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"Chiesto il rinvio a giudizio per Berlusconi su Mediatrade-Rti", di Donatella Stasio

Nuovo processo per Silvio Berlusconi, accusato di frode fiscale (8 milioni di euro evasi) e di appropriazione indebita (34 milioni di dollari) nell’ambito dell’inchiesta Mediatrade-Rti su presunte irregolarità nella compravendita di diritti televisivi per creare fondi neri. Questa l’accusa formalizzata dal pubblico ministero di Milano Fabio De Pasquale, che ha chiesto il rinvio a giudizio del premier e dei suoi coimputati (12). Nell’inchiesta sono infatti coinvolti, per frode fiscale, anche Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri, vicepresidente e presidente di Mediaset, nonché altre nove persone. La Procura di Milano aveva chiuso l’indagine il 22 gennaio ma prima di chiedere il processo al giudice per l’udienza preliminare ha preferito aspettare le elezioni. Davanti al Gup, Berlusconi potrà far valere il «legittimo impedimento» appena diventato legge, che sospenderà il processo (fino a 6 mesi e per un massimo di 18); la sospensione, però, non vale per i suoi coimputati. Se invece dovesse rimettersi in cammino il «processo breve», la nuova legge brucerebbe quasi 2 anni e mezzo di tempo, lasciando poco più di 6 mesi per arrivare alla sentenza, pena l’estinzione del processo. Impossibile.

I reati non risultano ancora prescritti perché l’approvazione indebita sarebbe stata consumata, tra Milano e Dublino, dall’8 febbraio 2003 al 30 novembre 2005, mentre la frode fiscale è contestata fino al 30 novembre 2009. Sino alla fine dell’anno scorso, quindi, secondo la Procura di Milano, Berlusconi padre e Berlusconi figlio, «sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie di Mediatrade e Rti (società del gruppo, ndr), indicavano nelle dichiarazioni consolidate di Mediaset elementi attivi inferiori al reale». Tra gli altri imputati, anche il produttore Frank Agrama, Daniele Lorenzano, ex capo acquisti di trasmissione per il gruppo Fininvest e Mediaset, Roberto Pace e Gabriella Ballabio, ex manager di Mediatrade.

Il meccanismo ipotizzato dal Pm è simile a quello del processo in cui Berlusconi è imputato di frode fiscale per i presunti fondi neri creati da Mediaset attraverso la compravendita dei diritti Tv e cinematografici (la prossima udienza è il 12 aprile). Mediaset avrebbe rinunciato a trattare i diritti televisivi direttamente con le majors americane, come fino agli anni ’80 faceva personalmente Silvio Berlusconi, e avrebbe affidato l’incarico a un egiziano diventato cittadino americano, Frank Agrama, appunto, “socio occulto” del capo del governo perché comprava i diritti per rivenderli alle società di Berlusconi a prezzi gonfiati. Lo scopo: sottrarre denaro da Mediaset nonché alla disponibilità degli azionisti, mettendolo all’estero al riparo dal fisco.
Nell’atto di fine indagini si fa riferimento, tra l’altro, alla presenza di due cittadini di Hong Kong, fiduciari di Agrama, accusati di aver riciclato denaro proveniente dall’appropriazione indebita.

«Contestazioni assurde», aveva protestato Mediaset alla notizia della chiusura delle indagini, prodromica alla richiesta di rinvio a giudizio, rivendicando la «più rigorosa osservanza dei criteri di trasparenza e delle norme di legge» nei bilanci e nelle dichiarazioni fiscali della società. Secondo Berlusconi, invece, si trattava dell’ennesima «persecuzione giudiziaria».

Il Sole 24 Ore 10.04.10

Il medioevo che ci attende. La profezia di Jacques Attali

Sono le classi dirigenti ad alimentare l´incertezza, ingrediente fondamentale per mantenere il potere Nel suo ultimo libro l´economista francese fornisce alcune ricette contro la crisi L´impossibilità dell´Occidente di mantenere questo tenore di vita senza indebitarsi Dovremo adattarci alla mancanza di solidarietà e alla necessità di cavarcela da soli
PARIGI Dopo la crisi, le crisi. «Nel prossimo decennio il mondo attraverserà cambiamenti radicali, solo in parte collegati all´attuale situazione finanziaria. Ciascuno di noi sarà minacciato e dovrà trovare gli strumenti per salvarsi». Nel suo ultimo libro (Sopravvivere alle crisi, Fazi Editore), Jacques Attali profetizza un mondo sempre più precario e ostile, nel quale le classi dirigenti sono incapaci di pensare nel lungo periodo e anzi alimentano l´incertezza, ingrediente fondamentale per mantenere il potere. «Dovremo abituarci a cavarcela da soli, come le avanguardie del passato» spiega l´economista, ex consigliere di François Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Attali è uno degli intellettuali francesi più eclettici, capace di pubblicare opere su Karl Marx o sull´amore, ed è uno scrittore seriale. Si vanta di avere decine di libri già pronti nel cassetto, firma rubriche su molti giornali, colleziona consulenze e si occupa di Planet Finance, una Ong specializzata in progetti di microcredito. Instancabile, sempre di corsa. Come il mondo che prefigura.
Quali altre crisi ci aspettano?
«La crisi finanziaria del 2008 non è affatto terminata, nonostante i proclami trionfanti di qualche politico e banchiere. Quelli che gli anglosassoni definiscono “germogli” di ripresa sono, a mio avviso, soltanto segnali passeggeri. Molte banche continuano a essere insolventi, i prodotti speculativi più rischiosi si accumulano come e più di prima, i disavanzi pubblici sono ormai fuori controllo, il livello della produzione e il valore dei patrimoni restano in grandissima parte inferiori a quelli precedenti la crisi. La causa più profonda di questa crisi è l´impossibilità per l´Occidente di mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi: su questo non è stata avviata un´adeguata riflessione».
Il peggio deve ancora venire?
«Nel 2020 la popolazione mondiale passerà da 7 a 8 miliardi e la classe media mondiale rappresenterà circa la metà degli individui che vorranno allinearsi al modello occidentale. Questo comporterà nuovi punti di criticità a livello ecologico. Nello stesso periodo assisteremo a progressi scientifici considerevoli, come le nanotecnologie, le neuroscienze, le biotecnologie. Ogni nuova scoperta scatenerà problemi etici e di possibili utilizzi secondari per scopi criminali o militari».
Tornando all´economia, dove finisce il tunnel?
«La congiuntura economica ci riserverà altre brutte sorprese. Personalmente, temo il ritorno dell´iperinflazione scatenata all´enorme liquidità creata dalle Banche centrali, la possibile esplosione della “bolla cinese” per colpa degli eccessivi crediti concessi e della sovraccapacità produttiva della Repubblica Popolare. Il sistema pubblico della sanità e dell´istruzione, per come l´abbiamo conosciuto finora, diventerà insostenibile per gli Stati. Il nostro stile di vita, sempre più precario e meno solidale. Chi vorrà sopravvivere dovrà accettare il fatto di non doversi più attendere nulla da nessuno. Andiamo verso un mondo che assomiglia al Medioevo».
Non le sembra esagerato parlare di un ritorno al passato remoto?
«Come nel Quattrocento, il potere sarà concentrato in alcune città e alcune corporazioni. Già oggi 40 città-regioni producono due terzi della ricchezza del mondo e sono il luogo dove si realizza il 90 per cento delle innovazioni. In mancanza di una vera organizzazione globale, si diffonderanno epidemie e catastrofi naturali climatiche ed ecologiche. Ci saranno sempre più zone “fuori controllo”, dove imperverseranno organizzazioni criminali e bande armate. I ricchi dovranno rifugiarsi in moderne fortezze».
E tutto questo sarebbe dovuto anche all´incapacità delle classi dirigenti e al fallimento del sistema di governance mondiale?
«Di fronte a una crisi, qualunque essa sia, la maggioranza degli individui comincia con il negare la realtà. Purtroppo questo meccanismo si applica perfettamente anche alle imprese e alle nazioni. Finora i governi hanno adottato una strategia che fa finanziare dai futuri contribuenti gli errori dei banchieri di ieri e i bonus di quelli di oggi».
Lei ha presieduto la Commissione per la liberazione della crescita voluta dal governo Sarkozy, ma le riforme che aveva proposto sono state disattese. Anche nel caso della Francia manca il coraggio di preparare il futuro?
«Quello che più mi colpisce è che molti potenti vorrebbero tornare rapidamente al vecchio ordine, anche se è quello che ha scatenato la crisi finanziaria. Nell´attuale modello economico l´impresa è passata al servizio del capitale, a sua volta manipolato dalle leggi della Borsa. Le cose stanno così dal 1975, data dell´invenzione delle stock-options negli Stati Uniti».
Non è una visione troppo apocalittica?
«Non bisogna farsi prendere né dall´ottimismo né dal pessimismo. Negli ultimi 650 milioni di anni, la vita è praticamente scomparsa sette volte dalla superficie della Terra. Oggi rischiamo che succeda un´altra volta. Ma qualsiasi minaccia è anche un´opportunità. Quando si arriva a un punto di rottura siamo costretti a riconsiderare il nostro posto nel mondo e a cercare un´etica dei comportamenti completamente nuova. Sopravviverà di noi solo chi avrà fiducia in se stesso, chi non si rassegnerà. Ho affrontato parecchie crisi. E per questo ho pensato anche di raccogliere le mie lezioni di sopravvivenza».
Lei suggerisce il dono dell´ubiquità: cosa significa?
«I miei principi sono sette, da attuare nell´ordine. Innanzitutto bisogna partire dal rispetto di sé, e quindi prendere consapevolezza della propria persona, e dall´intensità, ovvero vivere pienamente sapendo proiettarsi nel lungo periodo. Ci sono poi l´empatia, indispensabile per capire gli altri, avversari o potenziali alleati, la resilienza che ci permette di costruire le nostre difese e la creatività per trasformare le minacce e gli attacchi in opportunità. Se questi cinque principi non funzionano bisogna cambiare radicalmente, coltivando l´ambiguità o persino l´ubiquità, imparando a essere mobili nella propria identità».
Ci lascia insomma un po´ di speranza…
«L´ultima lezione riguarda il pensiero rivoluzionario. In condizioni estreme, bisogna osare fino anche a violare le regole del gioco. Nessun organismo può sopravvivere senza operare una rivoluzione al suo interno. Ma tutto dovrà sempre partire dall´individuo. Come diceva Mahatma Gandhi: “Siate voi stessi il cambiamento che volete realizzare nel mondo”».
Ha appena pubblicato il primo “iperlibro”, un volume cartaceo integrato da contributi audio e video. È questo il futuro della lettura?
«Non credo alla morte dei libri tradizionali. Ma è evidente che i giovani crescono imparando a leggere su uno schermo. Per loro sarà normale sfogliare una tavoletta elettronica come noi sfogliamo un libro. Anche quella dell´editoria è una crisi che si supera solo con il cambiamento».
La Repubblica 09.04.10

Rimettere in moto il Paese: Bersani al convegno di Confindustria

Sia chiaro che non ci preoccupa il confronto ma la chiacchiera inconcludente del cosiddetto dialogo che allontana tutta la politica dalla società ed è pericoloso per tutti, anche per noi che non ce ne sentiamo corresponsabili. Il Pd non si tira indietro perché a noi interessa dimostrare che lavoriamo per il Paese con le nostre idee, potendo dire in trasparenza su questo siamo d’accordo, e lo motiviamo, questo non ci interessa, e lo motiviamo”, così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha concluso il suo intervento al convegno biennale del Centro studi Confindustria per il forum ”Libertà e benessere: l’Italia al futuro” in corso di svolgimento a Parma.

Bersani ha condiviso lo spirito con cui è stato aperto il convegno degli imprenditori, “concretezza e semplicità” per risolvere le difficoltà del Paese. In effetti, ha ribadito il leader democratico, c’è l’urgenza di “fare qualcosa”. Nessun pessimismo ma qualche preoccupazione che ci spinge a “fare di più, e a farlo insieme, per il Paese”. Il pensiero delle riforme non può essere diviso dalla politica economica, anzi deve essere spinto da uno spirito univoco e far parte dello stesso modo di agire: “essere parti dello stesso sforzo”.

Dati alla mano, il Pil pro capite è fermo dal 2007 e ben al di sotto della media dell’area Euro. Lo stesso vale per la produzione industriale, dove fatta 100 la base del 2005, ora noi siamo al 87,9 sempre sotto i parametri europei a 92.

Insomma è necessario darsi una mossa perché “stare fermi non è una strategia” ha ribadito Bersani. “I polmoni delle Pmi non potranno reggere in apnea per molto tempo. La frusta della crisi si fa sentire in modo particolare da noi, perché si collega a problemi precedenti che altri avevano in misura minore e che prevede per noi un tempo più lungo di rientro nella crisi fa una previsione che può avverarsi se non la correggiamo con l’azione”. E nell’ottica internazionale i processi mondiali non ci staranno ad aspettare. Con la crisi economica, il motore trainante internazionale, quello anglosassone è andato fuori uso. Tocca ora all’Europa cogliere questo momento per riattivare la domanda e sostenere la crescita potenziale. L’Italia, con voce condivisa e univoca, dovrà puntare proprio all’Europa e seguirne la strada. In tal senso, ha ricordato Bersani, “il controllo della spesa pubblica è un vincolo non un obiettivo”.

Ma nello stesso tempo si dovrà favorire la ripresa dei consumi: ridare un po’ di soldi in tasca agli italiani per la ripresa economica e per bloccare l’inflazione. L’Italia ha visto crescere l’inflazione in maniera costante negli ultimi anni tranne nel periodo – del governo Prodi – quando vennero applicate le liberalizzazioni. In quel periodo, il governo di centrosinistra, in soli 2 anni, finanziò oltre 12 miliardi per facilitare la crescita e sostenere gli ammortizzatori sociali.

Ma è proprio in questo momento di difficoltà nazionale che emerge la preoccupazione maggiore: “è mancata la discussione sui temi di fondo della politica economica. Su come affrontare, insieme,la crisi. Perché la democrazia ha anche a che fare con l’economia”.

Ma da luglio del 2008 il governo ha seguito una strada senza ascoltare nessuno addirittura negando la presenza della crisi. “Non ci siamo mai trovati d’accordo – ha ribadito Bersani – con i discorsi prima catastrofici poi risolti come nuvole passeggere al punto da arrivare a dire che non ci fosse nulla da fare per risolvere la crisi. L’Italia, invece, ha sempre dimostrato che davanti ad un problema se lo mangia”. Davanti alla politica soporifera il governo ha detto di affidarsi allo “stellone” ma tutti sappiamo bene che non esiste.

Il pericolo maggiore è quello che la parola Riforma si traduca poi con la vacuità del del termine dialogo. Se si parla di riforme istituzionali, il Pd le sue proposte le ha consegnate già molto tempo fa in Commissione Riforme istituzionali: “le vogliamo discutere? La sede giusta per discutere di riforme è il Parlamento. Per quelle economiche e sociali io vado ad Arcore anche a piedi, con idee nuove, purché dall’altra parte si riconosca che se hanno governato sette anni su nove non è che possono dare sempre la colpa agli altri”.

Quindi una battuta sulla presunta riforma sul presidenzialismo voluta da Berlusconi. “In un
paese nel quale il tessuto unitario fa fatica a tenere, in una fase in cui spingiamo verso un federalismo molto spinto, possiamo affidare l’unico elemento di coesione e garanzia alla contesa politica”?

Il Pd è pronto a fare la sua parte: un’iniziativa normativa sulla concorrenza in applicazione con quanto auspicato dall’antitrust e in materia di federalismo fiscale, Bersani auspica una sorta di Maastricht fiscale. “Il modo migliore per abbassare le tasse è pensare a una riallocazione, innanzitutto fra chi paga e chi non paga. È necessaria Maastricht della fedeltà fiscale in modo che quello che si recupera va a finanziare investimenti sul lavoro e sull’impresa. Ma su questo è necessario anche mettere qualche paletto di principio: tutte le volte che l’opposizione ragiona così la maggioranza dice che noi vogliamo mettere le tasse. E invece no, noi le vogliamo abbassare”.

Per Bersani, dunque, “per fare le riforme ci vuole il Parlamento. Capisco che è una parola oggi non popolare. Ma il Parlamento è il luogo della libertà di tutti e se si zittisce quel luogo anche il rapporto con i soggetti sociali diventa asfittico e condizionato, così come il rapporto con l’informazione”.

“L’agenda la fa uno solo, ma questo non va bene, non è salute perché l’agenda deve venir fuori dalle esigenze del Paese. Se non fosse così sarebbe un problema. Negli ultimi due anni il Parlamento viene riunito solo per discutere di decreti legge o fiducie, per il resto non c’è niente da fare”.

“Sia chiaro – ha concluso Bersani -, non ci preoccupa il confronto ma la chiacchiera inconcludente del cosiddetto dialogo che allontana tutta la politica dalla società ed è pericoloso per tutti, anche per noi che non ce ne sentiamo corresponsabili. Il Pd non si tira indietro perché a noi interessa dimostrare che lavoriamo per il Paese con le nostre idee, potendo dire in trasparenza su questo siamo d’accordo, e lo motiviamo, questo non ci interessa, e lo motiviamo”

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Su Prof e maestri ecco la scure del taglio agli organici. Pantaleo (Flc.Cgil): scatola vuota chiamata scuola", di Maristella Iervasi

Saranno la Campania e la Sicilia le più penalizzate. Ma la scure-Gelmini-Tremonti sul taglio agli organici dei docenti della scuola non salva nessuno. Per il prossimo anno scolastico, via dalle cattedre 25.600 posti. Così suddivisi: 8.700 circa alle elementari, 3.600 alle medie, 13.750 alle superiori. E le “sorprese” non finiscono qui. Il ministero ha diffuso ai sindacati anche le cifre sui tagli suddivisi per regioni. E, ovviamente, il ricco Nord leghista, ne esce come sempre indenne dalla mannaia. Le più penalizzate saranno ancora una volta le regioni del Sud, in particolare la Campania e la Sicilia, che perderanno maestri soprattutto alle elementari. Per quanto riguarda invece i licei, tecnici professionali il risparmio a “colpi” di prof lo forniranno la Lombardia e il Lazio.

Mimmo Pantaleo, segretario generale nazionale della Flc-Cgil, lancia un grido d’allarme e annuncia nuove iniziative a difesa della scuola pubblica. Assemble nazionale dei precari il 15 maggio e a settembre gli Stati generali della Conoscenza.

“Non si è mai visto un ministro della Repubblica procedere a testa bassa, lasciando che la scuola statale vada in malora, incurante dei diritti dell’utenza, del dissenso degli Enti Locali, Regioni, delle Associazioni Professionali e dei sindacati, incurante degli effetti già prodotti sulla qualità del servizio, incurante del licenziamento di svariate decine di migliaia di precari. A settembre 2010 la scuola statale avrà 25.600 posti di docenti e 15.600 posti Ata in meno, precisa Pantaleo all’indomani del faccia a faccia a l minsitero proprio sui tagli all’oragnico dei docenti – . Nella secondaria di secondo grado in particolare gli effetti dell’applicazione frettolosa dei regolamenti produrranno effetti pesantissimi sia in termini di tagli che di qualità dell’offerta formativa, determinado una situazione caotica. Rifiutiamo questa aggressione alla scuola statale chiamata riforma. La scuola ormai è una scatola vuota. La pervicacia della Gelmini nel cancellare posti di lavoro e sguarnire le scuole come presidi culturali non ha eguali nella storia della Repubblica”.

Secondo il sindacato Flc-Cgil, dalla primaria alle superiori si perderanno quasi 26mila cattedre sia perchè saranno ritoccati i tetti minimi per la formazione delle classi, sia l’applicazione dei nuovi regolamenti. “E’ inaccettabile l’ulteriore tranche di tagli e daremo battaglia – assicura Pantaleo – per fermare questa politica dissennata che aggrava le condizioni di lavoro del personale, aumenta la confusione, il disservizio e lascia senza posto di lavoro migliaia di precari”.
L’Unità 09.04.10

Santa Croce di Carpi (MO) – Festa democratica di Primavera – Iniziativa sulla scuola

Zona sud di Carpi, via Giliberti 1
L’Educazione non si taglia più qualità nella scuola
Ne parliamo con
On. Manuela Ghizzoni Parlamentare PD,
capogruppo Commissione Cultura, Istruzione, Università
Elena Malaguti Assessore all’Istruzione della Provincia di Modena
Maria Cleofe Filippi Assessore all’Istruzione del Comune di Carpi
Conduce il dibattito
Marco Bagnoli Giornalista

Migranti, il Vaticano critica gli accordi con la Libia

«Nessuno può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato dove esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano». Lo sostiene l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti riferendosi, in particolare all’accordo siglato tra Roma e Tripoli e ai recenti episodi di respingimenti.

«In Libia – ricorda Marchetto – esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti. E l’accesso a questi centri è difficile per cui è arduo monitorare il rispetto in essi dei diritti umani, tenendo poi conto che tale Paese non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951, nè al relativo Protocollo del 1967, e non riconosce l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati». «Confermo – sottolinea l’arcivescovo in una nota – la mia posizione di condanna a chi non osserva il principio di ‘non refoulement’, che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione. E mi domando se in tempo di pace non si riesce a far rispettare tale principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, come si farà a richiederne l’osservanza in tempo di guerra. E la domanda si può estendere alla questione della protezione dei civili durante i conflitti, che viene così indebolita nella sua radice, comune, umanitaria».

Secondo il presule, «un altro diritto violato nell’atto di intercettare e respingere i migranti sulle coste africane del Mediterraneo è quello al ‘giusto processò, che comprende il diritto a difendersi, a essere ascoltato, a fare appello contro una decisione amministrativa, il diritto ad ottenere una decisione motivata, e quello di essere informati sui fatti su cui si basa la sentenza, il diritto ad una corte indipendente ed imparziale».
L’Unità 09.04.10

"Ultima indagine Almalaurea, non siamo un paese per giovani preparati", di Fabrizio Dacrema

Mentre infuriava una campagna elettorale in cui non si è pressoché mai parlato dell’Italia nella crisi e ancor meno di quale progetto oltre la crisi, i ricercatori del consorzio universitario AlmaLaurea rendevano noti dati sulla condizione occupazionale dei laureati che dovrebbero essere invece al centro del dibattito politico. I risultati della dodicesima indagine confermano la difficoltà del nostro sistema economico a valorizzare il capitale umano, nonostante in Italia sia un bene molto scarso. La percentuale dei laureati sulla forza lavoro è infatti già molto inferiore a quella degli altri paesi sviluppati, circa la metà della media europea e un terzo rispetto ai paesi fondatori. Inoltre i giovani italiani sono pochi, perché da noi il crollo della natalità è stato superiore a quello degli altri paesi avanzati (i 19enni dal 1984 al 2009 sono diminuiti del 38%) e la quota dei laureati di questa scarsa popolazione giovanile è molto inferiore a quella degli altri paesi sviluppati (tra 25 e 34 anni gli italiani laureati sono il 19% contro il 34% della media Ocse). In una situazione del genere i pochi giovani laureati dovrebbero andare a ruba e le imprese dovrebbero contenderseli a suon di alti salari, posto fisso e ogni altro genere di benefit. Invece, ci spiegano gli autori delle indagini AlmaLaurea, non è così, i laureati italiani, anche quelli dei settori tecnico-scientifici, ci mettono almeno cinque anni per sistemarsi, rimangono a lungo precari e sono tra i più malpagati a livello europeo.

La ragione è che la domanda di laureati proveniente dal sistema produttivo italiano (95% di piccole imprese con specializzazioni produttive spesso tradizionali) è molto inferiore a quella degli altri paesi sviluppati. Secondo i dati i Excelsior-Unioncamere il mercato del lavoro nazionale prevede di aver bisogno di 12 laureati su 100 nuove assunzioni, mentre quello Usa ne prevede 31. Gli effetti della crisi stanno inoltre peggiorando la situazione.

L’ultimo Rapporto AlmaLaurea, rispetto a quello dell’anno precedente appena sfiorato dalla crisi, ci presenta una situazione decisamente preoccupante. La disoccupazione colpisce soprattutto i giovani, senza risparmiare i più preparati: aumenta, infatti, sensibilmente tra i laureati triennali dal 16,5 al 22 per cento e tra gli specialistici quinquennali dal 14 al 21%, compresi gli specialistici quinquennali a ciclo unico (medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza, ecc.) dal 9 al 15 per cento. La domanda delle imprese non si contrae solo per i laureati dei percorsi umanistico-sociali, ma anche per gli ingegneri (-38%) e perfino per gli ingegneri industriali (-46%). Non solo, diminuisce il lavoro stabile e le retribuzioni, già modeste (1100 euro ad un anno dalla laurea), perdono anche potere d’acquisto.

Se a questo aggiungiamo i dati sulla diminuzione delle iscrizioni all’università (meno 9% negli ultimi cinque anni) e la riduzione dal 2008 anche del numero dei laureati (erano in costante crescita fino al 2005 poi stabili fino al 2007), appare evidente che siamo di fronte ad un vero e proprio circolo vizioso destinato a far declinare il paese: il sistema formativo offre meno laureati rispetto agli altri paesi sviluppati, ma il sistema produttivo ne domanda ancor meno disincentivando, a sua volta, i giovani ad investire in conoscenza e il sistema formativo ad essere più efficace.

In questo quadro già difficile per il futuro del paese, le scelte politiche del governo assecondano il circolo vizioso del declino: con le parole – Tremonti dice che i laureati sono anche troppi e Gelmini approva l’aumento delle bocciature – e soprattutto con i fatti, i tagli all’università (già oggi nell’Europa a 27 il finanziamento pubblico all’università è superiore solo a quello della Bulgaria) e alla scuola pubblica disegnano un sistema formativo che diventa ulteriormente più povero e più piccolo, che si adegua all’attuale bassa domanda di capitale umano proveniente da un sistema produttivo insufficientemente orientato all’innovazione.

Per rompere questo circolo vizioso occorre invece una politica industriale che incentivi e sostenga il settore strategico della ricerca e sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del Pil nel 2007 (il contributo delle imprese è dello 0,6, mentre nei paesi più avanzati è almeno il doppio), risultando così l’ultimo dei paesi Ocse. Una politica economica che promuova i processi di innovazione rappresenta infatti la leva principale per aumentare la domanda di capitale umano qualificato e, di conseguenza, costituisce lo stimolo più potente nei confronti del sistema formativo affinché migliori i suoi livelli di efficacia e qualità. Contemporaneamente una politica formativa che punti ad aumentare il numero dei laureati, riducendo progressivamente il pesante gap che ci separa dagli altri paesi sviluppati, rappresenta il migliore sostegno offerto alle imprese che intendono investire per riposizionarsi in modo competitivo nell’economia globale. Infine occorrono politiche territoriali che realizzino l’interazione tra imprese e università/enti di ricerca sulla base di patti territoriali per lo sviluppo promossi da istituzioni locali e parti sociali al fine di:

– favorire il trasferimento di nuove conoscenze nei sistemi produttivi,

– ridurre il mismatch fra le competenze possedute dai laureati e quelle richieste dal mondo del lavoro,

– diffondere le buone pratiche che, come confermato da dati dell’indagine, favoriscono l’occupazione dei laureati (stage, tirocini, inserimenti in azienda di dottori in ricerca, spin-off …).

Queste dovrebbero essere le priorità per un paese che non si rassegna a trovarsi all’uscita dalla crisi in posizione marginale nel contesto internazionale e che si fa carico, come auspicato da Andrea Cammelli nella relazione di presentazione del XII Rapporto, “dell’emergenza giovani evitando che alcune generazioni di ragazze e di ragazzi preparati (ce ne sono più di quanti i laudatores temporis acti non ripetano tutti i giorni!) restino senza prospettive e mortificati fra mercati del lavoro che non assumono ed un mondo della ricerca privo di mezzi”.
Scuola Oggi 09.04.10