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"La sicurezza del treno lento", di Vincenzo Congedo

Il tragico incidente ferroviario della Val Venosta, dovuto ad una frana, riapre la riflessione sulla sicurezza dei trasporti su rotaia e sulla prevenzione. Nel 1997 un disastro altrettanto drammatico dovuto a un errore umano si verificò a Piacenza. Dopo quel fatto venne varata una normativa sulla circolazione dei treni eccessivamente prudente, che è, in buona parte, la ragione dei ritardi che affliggono i treni dei pendolari. Per risolvere il problema basterebbe calibrare il sistema Scmt alla regolamentazione precedente, per la quale le Ferrovie italiane erano annoverate fra le più sicure.

Il 12 gennaio 1997, in una bella giornata di sole, un Pendolino partito da Milano alle ore 12.55 e diretto a Roma, all’ingresso della stazione di Piacenza, deragliava provocando otto morti e trentasei feriti.
L’evento è stato particolarmente grave per due ragioni: non era mai accaduto che un treno deragliasse su un binario di piena linea; erano morti entrambi i macchinisti e quindi non era possibile avere la versione dell’accaduto da parte di chi guidava il treno.

CAUSE ED EFFETTI DI UNA TRAGEDIA

Il fatto destò enorme scalpore, ma soprattutto mise in crisi gli addetti alla regolamentazione i quali, pensando che i conduttori del treno non si fossero scrupolosamente attenuti alle indicazioni ricevute, emanarono norme molto più restrittive da rispettare davanti a certi aspetti dei segnali. Del resto, chiunque si fosse trovato al loro posto di fronte a un caso unico (un treno che deraglia su un binario di corretto tracciato ancorché in curva) e al fatto che il tachimetro di bordo segnasse 162 km/h, contro i 105 km/h previsti dalla linea, avrebbe forse fatto altrettanto.
Nei sei anni successivi si svolsero un primo processo a Piacenza e un secondo in appello a Bologna. In entrambi, i giudici sancirono che la responsabilità dell’accaduto era da attribuire esclusivamente ai macchinisti che viaggiavano a velocità di molto superiore a quella prescritta.
Ma se si approfondisce il caso – come qualcuno ha cercato di fare su internet – il disastro del Pendolino sarebbe dovuto a un guasto tecnico e, di preciso, alla frattura dell’albero di trasmissione anteriore della motrice di testa, che sarebbe caduto sul binario impuntandosi e sollevando quindi il veicolo. Sembra, infatti, che l’albero di trasmissione avesse già dato problemi su veicoli della stessa specie. Si spiegherebbero così le due incertezze non concordanti con la versione avvalorata dai processi di Piacenza e Bologna: il deragliamento su una curva come quella si sarebbe potuto verificare se il treno avesse superato i 170 km/h, mentre come risulta dal tachimetro viaggiava a 162 km/h; risulterebbe che l’unica azione frenante sia stata quella espletata dall’automaticità, che è intervenuta solo quando è uscito fuori dai binari il primo asse della prima carrozza. Le ruote di tale asse, libere di muoversi, avrebbero fatto salire la velocità registrata a 162 km/h, spiegando contemporaneamente il comportamento dei macchinisti che non erano ricorsi all’uso del freno.

SICUREZZA E VELOCITÀ

L’interesse di una nuova riflessione su quella vicenda lontana sta nel fatto che le norme emanate a seguito della ricostruzione ufficiale del disastro (velocità di approccio, velocità di avviamento, eccetera) non si sono rivelate efficaci ai fini della sicurezza: infatti non sono stati evitati incidenti anche gravi (vedi il disastro di Crevalcore nel quale persero la vita diciassette persone) mentre si sono allungati i tempi di percorrenza dei treni. Con l’introduzione della tecnologia, denominata Scmt – sistema di controllo della marcia del treno, che fornisce informazioni puntuali ma in forma discontinua, il treno deve rigorosamente rispettare i limiti di velocità imposti; così che anche in caso di minimo superamento, viene automaticamente arrestato. Ma avendo calibrato il sistema sulle norme emanate a seguito del disastro del Pendolino, per garantire la regolarità, si è fatto ricorso alla riduzione della velocità commerciale e quindi si è finito con l’abbassare la capacità delle linee e della rete. Insomma, meno treni all’ora per ogni chilometro di linea. Questa è la ragione per la quale – nonostante i raddoppi, i quadruplicamenti, l’eliminazione di passaggi a livello – i treni che circolano sulla linea storica, nella maggior parte dei casi, sono più lenti di prima del 1997. E, in buona parte, questa è la ragione dei sistematici e snervanti ritardi che affliggono i treni dei pendolari.
Da calcoli fatti e mai contestati dagli interessati gli spazi che le norme garantiscono per la frenatura dei treni sono almeno quattro volte più estesi di quelli effettivamente necessari alle basse velocità (30/60 km/h). Dopo la tragedia del Pendolino è stata completamente invertita la secolare tendenza ad adottare una migliore e raffinata tecnologia per garantire la sicurezza necessaria all’incremento della velocità commerciale dei treni e alla crescita della capacità delle linee. E poiché le spese per l’adozione delle nuove tecnologie per la sicurezza sono state tutt’altro che banali (4,4 miliardi di euro), c’è da chiedersi se non sia stato fortemente ridotto il rendimento a causa di norme di circolazione dei treni eccessivamente prudenti. Non costituisce anche questo un grave e continuo spreco di risorse?
Con l’inaugurazione dell’alta velocità, sono venute alla luce tutte le conseguenze della discutibile normativa: la circolazione nei nodi nelle ore di punta è incompatibile con quella degli altri treni in particolare con quella dei pendolari; i provvedimenti adottati per risolvere il problema, mi risulta, abbiano scontentato la maggior parte dei clienti. Eppure la soluzione è a portata di mano. Basterebbe calibrare il sistema Scmt alla regolamentazione esistente prima delle modifiche apportate a seguito del disastro del Pendolino e per la quale le Ferrovie italiane erano annoverate fra le più sicure al mondo.

www.lavoce.info

"Ma ad Adro non c'era (c'è) il tempo pieno?", di Gianni Gandola e Federico Niccoli

Pare che ora ad Adro (provincia di Brescia) la polemica, innescata da genitori in regola col pagamento delle rette, sia sul fatto che la refezione scolastica è un optional , un servizio aggiuntivo rispetto alle lezioni e che quindi, come tale, va pagata. Sul fatto che la mensa abbia dei costi e debba essere pagata (sulla base di tabelle diversificate secondo i redditi delle famiglie, come ad es. avviene a Milano) non ci sono dubbi. Quel che forse si dimentica e/o che lo stesso sindaco di Adro sembra ignorare è il fatto che comunque la mensa, nella scuola a tempo pieno, è parte integrante dell’orario delle lezioni, è da considerare all’interno delle attività scolastiche e non fuori.

Tra l’altro la mensa, nelle scuole a tempo pieno, non è mai stata considerata pura e semplice “ristorazione”, ma momento educativo coessenziale alla crescita dell’alunno insieme al leggere scrivere far di conto ed alle attività laboratoriali. Si è sempre trattato di educazione alimentare, di momento altamente socializzante e pieno di rapporti relazionali importanti per una sana convivenza bambino-bambino e bambino-adulti di riferimento. Eliminare (ad Adro e dintorni) questo continuum educativo , che tra l’altro è un tratto distintivo del tempo-pieno rispetto ai vari spezzatini pedagogici propinatici prima da Moratti e poi da Gelmini, equivale a negare un diritto fondamentale per la vita comunitaria del bambino e risulta decisamente intollerabile.

Perfino una rivista filogovernativa come Tuttoscuola si è sentita in dovere di precisare che “nelle scuole a tempo pieno la mensa è obbligatoria”, chiarendo che “g li alunni iscritti al tempo pieno di Adro o di altre località italiane hanno l’obbligo di prendere parte a tutte le attività della scuola dal momento dell’ingresso al mattino fino al termine delle lezioni nel pomeriggio”. In realtà Tuttoscuola in un precedente commento usava toni decisamente più critici nei confronti dell’amministrazione locale (“Chi frequenta quella scuola deve frequentare anche il servizio di mensa, pagandolo, ovviamente. Ma la scuola, né tantomeno il sindaco, può decidere per questo di mandare a casa i ragazzi”) ma tanto basti.

Nella stessa pagina on line Tuttoscuola riporta i dati relativi al fenomeno dell’insolvenza del pagamento della mensa, diffuso sul piano nazionale, con particolare riferimento alla situazione milanese (dati di Milano Ristorazione). Ma il punto non sta qui. Non sta nel fatto se la refezione scolastica debba essere pagata o no (da sempre questo servizio è a pagamento). Il punto dolente (e scandaloso) sta nel fatto che un’amministrazione locale –come ha sottolineato peraltro Francesca Puglisi anche su questo giornale- se la sia presa direttamente con i bambini delle famiglie insolventi, negando loro l’accesso alla mensa, lasciandoli senza cibo. Inutile fare gli ipocriti o scoprire oggi l’esistenza di un fenomeno noto e diffuso da tempo (e per il quale l’amministrazione locale ha altri mezzi e possibilità di intervento). Il salto di qualità sta proprio qui, nel fatto che si colpiscano direttamente i bambini (guarda caso in buona parte stranieri e da parte di una giunta leghista).

Ricordiamo, tra l’altro, che sin dagli anni ’70 il tempo pieno di Adro era famoso per essere una delle esperienze più innovative nell’area lombarda (1), accanto ad alcune realtà milanesi (Rho II circolo, S.Erlembardo, ecc.). Mai a nessuno, in quella scuola d’avanguardia e in quel contesto locale, sarebbe venuto in mente di discriminare alcuni bambini all’interno della comunità scolastica. Molta acqua dev’essere passata sotto i ponti. Oggi ci tocca assistere a questo spettacolo indecente.
Scuola Oggi 15.04.10

50mila in piazza per Emergency

Si è conclusa la manifestazione, sulle note di “Il mio nome è mai più”, in sostegno di Emergency. Gli organizzatori, nonostante la piazza fosse aperta al traffico, hanno contato ben 50mila partecipanti. Neanche il tempo brutto ha fermato chi voleva dare la proria solidarietà a una organizzazione di cui «andar fieri». È questa la frase più ripetuta dai partecipanti e dagli amici saliti sul palco per un breve discorso. Oltre al presidente e al fondatore di Emergency Gino Strada dovrebbero prendere la parola tra gli altri alcuni artisti: Diego Cugia, Moni Ovadia, Lella Costa, Vauro Senesi. Molto seguite le esibizioni musicali: Niccolò Fabi, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri.

La diretta:
Si chiude sulle note di “Il mio nome è mai più”
Si è conclusa in piazza S.Giovanni, a Roma, la manifestazione organizzata da Emergency a sostegno dei tre operatori arrestati in Afghanistan. La folla sta ora lasciando la piazza ordinatamente sulle note, diffuse dal palco, di “Il mio nome è mai più”, la canzone pacifista interpretata da Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù.

Fiorella Mannoia canta: “Clandestino” di Manu Chao
Nonostante il tempo incerto e qualche goccia di pioggia, molte migliaia di persone hanno assistito all’evento, secondo gli organizzatori sarebbero 50mila. Prima delle ultime parole pronunciate dal fondatore di Emergency, Gino Strada, si è esibita la cantante Fiorella Mannoia che ha dedicato all’organizzazione umanitaria una versione riveduta e corretta di “Clandestino”, successo mondiale di Manu Chao. «Ho poche certezze nella vita una di queste è l’integrità morale di Gino Strada», ha detto l’artista salutata da un boato dei presenti. Prendendo la parola per ringraziare ospiti e manifestanti, Strada si è detto fiducioso «nel lavoro che Emergency farà nei prossimi giorni insieme con le Nazioni unite». Senza citare l’impegno delle autorità governative italiane, Strada ha espresso la convinzione che la collaborazione tra Emergency e l’Onu «possa portare alla liberazione dei nostri amici e compagni di lavoro». Poi ha lanciato un appello: «Appendiamo degli stracci bianchi alle nostre finestre per dire che non vogliamo la guerra, il terrorismo e la violenza». La piazza ha salutato le sue parole con il coro ‘liberi, liberì, riferito a Matteo Pagani, Marco Garatti, Matteo Dall’Aira, le cui gigantografie campeggiano ai lati del palco di piazza San Giovanni, sul modello delle gigantografie esposte in altri luoghi pubblici in occasione del sequestro di altri connazionali nei teatri di guerra. Commentando con i giornalisti il successo dell’iniziativa, la figlia di Gino Strada, Cecilia Strada, oggi presidente di Emergency, ha detto: «I cittadini hanno aderito così numerosi perché si sono fatti un’idea di quello che sta succedendo. Questa mobilitazione non è una cosa da poco come non lo è la solidarietà che abbiamo ricevuto nei giorni scorsi, dovuta alla trasparenza e alla professionalità del nostro lavoro».

Fiorella Mannoia canta: “Clandestino” di Manu Chao
«Una manifestazione che ha voluto dare un segnale forte al governo e a chi è impegnato per la liberazione dei tre membri di Emergency trattenuti in Afghanistan». Lo ha detto Paola Ballardin, moglie di Matteo Dell’Aria, uno dei medici arrestati in Afghanistan a margine della manifestazione svoltasi oggi a San Giovanni a Roma. «Deve essere un orgoglio per l’Italia avere un’organizzazione come Emergency che lavora in situazioni difficili -ha detto ancora la Ballardin- è da premiare l’onestà e la trasparenza di questa organizzazione. Ho saputo ieri che i tre stanno bene e spero che li liberino presto».

50mila cittadini in piazza
Sono più di 50mila le persone che partecipano questo pomeriggio, in piazza San Giovanni a Roma: lo hanno reso noto gli stessi organizzatori. «Sono 50mila cittadini – commenta Cecilia Strada – che si sono fatti un’idea di ciò che sta succedendo». È una mobilitazione non da poco, le viene fatto osservare, soprattutto considerando che si è trattato di un appuntamento organizzato in tre giorni e senza il contributo nè di partiti nè di sindacati. «Evidentemente – risponde la presidente di Emergency – il nostro lavoro viene apprezzato dai cittadini italiani».

Giuliana Sgrena: «Nella vicenda Emergency rivivo il mio sequestro»
«È un momento molto difficile per me, sembra di tornare indietro di cinque anni. Vedendo sul palco i ritratti dei tre giovani trattenuti in Afghanistan mi sembra di vedere il mio». Lo sottolinea Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto sequestrata in Afghanistan nel 2005 e liberata dai servizi di sicurezza italiani nell’operazione in cui fu ucciso Nicola Calipari. «È doloroso, so cosa vuol dire essere ostaggio e non sapere cosa vogliono da te. Spero che arrivi loro la forza e l’energia di questa giornata, io lo percepivo quando ero sotto sequestro e avevo la netta sensazione che la gente facesse qualcosa per liberarmi. L’attacco all’ospedale di Lashkar Gah -rileva a margine della manifestazione di Emergency a Piazza San Giovanni- secondo me è stato premeditato e calcolato: “Non si vogliono testimoni o osservatori internazionali che possano raccontare gli orrori di chi fa la guerra”».

Vendola: «Questa è l’Italia migliore»
Il fondatore di Emergency, Gino Strada, «ci ricorda i nostri doveri, che abbiamo smarrito in questa buia notte della Repubblica». Così il leader di Sinistra ecologia e libertà, Nichi Vendola, recentemente rieletto presidente della Regione Puglia, spiega la sua presenza a piazza San Giovanni, nella manifestazione per la liberazione dei volontari di Emergency. «Emergency – dice – è l’Italia migliore, capace di essere nei teatri di guerra prima di chiunque altro».

Veltroni: «Da governo una grave ferita»
«Quello che ha fatto il Governo italiano nelle prime ore dopo l’arresto dei volontari di Emergency in Afghanistan è stato molto grave, una ferita molto profonda. Ora il Governo deve correggersi al più presto». Walter Veltroni, insieme a Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, è presente alla manifestazione. «Siamo qua vicino a Gino Strada, che fa un lavoro nel mondo per alleviare le pene di chi soffre – ha detto ancora Veltroni – e credo che tutto il Paese, indipendentemente dalle opinioni politiche, dovrebbe stringersi attorno ad Emergency, a persone che difendono i valori della pace. Sono persone che stanno dove si rischia, dove c’è il dolore per cercare di alleviarlo. Per questo sono rimasto negativamente colpito dalla prima reazione del ministro Frattini, una reazione istituzionalmente inaccettabile. Mi auguro che il Governo italiano faccia tutto quello che è nelle sue possibilità per ottenere la liberazione dei tre italiani esattamente come ha fatto in altre occasioni. Anche se è evidente che il lavoro che lì stava facendo Emergency dava fastidio».

Moni Ovadia: «Un altro governo avrebbe agito diversamente»
Moni Ovadia: «Non so cosa stia facendo il nostro governo, ma un altro governo avrebbe agito diversamente, dimostrandosi fiero del proprio paese e avrebbe alzato subito la voce». Moni Ovadia ha condannato il governo italiano per «non aver fatto fuoco e fiamme contro gli inglesi che sono entrati in un ospedale italiano. Fosse successo il contrario – ha aggiunto Ovadia – la regina Vittoria sarebbe uscita dalla tomba. È un atto di disprezzo averlo fatto senza informare l’Italia, disprezzo causato dall’immagine del nostro paese danneggiata dall’azione del nostro governo». Secondo l’artista in questa circostanza l’Italia «ha fatto una figura meschina». Ha quindi definito veri italiani quelli di Emergency, mentre «anti-italiani» quelli che sono andati nella direzione opposta.

Zingaretti: al suo fianco per rilascio operatori
Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «Tutti gli italiani devono essere fieri del lavoro umanitario che svolge Emergency: la sua missione è sempre stata di pace, vicina alle popolazioni civili, a chi soffre e ha necessità di essere soccorso salvando tante vite dalla morte e dall’infermità. E per questo Matteo dell’Ara, Marco Pagano e Matteo Garatti devono sentire la solidarietà e il sostegno di tutta la nazione». «Emergency in questi 16 anni di attività nei paesi più poveri e martoriati del mondo ha prestato soccorso a più di 3 milioni e mezzo di vittime di guerra in gran parte bambini», ha ricordato Zingaretti in una nota, «senza mettersi a distinguere da che parte stavano, realizzando in Afghanistan il miglior servizio medico di tutto il paese. Per questo non è tollerabile seminare dubbi e gettare fango su Emergency, il suo presidente Gino Strada e i suoi operatori». Per Zingaretti «è necessaria un’azione rapida ed energica del governo italiano per il rilascio immediato dei nostri tre concittadini arrestati ingiustamente, assicurare protezione a tutti gli operatori umanitari italiani che operano in Afghanistan e riaprire l’ospedale di Emergency di Lashkar Gah». Per questo, ha concluso il presidente della provincia di Roma, «la manifestazione di piazza San Giovanni rappresenta l’occasione per dimostrare l’affetto, la vicinanza e la riconoscenza ad Emergency, ai suoi operatori arrestati e ai loro familiari affinché si chiuda rapidamente questa gravissima vicenda».

Cecilia Strada: «Li vogliamo subito liberi e innocenti»
«Li vogliamo liberi subito. Ma devono tornare liberi e innocenti. Non accetteremo che resti la minima ombra sul loro operato»: così Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, nel suo intervento dal palco della manifestazion. «Non deve passare – ha aggiunto – il messaggio che sono stati cacciati dall’Afghanistan o che c’è stata una soluzione politica, non deve restare la minima ombra. Devono tornare da liberi e innocenti». Cecilia Strada ha quindi sottolineato che «la vera forza di Emergency sono i cittadini. Non avevamo dubbi che saremmo stati sommersi oggi da cittadini che non sono ignoranti o stupidi, che non si fanno infinocchiare da ciò che leggono sui giornali ma hanno le loro opinioni». La figlia di Gino Strada ha poi letto un messaggio inviato dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ed ha annunciato che anche a Boston, di fronte al Mit, è in programma una manifestazione a favore di Emergency.

In piazza anche Epifani e Popolo Viola
A San Giovanni è arrivato anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Mentre continuano gli interventi dal palco anche il popolo viola ha esposto il suo striscione «Il popolo c’è. Liberi subito» con «il popolo» scritto in viola e la ‘è di c’è rappresentata dal simbolo di Emergency. In piazza anche il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il senatore dell’Idv, Stefano Pedica e lo storico rappresentante della sinistra, Armando Cossutta. «Come gruppo parlamentare – ha detto Pedica – chiederemo le dimissione del ministro Frattini».

Volontari si incatenano: «Anche noi abbiamo confessato»
Un gruppo di volontari di Emergency si è simbolicamente incatenato. «Anche noi abbiamo confessato – spiega Peppe, che è arrivato a Roma da Napoli insieme con un gruppo di volontari – quelle accuse sono solo una bufala, tanto è vero che volevamo portare in piazza le mozzarelle». Peppe ha spiegato di essere iscritto ad Emergency dal ’94 «e quindi conosco tutti, anche i tre arrestati. A parte le loro storia posso assicurare che sono persone che lavorano 26 ore al giorno: ciò che è successo è stato un vero atto di follia». Un altro operatore è molto critico nei confronti del governo: «Un governo sano – ha spiegato – prima porta a casa i suoi e poi ragiona». E sono tanti attorno a loro i cartelli che contestano la condotta dell’Esecutivo: “Emergency unico orgoglio nazionale”, “Io sono per la pace” e “Tre gradi di giudizio per giudicare un politico, un minuto per distruggere Gino”. Un altro cartello contesta invece la politica estera del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che viene definito “Nobel per la guerra”. Alla manifestazione è presente anche alcuni aderenti al movimento del «Popolo Viola» che espongono uno striscione: «Il Popolo c’è – liberi subito».

Karzai: inchiesta chiara e trasparente
L’inchiesta sulle accuse agli operatori dell’ospedale di Emergency sarà «chiara e trasparente». Lo ha assicurato, in un comunicato, il presidente afghano Hamid Karzai. Domani il caso degli operatori sanitari italiani arrestati sarà all’ordine del giorno del Consiglio di sicurezza del paese.

Gino Strada: «Gioco sporco e complesso»
Dietro la vicenda in Afghanistan «credo ci sia un gioco sporco e complesso, del quale noi non facciamo parte». Gino Strada ne è convinto e lo ha ribadito appena giunto alla manifestazione che a breve partirà a Piazza San Giovanni, a Roma. Il fondatore di Emergency ha chiesto che la Ong sia «lasciata fuori dai giochi sporchi della politica e della guerra, e che gli operatori siano liberi di fare il loro mestiere, e che i nostri colleghi e amici vengano rilasciati immediatamente». Emergency in queste ore sta lavorando con gli afghani, ha spiegato Strada, «per arrivare ad una soluzione. Nella Valle del Panshir, dove ancora non c’è internet, ben 11mila persone si sono recate a piedi all’ospedale di Emergency per firmare l’appello a favore della liberazione dei nostri colleghi. E questo credo dica meglio di ogni altra cosa il rispetto che c’è in Afghanistan per la nostra organizzazione». Strada ha quindi ammesso che il lavoro dei medici di Emergency in quelle terre è «scomodo per chi dice che sta facendo guerra al terrorismo, quando poi questo si traduce nel massacrare bambini di cinque anni».

Piazza San Giovanni piena per Emergency. Migliaia, decine di migliaia le persone a sostegno della Ong. Sconsiderata la scelta di lasciare aperto il traffico nelle strade che costeggiano la piazza. Ma la manifestazione va avanti. Gente comune, artisti, politici. Tutti, o quasi con un piccolo straccio bianco e il simbolo di Emergency per rispondere all’invito di Gino Strada. Tanti i ragazzi in piazza, molti accompagnati dai loro cani. Molti anche i manifestanti con i capelli bianchi, poi famiglie intere. Marta ha ventidue anni e ha partecipato a iniziative di Emergency in Italia e all’estero: «È come se avessero rapito un mio parente…».

Alcune migliaia di manifestanti sono già radunati in piazza San Giovanni. Secondo il programma dell’iniziativa diffuso dagli organizzatori, dal palco oltre dal presidente e fondatore di Emergency Gino Strada dovrebbero prendere la parola tra gli altri alcuni artisti: Diego Cugia, Moni Ovadia, Lella Costa, Vauro Senesi. Previste anche alcune esibizioni musicali: Niccolò Fabi, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri. In piazza verranno anche illustrati dal palco i progetti che Emergency ha realizzato in Afghanistan. In piazza è appena giunto anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani.

«Non è una manifestazione contro nessuno», ha spiegato Strada. «È una manifestazione di solidarietà e di testimonianza – spiega il fondatore di Emergency – di chi sceglie di stare dalla parte di una organizzazione umanitaria, anziché dalla parte di chi con la violenza chiude ospedali». La gente sta continuando ad affluire nella grande piazza romana, con le bandiere bianche di Emergency.
www.unita.it

«Riforma delle Superiori. Spicchi d'aglio freschi», di Franco Labella

La scuola col bollino, ovvero le nozze con i fichi secchi. Il ministero pensa di istituire, partendo da una esperienza del Piemonte, il bollino di qualità per le scuole. Tra gli indicatori valutati – nel sottosettore Pari opportunità – : “ Borse di studio e sussidi erogati dalle scuole per garantire il diritto allo studio, apparecchiature idonee, apertura della scuola nel pomeriggio”. Nel sottosettore gestione dei servizi ausiliari: “Condizioni igieniche e di sicurezza dei locali” e nel sottosettore “servizi generali” efficienza della segreteria. C’è, nel sottosettore Etica, persino: “Diffusione dei valori della legalità, equità e trasparenza”. Tutti questi indicatori nella scuola gelminiana che elimina lo studio del Diritto e dell’Economia, non garantisce i soldi per i supplenti e taglierà decine di migliaia di posti del personale ATA fra cui gli addetti alle segreterie sempre più oberate di impegni; per non parlare della sicurezza di edifici di cui il ministro Gelmini, dopo la tragedia di Rivoli, aveva promesso il censimento e la messa in sicurezza in tempi rapidi. Ma consoliamoci: nel concedere il bollino verrà tenuta presente anche la capacità della scuola di reperire finanziamenti all’esterno. E’ il mercato, bellezza. I corsi flash.

La Gelmini legge “Spicchi d’aglio”?. Dopo il riferimento nello Spicchio precedente ai corsi di inglese delle maestre uniche, il ministro ha fatto sapere che saranno potenziate le iniziative di formazione, nelle lingue straniere, dei docenti della scuola elementare. I giornali hanno parlato di corsi flash ed il Ministro Gelmini ha dichiarato l’intenzione di attivare opportune misure di sostegno: affiancamento in avvio con docenti tutor; esonero dal servizio per la frequenza dei corsi; assegnazione di borse di studio per corsi di lingua all’estero. Sarà il caso di far sapere al ministro che in informatica le memorie flash sono quelle che non presentano alcuna parte mobile e quindi sono piuttosto resistenti alle sollecitazioni e agli urti. Le nostre maestre, invece, di sollecitazioni ed urti – dalla Moratti alla Gelmini – negli ultimi anni ne hanno dovuto sopportare parecchi. Ma si consolassero: il ministro le manda all’estero. A spese delle maestre, of course.

Questione meridionale Da un incontro al ministero con i sindacati della scuola si è appreso che la Campania per l’anno 2010/11 perderà 3.686 docenti, la Sicilia 3.325, mentre sull’organico di diritto, in percentuale rispetto all’anno precedente, la Calabria avrà un -5,32% e la Sardegna -5,18%. Ora si capisce meglio la proposta della Lega di chiudere le “frontiere” del nord attraverso provvedimenti, come le graduatorie regionali, che impediscano ai nuovi disoccupati di andare, come abbiamo visto in “Presa diretta”, con la “valigia di cartone” verso i luoghi in cui saranno orientate le risorse. In fondo vincere le Regionali a qualcosa doveva servire e Cristo, come si sa, si è fermato ad Eboli. Ed è meglio che ci resti.

Spicchi “selezionati” da Maristella Iervasi, dwww.unita.it

Un progetto per il Paese

“Mettiamoci subito al lavoro sul progetto per l’Italia”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, aprendo i lavori della prima direzione nazionale convocata dopo le regionali di marzo ha descritto il “futuro come una sfida: mettiamoci all’altezza di questa sfida. Serve un progetto per l’Italia, un’agenda che ci porti a fare emergere la nostra visione del Paese. Lavoriamo per l’Italia e lavoreremo per noi, dobbiamo trasmettere positività”.
L’analisi del voto di Bersani ha toccato luci e ombre dei risultati. Regionali che non sono state una vittoria senza sé e senza ma di Berlusconi come ha proposto “una lettura passata e incoraggiata dall’informazione che non dice nulla di una situazione più complessa. Per la prima volta dal 2008 il PDL perde consensi, contando anche le liste dei presidenti è un -4% non compensato dalla lega che ha un lieve aumento ma diventa più decisiva nel governo, mentre il centrosinistra accorcia le distanze sul centrodestra e per la prima volta c’è un live travaso dal centrodestra al PD. Se guardiamo i dati cresciamo di quasi 2 punti al nord, di 2,5 punti al centro e perdiamo l’1,5% al sud. È il sud che ci propone un tema rilevantissimo e drammatico”.

Per il PD invece è andata male la perdita di comuni e regioni che nelle ultime due settimane prima del voto non era prevista, (si erano generate aspettative diverse, non infondate tanto che in Lazio e Piemonte la sconfitta è stata di misura) affianco ai processi di disaffezione e radicalizzazione che colpiscono anche il PD che si è limitato a un lieve avanzamento, una sostanziale tenuta sul risultato delle europee. Questo perché se la destra paga uno scollamento dai temi economico-sociali il PD non riesce ancora a convincere parte dell’elettorato di essere un’alternativa credibile. Una situazione che arriva dagli anni passati per il segretario PD: “Il sistema politico non è stato dopo l’ingresso nell’euro, e ancora non è, in grado di guidare la modernizzazione del Paese. Ci si ripiega sulla difensiva ed è più grave in Italia dove il bipolarismo si radicalizza e diventa presidenzialismo implicito, con una base populista”. Poi Cita Mario Tronti: “La democrazia populista è una democrazia che non decide”. “Ed evidenzia il paradosso di una destra che “ha governato in 7 degli ultimi 9 anni e dice che ha bisogno di più poteri! Ma non vogliono rafforzare il governo, vuole un plebiscito, cioè più potere e meno decisioni. Berlusconi usa il governo per avere più consenso e non il consenso per governare, sa bene che dovrebbe agire su fisco, lavoro, impresa ma dovrebbe decidere: allora preferisce ribaltare il tavolo con leggi ad personam come arma di distrazione di massa. Non indica un futuro positivo e il paradosso è che nella crisi prendono piede ovviamente meccanismi corporativi, ma è meno ovvio che il governo li incoraggi!”.

I segnali di crisi del paese sono tanti e Bersani evidenzia la crisi dell’unità sindacale in una fase di recessione, l’arretramento di 5 posizioni nel PIL nella media europea, lo scivolamento verso il basso dei redditi dei ceti medi e la forbice Nord Sud nel momento in cui la Lega si affaccia a una proposta nazionale. “La Lega è vagamente federale e può portare al riciclaggio di una classe politica meridionale che si fa autonomista cavalcando il divario invece che mirando a ridurlo – ha attaccato – non potrà reggere i due o tre ruoli che si è data nel teatrino della politica: più prende potere e più è decisiva nel sostenere Berlusconi. E’ ora che si prenda la responsabilità dei problemi che il Governo non ha risolto, e noi siamo alternativi. Oggi la Lega attacca i diritti di cittadinanza, i migranti, persino i bambini che mangiano a scuola. Abbiamo valori diversi, sfidiamoli nei luoghi dove sui temi tradisce gli elettori: autonomia, territorio, pmi, burocrazia sempre più pesante”. Ma soprattutto c’è la crisi che investe i più giovani: “La disoccupazione giovanile è passata dal 20 al 28% in un anno. Sono dati da Magreb non da Europa, così i giovani non hanno prospettiva di vita ed è il riassunto drammatico di tutti gli indicatori”.

Poi Bersani ha elencato gli elementi di vitalità: dopo l’ingresso nell’euro una parte delle imprese ha innovato senza aspettare il sistema, c’è una passione che mobilita lo spirito civico, c’è un localismo non difensivo all’altezza delle sfide del mondo, c’è il risparmio. E non possiamo ignorarli. Anzi: ”Dobbiamo collegarci a quelli che ci provano, che si stanno muovendo. La vocazione maggioritaria cos’è se non simpatia per questo paese? Mettiamoci mani e piedi nel paese senza giacobinismi o sensi di superiorità, non possiamo proporre un’azione di governo credibile se siamo scollegati dal paese. Il futuro è una sfida: non possiamo immaginare la crescita senza un progetto per l’Italia e un PD che abbia credibilità per promuoverlo e sostenerlo”.

Un’agenda per l’Italia. Così Bersani propone alla Direzione di convocare l’Assemblea Nazionale per maggio per discutere le proposte dei democratici, intervenendo su” pochi punti programmatici per un progetto per l’Italia: lavoro inteso come lavoro delle nuove generazioni, fisco, educazione e cioè scuola e università, istituzioni, giustizia e informazione”. Un impegno per il “lavoro delle nuove generazioni, la tutela dei precari, il lavoro da creare con politiche industriali innovative, economia verde, qualità e innovazione.” Un’agenda da sviluppare con il lavoro della segreteria, dei forum, dei gruppi parlamentari per preparare delle piattaforme su cui confrontarsi in luoghi di discussione fisici e sulla rete, per poi varare delle proposte. Bersani ha proposto sia il vicesegretario del PD, Enrico Letta, a seguire questa fase mentre a Gianni Cuperlo, che dirige il centro Studi, è stato affidato il compito di coinvolgere le forze intellettuali in un progetto per l’Italia verso il 150° dell’Unità in cui coinvolgere anche le Fondazioni.

Il fisco è il luogo del tradimento della destra verso gli italiani. “La riforma del fisco non può essere rinviata dopo il federalismo – ha detto Bersani – il primo obiettivo è la fedeltà fiscale. Noi dobbiamo promettere non la riduzione delle entrate ma la riduzione del carico fiscale su lavoro, imprese e famiglie. Ogni euro in più che deriva dalla lotta all’evasione è un euro in meno di tasse. La riforma del fisco non può essere posticipata a quella del federalismo fiscale, su questa materia la destra tradisce gli italiani”. Mentre sulle riforme Bersani ha ricordato che “una proposta ce l’abbiamo mentre la destra ha prodotto solo chiacchiere. Vogliamo rafforzare il parlamento nel solco della Costituzione. Il tema delle riforme e quello della giustizia ‘non devono essere considerati un tabù ma il Pd deve dire no alle leggi ad personam e alla bozza Calderoli che con questa legge elettorale trasformerebbe la Repubblica in una satrapia”. Con una metafora Bersani ha definito la “bozza Calderoli un vestito doppio fatto apposta per la Lega e Berlusconi, ma il PD non è una sartoria”.

Poi ha elencato le riforme necessarie: una legge sui partiti, una sui referendum, una sui costi della politica, una su temi locali come il patto di stabilità che blocca gli investimenti dei comuni, una nuova legge elettorale. Bersani ha ribadito la necessità di far scegliere ai cittadini i parlamentari è si è detto aperto a “diverse soluzioni, ma che siano bipolari. Ci sarà un nostro luogo di discussione ma sdrammatizziamo, le leggi elettorali vanno e vengono ma Berlusconi è qui dal ‘94”. E sulla giustizia ha proposto una linea che non aggiri i problemi: “E’ un servizio che non funziona per i cittadini, noi dobbiamo essere contro le leggi ad personam e la proposta Orlando significa quello, è una base di discussione. Possiamo non essere d’accordo ma non esiste che si parli d’intelligenza con il nemico, se siamo il partito della Costituzione non ci facciamo intimorire dal confronto”.

Informazione, fuori i partiti dalla Rai. “E’ necessaria una nuova legge antitrust che è anche il modo per affrontare il conflitto di interessi. E presenteremo presto una proposta di legge per lasciare partiti fuori dalla Rai”. Bersani ha ricordato come Berlusconi abbia fatto sospendere i talk show, ha occupato la Rai e ha ottenuto risultati per sé mentre “gli organismi di garanzia attuali, CdA Rai e Commissione di Vigilanza, si sono rivelati strutturalmente impotenti a garantire il pluralismo e non possiamo restare sempre becchi e stonati!”

Poi ha toccato i temi dell’attualità politica ,a partire dallo scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: “Una lite interna al Pdl, da cui sono assenti i problemi del Paese. Lo scontro in atto nella maggioranza dimostra che loro non hanno vinto le elezioni, la tensione nel centrodestra probabilmente si ricomporrà ma non si risolverà. Hanno pensato che il patto del predellino fosse tra Berlusconi e Fini, in realtà era stretto con Bossi. Il nodo della tensione attuale e’ il punto di equilibrio tra Berlusconi e la Lega che usa in modo spregiudicato la sua utilità marginale così come accadeva durante la prima Repubblica. Noi dobbiamo contrapporre una posizione limpida, quella di chi è pronto a una convergenza repubblicana con tutti quelli che vogliono opporsi ad una svolta autoritaria, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. E’ un patto repubblicano” contro eventuali forzature “populiste e plebiscitarie” in materia di riforme. Poi ha ribadito una “posizione limpida: no leggi ad personam, si a convergenza repubblicana per le istituzioni, sì al confronto sul lavoro, anche ad Arcore!”

Per quel che riguarda le altre forze di opposizione intenzione del Segretario è “preparare delle piattaforme sui temi economico-sociali, anche sulla base delle nostre proposte, a partire dai governi locali dove operiamo assieme” e infine di “tenere aperto il cantiere PD con le formazioni vicine. Avviciniamo le posizioni se compatibili con il profilo dei contenuti del PD. Non vedo distinzioni tra alleanze e progetto”

Mentre sulla Lega precisa come “per vincere non parlare di partito ma di lavoro, diritti, merito. Il Pd deve pensare ai problemi dell’Italia e i risultati arriveranno. Deve parlare agli italiani di lavoro, diritti, merito e civismo e non “del partito”. Il partito non può essere l’oggetto di discussione nel Paese e con il Paese. E’ lavorando per l’Italia che daremo il profilo al partito. Per me dobbiamo essere il partito del lavoro e delle nuove generazioni, della Costituzione e della nuova unità della nazione. Le nostre parole da contrapporre all’ideologia di Berlusconi e della Lega sono uguaglianza, diritti, civismo e merito. Mettiamoci subito al lavoro sul progetto per l’Italia”.