presente nei luoghi delle disgrazie, assente nel risolvere la crisi economica che ha tolto speranza a molti lavoratori, annebbiato il futuro delle nuove generazioni, peggiorato l’anzianità dei pensionati. La Croce Rossa consegnava le prime case a L’Aquila e lui si prendeva il merito. Poi volava da Putin a risolvere conflitti diplomatici internazionali e otteneva in cambio comodi lettoni per escort.

Sono stati due anni che hanno segnato il passo con scandali più o meno seri e che sono stati sistematicamente oscurati dalle televisioni e dai telegiornali guidati dai fedelissimi del premier. Un gioco fatto da interruttori a distanza: accendere i riflettori sui successi e spegnerli quando era evidente il fallimento. Ma è diverso tempo che questo gioco è in corto circuito perché i successi sono solo un lontano miraggio.

E ora che si è scoperto come la corruzione e la cricca abbiano coinvolto alcuni ministri e personaggi di spicco del Pdl non si capisce con quale faccia di bronzo il capo-padre-padrone possa chiedere la testa degli affaristi e degli arricchiti. Lui che è l’unico a non essersi mai dimesso neanche davanti all’evidenza.

Il governo attraverso il suo sito, quello degli altri ministeri e le prossime conferenze stampa in pompa magna, ora ci presenteranno un film fatto di cieli azzurri e puliti, di benessere e qualità della vita. Di italiani felici e contenti anche davanti alla crisi. Un film di balle e fantasia.

“Siamo al secondo compleanno di questa ennesima edizione del Governo Berlusconi e possiamo dire, senza dubbi, che quest’esecutivo non ha fatto nulla per questo Paese e per il suo futuro”. Lo ha affermato Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama.

“Le uniche leggi che il governo si è impegnato a varare – ha proseguito la Presidente – sono leggi che hanno riguardato interessi di pochi, se non di uno solo. Per quel che riguarda l’economia nessuna misura concreta e strategica è stata presa per rispondere alla crisi. Tanti annunci, decine di fiducie, una concezione del Parlamento come servo dei voleri dell’esecutivo, un’idea di democrazia plebiscitaria che si traduce nell’incapacità assoluta di prospettare riforme serie per la crescita e
l’ammodernamento del Paese. Nel frattempo in una maggioranza che sembrava granitica crescono le
tensioni e, giorno dopo giorno, emerge una pratica della gestione del potere davvero poco trasparente, per usare un eufemismo. Di fronte a questo quadro desolante abbiamo il dovere di delineare in fretta una credibile alternativa. Sono convinta che il Pd, gia dalla sua assemblea della prossima settimana, riuscirà a farlo” ha concluso Anna Finocchiaro.

Per Stefano Fassina responsabile economia e lavoro del Pd, “in due anni, l’unico vanto del Governo è di aver evitato la deriva greca sui conti pubblici. Certo, se si guarda alle precedente legislatura governata da Berlusconi e Tremonti, è un risultato straordinariamente positivo, dato che avevano lasciato in eredità al centrosinistra nel 2006 un’infrazione comunitaria per deficit pubblico eccessivo ed un debito pubblico in risalita dopo 13 anni di calo. Il risultato è meno straordinariamente positivo se si ricorda che l’attuale esecutivo ha trovato nel 2008 un avanzo primario strutturale del 2%, tra i migliori dell’area euro. La politica economica del governo trascura completamente le riforme per la crescita, lascia aumentare del 14% in due anni la spesa per acquisto di beni e servizi e compensa con il taglio degli investimenti. Senza riforme per la crescita non si risolvono i problemi della finanza pubblica. Le riforme oggi sono ancora più urgenti”.

“Che resta di questi due anni di governo nei quali ogni settimana si è annunciata o minacciata una riforma organica della giustizia? Le leggi ad personam e il tentativo di estendere le impunità limitando le intercettazioni prevedendo lodi di vario genere. Per gli italiani, invece, direi nulla”. Così Andrea orlando, responsabile Giustizia del Pd ha commentato i risultati del governo Berlusconi sul fronte giustizia a due anni dalla fiducia votata il 14 e 15 maggio 2008 da Camera e Senato.

“Hanno impedito di occuparsi del problema del funzionamento del servizio giustizia – ha proseguito l’esponente del Pd – milioni di cause civili inevase, l’esplosione del sistema penitenziario sono li a ricordarcelo. Nel frattempo si sono ridotte le risorse senza una razionalizzazione, aumentando la
disorganizzazione e le inefficienze”.

“Il governo – ha concluso Orlando – che più ha parlato di riforma della giustizia nella storia della Repubblica è quello che si caratterizza per la assenza di un disegno organico e la conseguente estemporaneità delle iniziative”.

Insomma, buon compleanno governo Berlusconi. Un vero fallimento.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Un premio troppo piccolo per il merito", di Luigi Oliveri

Almeno negli enti locali, la riforma Brunetta rischia di fallire proprio nel suo punto di forza, il rilancio della meritocrazia. In media ai dipendenti pubblici meritevoli sarà riconosciuto un premio appena superiore ai 400 euro. Troppo poco per indurre i più passivi e improduttivi a mutare atteggiamento. Intanto, però, il nuovo sistema di valutazione determinato dalla riforma è assai complesso e richiede notevoli sforzi organizzativi. Con il rischio che a crescere sia la spesa per le consulenze necessarie per comprendere e applicare il sistema.
Molto rumore per nulla. La “riforma Brunetta”, almeno per il comparto degli enti locali, rischia di fallire proprio lì dove aveva puntato decisamente, cioè il rilancio della meritocrazia.Troppo poche, infatti, sono le risorse distribuibili per incentivare i più meritevoli, rispetto agli sforzi organizzativi richiesti dalla riforma.

UN INCENTIVO MOLTO POVERO

Il censimento del personale locale relativo al 2008, effettuato dal ministero dell’Interno in base al Conto del personale elaborato dal ministero dell’Economia, rileva che “le risorse complessivamente destinate alla produttività individuale nell’anno 2008 ammontano a euro 191.610.983 e hanno riguardato in totale n. 916.563 dipendenti”. Dividendo le due cifre, si ottiene che in media il premio per la produttività individuale distribuito ammonta a 209,05 euro per ciascun dipendente.
Il dato appare viziato, perché è lo stesso censimento a rilevare che complessivamente i dipendenti degli enti locali sono 457.840. Assumendo, allora, che le risorse siano effettivamente quelle rilevate, in media, a ciascun dipendente spetta, come produttività individuale, la somma di 418,51 euro. Su un salario medio lordo di 25.000 euro si tratterebbe dell’1,67%. In entrambi i casi, ma specialmente nella prima ipotesi, l’unica considerazione possibile è prendere atto che la montagna, come sul dirsi, ha partorito un topolino.
L’effetto concreto dei sistemi di valutazione finalizzati a esaltare la meritocrazia, premiare effettivamente i meritevoli e sanzionare gli incapaci, almeno nel sistema locale, si concretizza in ben modesta cosa. La media dei premi per il risultato è poco più di un’erogazione simbolica, il cui importo – si ribadisce, in media – non può certamente essere considerato un risultato particolarmente incentivante per il destinatario.

LE COMPLESSITÀ DELLA VALUTAZIONE

Questa considerazione getta una luce diversa sul decreto legislativo 150/2009 che proprio sulla meritocrazia e sul sistema di premio ai dipendenti capaci fonda gran parte, almeno quella “mediatica”, del suo impatto. Se, come da più parti affermato, scopo della norma è correggere anche i “fallimenti” delle precedenti discipline sul personale pubblico, appare chiaro che uno tra i più evidenti scostamenti tra le buone intenzioni e i risultati effettivi delle riforme è proprio l’effetto concreto dei sistemi di valutazione. L’impianto del sistema desumibile dalla riforma è estremamente complesso, se non complicato: si è introdotta una commissione nazionale per la valutazione, si è posto enfaticamente l’accento sul “ciclo della gestione della performance”, si è rinunciato all’utilizzo della lingua italiana appunto per parlare di performance invece che di risultato o merito, si sono introdotte “fasce di valutazione” che obbligatoriamente impongono di predeterminare quanti dipendenti sono meritevoli e quanti poco produttivi, si connette la valutazione individuale al risultato dell’ente nel suo complesso e della struttura presso la quale si opera, determinando un reticolo quasi inestricabile di connessioni tra gli elementi da valutare. Insomma, l’impatto organizzativo del diverso sistema di valutazione derivante dalla riforma è particolarmente pesante e complesso da gestire. Fermo restando che ogni riforma tendente all’incremento della produttività del lavoro pubblico è la benvenuta, in una logica costi/benefici, sarebbe lecito aspettarsi che questo complicato sistema di valutazione crei, oltre ai valori della meritocrazia e della logica del servizio, anche il valore di un reale incentivo per i lavoratori pubblici. Ma, se la media della retribuzione di risultato è di poco più di 400 euro si può dubitare dell’efficacia incentivante del sistema. I singoli dipendenti pubblici potranno essere spinti verso il merito e la crescita della produttività più per il senso di responsabilità e di servizio verso la cittadinanza, che non per aspettative di significativi incrementi retributivi. Il rischio è che, simmetricamente, i dipendenti portati – patologicamente – ad avere un atteggiamento più passivo e improduttivo non siano per nulla indotti dal sistema a un significativo cambio. Competere allo scopo di avere un incentivo poco significativo, non costituisce probabilmente una spinta concreta verso il miglioramento delle proprie prestazioni lavorative. La sensazione, allora, è che l’effetto realmente voluto dal legislatore sia più quello della “caccia al fannullone”, che non dell’incentivazione dei meritevoli. Certo, a limitare gli effetti economici della valutazione sono state le stesse amministrazioni locali: l’abuso delle progressioni orizzontali, cioè gli aumenti agli stipendi, ha prosciugato le risorse decentrate a tutto detrimento del finanziamento di quelle destinate a premiare il risultato, cosa, peraltro, molto gradita alle organizzazioni sindacali, che puntano decisamente alla limitazione degli effetti di differenziazione della valutazione. In ogni caso, così come stanno le cose, per ripartire poco più di 400 euro deve scattare una revisione “epocale” dei sistemi di valutazione, che racchiude il rischio di una crescita della spesa per consulenze e incarichi necessari per comprendere e applicare il sistema.

www.lavoce.info

Università: riforma finta e tagli veri

Il DDL Gelmini è una controriforma a base di 1,3 miliardi di tagli. Finocchiaro: “Hanno bocciato ogni emendamento in Commissione, la battaglia parlamentare continuerà anche nell’aula del Senato”. Meloni denuncia: “Dal passaggio in Commissione emerge come nel 2011 gli atenei non potranno pagare gli stipendi”.
Il DDL Gelmini sulla riforma dell’Università continua a rimanere una controriforma a base di 1,3 miliardi di tagli, perciò la battaglia parlamentare del PD per cambiarlo terminato l’esame in commissione continuerà anche nell’aula del Senato.

L’annuncio arriva direttamente dalla Presidente dei Senatori Pd, Anna Finocchiaro, durante una conferenza stampa indetta con Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della Segreteria nazionale del PD ed il capogruppo della Commissione Istruzione di Palazzo Madama, Antonio Rusconi.
Conferenza che serve a lanciare un allarme preciso: “Nel 2011 molti atenei che già sono in difficoltà non potranno pagare gli stipendi ai dipendenti e saranno costretti a chiudere. La riforma è finta, mentre i tagli sono veri e drammatici – denuncia il responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del Pd, Marco Meloni – diciamo chiaramente una verità scomoda: se non punta sull’università e sulla ricerca, il nostro Paese è spacciato. Se non si ripristinano le risorse, gli atenei non potranno nemmeno pagare gli stipendi”.

“Questa è l’unica verità che è emersa in Commissione Istruzione e noi vogliamo denunciare cosa stanno facendo Governo e maggioranza – ha affermato la Finocchiaro – siamo convinti che sia necessario riformare l’Università per accrescerne autonomia e responsabilità, ma il DDL Gelmini fa esattamente il contrario e ogni nostro emendamento per regolare la spesa è stato bocciato per i vincoli economici della Commissione bilancio.”.

Tre volte tagli grazie a Tremonti: prima con le due finanziarie del 2008 e del 2009, poi con la riduzione delle risorse del Fondo per il funzionamento ordinario dell’università..

“Tremonti impone tagli indiscriminati e la Gelmini viene in Senato senza dare risposte sulle risorse. Non c’è nessuna prospettiva per i ricercatori – ha proseguito la Finocchiaro – il PD ha tenuto in Commissione un atteggiamento di grande responsabilità , ma visto che il ministro non ha risposto alle nostre richieste, non abbiamo regalato al Governo l’approvazione rapida di una riforma che in questa forma merita solo di essere contrastata”.

Meloni: serve uno shock generazionale.
“Il Pd vuole costruire un’università efficiente e capace di dare reali opportunità ai nostri giovani”. Agli studenti, promuovendo il merito e il diritto allo studio, mentre il governo non prevede nessuna risorsa. Ai giovani che vogliono entrare nell’università come ricercatori e docenti, perché all’università italiana serve un forte shock generazionale. Abbiamo fatto proposte concrete in questa direzione: risorse per l’ingresso nei ruoli di docenza per i ricercatori, strutturati e precari, contratto unico di ricerca per superare il precariato, percorsi di carriera chiari e rapidi, pensione a 65 anni per i docenti universitari. Vogliamo abbassare di 10 anni in 10 anni l’età media del corpo docente. Il DDL Gelmini invece non affronta i nodi del sistema. La Gelmini straparla di merito, qualità, lotta ai baroni, ma la realtà è che con questa impostazione si sta affossando l’università. E, se i baroni ci sono, sono i meno danneggiati da una riforma che non riforma nulla”.
A partire dall’Assemblea nazionale del 21 e 22 maggio il Pd porrà l’università e la ricerca in cima alle priorità del suo progetto per l’Italia, annuncia Meloni: “Già abbiamo attivato un dibattito pubblico nel Paese, con 110 il viaggio a tappe nelle università inaugurato lunedì a Napoli insieme a Pier Luigi Bersani, per costruire le nostre proposte insieme a studenti, ricercatori e docenti. Con il segretario Bersani abbiamo chiesto al Governo un confronto aperto e trasparente già qualche settimana fa, finora non è giunta nessuna risposta. Senza un cambiamento di rotta non possiamo che opporci duramente a questo provvedimento”.

Ma perché tanta fretta? Per la Finocchiaro probabilmente i parlamentari della maggioranza hanno il problema di procedere alla svelta anche sui tagli agli enti lirici e quindi accelerano sull’università, evitando ogni sorta di confronto. Noi non siamo disposti ad arretrare di un passo di fronte all’atteggiamento di totale chiusura dimostrata in Commissione. Continueremo a difendere con la determinazione di sempre il mondo della cultura dall’ irresponsabile saccheggio di risorse messo in atto dal governo e dalla sua maggioranza”.

I numeri della Gelmini li conosce bene Antonio Rusconi, capogruppo Pd alla Commissione Istruzione del Senato: “La Gelmini giustifica i tagli di risorse all’Università con i gravi problemi causati dalla crisi economica e da una dissennata gestione egli Atenei, ma non dà nessuna risposta ai due quesiti posti dal Pd sul taglio di 1 miliardo e 300milioni al bilancio 2011 e sul futuro dei 25.000 ricercatori che già insegnano e che chiedono risposte concrete. Come è possibile pensare di dare speranze ai giovani ricercatori e nel contempo tagliare un miliardo e trecento milioni di risorse? ”. Ci sembra assurdo ma mentre nel resto d’Europa si affronta la crisi investendo nell’innovazione, nel sapere, nell’università, in Italia il governo taglia il traguardo dei primi due anni di vita, con un taglio al nostro futuro.

A.Pro. – Ma.Lau.

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