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Editoria: lo strano ‘tempismo’ del Governo

I parlamentari del PD Giuliano Barbolini e Manuela Ghizzoni sulla sospensione delle tariffe postali agevolate: “Evitate le reazioni della stampa sotto elezioni”. Le ricadute a Modena
“A solo un giorno dalle elezioni regionali il Governo ha dimostrato una particolare sollecitudine sospendendo, ma di fatto abrogando, le tariffe postali agevolate per l’editoria, e addirittura ottenendone la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il giorno successivo. Il tutto, come consuetudine, senza aver sentito le commissioni parlamentari competenti o le categorie coinvolte”.

Questo lo strano ‘tempismo’ sottolineato dai parlamentari del Pd Giuliano Barbolini e Manuela Ghizzoni nelle interrogazioni presentate in questi giorni alla Camera e al Senato. I parlamentari modenesi fanno presenti le pesanti ricadute che il provvedimento avrà sulle piccole associazioni, il no profit e la stampa locale e diocesana “che dal 1 aprile e fino al dicembre 2010, saranno praticamente obbligate a sospendere le pubblicazioni, che rappresentano un capitolo di bilancio essenziale e un efficace strumento per campagne promozionali e raccolta fondi”.

Nella provincia di Modena si assisterà a un duro ‘colpo’ per le pubblicazioni, basta citare l’esempio dell’Anpi di Modena, che per il suo bimestrale sarà obbligata a sostenere una ulteriore spesa di circa diecimila euro l’anno; lo stesso vale per “Notizie” la pubblicazione della Diocesi di Carpi che subirà un aumento di 26.800 euro annui; mentre “Consumatori” la rivista della Coop dovrà sostenere un costo aggiuntivo di 136 mila euro l’anno.

“Questi sono solo esempi – proseguono Barbolini e Ghizzoni – pensiamo alle piccole associazioni di volontariato presenti nella nostra provincia, che offrono un servizio prezioso alla comunità, a cui il Governo impone di contrattare direttamente con le poste i possibili sconti…per loro significa rinunciare a uno strumento essenziale. In pratica – concludono – il Governo si è accorto di non poter controllare tutta l’editoria, allora, dove non è possibile fare una telefonata al direttore si tagliano i ‘problemi’ alla radice”.

Conservatorio di Milano: De Biasi (Pd), ministro Gelmini spieghi la sostituzione di Borrelli

“Non vorrei che si trattasse dell’ennesimo caso di spoil system: se fosse così, sarebbe un atto di prepotenza e, ancora una volta, un episodio di uso della cultura a fini di puro potere”.
Lo ha affermato la deputata del Pd Emilia De Biasi dopo aver appreso da notizie di stampa della sostituzione di Francesco Saverio Borrelli dalla presidenza del Conservatorio di Milano con Arnoldo Mosca Mondadori. Sulla vicenda la parlamentare Democratica ha presentato un’interrogazione al ministro Gelmini “per sapere quali siano le ragioni che hanno portato alla non riconferma di Francesco Saverio Borrelli e sulla base di quali criteri detta sostituzione sia avvenuta”.

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“La Gelmini licenzia Borrelli dal Conservatorio di Milano”, di TERESA MONESTIROLI

Dopo tre anni alla presidenza del Conservatorio di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ex-procuratre capo, viene “licenziato”. Il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini, a cui spetta la nomina della carica di presidente degli istituti musicali, a sorpresa sceglie Arnoldo Mosca Mondadori, editore specializzato in produzioni televisive, figlio del giornalista Paolo Mosca. La bozza di decreto che doveva riconfermare l´ex procuratore generale della Repubblica a capo della prestigiosa istituzione musicale era già pronta ma, senza alcun preavviso, è stata cestinata per cambiare il nome del destinatario.
«L´ho appena saputo anch´io – commenta Borrelli al telefono, a tarda sera – L´originaria decisione della Gelmini di rinnovare il mio incarico per un altro triennio sembra essere stata revocata all´ultimo minuto». Come mai? «Non ne ho la più pallida idea – prosegue l´ex-procuratore capo – forse il problema è la mia età avanzata, anche se garantisco di aver dedicato il meglio delle mie energie a questo incarico. Certo la situazione al Conservatorio, dal punto di vista economico, è stata e continua a essere difficile. Ma, come è sempre successo nella mia vita, mi sono affezionato sia al compito che alle persone con cui ho condiviso il lavoro e penso di averlo svolto con impegno».
I candidati alla presidenza del Conservatorio milanese, scelti dal Consiglio accademico dell´istituto oltre a Borrelli, erano Arnoldo Mosca Mondadori e Filippo Bellavita pellegrini, ex-commercialista entrato nel cosiglio di amministrazione del Conservatorio come membro del ministero, nominato ai tempi del ministro Fabio Mussi.
Dopo la scelta del candidato, e la esclusione di Borrelli nessuna comunicazione ufficiale gli è mai stata recapitata. Il presidente è stato raggiunto all´estero dalla telefonata di un amico che lo aggiornava su insistenti voci di corridoio sulla sua sostituzione al Conservatorio. Si è arrivato al paradosso che, totalmente all´oscuro dell´accaduto, Borrelli ha dovuto chiamare un maestro della scuola per chiedere conferma. Scoprendo che il suo posto era stato già assegnato a Mosca Mondadori, uno dei tre nomi segnalati al ministero dal consiglio accademico. «Evidentemente è accaduto qualcosa di cui non sono a conoscenza – conclude molto amareggiato l´ex presidente, nominato nel 2007 dall´allora ministro Mussi – perché della terna proposta dal consiglio so che il mio nome era sostenuto da nove consiglieri su undici e avevo già avuto rassicurazioni che il ministro mi avrebbe riconfermato. Le motivazioni della mia esclusione le scoprirò giovedì prossimo quando tornerò in Conservatorio. A quel punto a liberare l´ufficio dalle mie cose».
Il Conservatorio di Milano non è nuovo a nomine e esclusioni dei suoi presidenti. Già nel 2007, dopo due mandati e una riconferma che sembrava quasi sicura, fu “silurato” anche Francesco Micheli, il finanziere con la passione per la musica che era stato presidente dal 2000. In quell´occasione furono anche una parte degli insegnanti a chiedere il cambio della presidenza per dissidi con Micheli.
La Repubblica 09.04.10

"Bersani: un incontro con il premier? Solo per cose serie, no al chiacchiericcio", di Maria Teresa Meli

«Riforme, sì a uno stralcio su Senato federale e riduzione dei parlamentari». «Innanzitutto vorrei sgombrare il campo da una versione caricaturale di alcune mie parole: io, dopo le Regionali, non ho cantato vittoria. Ho ammesso la nostra delusione e non ho mai nascosto la mia preoccupazione, che deve riguardare tutti, perché queste elezioni hanno rivelato il distacco che c’è tra la società italiana e la politica». Prima di parlare di qualsiasi argomento Pier Luigi Bersani vuole fare questa puntualizzazione. Ci tiene: «Comunque — aggiunge — è stata fatta un’analisi non veritiera: se si ha la pazienza di guardarsi i numeri, prendendo come riferimento le Europee, ci si rende conto che il Pdl perde 4 punti, che la distanza tra centrodestra e centrosinistra si è dimezzata, che solo due partiti sono andati avanti, di poco, la Lega di più ma senza compensare il calo del Pdl».

Che farà ora il Pd?
«Il Pd può riprendere il suo cammino se ha come punto di riferimento l’Italia. Il che significa che si deve partire dai temi economici e sociali. E in particolare da due questioni: primo, dall’indebolirsi del tessuto connettivo di questa nostra nazione, dove ormai rischia di vigere il si salvi chi può; secondo, dalle pessime prospettive di lavoro delle future generazioni. Il Paese sta facendo tutto il necessario per affrontare questi problemi? No, non stiamo mettendo a fuoco come priorità i temi economici e sociali e non stiamo facendo un patto nazionale per l’emergenza crisi. Ma se noi scantoniamo questo problema per affrontare mille altre pur nobili questioni il distacco tra società e politica diventerà enorme».

Le altre pur nobili questioni sarebbero le riforme istituzionali: perché non incontra Berlusconi?
«Ho già detto che se si vuole parlare di misure immediate per alleggerire i colpi di questa crisi e discutere sul serio di un pacchetto di riforme in campo economico e sociale, io vado veramente a piedi ad Arcore. Io non ho difficoltà a vedere Berlusconi, è normale che il capo del governo e quello dell’opposizione si incontrino, ma per cose serie, non per un chiacchiericcio che alimenta la confusione già esistente ».

A proposito di misure, il governo ha cancellato il suo operato e ha reintrodotto le tariffe minime.
«E’ un segnale negativo per l’Italia perché vuol dire “ognuno pensi per sé” ed è un sintomo di chiusura verso le nuove generazioni».

Ma lei quali interventi urgenti farebbe?
«Un intervento urgente si può fare a partire da due cose: investimenti locali e green economy. E poi ci vogliono un po’ di soldi in tasca subito per i redditi bassi. E da domani un confronto su riforme strutturali che riguardino economia e politiche sociali. Dopodiché, nessuna obiezione se le commissioni parlamentari si confrontano su temi istituzionali. Ma anche su questo vorrei ristabilire la verità. In questo momento sulla materia esistono un progetto di legge Finocchiaro-Zanda consegnato al Senato e uno Bressa, identico, depositato alla Camera. Quindi una bozza del Pd esiste sul serio, fondata su un forte concetto di governo parlamentare, non c’è solo la bozza Calderoli che non è nemmeno giunta in Parlamento. Tra l’altro mi pare che nella destra si debbano chiarire prima le idee tra di loro perché se ne sentono di tutti i colori. Su due cose, però, ci par di capire che sono d’accordo: Senato federale e riduzione del numero dei parlamentari. Sono proposte contenute nei nostri progetti di legge. Perciò potremmo stralciare questi punti e approvare una legge in tempi rapidi».

E il semipresidenzialismo?
«A un Paese in cui gli elementi connettivi si sono lacerati, in questa bozza viene proposto un confuso percorso federale. E noi pensiamo che di fronte a tutto questo, il punto di equilibrio possa essere un presidente frutto di una contesa politica? Questa impostazione mette in gioco la Repubblica».

L’elezione diretta del presidente c’è in Francia.
«Il sistema prospettato da Calderoli non c’entra niente con la Francia. Per carità, sostenere il semipresidenzialismo è legittimo, ma in Francia non c’è il federalismo immaginato dalla Lega. E a proposito dell’elezione diretta del capo dello Stato, vorrei dire a chi avesse interesse a farsi vestiti su misura che noi non siamo una sartoria. Se Berlusconi la pensa così si cerchi una sartoria da un’altra parte».

Fini dice: rafforzare il Parlamento, cambiare legge elettorale.
«Chi si pone in modo sensato il tema del presidenzialismo in un sistema di tipo federale deve per forza fare un elenco tale di pesi e contrappesi di cui non si fa cenno nella bozza, e non basta certo una legge elettorale. Penso che i più consapevoli di loro abbiano il tema ben presente perché in realtà non si parlerebbe di Francia ma di Usa».

Berlusconi, però, non sembra voler cambiare la legge.
«E io non voglio fare un anno di chiacchiere. Mi si dica subito se si ritiene o no che si debba cambiare la legge. Poi ci possono essere varie soluzioni per me abbordabili: i meccanismi elettorali non sono un totem».

E allora perché non parla di legge elettorale con Berlusconi?
«Con quale credibilità viene a dire “parliamo con l’opposizione”, dopo 30 voti di fiducia e 50 decreti che hanno svilito il Parlamento?».

La Lega, comunque, si è intestata la mediazione con voi.
«La Lega è un partito del 12 per cento, che ha avuto un aumento e che è riuscita a prendere la presidenza di due fondamentali regioni. La Lega è alla prova di una nuova responsabilità. Noi parliamo di riforme con la maggioranza e non abbiamo problemi a parlare con chi verrà incaricato di farlo. Mi pare che in casa loro ci sia qualche perplessità ad affidare a chi ha insultato il tricolore il ruolo di portabandiera. Noi siamo sempre stati autonomisti e federalisti, ma vogliamo essere il partito della nuova unità della nazione. Noi perciò diciamo alla Lega che tutti gli italiani devono avere parità nei diritti essenziali di cittadinanza e temiamo invece che i meccanismi ipotizzati da Calderoli deroghino da questi principi. Insomma, è sicuramente apprezzabile che la Lega voglia discutere con l’opposizione ma devono convincersi che federalismo significa costruire l’unità della nazione».

Perché non appoggiate il referendum sul legittimo impedimento?
«La strategia del referendum non è la nostra strategia in queste condizioni: si è visto che non porta risultati, perché ormai non si raggiunge più il quorum, e così si rischia l’effetto boomerang. Perciò presenteremo una nuova legge sull’istituto referendario. Ciò detto, ribadisco la nostra ferma contrarietà al legittimo impedimento ».
Il Corriere della Sera 09.04.10

Carceri, Carroccio contro Alfano "Prepara un´amnistia mascherata", di Liana Milella

Domiciliari a chi ha ancora un anno da scontare: sono 7-8 mila Battaglia sul ddl che prevede anche la “messa alla prova” per le pene fino a tre anni. Lega contro Alfano. Per via delle nuove norme che consentono di “mettere alla prova” con lavori socialmente utili chi è stato condannato a tre anni e di affidare ai domiciliari chi ha da scontare solo un anno di pena. Uno scontro all´insegna del nuovo clima politico frutto della vittoria elettorale che pone la Lega in modo protagonistico nella coalizione. Carroccio sulla stessa linea di Di Pietro contro «un indulto strisciante e un´amnistia mascherata». Pd schierato col Guardasigilli per alleggerire, anche se con molte cautele e distinguo, l´emergenza carceri. Il sottosegretario alla Giustizia, l´ormai ex magistrato Giacomo Caliendo in quota Pdl (è andato in pensione), costretto a dire a brutto muso al leghista Nicola Molteni «ehi tu stai calmo e modera i toni…». Il relatore Alfonso Papa, toga pure lui ed ex di via Arenula, sdrammatizza i contrasti («Siamo solo all´inizio»). Ma la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, che condivide la ratio del ddl e cerca di mediare, è preoccupata per l´evidente tensione nella maggioranza e vede in pericolo la possibilità di approvare il testo prima di agosto, quando Alfano e il capo delle carceri Franco Ionta temono esplosioni di protesta per via di un sovraffollamento che non ha mai raggiunto picchi così alti (è giusto di ieri la “battitura” contro le inferriate, durata mezzora, in tre padiglioni di Poggioreale a Napoli).
Succede tutto in commissione Giustizia alla Camera dove s´avvia la discussione sui due istituti, messa alla prova e domiciliari per il residuo di un anno, che il ministro della Giustizia aveva portato in consiglio dei ministri il 12 gennaio. Allora il progetto era stato accolto dal gelo dei ministri leghisti Maroni e Calderoli. Ma ieri sono esplosi i distinguo. Molteni non ha nascosto le «forti perplessità», ha chiesto precise garanzie sull´impatto. Ha precisato che la ricetta della Lega, fedele al motto della «certezza della pena», è «costruire nuove carceri, senza svuotare quelle esistenti». Poi le parole forti, «indulto e amnistia mascherata» che fanno infuriare Caliendo. Il quale deve subire il fuoco amico dei pidiellini Francesco Paolo Sisto e Manlio Contento che contestano singoli aspetti tecnici.
La maggioranza si spacca. Ma pure l´opposizione è divisa. L´ex pm Antonio Di Pietro boccia severamente entrambe le misure perché la messa alla prova è «una scorciatoia di non punibilità che lascia impunita la microcriminalità». Mentre l´ultimo anno ai domiciliari «è una vera sconfitta dello Stato», in quanto non si capisce sulla base di quale criteri si dica «vabbè, ti abbuono un anno di carcere». L´asse Lega-Di Pietro si scontra con la posizione del Pd. Dove, dopo un´iniziale incertezza, viene dato il via libera alla cosiddetta “legislativa”, la possibilità di approvare il testo in commissione senza passare dall´aula. Per questo si batte la radicale Rita Bernardini che, reduce con Marco Pannella da visite pasquali nei penitenziari dell´Ucciardone (Palermo) e di Poggioreale, minaccia di ricorrere a nuove forme di protesta non violenta (scioperi della fame).
La democratica Donatella Ferranti condivide lo spirito delle due proposte, ma chiede precise garanzie sull´impatto e soprattutto sulle misure economiche per sostenere il progetto che invece non sono affatto previste, in quanto il governo esclude di investire anche un solo euro, come recita l´esplicita «clausola di invarianza finanziaria». La Ferranti vuole anche capire come si potrà mettere ai domiciliari chi, come gli immigrati, una dimora non ce l´ha e rischia di finire diritto nei Cie. Mercoledì prossimo si riprende. Toccherà a Caliendo portare i numeri e mediare tra posizioni che appaiono inconciliabili.
La Repubblica 09.04.10

"Istat: giù redditi e consumi", di Alessio Postiglione

Crollano nettamente i redditi delle famiglie. E siamo tutti più poveri. è quanto emerge dagli ultimi report dell’Istat, la cui lettura congiunta porta a ritenere che, al contrario di quanto sostenuto dal governo, l’idea che la crisi sia alle spalle sia più una speranza che un’analisi.
Anzi, la compressione del reddito delle famiglie, nel quarto trimestre del 2009, è la più rilevante degli ultimi venti anni. Secondo gli esperti di via Cesare Balbo, infatti, il reddito degli italiani, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2000, è calato del 2,8% rispetto ad un anno prima. A questa crisi fa da contraltare una contrazione del Pil che, rispetto al trimestre precedente è dello 0,3%, ma che lungo tutto il 2009 è pari ad un allarmante -5,1%.

In termini reali, invece, il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto a quello di un anno prima.

La morale della favola è che la crisi c’è e l’Italia la subisce peggio degli altri Paesi. I dati dell’Istat, infatti, si prestano a una analisi politica impietosa per il governo in carica. Perché le performance del sistema Paese non sono pessime solo in termini assoluti, ma soprattutto se paragonate a quanto hanno fatto gli altri Paesi della zona Euro. Il Pil dell’Europa è addirittura cresciuto dello 0,1 per cento in termini congiunturali. E, pur diminuendo in termini tendenziali, a causa della crisi, lo fa con un trend nettamente migliore rispetto all’Italia, registrando un calo del 2,1 per cento, in zona Euro. Al contempo, la forbice rispetto ai Paesi guida è ancora più impietosa, perché Germania e Francia calano di molto meno: del 2,4, la Germania e, addirittura, solo dello 0,3 per cento, la Francia.

La crisi del sistema Paese, d’altronde, coinvolge vari aspetti, in un perverso effetto domino: anche la propensione al risparmio delle famiglie è diminuita, infatti, rispetto al corrispondente periodo del 2008 (-0,7%). Perfino i matrimoni sono in flessione: meno 247 mila, rispetto al 2008. In contrazione anche la spesa (-1,9%), le vendite al dettaglio (- 2,6%) e gli occupati (- 1,8%). Dal “lavorare meno, lavorare tutti” al lavorare in meno e guadagnare un po’ di più? Non è proprio così: le retribuzioni registrano un +2,1%, ma solo sui contratti collettivi nazionali di lavoro che, in realtà, riguardano solo il 54,8% degli occupati.

Male anche i profitti delle società non finanziarie che vedono un lieve miglioramento su base trimestrale ma una flessione di ben 1,8 punti percentuali su base annuale. Sono positivi solo quei dati che i consumatori preferirebbero tenere calmierati, come i prezzi al consumo: + 1,2%. Di fronte al naufragio dell’economia, tuona il segretario della Cgil Epifani: «Essendo precipitati molto, la risalita è praticamente invisibile e, quindi, siamo in una fase che si prolungherà, purtroppo. Tanto più se il Governo non fa nulla».

Secondo la Confederazione degli agricoltori, d’altronde, il 40% degli italiani ha tagliato la propria spesa e addirittura il 60% ha cambiato il proprio menu.
da Terranews 09.04.10

Le 5 proposte del PD per riformare la giustizia

Andrea Orlando, responsabile Giustizia del PD, le pubblica su Il Foglio : verifica dei tempi giusti dei processi, riforma del CSM, una giustizia più semplice.
Mi applico ad un esercizio da molti consigliato. Facciamo per un attimo finta che il problema sia solo quello di far funzionare la giustizia. Dimentichiamoci Berlusconi, così come dei suoi processi da aggiustare e delle sue vendette da consumare e partiamo dalla giustizia civile dove, lontano dai riflettori, si consuma quotidianamente un disastro che potremmo definire “muto”. La rilevanza del tema sta innanzitutto nei numeri: le cause attualmente pendenti sono più di 5 milioni con una crescita media annua del 7,5 per cento. Per avere giustizia un cittadino attende anche sette anni e mezzo, passando 20 mesi in tribunale, 54 in Corte di Appello e la restante parte in Cassazione.Una volta giunta la sentenza, questa risulta spesso priva di qualsiasi effetto positivo per chi intendeva far valere un proprio diritto. Sul fronte dell’economia, l’inefficienza del sistema giudiziario compromette in modo serio la competitività del Paese e rappresenta un potente dissuasore agli investimenti esteri in Italia. Le ragioni di credito di molte famiglie e di tante piccole aziende risultano irrimediabilmente frustrate, aggravando oltremodo il peso dell’attuale crisi economica vista l’impossibilità di riscuotere in tempi ragionevoli i propri crediti. La situazione di disagio è ancora più grave al Sud e nelle Isole.
Queste brevi considerazioni definiscono l’enorme impatto che l’amministrazione della giustizia ha sul sistema economico e sui rapporti sociali.
C’è un’ emergenza, da qui dovremmo partire. Si tratterebbe di fare ciò che il governo avrebbe già la delega per fare, semplificare i riti del processo civile ed affrontare subito l’arretrato.
Fondamentale è il tema dell’organizzazione e delle risorse sottratte con l’ultima Legge Finanziaria: 1,1 Mld di tagli mentre occorrerebbero investimenti nell’informatizzazione e nel personale amministrativo.
Ancora una rivoluzione vera e possibile sarebbe una razionalizzazione delle circoscrizioni giudiziarie: 165 tribunali, di cui 88 con meno di 20 magistrati, 7 tipologie di uffici giudiziarie, una distribuzione degli uffici assolutamente anacronistica ed irrazionale, producono un quadro di inefficienza complessiva insostenibile.
Guardiamo alla giustizia penale: un corpus ipertrofico di norme generate dall’ossessione securitaria e dalla sbornia forcaiola.
La combinazione tra ipertrofia delle norme penali, l’insufficienza del gratuito patrocinio, della difesa d’ufficio e l’abbreviazione dei termini delle prescrizioni ha generato un sistema processuale che punisce secondo criteri di classe: un’amnistia strisciante per chi può difendersi dal processo, (con buona pace del partito unico degli sceriffi) e pene disumane per i delinquenti più poveri.
Ci sono tre progetti di riforma del codice penale nel cassetto del ministro Alfano, tutti, compreso quello elaborato dal centrodestra nella legislatura 2001-2005 riducono il perimetro del diritto penale con l’effetto di decongestionare il sistema. Si tratterebbe di sceglierne uno.
Sul terreno strettamente processuale si potrebbe procedere ad una revisione del sistema delle notifiche ad una semplificazione delle impugnazioni, limitando il ricorso alla cassazione.
La questione dei tempi del processo o meglio della la sua ragionevole durata andrebbe affrontata riferendola sia all’ambito penale che a quello civile.
Si possono ipotizzare tempi massimi per la durata del procedimento ma questi dovrebbero essere parametrati distretto per distretto in rapporto alle risorse disponibili,al numero di magistrati in ruolo, al personale amministrativo e al numero dei procedimenti. Si potrebbe ipotizzare un percorso di convergenza pluriennale verso un range omogeneo a livello nazionale.
Il che rispetto al testo approvata dal Senato sul c.d. “processo breve” significherebbe eliminare le norme retroattive e legare i termini massimi indicati per i gradi di giudizio alla concreta situazione degli uffici giudiziari e ad un serio piano di investimenti sulle strutture e sul personale.
C’è infine il tema dell’organizzazione della magistratura e dell’azione penale, vera ossessione della maggioranza.
C’è una proposta di legge concernente l’elezione dl Csm a firma del senatore Ceccanti dalla quale si potrebbe partire dal giorno dopo del rinnovo del consiglio, che prevede un sistema elettorale basato su collegi uninominali con ripartizione maggioritaria, in grado di ridurre il peso delle correnti della magistratura associata.
Non ci sarebbe molto da fare in proposito di separazione delle carriere essendo già stata realizzata una sostanziale e sufficientemente rigida distinzione dei ruoli con la riforma ordinamentale, varata soltanto due anni fa.
Tuttavia sono ipotizzabili norme che rafforzino il criterio della distinzione dei ruoli, precisino le incompatibilità e i limiti temporali di permanenza nei diversi uffici.
Una specifica disciplina meriterebbe la limitazione all’elettorato passivo dei magistrati, di quelli che hanno svolto funzioni requirenti in particolare.
Sull’esercizio dell’azione penale sarebbe matura una riflessione sul superamento dell’obbligatorietà, sull’individuazione di priorità che non limitino l’indipendenza dei pm; ci sono diverse ipotesi in proposito ed una proposta di legge depositata dal Pd.
Infine si potrebbe affrontare quello che ha mio avviso è la questione centrale del sistema: l’efficacia dell’azione disciplinare.
La linea d’azione, credo dovrebbe essere quella di una distinzione maggiore di chi esercita questo tipo di giustizia domestica dal Csm con una sezione distinta o attribuendo il ruolo alla Cassazione,accrescendo così l’autonomia di chi è chiamato a valutare dei colleghi.
Anche in questo caso però la riflessione del legislatore dovrebbe partire dagli effetti prodotti dalle norme introdotte per la valutazione dei magistrati soltanto due anni fa.
Tre anni sono sufficienti per fare tutto questo senza necessariamente partire dal presupposto che si debba modificare la Costituzione. Eventualità alla quale ricorrere solo come estrema ratio.
Questo approccio consentirebbe di evitare, che ciò che si può fare in modo condiviso resti in ostaggio di ciò che divide.
Su questo terreno potrebbero incontrarsi una destra che riscoprisse la primazia della legge ed una sinistra che rammentasse che tra le sue radici c’è la cultura delle garanzie.
Sul terreno oggi scarsamente frequentato della moderazione.
Rischia di non andare così. La minaccia di modifiche costituzionali agitate come bandiere può portare all’ordalia: all’ennesimo referendum sul cavaliere dall’esito comunque pericoloso.
O l’assoluzione a mezzo plebiscito di Berlusconi ed il conseguente sfascio o la santificazione dello status quo con tutto il suo portato di inefficienze e corporativismi.
C’è ancora tempo, speriamo che serva.
Intanto la situazione è quella che è: si parla solo di intercettazioni e non anche di civile, di legittimo impedimento e non di condizioni del carcere, solo di separazione delle carriere e non anche di organizzazione degli uffici. Questo ci ricorda, se ce ne fosse bisogno che Berlusconi c’è, con tutta le sue incombenze la sua carica ideologica.
Se qualcuno fosse in grado di prescinderne almeno un po’, batta un colpo, noi ci siamo.
www.partitodemocratico.it

"Docenti e dirigenti dipenderanno dalla Regione", di Reginaldo Palermo

A poche ore dal risultato elettorale, la Lega passa al contrattacco e decide di presentare un proprio disegno di legge in materia organi collegiali e stato giuridico del personale docente, in netta concorrenza con il progetto di Valentina Aprea fermo ormai da un anno in Commissione Cultura. Il primo punto fermo della proposta leghista riguarda le modalità di assunzione: non solo il reclutamento dovrà avvenire su base regionale, ma anche i ruoli saranno regionali; in altre parole i docenti non sarebbero più dipendenti statali ma entrerebbero a far parte dei ruoli regionali.

Di conseguenza sparirebbe anche la contrattazione nazionale sostituita da tanti contratti quante sono le Regioni italiane.

Per insegnare in una determinata regione sarà necessario essere inseriti nell’albo regionale, essere residenti nella regione stessa ed impegnarsi a non chiedere trasferimento per almeno 5 anni. Inoltre nei programmi di concorso sarà prevista anche una prova relativa alla cultura locale. In realtà il disegno di legge Goisis riguarda non solo il personale docente ma anche gli Ata e i dirigenti scolastici che diventerebbero anch’essi dipendenti regionali.
Con la proposta dell’onorevole Paola Goisis cambia anche la governance delle istituzioni scolastica.

Gli organi sarebbero tre: Consiglio dell’istituzione, collegio dei docenti, dirigente scolastico. Le scuole saranno dotate di autonomia statutaria e saranno finanziate direttamente dalle Regioni, ferma restando la possibilità di ricevere contributi anche dalle famiglie, da enti pubblici, privati e soggetti esterni.

Non manca infine un richiamo ai programmi di studio: “Le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado – si legge nella proposta Goisis – utilizzano una parte del curricolo obbligatorio per la costruzione di percorsi interdisciplinari dedicati alla conoscenza del territorio di appartenenza, dal punto di vista storico, culturale, ambientale, urbanistico, economico, sportivo”.

Il ddl è stato depositato presso l’ufficio di presidenza della Camera il 30 marzo e nei prossimi giorni dovranno esserne definite le modalità di esame.

Se la Lega dovesse “puntare i piedi” il provvedimento potrebbe andare in Commissione già prima della pausa estiva.
Tenica della Scuola 08.04.10