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«La crisi è devastante, l'Europa non si rende ancora conto della gravità», intervista a Jacques Attali di Stefano Miliani

Finché c’è vita c’è speranza, per dirla alla Alberto Sordi. Ciononostante anche se non tutto è perduto siamo messi male e non ce ne rendiamo conto come dovremmo. A partire da noi europei, cittadini, governanti, élites, almeno a leggere Sopravvivere alla crisi dell’intellettuale francese Jacques Attali. Il quale, se deve indicare un film che rispecchi il suo pensiero sul nostro oggi fosco e turbolento, indica Blade Runner , capolavoro di Ridley Scott tratto da un romanzo di Philip K. Dick che immagina un futuro cupo, devastato nell’ambiente e nelle relazioni umane, e che solo nella prima versione tagliata e piegata al mercato prefigura una possibile speranza.

Di Attali l’editore Fazi ha appena dato alle stampe il suo saggio-pamphlet Sopravvivere alla crisi . Conferenziere, giornalista, considerato una delle menti più brillanti d’Europa, già primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, già alla guida della Commissione per la liberazione della crescita nel governo Sarkozy e al contempo direttore della Ong per il microcredito nei paesi in via di sviluppo Planet Finance, questo intellettuale sempre di corsa nel libro uscito in Francia nel 2009 scrive, sulla scorta del quasi crack finanziario mondiale, che la crisi non è finita, che nessuno può ritenersi in salvo. I fatti della Grecia sembrano avergli dato ragione. Ne parla dal suo studio parigino con la scure dei minuti a scandire il tempo della conversazione telefonica.

Professore, a suo parere come si stanno comportando i paesi europei di fronte a quanto accade ad esempio in Grecia?

«Il fatto è che in Europa la gente e gli Stati non vogliono valutare cosa accade, i governi non vogliono sembrare pessimisti, ma non ci rendiamo conto del pericolo e della sua gravità, non lo si vuole vedere».

In un passaggio del libro lei muove un’accusa dura all’Unione Europea: non dispone di creatività sufficiente per fronteggiare le sfide attuali.

«Sì, perché non facciamo abbastanza innovazione, non ce ne occupiamo e non ci investiamo a sufficienza, non c’è innovazione ad esempio nel rapporto tra università e aziende e non vengono prese decisioni per sviluppare la crescita. C’è un difetto di creatività, col che intendo che manca un modo nuovo di porsi di fronte a situazioni nuove».

A suo giudizio l’Unione europea attraverso l’Euro sta proteggendo in misura adeguata i paesi membri da un collasso?

«Sono convinto che fin quando non avremo un ministro delle finanze europeo che possa controllare le tasse, fino a quando la banca centrale non avrà un ministro che possa esercitare il controllo adeguato, l’euro sarà una moneta fragile».

In un passo del suo saggio lei scrive che in situazioni estreme e di pericolo per la sopravvivenza è legittimo opporsi anche con mezzi illegali. Ad Atene ci sono stati scontri. Prefigura moti violenti?

«È bene chiarire che sono contrario a qualsiasi violenza, che non penso sia giusto reagire violentemente. Ma il fatto è che tutti, il governo, i cittadini greci, sono stati in qualche modo truffati, anche il governo greco dovrebbe essere infuriato».

Sempre dal suo saggio: lei sostiene che ognuno di noi dovrà affrontare i problemi da solo. Però, per restare alla Grecia, se Atene si salverà sarà grazie al soccorso europeo. Questo non la contraddice?

«No. La Grecia doveva risolvere il problema da sola, non fare troppi debiti, se avesse agito così in modo corretto non saremmo ora qui a discuterne. E nel futuro non può sperare in una seconda chance perché non l’avrà. Non ci si può aspettare aiuti da altri, un supporto dall’esterno, perché la crisi c’è, è innegabile. Neppure l’Italia è lontana da una “lista” di crisi».

Perché l’Italia?

«Perché il vostro paese, come la Spagna, ha molti, troppi debiti, e dovrebbe impegnarsi per diventare credibile».

Possiamo farcela?

«Avete tutti i mezzi e le risorse per uscire dalla crisi, serve che abbia un governo sufficientemente forte e che si renda conto che non stiamo affatto uscendo dalla crisi. A mio parere il governo italiano, ma anche l’opposizione e l’opinione pubblica, sono troppo ottimisti, nel senso che non c’è piena consapevolezza della situazione».

Però ad Atene, come accade quasi sempre, chi paga lo scotto più caro e sulla propria pelle sono i ceti più popolari e chi ha meno garanzie. Non è ingiusto?

«Quando una nazione ha un deficit eccessivo perché spende troppo tutti dovrebbero pagare ma in modo equo. E tutti dovrebbero pagare sempre le tasse. Il dramma autentico è che questa generazione ha speso troppo, ha speso i soldi della prossima generazione».

A suo parere le innovazioni e le ricchezze saranno gestite sempre più spesso in modo autoritario. Considera le democrazie a rischio?

«No, tutt’altro, non penso che le nostre democrazie siano in pericolo. Anzi, non solo le giudico sufficientemente forti ma credo che questa crisi le renderà più forti e che il Parlamento europeo alla fine ne uscirà o potrà uscirne rafforzato».

Trasformare le minacce in opportunità: è quanto lei auspica nel libro. Scusi, ma come, in che modo?

«È importante e anzi essenziale vedere una minaccia quando non la si può evitare. Solo ora iniziamo a capire, nel nostro mondo, che siamo minacciati. Faccio un paragone calcistico: è come una partita, se non sai la forza dei tuoi avversari perdi perché non puoi prendere le contromisure, se invece sai quanto sono forti puoi studiarli e prepararti e allora potrai vincere il match».

Se dovesse indicare un libro che rispecchia il suo pensiero, che titolo darebbe?

«Il mio».

E un film?

«Blade Runner, il film di Ridley Scott».

L’Unità 13.05.10

"Solo con le intercettazioni si può vincere la guerra contro gli evasori", di Oreste Pivetta

Se le parlo da ufficiale, le dico che il paese è sano. Rappresentando l’istituzione non posso darle risposte troppo brutte… In confidenza le direi che quasi tutti gli operatori economici evadono il fisco, che non evade solo chi non è capace. Il paese è sano? Un corno. L’evasione fa paura…». Grazie. Lo dice uno che al fisco non ha rubato neanche un centesimo e ammira la Guardia di Finanza come si può ammirare l’angelo vendicatore e sterminatore.

L’ufficiale delle Fiamme gialle che mi parla, due lauree, una in scienze politiche, un’altra in giurisprudenza, un master alla Bocconi, scuole di specializzazione, indagini dagli esiti clamorosi (ci sono Berlusconi e Mediaset nel suo libro nero), mi racconta il suo mestiere. Si spiega subito e trascrivo: «Le verifiche fiscali vengono effettuate in presenza di elementi che già si hanno agli atti, perché quando si inizia una verifica cosiddetta di iniziativa senza avere elementi in mano è difficile che si riesca a individuare qualche cosa che vada al di là delle semplici irregolarità formali». Non c’è il cadavere in strada.

«Sono le Procure della Repubblica che, registrando nel corso delle loro indagini reati di rilievo fiscale, ci forniscono i primi elementi. In parole semplici: se nel corso di un procedimento penale, avvalendosi degli strumenti che la legge mette a disposizione, intercettazioni telefoniche o perquisizioni, vengono acquisiti notizie e documenti di rilievo ai fini fiscali, chiuse le indagini, chiediamo noi, per i nostri scopi, al sostituto procuratore la prescritta autorizzazione per utilizzare quelle notizie e quei documenti. A quel punto si va in un’azienda e non c’è bisogno di tante ricerche complicate, cervellotiche, lunghe. Si va al posto giusto, si sa già come colpire il bersaglio, le false fatture, le false dichiarazioni… Lo dico sulla base della mia esperienza trentennale, in tutta Italia e in particolare al Nord, tra Brescia e Milano, zone ricche, dove gli operatori di un certo livello sono tanti e dove quindi il fenomeno dell’evasione ha una particolare incidenza. Ho lavorato anche nelle Marche.

Un posto vale l’altro. La differenza la fa la ricchezza, dal punto di vista dell’evasione». Ma è chiaro che attraverso le normali verifiche, quelle che per legge sono d’obbligo ogni due anni, si raccoglie poco: «I trenta giorni a disposizione, che possono diventare sessanta, sono insufficienti per capire la realtà finanziaria di un grosso gruppo. Se si va a sorpresa in una piccola azienda qualcosa salta fuori, ma nessuno è così pollo da lasciar documentati nel computer d’ufficio tutti i traffici in nero». Questione di poteri. Quelli della Guardia di Finanza vennero fissati nel 1924, poi via via aggiornati.

Ad esempio i «poteri di accesso»: una sorta di perquisizione, ma non sono la stessa cosa della perquisizione, perché puoi entrare in un’azienda ma se trovi un cassetto chiuso o una borsa chiusa non puoi aprirli senza il consenso del «soggetto», cioè dell’imprenditore su cui si indaga. Che cosa serve davvero? «Intercettazioni telefoniche, perché, se hai la possibilità di ascoltare la gente che si parla al telefono, vieni a sapere tante belle cose, che non scoprirai mai se stai lì a spulciare documenti per anni. È ovvio, lapalissiano. Un caso celebre… Quando ero nelle Marche, siamo partiti con le indagini su un gruppo calabrese: avevamo il sospetto di riciclaggio. Abbiamo cominciato proprio da intercettazioni telefoniche, scoprendo che quei soggetti non erano altro che prestanome, teste di legno, di un imprenditore marchigiano famoso, che fabbricava cappe per i camini, poi arrestato, che aveva fatto figurare tutta la sua manovalanza alla dipendenza di quei calabresi, che non pagavano niente, niente Iva, niente contributi con un danno per l’erario e per gli istituti di previdenza valutato in sei sette milioni. Nelle intercettazioni abbiamo sentito che era proprio lui, l’imprenditore, a dare ordini».

Il nostro ufficiale delle Fiamme gialle non mi sembra però convinto dell’efficacia della repressione. Non basta, data la mole dell’evasione: «Occorrerebbero una pattuglia di controllori per ogni operatore economico e, in aggiunta, una squadra che controlla i controllori. E quanto dovrebbe essere grande la Guardia di finanza per controllare pizzerie, parrucchieri, ristoranti, idraulici, autofficine». Una riforma del sistema fiscale, chiede il nostro ufficiale. E poi prevenzione. Sarebbero utili i famigerati «studi di settore», alzando un po’ la soglia, perché «si sa che gli studi nascono da accordi con le categorie ed allora la tendenza è di tenerli bassi per non scontentare nessuno».

E poi ancora «strumenti più penetranti tipo il monitoraggio di tutte le movimentazioni», che avevano introdotto Bersani e Visco e che Tremonti ha ridimensionato: «E’ chiaro che non si sconfigge l’evasione controllando l’operazione da cinquecento euro. La si rende più difficile». «Alla fine – aggiunge – è questione di cultura, di moralità pubblica, di senso civico. Noi ci crediamo furbi ed allora si raggira il fisco, recitando a giustificazione il ritornello: le tasse sono troppo pesanti, ci difendiamo non pagandole». Una volta lo disse pure il nostro presidente del consiglio… «Invece, in base al noto principio della traslazione delle imposte, quello che non paga uno, lo paga tutta la comunità. Non ci spremerebbero come limoni, se pagassimo tutti».

L’Unità 13.05.10

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L’ALLARME DEI PM SULLE NUOVE NORME “DISARMATI CONTRO MAFIA E TERRORISMO”, di Liana Milella
«Mi auguro che questa legge non la facciano e chiedano non a noi, vissuti del tutto infondatamente come nemici, ma agli investigatori che fanno questo mestiere da anni, quali danni possono fare disposizioni del genere sull`efficacia investigativa. La risposta sarà: il disastro». Giuseppe Cascini, pm a Roma e segretario dell`Anm, parla così con Repubblica Tv. Giusto quando, in un albergo a due passi dal Viminale, i poliziotti lanciano l`allarme sulla riforma delle intercettazioni davanti a una platea di super toghe.

Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, quello di Roma Nello Rossi, quello di Palermo Antonio Ingroia. Un coro disperato. Il poliziotto è Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil, dieci pagine per smontare il ddl Alfano.

«Nel tentativo di rendere più ampia la tutela della privacy, rifinisce per gettare via il bambino con l`acqua sporca». E giù un pesante j`accuse contro i paletti per chiedere un ascolto, la durata breve, l`autorizzazione del giudice collegiale, la stretta sulle ambientali ed controllo dei tabulati, il divieto di usare una registrazione in un altro processo. In questa legge, per Giardullo, non si salva niente. E’ il poliziotto che chiamava in causa Cascini, non la toga “nemica”.

Non salvano nulla neppure Ingroia, Spataro, Rossi. Ingroia: «Se fosse stata in vigore questa legge Riina e Provenzano sarebbero ancora latitanti». Ha sentito Maroni? Ingroia spiega perché: «Quando cercavamo di catturare Riina tappezzammo Palermo di telecamere.

Ma con questa legge non avremmo più potuto farlo, perché non in tutti i luoghi c`era la certezza che si stesse commettendo un reato». Senza video il pentito Di Maggio non avrebbe riconosciuto Riina nelle immagini.

Il relatore del ddl Roberto Centaro, ex toga prestata al Pdl, dice che contro la mafia non cambia niente? Ingroialo smentisce. Per il terrorismo lo fa Spataro: «Saranno a rischio le indagini su quello italiano e su quello internazionale. Con danni pesantissimi. Non riesco a capire come si possa dire che la sicurezza è un obiettivo da perseguire con determinazione e poi indebolire il più importante mezzo di investigazione». Spataro fa un esempio: «A marzo abbiamo chiuso un inchiesta su un traffico d`armi verso l`Iran. Non avremmo potuto intercettare per mesi e mesi prima di acquisire prove che il giudice ha ritenuto valide. Una massa neppure conteggiabile di indagini saranno irrimediabilmente danneggiate».

Spataro ammette «la tracimazione degli ascolti per voyerismo giornalistico, ma la via per evitarlo è un archivio riservato delle carte, non certo la “morte” degli ascolti.

Rossi critica la censura sulla stampa. «Viene incredibilmente cancellata, e al suo posto se ne mette una confusa e oscura, la norma dei codice che garantisce di poter pubblicare gli atti non più coperti dal segreto. Il divieto non reggerà né alla prova dei fatti, né a quella del diritto perché si traduce in uno scontro frontale, brutale, insostenibile con le libertà fondamentali delle moderne società democratiche. L`asticella è stata fissata troppo in alto. Il Parlamento corre il rischio che le sue norme divengano grida inascoltate e siano smentite dagli organi di garanzia nazionali ed esteri».

La Repubblica 13.05.10

"L'agonia della scuola italiana", di Fausto Pacciato

La scuola italiana è povera in canna. Il governo ha smesso di considerarla, come hanno sempre fatto anche i governi precedenti, un sistema migliorabile tramite adeguati cambiamenti. Negli anni scorsi almeno andava in scena il finto dibattito tra maggioranza e opposizione sulle riforme. Adesso si rinuncia anche alla commedia e si va al sodo. A colpi di machete, viene tagliato non solo il tagliabile ma anche lo stretto necessario, dagli edifici che vanno in malora ai posti di lavoro. Docenti che perdono l’insegnamento, personale sussidiario decimato, clima di precarizzazione nell’unico scopo confessato senza pudore: un risparmio selvaggio su ciò che rimane del sistema educativo, su tutto ciò che ha a che fare con la Cultura. Al Veneto il trattamento non viene certo evitato e anche qui i dirigenti scolastici cominciano a rivolgersi alle famiglie per farsi aiutare, per tenere in piedi la baracca che rischia di non poter più fornire un servizio nei confini della decenza. In questa opera di sistematica demolizione (la crisi economica non sta scatenando la stessa follia in altri Paese europei) l’aspetto forse più inquietante è il silenzio rassegnato dei genitori, in una società ammutolita che non si scandalizza più, dove l’«opinione pubblica» è soltanto un ricordo. A parte qualche voce isolata, non ci sono proteste, comunque nulla di paragonabile al malumore di chi arranca verso la fine del mese. Una scuola già immersa nella mediocrità, ora viene legalmente depredata, quindi depotenziata, quindi resa ridicola agli occhi dei suoi stessi discepoli. Si rischia così che della nostra «più grande industria culturale» rimanga un enorme scheletro senza vita in questa Italia del 150?anniversario dell’Unità che si auto-celebra nel peggiore dei modi. L’idea, suggerita dall’indigenza, di compensare la chiusura del rubinetto statale attingendo «confidenzialmente» ai bilanci delle famiglie sembra il più bizzarro tentativo di privatizzazione mai escogitato. Forse non c’è un legame diretto fra la caduta verticale di prestigio scolastico e il diffondersi ormai incontrollato del bullismo e del teppismo fra i giovani nelle nostre città. Forse no. Ma il loro coincidere nel tempo non è casuale. E non lo è neppure il silenzio-assenso della società che assiste al degrado senza reagire e che in tal modo ammette di considerare gli investimenti relativi un inutile spreco. Ma la ministra in carica della Pubblica Istruzione vi spiegherà che si tratta di un disboscamento necessario, grazie al quale l’albero della Cultura potrà crescere ancora più forte e rigoglioso. Non importa se nel frattempo, nell’attesa della nuova giovinezza, si scopre che tanti giovani non sanno scrivere una frase corretta e leggono con palese difficoltà, degni figli di questo periodo di transizione di cui non conosciamo né la durata, né le reali conseguenze.

Il Corriere del Veneto 13.05.10

Nucleare velleitario

Nessuna ideologia. Il no del Pd sul ritorno al nucleare ha motivazioni ben radicate nelle coscienze delle persone e su dati scientifici che l’approssimazione del governo continua a trascurare. La risposta di Bersani alla lettera degli scienziati. Non si è fatta attendere la risposta di Pier Luigi Bersani alla richiesta da parte di Umberto Veronesi, Margherita Hack e altri scienziati ed intelletuali circa la posizione di chiusura del Pd sul ritorno al nucleare. Una risposta politica che ha voluto ribadire come il Pd non sia un partito che si oppone al miglioramento tecnologico e scientifico, né tanto meno, sia legato ad ideali utopici e approssimativi circa lo sviluppo e il buon utilizzo delle risorse energetiche.

Per il segretario Bersani “il nostro no alla proposta del governo sul nucleare non ha assolutamente niente di ideologico. E’ un appello amichevole, ma noi contestiamo le velleità di un piano che non si occupa di alcuni argomenti centrali come la dipendenza tecnologica, le condizioni di sicurezza, la gestione degli esiti del vecchio nucleare, il decomissioning, le scorie, che mette le procedure di delocalizzazione su un binario complicato e assolutamente incerto e non affronta in maniera adeguata il problema dei costi”.

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Questo il testo della lettera che alcuni scienziati e professionisti con in testa Umberto Veronesi e Margherita Hack, hanno inviato al segretario Bersani per chiedergli una maggiore apertura alla questione nucleare visto dal punto di vista tecnologico e scientifico.

“I dati ti sono chiari: importiamo piuÌ dell’80 per cento dell’energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da Paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l’energia elettrica per il 70 per cento con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall’estero e prevalentemente di origine nucleare. Se non la importassimo la nostra dipendenza dai combustibili fossili (gas e carbone in primo luogo) salirebbe oltre l’80 per cento. Con le rinnovabili, se escludiamo l’idroelettrico, patrimonio storico del nostro Paese, ma praticamente non aumentabile, produciamo circa il 6 per cento. L’energia solare per la quale sono stati investiti fino a ora circa 4 miliardi, ben ripagati dai generosi incentivi concessi fino a oggi dal sistema elettrico italiano, contribuisce al nostro fabbisogno elettrico per lo 0,2 per cento.

EÌ incomprensibile, invece, la sbrigativitaÌ e il pressapochismo con cui, spesso, da parte di esponenti del Pd, vengono affrontati temi che meriterebbero una discussione informata e con dati di fatto. Abbiamo nel Paese sentito parlare di “masserie fosforescenti” e altre falsitaÌ di questo genere, che cozzano contro il buon senso e ogni spirito di razionale e serio approccio al problema. Basterebbe attraversare il confine e visitare centrali nucleari francesi vicine ai castelli della Loira o quelle nelle vallate svizzere per capire l’enormitaÌ di tali affermazioni. O ancora per quel che riguarda i costi del programma nucleare: incomprensibile senza una discussione completa su tutti i dati di riferimento (costi di generazione del KWh, costo del combustibile, durata di vita delle centrali eccetera) e senza confronti con i costi delle alternative in caso di rinuncia al programma nucleare. Per non dire del tema della sicurezza che punta a sottacere il track record di sicurezza degli impianti nucleari che non ha paragoni con quello di ogni altra filiera energetica.

Caro Segretario, occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Ampi settori di intellettualitaÌ tecnica e scientifica, che un tempo guardavano al centrosinistra come alla parte piuÌ aperta e moderna dell’Italia, non ci capiscono piuÌ e guardano altrove. Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non eÌ neì di sinistra, neì di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di societaÌ eco-compatibili: Brasile con Lula, Usa con Obama, Giappone con Hatoyama, Gran Bretagna con Brown. Noi ti chiediamo di garantire che le sedi nazionali e locali del Pd, gli organi di stampa, le sedi di riflessione esterna consentano un confronto aperto e pragmatico. Riterremmo innaturale e incomprensibile ogni chiusura preventiva su un tema che riguarda scelte strategiche di politica energetica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale cosiÌ critiche e con impatto di cosiÌ lungo termine per il nostro Paese”.

Firmato da:

Sen. Umberto Veronesi direttore scientifico Istituto Europeo di Oncologia
Margherita Hack astrofisica
Giorgio Salvini presidente onorario Accademia Lincei
Carlo Bernardini professore emerito di Fisica Università di Roma Direttore di “Sapere”
Enrico Bellone ordinario di Storia della Scienza
Edoardo Boncinelli professore di Biologia e Genetica
Gilberto Corbellini docente di Storia della medicina Università di Roma
Marco Ricotti professore Politecnico di Milano
Ernesto Pedrocchi professore Politecnico di Milano
Roberto Vacca scienziato e scrittore
Franco Debenedetti economista
Emilio Sassoni Corsi presidente Unione Astrofili Italiani
Marco Carrai ad Firenze Parcheggi
Luigi de Paolis professore Università Bocconi
Chicco Testa imprenditore
Umberto Minopoli manager
On. Erminio Quartiani
On. Francesco Tempestini
Sen. Enrico Morando
Sen. Tiziano Treu
Sen. Pietro Ichino
Sen. Andrea Margheri
Amedeo Lepore professore Università di Napoli
Carlo Pedata professore
Mario Bianchi professore
Riccardo Casale professore
Marino Mazzini professore Università di Pisa
Bruno Neri professore Università di Pisa
Giovanni Forasassi Professore Università di Pisa
Giorgio Turchetti docente Università Bologna presidente Centro A. Volta
Carlo Artioli ingegnere nucleare Enea
docente Master Nucleare Bologna
Sandro Paci Università di Pisa docente di Impianti Nucleari
Davide Giusti ingegnere nucleare Enea
Ettore Lomaglio Silvestri professore
Domiziano Mostacci ingegnere nucleare docente Università di Bologna
Roberta Musolesi insegnante
Guido Fano fisico docente Università di Bologna
Giorgio Giacomelli fisico docente Università di Bologna
Vincenzo Molinari professore emerito di Fisica Università di Bologna
Marco Valenzi ricercatore
Paolo Mautino
Francesco Romano ingegnere
Aldo Amoretti sindacalista e consigliere Cnel
Fabrizio Rondolino giornalista
Maria Giovanna Poli giornalista
Myrta Merlino giornalista
Gianfranco Bangone direttore di “Darwin”
Anna Meldolesi giornalista scientifica
Vincenzo Rosselli imprenditore
Angelo Tromboni imprenditore
Antonio Napoli imprenditore
Maria Luisa Mello imprenditore e fisico
Giuseppe Gherardi ingegnere nucleare Enea
Francesco Pizzio ingegnere nucleare
Silvia De Grandis ingegnere nucleare e imprenditrice
Giuseppe Bolla ingegnere
Giulio Bettanini ingegnere elettrotecnico
Andrea Gemignani presidente Confindustria Livorno
Herman Zampariolo presidente Vona Energy
Giulio Valli dirigente Enea – Galileo 2001
Adolfo Spaziani direttore generale Federutility
Giovanni Bignami astrofisico
Massimo Locicero economista
Paolo Saracco fisico
Mauro Giannini direttore Dipartimento di Fisica Università di Genova
Fabrizio Candoni manager
Anna Ascani manager
Francesco Semino manager
Raffaella Di Sipio manager
Pietro Costantino manager
Silvio Simi manager

www.partitodemocratico.it

Istat: il 45,1% degli italiani legge solo un libro all'anno

I lettori piu’ voraci? Sono gli anziani e, piu’ in genere, le donne. Tra i 65-74enni, infatti, uno su cinque ha ‘divorato’ dodici o piu’ libri nell’ultimo anno, tra le donne la quota e’ del 16%. Sfogliano pagine e pagine anche laureati (24,4%), dirigenti e imprenditori (19,8%) e le persone che si sono rititare dal lavoro e, dunque, hanno piu’ tempo libero (18,7%). È quanto emerge da una statistica dell’Istat sulla lettura dei libri in Italia. Fin qui le buone notizie. Il quadro, infatti, ha tanti punti scuri e pochi chiari: il 44,9% degli italiani dichiara di aver letto solo fino a tre testi nell’ultimo anno, solo il 15,2% ne ha letti 12 o piu’. Tra i cosiddetti lettori ‘deboli’ e ‘forti’, insomma, c’e’ una voragine. E comunque il 45,1% della popolazione, quasi un italiano su due, al massimo apre un libro all’anno per motivi di piacere escludendo, dunque, studio e lavoro. Mentre il 10,3% delle famiglie dichiara di non avere una biblioteca in casa.

CHI LEGGE E CHI NO – Nel 2009 il 45,1% della popolazione di 6 anni e piu’ (oltre 25 milioni e 300 mila persone) dichiara di aver letto “almeno un libro” non scolastico o non legato alla propria profesisone. La quota piu’ alta di lettori ‘basici’ si riscontra tra gli 11-17enni e decresce all’aumentare dell’eta’. A partire dai 35 anni si scende sotto il 50%, dai 65 anni in poi si cala ancora un po’, fino a raggiungere il valore piu’ basso tra la popolazione over 75 anni (22,8%). Le donne leggono piu’ degli uomini: le lettrici sono il 51,6%, i lettori il 38,2%. Le differenze di genere si annullano solo tra gli over 75. Il titolo di studio influisce fortemente sui livelli di lettura: si va da un massimo dell’80,6% tra i laureati a un minimo del 28,4% tra chi possiede la licenza elementare o nessun titolo.

Seguono i dati dell’Istat sulla lettura in Italia:

TESTA A TESTA TRA NORD E CENTRO, SUD INDIETRO – A livello territoriale, le quote piu’ alte di lettori di libri si registrano al Nord: quasi il 52% della popolazione di 6 anni e piu’ ha letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista. Se la cava bene anche il Centro (48%). Nel Sud e nelle Isole, invece, la quota di lettori scende rispettivamente al 34,2% e al 35,4%. Ma ci sono significative variazioni anche tra regioni e regioni: se Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia fanno registrare livelli di lettura superiori al 56%, Marche, Umbria e tutte le regioni del Mezzogiorno si attestano al di sotto della media nazionale. Agli ultimi posti Calabria (34,3%), Puglia (33,1%), Campania (32,9%) e Sicilia (31,5%).

I LETTORI PIU’ VORACI? DONNE E ANZIANI – Il 44,9% degli italiani ha letto al massimo tre libri negli ultimi 12 mesi (lettori deboli) il 15,2% ne ha letti 12 o piu’ (lettori forti). I lettori deboli sono soprattutto maschi (48,1%), bambini e ragazzi fino a 14 anni (piu’ del 48%), persone con 75 anni e piu’ (49,5%), persone con la licenza media o titolo inferiore (piu’ del 50%), operai (55,3%), persone in cerca di prima occupazione e casalinghe (oltre il 51%), residenti nelle regioni meridionali (57,6%). Mentre tra i lettori piu’ voraci ci sono le persone di 65-74 anni (19,8%), le donne (16%), con un picco tra quelle di 65-74 anni (22,1%), i laureati (24,4%), dirigenti, imprenditori e liberi professionisti (19,8%) e ritirati dal lavoro (18,7%).

Seguono i dati dell’Istat sulla lettura in Italia:

LE BIBLIOTECHE DOMESTICHE – L’89,2% delle famiglie dichiara di possedere libri in casa: il 62,5% ne ha al massimo 100, poco piu’ di un quarto dichiara di possederne piu’ di 100 (26,7%), mentre il 10,3% (pari a 2 milioni e 474 mila famiglie) dichiara di non averne affatto. La regione con la percentuale piu’ alta di famiglie che non possiedono in casa alcun libro e’ la Sicilia (20,2%), seguita dalle regioni meridionali nel loro complesso (15,0%), mentre nelle regioni del Centro-nord tale quota non raggiunge il 9%. La presenza di una biblioteca domestica influenza, ovviamente, i piu’ piccoli. È “un elemento- dice l’Istat- che puo’ influire sulle abitudini di lettura dei ragazzi, e che e’ strettamente collegato al titolo di studio e al comportamento di lettura dei genitori, e’ il numero di libri presenti in casa: in altri termini il crescere in mezzo ai libri”.

da www.redattoresociale.it

"Ha senso salvare l’Europa sacrificando gli europei?", di Loretta Napoleoni

Torna la sfiducia sui mercati e ieri l’Italia, per collocare l’ennesima emissione, ha dovuto maggiorare il tasso d’interesse. Possibile che mille miliardi siano insufficienti a ripristinare la fiducia nel debito sovrano di Eurolandia? Ecco qualche cifra per aiutarci a rispondere a questa scomoda domanda. I soldi stanziati equivalgono all’8,4% del PIL dell’Unione Europea, ma coprono il 10,6% del suo debito pubblico complessivo, poca cosa quindi. Bastano appena a coprire fino al 2012 il deficit del Portogallo, della Spagna e forse anche dell’Irlanda (500 miliardi di euro), ma se il contagio si estende anche all’Italia e al Belgio, allora bisognerà ricorrere a ulteriori iniezioni di denaro. I mercati si chiedono dove troveremo tutti questi fondi, ricorrendo a un ulteriore indebitamento? Poiché non illudiamoci è il debito il cavaliere bianco che dovrebbe salvare dalla bancarotta la giovane moneta europea. Tutti sanno che l’Europa non ha a disposizione la liquidità stanziata nel fine settimana e quindi la deve creare. E lo farà indebitandosi. La Commissione Europea venderà obbligazioni per 60 miliardi di euro usando come collaterale i 141 miliardi stanziati per il suo bilancio. Questi soldi andranno a rimpinguare il fondo d’emergenza della bilancia dei pagamenti europea, già usato nel 2008 per correre in aiuto di altri paesi dell’Unione: Lituania, Romania e Ungheria. Allora però l’esborso fu di appena 15 miliardi di euro.

I paesi membri ed il FMI stanzieranno 440 miliardi di euro; l’ammontare che ogni stato dovrà fornire dipenderà naturalmente dal peso economico che ciascuna nazione riveste nell’Unione, ciò significa che i tedeschi dovranno pagare di più dei portoghesi. Ma dato che nessuno ha a disposizione tanto contante tutti andranno sul mercato e venderanno obbligazioni, in altre parole s’indebiteranno.

In un déjà vu dell’acquisto dei beni tossici delle banche da parte del Tesoro americano, la Banca Centrale europea s’impegna poi a intervenire sul mercato internazionale per acquistare le obbligazioni dei paesi deficitari, spingendosi fino al mercato repo, quello dove finiscono quelle spazzatura prima di andare in bancarotta, e le acquisterà ogni volta che sarà necessario. E dato che non ha fondi a sufficienza per farlo dovrà vendere titoli “buoni” per acquistare quelli “tossici”. Tutte queste decisioni, naturalmente, vanno contro gli accordi di Maastricht e di Lisbona che vietano alla Banca Centrale Europea di comportarsi come una banca centrale di uno stato sovrano.

Non è però detto che questa strategia funzioni o che basti ad arginare la sfiducia nel debito sovrano dei mercati. Sebbene sulla carta il grande salvataggio di Eurolandia sembri perfetto – ed infatti lunedì i mercati si sono concessi una giornata di totale euforia -, in pratica però si tratta di un gigantesco indebitamento di cui nessuno è a conoscenza delle modalità. Tra le domande che gli operatori si pongono ce ne sono alcune che pesano più di altre: il fondo di stabilità è una garanzia di solvibilità o un semplice fondo? Il mercato vuole sapere cosa succederà quando non ci saranno più soldi nelle sue casse e bisognerà “salvare” l’ennesima nazione. Quali le condizioni per accedere al fondo e chi lo monitorerà, l’UE, il FMI o tutti e due? Quando entrerà in vigore e sarà operativo questo fondo?

Ma anche se trovassimo una risposta a tutte le domande tecniche esistono dietro l’angolo altri ostacoli: il meccanismo di salvataggio proprio perché va contro lo spirito dell’Unione e poggia sull’indebitamento dovrà essere ratificato dai parlamenti di ciascun paese ed in alcuni di questi, ad esempio la Germania e l’Olanda, questa potrebbe essere un’impresa non facile. L’intervento della BCE anche se “sterilizzato”, e cioè tenuto lontano dalla creazione di moneta nell’Unione, rappresenta una minaccia per l’indipendenza delle banche centrali e farà gravitare le aspettative di inflazione e naturalmente la posizione debitoria di Eurolandia. Infine rimane la questione della ristrutturazione del debito dei paesi deficitari. La Spagna ha già detto che quest’anno taglierà il deficit dell’0.5% e dell’1% l’anno prossimo, con un tasso di disoccupazione al 22% ci si chiede come farà a farlo. Il Portogallo ha annunciato tagli dell’1% nel 2010 e del 1,5% nel 2011, ma si tratta di poca cosa di fronte alle dimensioni del debito pubblico europeo.

Il problema più serio è chi nel lungo periodo si accollerà il debito, i già indebitatissimi contribuenti europei? E tutte le piazze affari concordano che costoro non ce la fanno a tirare ulteriormente la cinghia. A che serve salvare l’Europa se per farlo dobbiamo sacrificarne gli abitanti?

L’Unità 13.05.10

«I Mille oggi viaggiano al contrario», di Adriano Sofri

DUNQUE abbiamo appena ripassato la storia: nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, 1070 volontari garibaldini s’ imbarcarono a Quarto lasciando famiglia lavoro e studi per andare a Sud a fare l’Italia. E abbiamo appena rifatto la storia: nei giorni tra il 5 e il 6 maggio 2010 un migliaio di giovani del Sud sono andati a Nord.
MAGARI la cifra esatta sarà incisa nel bronzo fra 150 anni. Ce ne sono 300 mila all’anno, fra definitivi e pendolari, che hanno lasciato famigliae studi per cercare lavoro. I numeri contano, non solo per l’ effetto simbolico, e non solo per replicare alla fantasia delle cifre berlusconiste.
C’è un’ emigrazione dal Sud al Nord che rinnova le proporzioni degli anni ‘ 60. “Contare, prima di raccontare”: è il programma del libro di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano (“Ma il cielo è sempre più su?”, Castelvecchi). Del resto, “è una storia che nel Mezzogiorno tutti raccontano. E meglio degli altri, le nonne, le madri. La storia di figli che partono, di madri che preparano valigie e pacchi di conserve, di telefonate una volta al giorno, alla sera. Di famiglie che si rivedono una o due volte l’anno, d’estate e a Natale, dieci giorni al mare e dieci giorni a svernare”.
Tra le due Italie – le chiamiamo ancora così, vero? – questo è lo specchio più eloquente: il Nord che attira il Sud (i Sud, anche gli stranieri) e il Sud da cui si fugge o si è cacciati (o recintati, come a Rosarno). Anche quando non si usasse più lo stesso nome, come già fanno gli irredentisti padani, resterebbe il nome comune di Europa. Ma proprio guardando all’Europa la differenza risalta di più, perché il Nord è fra le regioni più ricche e il Sud fra le più povere. Nel 2005, la Lombardia ha il 136 per cento del Pil medio pro capite dell’ Europa, il Meridione il 62 per cento. (E peggiora: 10 anni prima superava il 69 per cento).
Oggi, il Sud non è ricco nemmeno di nascite. Le donne del Nordest fanno più figli di quelle meridionali. La natalità più bassa in Italia è della Sardegna e della Basilicata. Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Molise hanno da anni un saldo demografico negativo o stagnante. Al Nord, il calo demografico è compensato dall’immigrazione, al Sud no. Ad andarsene dal Sud sono soprattutto i giovani laureati, e quelli con gli studi e i voti migliori. Sono le prime file della “modernizzazione” del Sud – anche civile, contro le mafie, il pizzo – e insieme i più espulsi da una società “pietrificata”. Non è vero forse il contrario, che i “migliori” vanno a cercare altrove la propria realizzazione? No, se la fuga è la loro unica occasione di mobilità sociale. Vuol dire che i giovani del Sud hanno studiato solo per emigrare, salvo affidarsi allo stato di famiglia e di clientela, la vecchia e la neoborbonica dei “partiti del sud” vagheggiati per fare il verso alla Lega e andare alla deriva opposta. Ed è qui che bisogna passare dal conto al racconto – parola, come il sinonimo narrazione, così frequentata da Vendola. Un “sogno a occhi aperti, magari, un sogno che faccia i conti con la realtà, con la politica dell’ irrealtà di cui parlava Guido Dorso: la realtà che supera le contingenze”. Indicando le “tracce di una nuova questione meridionale”, i giovani autori denunciano rimozione e disprezzo per un Mezzogiorno “ingabbiato” nel suo passato, e lasciato in preda ad avventurieri politici, intermediatori da retrobottega, o eterni aspiranti masanielli. L’idea di fondo è quella di una “generazione sequestrata”, e con essa il futuro del Sud. Nella critica feroce alle classi dirigenti meridionali – fin troppo “radicate” nel loro territorio… – autrici di questo sequestro, sono amaramente comprese quelle di centrosinistra. Ottimi dirigenti politici trasformati in professionisti della spesa pubblica, ripiegati nel mito del localismo, hanno finito per utilizzare gli investimenti più per alimentare e consolidare un consenso territoriale che per rompere gli interessi al mantenimento dello statu quo.
Interessi ora rinsaldati – per fortuna, solo fortuna, con contraddizioni interne – in un “blocco sociale dominante” all’insegna dell’alleanza tra Pdl e Udc che ha tinto del proprio colore un Sud che arriva dalla Sicilia a Roma. C’è, dicono gli autori, un peccato originale del Pd, e prima di Ds e Margherita, nel lasciar proliferare oligarchie locali stabilendo tutt’al più rapporti di reciproca non interferenza. “Troppi leader, all’ indomani di ogni scandalo che ha a che fare con la politica al Sud, pontificano sul degrado del costume politico meridionale, e ricordano la donnaccia a cinque franchi che Baudelaire portò al Louvre e che si scandalizzava per le oscenità esposte”.
Può essere il federalismo la chiave di volta nazionale, un messaggio che valga da Palermo ad Aosta? Può darsi, ma con due avvertenze. Dove lo Stato unitario ha fallito, non è servito il regionalismo, che anzi al Sud ha fatto registrare un magrissimo bilancio, alimentando rendite legate alla spesa pubblica e facendo smarrire la dimensione macroregionalee mediterranea delle sfidee delle opportunità cruciali per il Mezzogiorno. Al punto in cui è ridotto il Paese, il termine “federale” dovrebbe riprendere l’ accento originario: tendere verso ciò che unisce e tiene insieme. Altrimenti l’ accento secessionista scivolerà dalle regioni alle divergenze di province e comuni, e tifoserie ed etnie e gruppi e bande e famiglie, che l’ ideologia del “territorio” maschera a fatica. Ma il messaggio nazionale può misurarsi proprio con le scelte compiute dai padri di oggi – “che amano i propri figli a dismisura (oltre il buon costume, oltre le regole), ma che non si curano mai dei figli degli altri, dei giovani in generale”. Sull’ economia, sul welfare, sull’ ambiente, sulle scelte urbanistiche, la lettura generazionale indica un’ altra rotta. Di un cambiamento che non solo è necessario ma, nel Sud dei garibaldini alla rovescia che fuggono e giurano di non tornare più, al punto in cui siamo, perfino “conviene”. La riscoperta del Sud – dov’ è una così forte mobilità di voto, che fa vincere e perdere le elezioni – alla vigilia delle celebrazioni per l’ Unità, può essere un’ occasione importante, ma porta con sé i rischi impliciti in ogni riscoperta: il riaffiorare di retoriche inservibili, o di una moda di stagione destinata presto a svanire. Il Sud è più che mai luogo di complessità. La molteplicità dei problemi impone agli attori pubblici di “sporcarsi le scarpe”, come diceva Manlio Rossi Doria. Questa pluralità, con punte di miseria e sottosviluppo e altre di innovazione e modernità, non può far rinunciare alla categoria “Mezzogiorno”. Il declino del meridionalismo coincide col declino della sinistra, ed entrambi con l’ eclisse dell’ idea dell’ uguaglianzae della tensione alla solidarietà. La deriva localistica e separatista rischia di deflagrare con la crisi (economica e sociale, ma anche politica) – perché nei naufragi non è detto che prevalga la solidarietà,e più spesso prevale il cannibalismo. Dopotutto, la lezione più smaccata dei 150 anni non può che essere questa: che l’ Italia si fece, ed era molto improbabile, e può disfarsi, ed è diventato quasi probabile. A questo punto si passi a un altro libro, Giorgio Ruffolo, “Un paese troppo lungo. L’ unità nazionale in pericolo”. Lì si ricapitola la storia, e anche la battuta di un vecchio professore estremista: “Nord alla Lega, sud alle mafie”.

da www.repubblica.it