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«Quale unità custodire», di Michele Ainis

L’unità nazionale è figlia della storia, di processi culturali, fatti linguistici, intraprese politiche, fenomeni sociali. Ma è anche frutto del diritto: senza coesione giuridica non c’è unità politica, senza un tessuto di regole comuni e condivise è impossibile la stessa convivenza. Dunque il diritto non può creare l’unità nazionale, però deve alimentarla, e in conclusione deve conservarla.

A questa vocazione risponde innanzitutto la legge più alta, quella scolpita nelle tavole costituzionali. Nei 150 anni dell’Italia unita ne incontriamo due, diverse nella propria genesi, nella concezione dei rapporti fra lo Stato e i cittadini, nell’architettura della cittadella pubblica. Eppure c’è almeno un filo di continuità fra lo Statuto Albertino e la Carta repubblicana: l’uno e l’altra sono stati concepiti con lo sguardo rivolto al futuro, alle generazioni che verranno. Nel più autorevole commento allo Statuto, firmato da Racioppi e Brunelli, quest’ultimo era raffigurato come una sorgente di «principii in attesa della loro sostanza vitale». Un secolo più tardi Piero Calamandrei illustrò il medesimo concetto sui banchi dell’Assemblea Costituente; e rivolgendosi agli altri deputati li esortò a operare, secondo il verso dantesco, «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte».

C’è insomma una tradizione giuridica italiana che si mantiene inalterata pur nel passaggio dal regno alla repubblica; ma in che misura si è tradotta in un fattore d’unificazione? Se effettuassimo un esame intransigente, dovremmo stendere un bilancio in rosso. Sull’unità degli italiani pesano fratture storiche mai del tutto ricucite: quella fra élite e masse popolari, a partire dal modo in cui le classi dirigenti sabaude gestirono il nuovo Stato nazionale; quella fra laici e cattolici dopo il Non expedit di Pio IX; la guerra civile dopo l’8 settembre; la conta fra monarchici e repubblicani; lo scontro fra partiti di sistema e partiti antisistema, gli uni e gli altri – significativamente – con un riferimento fuori dal contesto nazionale (Washington, Mosca, Città del Vaticano). E pesa infine una questione meridionale che nel tempo si è aggravata, invece d’attenuarsi.

Tuttavia gli ostacoli al sentimento unitario non devono indurci a negare quello stesso sentimento. Vale per l’unità nazionale, vale per tutti gli altri valori espressi dalla Costituzione, a cominciare dai valori di eguaglianza e libertà. Potrà mai esistere una società totalmente libera, totalmente eguale? Non su questa terra, perché la vita stessa genera ogni giorno nuove situazioni di diseguaglianza, nuove ferite alla libertà degli individui. Conta allora la tensione verso l’eguaglianza, verso la libertà, infine verso l’unità. La condizione umana riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno di noi porta un masso sulle spalle, senza mai riuscire a liberarsene. A loro volta i valori costituzionali sono come l’orizzonte che ci sovrasta: non possiamo toccarlo con le mani, ma non possiamo neppure evitare di tendervi lo sguardo.

Nella Carta repubblicana, questo orizzonte si disegna nell’art. 5: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». Una formula icastica, che però fu ritenuta a lungo una scatola vuota. Per quale ragione? Perché ospita due principi che a prima vista si negano l’un l’altro, perché l’unità è nemica della diversità. Ma l’identità – in termini aristotelici – è sempre un divenire, sia per i singoli sia per i corpi collettivi. In secondo luogo, l’unità non è uniformità: anche il matrimonio è un’unione fra sessi diversi, e d’altronde l’unione dell’uno sarebbe un ossimoro. In terzo luogo, in democrazia l’unità è a sua volta pluralista, il pluralismo genera l’autonomia delle comunità locali, e l’autonomia esprime una carica antiautoritaria, perché avvicina governanti e governati. Da qui la doppia valenza dell’art. 5: vi si estrae sia un principio propulsivo, nel senso del decentramento del potere pubblico; sia un principio negativo, un argine a riforme che possano disgregare il nostro tessuto connettivo, anche se approvate nella forma della legge costituzionale.

Ma a chi spetta custodire l’unità? Dice l’art. 87: «Il Presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale». Anche in questo caso la formula costituzionale inizialmente venne irrisa, fino a qualificarla espressione «poetica» o al più pleonastica. Sennonché – come osservò Ruini in Assemblea costituente – vi s’incarna «la forza permanente dello Stato al di sopra delle fuggevoli maggioranze». Certo: il Presidente è specchio dell’unità che c’è, può rifletterla, non può crearla artificiosamente. Anche il suo ruolo di custode sarebbe impotente dinanzi a fenomeni insurrezionali, quando il fatto diventa diritto. Ma l’esperienza insegna che i valori costituzionali possono venire erosi gradualmente, in forme oblique, attraverso una pioggia d’episodi minori che in conclusione ne faccia marcire le radici. E questo pericolo chiama in causa non solo il Capo dello Stato, bensì ciascuno di noi, la vigilanza di ogni cittadino.

da www.lastampa.it

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Il Presidente Giorgio Napolitano: «Le celebrazioni del 150° siano l’occasione per un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del Paese»

“Siano le celebrazioni del 150° del nostro Stato nazionale, l’occasione per determinare un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del paese, nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l’obbiettivo supremo di una rinnovata e più salda unità. Unità che è, siamone certi, la sola garanzia per il nostro comune futuro”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Marsala nel discorso celebrativo del 150° anniversario dello sbarco del Mille.

“Oggi – ha detto il Presidente Napolitano – siamo qui per rievocare il ruolo della Sicilia nel compimento del processo di unificazione nazionale. Senza la Sicilia e il Mezzogiorno non si sarebbe certo potuto considerare compiuto quel processo, non si sarebbe potuto far nascere uno Stato che rappresentasse pienamente la nazione italiana e che si ponesse, in pieno Ottocento, tra i maggiori Stati europei”.

Il Capo dello Stato ha ricordato che “le celebrazioni del 150° anniversario della fondazione del nostro Stato nazionale offrono l’occasione per mettere in luce gli apporti della Sicilia e del Mezzogiorno a una storia comune e ad una comune cultura, che affondano le loro radici in un passato plurisecolare, ben precedente lo sviluppo del processo di unificazione statuale della nazione italiana. Di quel patrimonio, culminato nelle conquiste del 1860-1861, possiamo come meridionali essere fieri: non c’è spazio, a questo proposito, per pregiudizi e luoghi comuni che purtroppo ancora o nuovamente circolano, nell’ignoranza di quel che il Mezzogiorno, dando il meglio di sé, ha dato all’Italia in momenti storici essenziali”.

Il Presidente ha poi rilevato che “in un bilancio critico del lungo periodo che ha seguito l’unificazione d’Italia, non si coltivino nel Mezzogiorno rappresentazioni semplicistiche delle difficoltà che esso ha incontrato, dei prezzi che ha pagato, per errori e storture delle politiche dello Stato nazionale nella fase della sua formazione e del suo consolidamento. Il ripescare le vecchissime tesi (perché vecchissime sono) – come qualche volta si sente fare – di un Mezzogiorno ricco, economicamente avanzato a metà ‘800, che con l’Unità sarebbe stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso, non è degno di un approccio serio alla riflessione storica pur necessaria. E non vale nemmeno la pena di commentare tendenze, che per la verità non si ha coraggio di formulare apertamente, a un nostalgico idoleggiamento del Regno borbonico”.

“Si può considerare solo penoso – ha affermato – che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell’Unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna. Mentre chi si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio. Nel buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede coesione degli Stati nazionali europei entro un’Unione più fortemente integrata e non macroregioni allo sbando. Lasciamo scherzare con queste cose qualche spregiudicato giornale straniero”.

“Non è la prima volta che lo dico – ha affermato il Presidente Napolitano – e sento il bisogno di ripeterlo; le critiche che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione dei poteri regionali e locali e nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche, sia negli atteggiamenti del settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo di correzioni essenziali anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata che è diventata una vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e dello sviluppo del Mezzogiorno”.

“Nello stesso tempo – ha concluso il suo intervento il Presidente della Repubblica – si deve chiedere a tutte le forze responsabili che operano nel Nord e lo rappresentano, di riflettere fino in fondo su un dato cruciale : l’Italia deve nel prossimo avvenire crescere di più e meglio, ma può riuscirvi solo se crescerà tutta, se crescerà insieme, solo se si metteranno a frutto le risorse finora sottoimpiegate, le potenzialità, le energie delle regioni meridionali”.

Successivamente il Capo dello Stato si è recato a Salemi dove ha inaugurato il restaurato Palazzo Municipale e visitato i Musei del Risorgimento e della Mafia, e la Mostra del FAI “Paesaggi d’Italia”.

Ultima tappa del viaggio in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia è stata Calatafimi dove il Presidente Napolitano ha deposto una corona al Sacrario di Pianto Romano e scoperto una targa in ricordo dei garibaldini che persero la vita nella battaglia del 15 maggio 1860 alla presenza dei sindaci delle città di provenienza dei caduti.

da quirinale.it
Intervento del Presidente Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del 150° anniversario dello ” Sbarco dei Mille “, Marsala 11/05/2010

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«Napolitano a Marsala omaggia i Mille: “Penoso liquidare l’Unità d’Italia”»,
Il presidente accolto da applausi. «No a luoghi comuni sul Sud, secessione è un salto nel buio»

In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità di Italia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano pronuncia da Marsala parole dure contro «i penosi giudizi liquidatori sull’Unità».

«Si può considerare solo penoso che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell’Unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna», ha detto il presidente della Repubblica. Un discorso, quello del Capo dello Stato, molto applaudito, sottolineato dal consenso nei passaggi in cui ha riaffermato l’importanza della coesione nazionale, il ruolo «non passivo, ma da protagonista» della Sicilia nel moto unitario, e anche quando ha affermato che il contributo del Mezzogiorno e «storicamente indiscutibile».

«Le celebrazioni del 150° anniversario – ha proseguito Napolitano – offrono l’occasione per mettere in luce gli apporti della Sicilia e del Mezzogiorno a una storia e a una cultura comuni che affondano le radici in un passato plurisecolare. Di quel patrimonio, culminato nelle conquiste del 1860-1861, come meridionali possiamo essere fieri: non c’è spazio, a questo proposito per pregiudizi e luoghi comuni che purtroppo ancora o nuovamente circolano, nell’ignoranza di quel che il Mezzogiorno ha dato all’Italia in momenti storici essenziali».

Napolitano ha concluso invitando da un lato il Mezzogiorno a non indulgere nel coltivare «rappresentazioni semplicistiche delle difficoltà che ha incontrato» e dall’altro lato a non «ripescare le vecchissime tesi, non degne di un approccio serio alla riflessione storica, di un Mezzogiorno ricco, economicamente avanzato a metà Ottocento che con l’Unità sarebbe stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso». Nella Piazza della Repubblica gremita, vibrante di entusiasmo, con le bandiere tricolori appese ai balconi, Giorgio Napolitano ha affermato che proprio queste adesioni dimostrano che le celebrazioni del Centocinquatenario dell’Unità d’Italia non sono manifestazioni retoriche ma iniziative che hanno una vera adesione popolare e sono sentite come iniziative per rinnovare il Patto fondativo della nostra Nazione. Sul palco, accanto al Capo dello Stato, c’erano il presidente del Senato Renato Schifani, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il sindaco di Marsala Renzo Carini e varie autorità locali. «La presenza del ministro La Russa – ha detto Napolitano – testimonia l’impegno del governo per queste celebrazioni».

Napolitano sulle orme dei garibaldini al porto di Marsala
Il tour siciliano del presidente Napolitano sulle orme dei garibaldini è iniziato questa mattina. All’arrivo al porto di Marsala (Trapani), è stato accolto da un lungo applauso dei bambini, in maglia rossa e con il tricolore in mano, delle scuole elementari della città. Accompagnato dalla signora Clio, il capo dello Stato è stato poi salutato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa e dal presidente del Senato Renato Schifani. Subito dopo il suo arrivo il presidente della Repubblica ha deposto una corona al monumento dedicato a Giuseppe Garibaldi, mentre i bambini hanno intonanto l’Inno di Mameli. Napolitano ha poi accolto le barche a vela “Piemonte” e “Lombardo” che portavano simbolicamente a bordo i “garibaldini”, rigorosamente in maglia rossa, proprio come era avvenuto l’11 maggio del 1860 al porto di Marsala. A causa del forte vento, però, le barche non hanno potuto attraccare.

Il sindaco di Marsala: «Bossi perde l’ennesima occasione»
Poche ore prima della cerimonia il sindaco di Marsala era tornato sulla polemica innescata da alcuni esponenti della Lega che avevano annunciato di non prendere parte ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. «Oggi, decidendo di non venire qui a Marsala, i ministri Bossi e Calderoli hanno perso una grande occasione per rilanciare l’unità d’Italia», ha detto il primo cittadino Renzo Carini (Pdl). «Ho invitato Bossi e Calderoli a salire con noi a Quarto sulle imbarcazioni “Piemonte” e “Lombardo”, ma Bossi ha perso l’ennesima occasione e mi dispiace», ha concluso il sindaco.

da www.lastampa.it

Cultura, Pd: Bondi sacrifica autonomia scientifica sull'altare delle nomine politiche

“Un’ingiustificata forzatura su un testo sbagliato che sacrifica l’autonomia scientifica sull’altare delle nomine politiche”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta l’approvazione a maggioranza del parere sullo schema di decreto del Presidente della Repubblica sull’unificazione strutturale della Giunta centrale per gli studi storici e degli istituti storici. “Dopo aver ottenuto la proroga dei termini per esprimere il parere ci saremmo aspettati una serie di audizioni per ascoltare le osservazioni delle istituzioni coinvolte e per approfondire i punti più controversi. Un parere condiviso sarebbe stato un primo passo per ridare agli istituti quella serenità, anche finanziaria, necessaria per l’assolvimento dei propri compiti. La maggioranza ha invece preferito procedere da sola, esprimendo un parere favorevole su un testo che a nostro avviso non ottempera al necessario equilibrio tra le esigenze di politica culturale e di tutela dell’autonomia scientifica e che si concentra quasi esclusivamente sulle nomine politiche in capo al ministro. Insomma – conclude Ghizzoni – ha prevalso il primato della politica in un ambito nel quale dovrebbero primeggiare solo le ragioni del progresso scientifico e della ricerca”.

Licei, Pd: famiglie e studenti bocciano riforma Gelmini. Ghizzoni: persa grande occasione per rilancio istituti tecnici

“I dati del ministero indicano il forte scetticismo delle famiglie italiane sulla riforma della scuola secondaria del ministro Gelmini”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta i dati rilevati dal ministero dell’Istruzione sulle opzioni effettuate al momento dell’istruzione da oltre 500 mila studenti di terza media. “Questi dati, seppur parziali, indicano chiaramente che nell’incertezza sui nuovi assetti, gli studenti e le famiglie si sono orientati verso quei percorsi formativi che, nonostante i forti tagli, non hanno subito modifiche. E’ in ogni caso la dimostrazione che il necessario rilancio dei percorsi tecnici è stato affrontato dal governo in modo affrettato, anteponendo le ragioni dei tagli ai contenuti necessari. Le famiglie e gli studenti hanno capito e sono fuggiti. Il problema però resta nella sua interezza, bisogna adesso studiare un percorso preciso per ridare agli istituti tecnici quel ruolo fondamentale che hanno avuto nel passato per lo sviluppo economico e sociale del paese”.

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“Scuola, torna il fascino dei licei iscrizioni record per il nuovo anno”, di Salvo Intravaia

I dati derivati dalle opzioni di 500mila ragazzi che stanno concludendo le medie. Le incertezze della riforma affossano i tecnici e i professionali. Volano i nuovi licei, crollano i tecnici e i professionali. Il ministero dell’Istruzione ha effettuato una rilevazione sulle iscrizioni nelle scuole superiori per il prossimo anno, quando partirà la riforma Gelmini. Un dato che va preso “con le pinze” perché ancora incompleto, ma che comunque si riferisce alle opzioni effettuate all’atto dell’iscrizione da 500 mila studenti di terza media. Secondo la rilevazione effettuata da viale Trastevere nelle scorse settimane i sei licei (classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane, artistico e musicale/coreutica) fanno il pieno di iscritti. L’aumento, rispetto ai frequentanti le prime classi di quest’anno, è del 3 e mezzo percento. Un boom che premia soprattutto lo scientifico “light” (opzione delle Scienze applicate), senza Latino e con più Informatica, che cresce dell’1,7 per cento e il liceo linguistico: più 1,1 per cento. Bene anche il classico, più 0,7 per cento. Tengono gli artistici e gli ex magistrali, ora licei delle scienze umane. Discorso a parte per i licei musicali/coreutici, quest’anno ad accesso limitato, che fanno registrare il pienone.

Il quadro per gli istituti tecnici e per i professionali è completamente diverso. I primi devono per l’ennesimo anno consecutivo dire addio ad una consistente fetta di iscritti: meno 1,4 per cento. Il calo sarebbe dovuto all’introduzione di due nuovi indirizzi (quello delle Scienze applicate allo scientifico e l’opzione economico-sociale nel liceo delle scienze applicate) tra i licei che avrebbero sottratto iscritti ai tecnici proprio a favore dei primi. Mentre il crollo dei professionali (meno 2,2 per cento) sembra senza appello: una bocciatura da parte di alunni e genitori.

E dire che il governo sperava in un rilancio, spinto soprattutto dalla Confindustria, degli istituti tecnici e professionali, in affanno da qualche anno, per rilanciare la ripresa e l’occupazione. Ma, al momento, le cose sembrano andare diversamente. Probabilmente, a indirizzare altrove la scelta degli alunni ha contribuito l’enorme incertezza e la scarsa specificità derivate dalla riforma: le ore di lezione sono state tagliate drasticamente e a farne le spese, in parecchi casi, sono state proprio le materie di indirizzo, quelle professionalizzanti. A questo occorre aggiungere il caos determinato dal taglio delle ore in seconda, terza e quarta (solo nei tecnici) con i vecchi curricula. Forse, famiglie e ragazzini hanno trovato più chiara e rassicurante la mappa dei nuovi licei, scegliendola in massa.

La Repubblica 12.05.10

Sveglia! Diamo ossigeno ai comuni

Sosteniamo i cittadini e le imprese. Giornata nazionale di mobilitazione degli enti locali.
“Come avevamo preannunciato nei giorni scorsi, con lo slogan ‘Sveglia! Diamo ossigeno ai comuni’ il Pd lancia una giornata di mobilitazione nazionale per denunciare e contrastare gli assurdi vincoli imposti da questo governo alle attività delle comunità locali”.

Così Davide Zoggia, responsabile Enti Locali della segreteria nazionale del Pd, annuncia l’iniziativa del Pd per l’allentamento del patto di stabilità, che si terrà lunedì 17 maggio.

Una giornata di manifestazioni e presidi in tutte le Regioni, alle quali prenderanno parte parlamentari e dirigenti del Partito democratico.

“Il 17 maggio il Pd – prosegue Zoggia – con i propri amministratori e i propri militanti in tutta Italia, presenterà proposte e iniziative per l’allentamento del patto di stabilità allo scopo di sostenere la spesa per gli investimenti, favorire politiche di coesione sociale e premiare i comuni virtuosi. Una giornata con la quale il Partito democratico intende aprire una stagione di iniziative per stare a fianco dei tanti territori strozzati dalle politiche di un governo miope e disattento ai reali bisogni dei cittadini”.

www.partitodemocratico.it

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il 17 maggio sarà la giornata di mobilitazione nazionale degli amministratori del PD per
denunciare e contrastare gli assurdi vincoli che questo governo sta mettendo all’attività
degli Enti Locali.
In questa giornata il PD organizzerà manifestazioni in ogni regione con la partecipazione di
dirigenti nazionali che presenteranno iniziative legate all’allentamento del patto di stabilità
per sostenere la spesa in investimenti, favorire politiche di coesione sociale e premiare i
comuni virtuosi.
Questa iniziativa avrà come slogan: “SVEGLIA! DIAMO OSSIGENO AI TERRITORI”
In Emilia-Romagna l’appuntamento è alle ore 16 del 17 maggio, in piazza Nettuno a
Bologna.
Interverranno Stefano Bonaccini, Vasco Errani e Pier Luigi Bersani.
Riteniamo fondamentale questa giornata che apre una stagione di iniziative del PD sul tema
delle amministrazioni locali, ti chiediamo perciò di partecipare alla manifestazione e di
confermare la tua partecipazione a Barbara chiamando il numero 059 582876 o con email a
barbara@pdmodena.it entro venerdì 14 maggio.

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qui tutti gli appuntamenti in tutte le regioni italiane

"Quando la casa diventa l'inferno", di Elena Loewenthal

Giampiero ha ucciso Cristina con cinquanta coltellate, davanti all’assistente sociale. Cinquanta coltellate sono un oceano di rabbia, un abisso di orrore cieco. Come si fa a uccidere, e così, qualcuno che si è amato, con cui si è condiviso tutto, e messo al mondo due figli? Eppure, la violenza in famiglia non ci stupisce, nemmeno quando è così efferata. Accanto alla condanna, fa capolino una sorta di rassegnazione sociale al fatto che fra le mura di casa – o al centro di un consorzio per le separazioni coniugali, come è capitato ieri a Collegno, vicino a Torino – può succedere, e succede di tutto.

La famiglia è forse oggi più che mai il nostro rifugio. Il luogo dove troviamo quella identità che altrove sembra fare acqua da tutte le parti. E’ la nostra ultima, ma amata spiaggia, dove siamo noi stessi più che mai, negli affetti, nelle nostre potenzialità «creative», nel nostro quotidiano esercizio di umanità.

Però è altrettanto vero che questa famiglia – niente affatto ideale bensì vera, in carne ed ossa – è in crisi. E la frase più comune che si sente dire, quando un matrimonio finisce e un’unione si spezza con inevitabili strascichi di vario genere, la frase più comune che si sente dire a proposito di quel partner che ora sta dall’altra parte del fiume e prima si aveva accanto, è: «Non lo riconosco più», «Non è la stessa donna che ho sposato». E’ un modo per accettare la fine, per scendere a patti con la separazione – che la si sia voluta o subita. Questo disconoscimento del coniuge è però anche e soprattutto l’unica via disponibile per non demolire la famiglia in sé. Non è quella che non ha funzionato, è lui/lei che è diventato un altro.

Forse, la realtà non sta né su una sponda né sull’altra ma, come capita spesso, nel mezzo. Perché è proprio la famiglia, teatro della nostra vita ma anche, e purtroppo non di rado, di violenza e financo di morte, ad avere in sé questo doppio volto. Uno amabile, luminoso, o anche soltanto di accettabile teatro della nostra vita. E l’altro oscuro, inafferrabile. Capace di capovolgersi da un momento all’altro, quando un equilibrio si spezza, un nervo è scoperto. E allora, non è il nostro partner a diventare un’altra persona, terribilmente irriconoscibile, ma la vita stessa. Quelle mura domestiche che sino a un attimo prima erano «casa» e poi diventano inferno. Difficile sapere o anche solo intuire come mai la famiglia abbia in sé questa tremenda potenzialità. Difficile più che mai, come dimostra la morte di Cristina ieri dopo cinquanta coltellate infertele dal marito con cui stava «trattando» una separazione civile, prevedere che questo ti possa capitare per mano della persona con cui hai condiviso tutto, compresa magari la fiducia nella famiglia, per te e per i tuoi figli.

La Stampa 12.05.10

"Scuola e docenti, il ministro sbaglia strada", di Giunio Luzzatto*

Nei prossimi giorni, le Commissioni parlamentari dell’Istruzione devono esprimersi su un Decreto che regolamenta la formazione dei futuri insegnanti. Esso, recependo le indicazioni di una “Commissione Israel”, riduce a nulla o quasi la preparazione specificamente didattica nell’iter che conduce all’abilitazione ed è perciò fuori del tempo; oggi, infatti, le problematiche da affrontare nelle classi hanno a che fare con la motivazione da promuovere nei ragazzi (perciò con le competenze psicopedagogiche e metodologiche dei docenti), altrettanto quanto con i contenuti disciplinari. Il Decreto tace sulle procedure con cui i nuovi abilitati saranno poi assunti; la legge da cui esso deriva prevedeva invece una regolamentazione congiunta di formazione e reclutamento, sicché è dubbia la legittimità stessa di un Decreto dimezzato. I futuri abilitati vengono collocati in un limbo dalle imprecisate prospettive; eppure, il ministro Gelmini aveva soppresso le Ssis (Scuole di specializzazione dell’istruzione secondaria) affermando che un’abilitazione senza regole per il reclutamento non ha senso. In un’intervista del primo maggio (è la sua concezione del diritto al lavoro) il ministro ha ora chiarito il perché di questa sua incoerenza. Le procedure per le assunzioni le sta in realtà predisponendo: dichiara infatti, testualmente, che «gli insegnanti saranno reclutati su chiamata diretta da parte delle scuole». Non si tratta solo dell’accoglimento di posizioni leghiste ispirate allo “ius loci”, in quanto l’ipotesi circolava da tempo in una logica scolastica “aziendalista”; nessun ministro aveva però osato farla propria per il semplice motivo che, come recita la Costituzione: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede per concorso» (art. 97). Il tema del reclutamento di nuovi insegnanti potrebbe apparire inattuale, in presenza delle sforbiciate che fanno perdere lavoro anche a chi già insegna; ma occorre comunque operare in vista della situazione a regime, quando tra un paio di anni il turn over ritornerà elevato in relazione ai numerosi pensionamenti. In quella prospettiva, è necessario che accanto alle graduatorie di chi già c’è, venga predisposto un meccanismo concorsuale che dia spazio ai migliori laureati delle nuove leve; altrimenti, è inutile invocare scelte di qualità e ringiovanimento del corpo docente. A chi gli faceva osservare che spesso i concorsi funzionano male, Paolo Sylos Labini rispondeva che per l’assunzione dei professori tramite concorso vale quello che diceva Churchill a proposito della democrazia parlamentare: «Una soluzione pessima, ma una migliore non è mai stata individuata ».

*Università di Genova

L’Unità 12.05.10

A proposito di primarie

Bersani sul suo profilo facebook: “Non apriamo dibattiti sul nulla. Le primarie vanno fatte funzionare, non vanno certo limitate, né tantomeno abolite”. Bersani sul suo profilo facebook è intervenuto sulle discussioni sulle primarie: “Non apriamo dibattiti sul nulla. Le primarie vanno fatte funzionare, non vanno certo limitate, né tantomeno abolite. Nello Statuto dobbiamo preservarle ed evitare che paradossalmente da strumento prezioso di apertura alla società civile, le primarie possano ripiegare a strumento di autosufficienza del partito. E’ di questo e non di altro che si sta discutendo”.

In questi giorni le anticipazioni del lavoro della Commissione Statuto del PD erano state al centro degli interventi di alcuni esponenti del PD, poi ripresi in rete, su diversi blog e sul social network facebook.