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Un progetto per il Paese

“Mettiamoci subito al lavoro sul progetto per l’Italia”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, aprendo i lavori della prima direzione nazionale convocata dopo le regionali di marzo ha descritto il “futuro come una sfida: mettiamoci all’altezza di questa sfida. Serve un progetto per l’Italia, un’agenda che ci porti a fare emergere la nostra visione del Paese. Lavoriamo per l’Italia e lavoreremo per noi, dobbiamo trasmettere positività”.
L’analisi del voto di Bersani ha toccato luci e ombre dei risultati. Regionali che non sono state una vittoria senza sé e senza ma di Berlusconi come ha proposto “una lettura passata e incoraggiata dall’informazione che non dice nulla di una situazione più complessa. Per la prima volta dal 2008 il PDL perde consensi, contando anche le liste dei presidenti è un -4% non compensato dalla lega che ha un lieve aumento ma diventa più decisiva nel governo, mentre il centrosinistra accorcia le distanze sul centrodestra e per la prima volta c’è un live travaso dal centrodestra al PD. Se guardiamo i dati cresciamo di quasi 2 punti al nord, di 2,5 punti al centro e perdiamo l’1,5% al sud. È il sud che ci propone un tema rilevantissimo e drammatico”.

Per il PD invece è andata male la perdita di comuni e regioni che nelle ultime due settimane prima del voto non era prevista, (si erano generate aspettative diverse, non infondate tanto che in Lazio e Piemonte la sconfitta è stata di misura) affianco ai processi di disaffezione e radicalizzazione che colpiscono anche il PD che si è limitato a un lieve avanzamento, una sostanziale tenuta sul risultato delle europee. Questo perché se la destra paga uno scollamento dai temi economico-sociali il PD non riesce ancora a convincere parte dell’elettorato di essere un’alternativa credibile. Una situazione che arriva dagli anni passati per il segretario PD: “Il sistema politico non è stato dopo l’ingresso nell’euro, e ancora non è, in grado di guidare la modernizzazione del Paese. Ci si ripiega sulla difensiva ed è più grave in Italia dove il bipolarismo si radicalizza e diventa presidenzialismo implicito, con una base populista”. Poi Cita Mario Tronti: “La democrazia populista è una democrazia che non decide”. “Ed evidenzia il paradosso di una destra che “ha governato in 7 degli ultimi 9 anni e dice che ha bisogno di più poteri! Ma non vogliono rafforzare il governo, vuole un plebiscito, cioè più potere e meno decisioni. Berlusconi usa il governo per avere più consenso e non il consenso per governare, sa bene che dovrebbe agire su fisco, lavoro, impresa ma dovrebbe decidere: allora preferisce ribaltare il tavolo con leggi ad personam come arma di distrazione di massa. Non indica un futuro positivo e il paradosso è che nella crisi prendono piede ovviamente meccanismi corporativi, ma è meno ovvio che il governo li incoraggi!”.

I segnali di crisi del paese sono tanti e Bersani evidenzia la crisi dell’unità sindacale in una fase di recessione, l’arretramento di 5 posizioni nel PIL nella media europea, lo scivolamento verso il basso dei redditi dei ceti medi e la forbice Nord Sud nel momento in cui la Lega si affaccia a una proposta nazionale. “La Lega è vagamente federale e può portare al riciclaggio di una classe politica meridionale che si fa autonomista cavalcando il divario invece che mirando a ridurlo – ha attaccato – non potrà reggere i due o tre ruoli che si è data nel teatrino della politica: più prende potere e più è decisiva nel sostenere Berlusconi. E’ ora che si prenda la responsabilità dei problemi che il Governo non ha risolto, e noi siamo alternativi. Oggi la Lega attacca i diritti di cittadinanza, i migranti, persino i bambini che mangiano a scuola. Abbiamo valori diversi, sfidiamoli nei luoghi dove sui temi tradisce gli elettori: autonomia, territorio, pmi, burocrazia sempre più pesante”. Ma soprattutto c’è la crisi che investe i più giovani: “La disoccupazione giovanile è passata dal 20 al 28% in un anno. Sono dati da Magreb non da Europa, così i giovani non hanno prospettiva di vita ed è il riassunto drammatico di tutti gli indicatori”.

Poi Bersani ha elencato gli elementi di vitalità: dopo l’ingresso nell’euro una parte delle imprese ha innovato senza aspettare il sistema, c’è una passione che mobilita lo spirito civico, c’è un localismo non difensivo all’altezza delle sfide del mondo, c’è il risparmio. E non possiamo ignorarli. Anzi: ”Dobbiamo collegarci a quelli che ci provano, che si stanno muovendo. La vocazione maggioritaria cos’è se non simpatia per questo paese? Mettiamoci mani e piedi nel paese senza giacobinismi o sensi di superiorità, non possiamo proporre un’azione di governo credibile se siamo scollegati dal paese. Il futuro è una sfida: non possiamo immaginare la crescita senza un progetto per l’Italia e un PD che abbia credibilità per promuoverlo e sostenerlo”.

Un’agenda per l’Italia. Così Bersani propone alla Direzione di convocare l’Assemblea Nazionale per maggio per discutere le proposte dei democratici, intervenendo su” pochi punti programmatici per un progetto per l’Italia: lavoro inteso come lavoro delle nuove generazioni, fisco, educazione e cioè scuola e università, istituzioni, giustizia e informazione”. Un impegno per il “lavoro delle nuove generazioni, la tutela dei precari, il lavoro da creare con politiche industriali innovative, economia verde, qualità e innovazione.” Un’agenda da sviluppare con il lavoro della segreteria, dei forum, dei gruppi parlamentari per preparare delle piattaforme su cui confrontarsi in luoghi di discussione fisici e sulla rete, per poi varare delle proposte. Bersani ha proposto sia il vicesegretario del PD, Enrico Letta, a seguire questa fase mentre a Gianni Cuperlo, che dirige il centro Studi, è stato affidato il compito di coinvolgere le forze intellettuali in un progetto per l’Italia verso il 150° dell’Unità in cui coinvolgere anche le Fondazioni.

Il fisco è il luogo del tradimento della destra verso gli italiani. “La riforma del fisco non può essere rinviata dopo il federalismo – ha detto Bersani – il primo obiettivo è la fedeltà fiscale. Noi dobbiamo promettere non la riduzione delle entrate ma la riduzione del carico fiscale su lavoro, imprese e famiglie. Ogni euro in più che deriva dalla lotta all’evasione è un euro in meno di tasse. La riforma del fisco non può essere posticipata a quella del federalismo fiscale, su questa materia la destra tradisce gli italiani”. Mentre sulle riforme Bersani ha ricordato che “una proposta ce l’abbiamo mentre la destra ha prodotto solo chiacchiere. Vogliamo rafforzare il parlamento nel solco della Costituzione. Il tema delle riforme e quello della giustizia ‘non devono essere considerati un tabù ma il Pd deve dire no alle leggi ad personam e alla bozza Calderoli che con questa legge elettorale trasformerebbe la Repubblica in una satrapia”. Con una metafora Bersani ha definito la “bozza Calderoli un vestito doppio fatto apposta per la Lega e Berlusconi, ma il PD non è una sartoria”.

Poi ha elencato le riforme necessarie: una legge sui partiti, una sui referendum, una sui costi della politica, una su temi locali come il patto di stabilità che blocca gli investimenti dei comuni, una nuova legge elettorale. Bersani ha ribadito la necessità di far scegliere ai cittadini i parlamentari è si è detto aperto a “diverse soluzioni, ma che siano bipolari. Ci sarà un nostro luogo di discussione ma sdrammatizziamo, le leggi elettorali vanno e vengono ma Berlusconi è qui dal ‘94”. E sulla giustizia ha proposto una linea che non aggiri i problemi: “E’ un servizio che non funziona per i cittadini, noi dobbiamo essere contro le leggi ad personam e la proposta Orlando significa quello, è una base di discussione. Possiamo non essere d’accordo ma non esiste che si parli d’intelligenza con il nemico, se siamo il partito della Costituzione non ci facciamo intimorire dal confronto”.

Informazione, fuori i partiti dalla Rai. “E’ necessaria una nuova legge antitrust che è anche il modo per affrontare il conflitto di interessi. E presenteremo presto una proposta di legge per lasciare partiti fuori dalla Rai”. Bersani ha ricordato come Berlusconi abbia fatto sospendere i talk show, ha occupato la Rai e ha ottenuto risultati per sé mentre “gli organismi di garanzia attuali, CdA Rai e Commissione di Vigilanza, si sono rivelati strutturalmente impotenti a garantire il pluralismo e non possiamo restare sempre becchi e stonati!”

Poi ha toccato i temi dell’attualità politica ,a partire dallo scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: “Una lite interna al Pdl, da cui sono assenti i problemi del Paese. Lo scontro in atto nella maggioranza dimostra che loro non hanno vinto le elezioni, la tensione nel centrodestra probabilmente si ricomporrà ma non si risolverà. Hanno pensato che il patto del predellino fosse tra Berlusconi e Fini, in realtà era stretto con Bossi. Il nodo della tensione attuale e’ il punto di equilibrio tra Berlusconi e la Lega che usa in modo spregiudicato la sua utilità marginale così come accadeva durante la prima Repubblica. Noi dobbiamo contrapporre una posizione limpida, quella di chi è pronto a una convergenza repubblicana con tutti quelli che vogliono opporsi ad una svolta autoritaria, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. E’ un patto repubblicano” contro eventuali forzature “populiste e plebiscitarie” in materia di riforme. Poi ha ribadito una “posizione limpida: no leggi ad personam, si a convergenza repubblicana per le istituzioni, sì al confronto sul lavoro, anche ad Arcore!”

Per quel che riguarda le altre forze di opposizione intenzione del Segretario è “preparare delle piattaforme sui temi economico-sociali, anche sulla base delle nostre proposte, a partire dai governi locali dove operiamo assieme” e infine di “tenere aperto il cantiere PD con le formazioni vicine. Avviciniamo le posizioni se compatibili con il profilo dei contenuti del PD. Non vedo distinzioni tra alleanze e progetto”

Mentre sulla Lega precisa come “per vincere non parlare di partito ma di lavoro, diritti, merito. Il Pd deve pensare ai problemi dell’Italia e i risultati arriveranno. Deve parlare agli italiani di lavoro, diritti, merito e civismo e non “del partito”. Il partito non può essere l’oggetto di discussione nel Paese e con il Paese. E’ lavorando per l’Italia che daremo il profilo al partito. Per me dobbiamo essere il partito del lavoro e delle nuove generazioni, della Costituzione e della nuova unità della nazione. Le nostre parole da contrapporre all’ideologia di Berlusconi e della Lega sono uguaglianza, diritti, civismo e merito. Mettiamoci subito al lavoro sul progetto per l’Italia”.

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Da L’Unità di oggi 18 aprile

    Pd, Bersani media tra D’Alema e Franceschini: «Ora un progetto per il Paese», di Andrea Carugati

    Un Bersani con le mani tese verso la minoranza interna guidata da Veltroni e Franceschini, a partire dalla difesa del bipolarismo e dall’ammissione della «delusione» per l’esito del voto, segna la prima direzione Pd del dopo regionali. Una direzione preceduta da un clima piuttosto teso, con l’area democratica a sottolineare la sconfitta alle urne e venerdì il duello D’Alema-Franceschini sul bipolarismo e soprattutto sul rapporto con Gianfranco Fini. Ma alla fine il segretario riesce a trovare le parole giuste per non scontentare nessuno, per tenere abbastanza unito il partito su una linea attendista nei confronti della crisi nel Pdl, («Sono questioni loro», sintetizza Franco Marini), ma pronto a firmare un «patto repubblicano» con le forze disponibili a fermare la «deriva plebiscitaria» di Berlusconi, dunque anche con quella destra «normale» incarnata da Fini.

    Insomma, il dilemma “Fini sì Fini no” sembra sciogliersi alla luce dell’idea, fatta propria anche da Bersani, che i due litiganti del Pdl alla fine troveranno un modo per aggiustarsi tra loro. Sul bipolarismo Bersani è ecumenico: «Noi pensiamo ad una forma di bipolarismo più europeo, più moderno, più in grado di decidere», conclude a metà pomeriggio. «Dobbiamo prendere atto che negli ultimi 15 anni, tranne qualche riforma dei governi di centrosinistra, le riforme non sono state fatte perchè ha prevalso una democrazia plebiscitaria che accumula consenso ma non decide».

    Bersani, che lancia l’asseblea nazionale per il 22 maggio (obiettivo: discutere del progetto per l’Italia) concede qualcosa alla minoranza anche sul tema della riforma elettorale: «Le soluzioni per una riforma sono diverse ma vanno tenuti fermi tre paletti: il sistema bipolare, la scelta del deputato e la garanzia di una maggioranza stabile». «L’attuale legge elettorale è una vergogna, è l’architrave del meccanismo plebiscitario e populista di Berlusconi», dice il leader Pd. «Dobbiamo combattere per oltrepassarla. Intorno a questi tre criteri possiamo ragionare insieme e arrivare a proposte più precise ma cerchiamo di sdrammatizzare il tema perchè le leggi elettorali vanno e vengono, mentre Berlusconi sta qui dal ‘94…».

    Messe a posto le questioni che avevano agitato venerdì lo scontro tra D’Alema e Franceschini, Bersani passa all’attacco sul terreno a lui più caro, quello delle proposte per il Paese. «Mettiamoci subito al lavoro sul progetto per l’Italia. Il futuro è una sfida: mettiamoci all’altezza di questa sfida. Serve un progetto per l’Italia, un’agenda che ci porti a fare emergere la nostra visione del Paese». Pochi i punti cardine: «Lavoro inteso come lavoro delle nuove generazioni, fisco, educazione e cioè scuola e università, istituzioni, giustizia e informazione». «Lavoriamo per l’Italia e lavoreremo per noi. Dobbiamo trasmettere positività, il partito non può essere il nostro oggetto di discussione col Paese: è lavorando per l’Italia che daremo il profilo al partito, le nostre parole da contrapporre all’ideologia di Berlusconi e della Lega sono uguaglianza, diritti, civismo e merito».

    Tra i primi passi concreti della nuova agenda Pd, Bersani annuncia una proposta di legge per mettere fuori i partiti dalla Rai e una nuova norma Antitrust per affrontare (e risolvere) il conflitto d’interessi. E sulla giustizia prende le difese del responsabile del settore Andrea Orlando, criticato nei giorni scossi per aver presentato al Foglio una bozza di riforma: «La giustizia non è un tabù, è un servizio che non funziona, le nostre proposte sono contro le leggi ad persona, m si può essere d’accordo o meno ma non esiste che tra di noi si parli di “intelligenza con il nemico”».

    Veltroni sceglie di non intervenire e se na va senza fare commenti, Franceschini nel suo intervento apprezza la «difesa del bipolarismo» da parte del segretario ma ribadisce la sua linea su Fini: «Non bisogna fare a Fini il torto di considerarlo “di qua” e coinvolgerlo in scenari confusi perché lui sta facendo una battaglia per una destra normale ma è un nostro avversario. Dare l’idea che Fini è un nostro interlocutore sarebbe un grande regalo per Berlusconi». E aggiunge: «La missione del Pd è cambiare il paese rimettendo in discussione tutto, non sommando le singole sigle». «Il partito non è solo di chi ha vinto il congresso ma insieme di chi ha vinto e di chi ha perso. Tra il silenzio e la litigiosità c’è la via di mezzo del confronto chiaro, dobbiamo discutere per contribuire a fare le scelte».

    L’occasione sarà l’assemblea nazionale convocata per il 22 maggio, e intanto Franceschini risponde anche a quell’ala cattolica, da Fioroni a Castagnetti, che anche oggi ha ribadito il suo disagio in un partito troppo “di sinistra”: «Il Pd ha ancora la colla fresca. E se ci sono dei dirigenti che percepiscono con disagio un pd comepartito di sinistra, questo è un segnale che deve essere ascoltato». Non mancano segnali di apertura a Bersani anche da altri esponenti della minoranza. «La direzione è stata utile ed è stata imboccata la strada di un chiarimento», dice Fioroni. «Abbiamo fatto un primo passo verso il rilancio del progetto originario dopo la «sconfitta elettorale«, dice il braccio destro di Veltroni Walter Verini. «Si è compiuto un passo in avanti sulla direzione di investire sul progetto del Pd, sul suo rapporto con l’Italia, lasciando molto, ma molto, sullo sfondo quelle cose che ci avevano imbrigliato, tipo la politica delle alleanze». mentre Fassino dà atto al segretario di aver presentato «un’analisi del voto più
    preoccupata del giudizio iniziale e una griglia per il rilancio».

    D’Alema, anche a costo di un certo isolamento, ha ribadito le sue tesi sulla crisi del bipolarismo e sulla necessità di «interloquire» con quella destra incarnata da Fini che può dare a una mano per fermare la «spallata plebiscitaria» di Berlusconi. «Dire che vogliamo fare domani un governo insieme a Fini è una scemenza, a me interessano i contenuti, dalle riforme all’immigrazione, e non per fare manovrette politiche», spiega D’Alema. Che ribadisce il suo sostengo per un sisyema dell’alternanza, che va però ripensato, «perchè la tanto vituperata e consociativa prima repubblica è stata in grado di produrre riforme profondissime, mentre la second, quella delle decisione, appare molto debole». Nessuna marcia indietro, dunque. D’Alema ribadisce la sua ricetta sul bipolarismo in crisi e anche sul dialogo con la nuova forza parlamentare che Fini starebbe per lanciare. «Non vorrei che nel nome del bipolarismo lo rimproverassimo di dare fastidio a Berlusconi, sarebbe un eccesso di zelo», conclude l’ex ministro, prima che Rosy Bindi lo inviti al “time out” per aver sforato i tempi.

    E proprio la presidente Bindi è protagonista di uno scontro con Paola Concia, a cui avrebbe tolto il diritto di intervenire. «Dopo la relazione di Bersani ha detto che c’erano 60 interventi, troppi, e che avrebbero dovuto parlare solo le personalità politicamente rilevanti», accusa Concia. «Io e altri siamo stati “tagliati”, evidentemente i temi che rappresento non ionteressano alla Bindi, ma io voglio discutere dentro il mio partito, non sulle pagine dei giornali…». «La prossima volta la facciamo di due giorni così ognuno avrà bei 15 minuti per parlare», replica la Bindi ai colleghi che protestano.

    Marta Meo, esponente veneta della mozione Marino, esce nel primo pomeriggio con lo sguardo sconsolato: «Mi pare che questo partito sia in preda all’horror vacui: abbiamo davanti tre anni senza elezioni e senza congressi, sarebbe il momento per parlare di cose concrete, e invece ho l’impressione che non si sappia da dove cominciare. Un’altra conferenza di programma a maggio? Ma non c’erano i forum tematici? Perché non vengono convocati?». Un tema su cui è d’accordo anche Marino, che sprona Bersani a «far funzionare i forum». «Deve fare come un rettore con i dipartimenti, farsi dare dei report su quello che è stato deciso, sull’agenda dei prossimi incontri…».

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