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Questo Governo riduce le risorse per la scuola pubblica due volte: prima coi tagli e poi mettendo le mani nelle tasche delle famiglie

L’On. Manuela Ghizzoni, capogruppo in Commissione Istruzione del PD, interviene con un’interrogazione parlamentare sui contributi ‘volontari’ e i tagli alla scuola: “I cosiddetti contributi volontari sono ormai diventati balzelli quotidiani per supplire alle carenze dello Stato”.
“Come hanno spiegato i genitori degli studenti nel corso della manifestazione di sabato” – afferma la parlamentare Manuela Ghizzoni – “la scuola rischia di andare a rotoli. Oltre ai tagli forsennati del Governo, le famiglie, con i loro contributi volontari, pagano perfino le supplenze, sostituendosi di fatto allo Stato”.
“Su questo aspetto in particolare, ho presentato un’interrogazione in Parlamento – sottolinea la capogruppo del PD in commissione Istruzione – perché da alcuni episodi a livello nazionale emerge come vi sia l’intenzione di scaricare sulle famiglie una parte consistente delle spese riguardanti il salario accessorio dei docenti e del personale e le stesse supplenze brevi”.

“Tale situazione, che si protrae ormai nel tempo, determina una gravissima difficoltà nell’ordinario funzionamento delle scuole – ha proseguito l’On. Ghizzoni – costringendole a dover far ricorso al finanziamento volontario delle famiglie per poter affrontare le spese consuete”.
“Vi sono stati perfino casi in altre zone d’Italia – ha ricordato la parlamentare del PD – di grave conflittualità tra dirigenti scolastici che esigono il versamento dei contributi e famiglie e studenti che legittimante rifiutano tali imposizioni. Ho chiesto perciò al Ministro ha spiegato l’on. Ghizzoni – quali iniziative intenda adottare per verificare se in tali scuole permangano le situazioni di illegalità denunciate, nonché per segnalare ai dirigenti scolastici, che finora sono stati di diverso avviso, che i contributi delle famiglie debbano essere considerati volontari e, pertanto, non rientri tra i loro doveri d’ufficio pretenderne il versamento”.
“Purtroppo questo Governo taglia le risorse sulla scuola due volte: la prima coi trasferimenti mancati e i tagli draconiani di Tremonti, e la seconda mettendo le mani nelle tasche alle famiglie con i cosiddetti contributi volontari alle spese scolastiche, che ormai sono diventati balzelli quotidiani per supplire alle carenze dello Stato. Così facendo – ha concluso amareggiata la parlamentare – si distrugge la scuola pubblica delineata dalla nostra Costituzione e da più di sessant’anni di storia repubblicana”.

qui puoi leggere il testo dell’interrogazione

«Il colore della democrazia», di Barbara Spinelli

L’8 marzo scorso, forse per rassicurare gli italiani, il Presidente della Repubblica ha fatto alcune considerazioni singolari, sul coraggio e la politica. Ha detto che «in un contesto degradato, di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene richiede talvolta sacrifici e coraggio»: in questi casi estremi sì, «è bello che ci sia» questa virtù. Ma in una democrazia rispettabile come la nostra, «per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio». Profonda è infatti negli italiani «la condivisione di quel patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Costituzione». Legge e senso dello Stato sono nostre doti naturali: il che esclude il degrado della legalità. I toni bassi sono lo spartito di sì armoniosa disposizione.

Il fatto è che non siamo in una democrazia rispettabile, e forse il Presidente pecca di ottimismo non solo sull’Italia ma in genere sullo stato di salute delle democrazie. Certo, non s’erge un totalitarismo sterminatore.
Ma Napolitano avrà forse visto il terribile esperimento mostrato alla televisione francese, qualche giorno fa. Il documentario si intitola Il Gioco della morte, e mette in scena un gioco a premi in cui i candidati, per vincere, ricevono l’ingiunzione di infliggere all’avversario che sbaglia i quiz una scarica elettrica sempre più intensa, fino al massimo voltaggio che uccide.
La vittima è un attore che grida per finta, ma i candidati non lo sanno. Il risultato è impaurente: l’81 per cento obbedisce, spostando la manopola sui 460 volt che danno la morte. Solo nove persone si fermano, udendo i primi gemiti del colpito. Sette rinunciano, poi svengono.

Difficile dopo aver visto il Gioco dire che siamo democrazie rispettabili, dove legge e Costituzioni sono interiorizzate. Quel che nell’uomo è connaturato, in dittatura come in democrazia, non è la legge ma l’abitudine a «non pensarci», l’istinto di gregge, e in primis il conformismo. Il «contesto degradato» è nostro orizzonte permanente. È quello che Camus chiama l’assurdo: il mondo non solo non ha senso ma neppure sente bisogno di senso, ricorda Paolo Flores d’Arcais in un saggio sullo scrittore della rivolta (Albert Camus filosofo del futuro, Codice ed., 2010).

Coraggioso è chi invece «si dà pensiero», chi s’interroga sul male e per ciò stesso diventa, in patria, spaesato. Flores conclude: «Venire al mondo equivale a far nascere un dover essere». In effetti sono tanti e giornalieri, gli atti di coraggio di cui si può dire: vale la pena.
È coraggioso chi in gran parte d’Italia non paga pizzi alle mafie. Sono coraggiosi il poliziotto o il giudice che resistono alle pressioni della malavita o della politica. Soprattutto il servitore dello Stato è chiamato al coraggio, in un’Italia unificata dalla lingua ma non dal senso dello Stato. Coraggioso è chiunque sia classe dirigente, e con il proprio agire, scrivere, fare informazione, influenza l’opinione con la verità. Non so se sia bello, dire no. È comunque necessario, specie in Italia dove paure e conformismo hanno radici possenti. Il coraggio, siamo avvezzi a vederlo come gesto di eccezionale purezza mentre è gesto di chi ­ fu Borsellino a dirlo ­ in cuor suo lo sa: «È normale che esista la paura. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio». Così come c’è un male banale, esiste la banalità quotidiana del coraggio.

Forse bisogna tornare alle fonti antiche, per ritrovare questa virtù.
Nella Repubblica, Platone spiega come il coraggio (andreia) sia necessario in ogni evenienza, estrema e non. Esso consiste nella capacità (dell’individuo, della città) di farsi un’opinione su ciò che è temibile o non lo è, e di «salvare tale opinione». L’opinione da preservare, sulla natura delle cose temibili, «è la legge e impiantarla in noi attraverso l’educazione», e il coraggio la conserva «in ogni circostanza: nel dolore, nel piacere, nel desiderio, nel timore» (429,c-d). La metafora usata da Platone è quella del colore. Immaginate una stoffa, dice: per darle un indelebile colore rosso dovrete partire dal bianco, e sapere che il colore più resistente si stinge, se viene a contatto con i detersivi delle passioni.

Il colore della democrazia è la resistenza a questo svanire di tinte, a questo loro espianto dal cuore (il cuore è la sede del coraggio). Compito dei cittadini e dei custodi della repubblica è «assorbire in sé, come una tintura, le leggi, affinché grazie all’educazione ricevuta e alla propria natura essi mantengano indelebile l’opinione sulle cose pericolose, senza permettere che la tintura sia cancellata da quei saponi così efficaci a cancellare: dal piacere, più efficace di qualsiasi soda; dal dolore, dal timore e dal desiderio, più forti di qualsiasi sapone» (430,a-b).

In Italia la democrazia è stinta più efficacemente perché le leggi e i custodi ci sono, ma l’innesto è meno scontato di quanto si creda. Berlusconi lavora a tale espianto da anni, e ora lo ammette senza più remore: alla legalità contrappone la legittimità che le urne conferiscono al capo. I custodi delle leggi li giudica usurpatori oltre che infidi. Legittimo è solo il capo, e questo gli consente di dire: «La legge è ciò che decido io». I contropoteri cesseranno di insidiarlo solo quando pesi e contrappesi si fonderanno: quando, eletto dal popolo, conquisterà il Quirinale.

Se la democrazia fosse rispettabile non ci sarebbe un capo che s’indigna perché scopre d’esser stato intercettato mentre ordina di censurare programmi televisivi sgraditi, e i cittadini, forti di indelebili tinture, gli direbbero: le tue telefonate non sono private come le nostre, le intercettazioni sono a volte eccessive ma chiamare l’autorità garante dell’informazione o il direttore di un telegiornale Rai, per imprimere loro una linea, è radicalmente diverso. Ognuno ha diritto alla privacy, e anche noi abbiamo criticato gli eccessi delle intercettazioni. Ma l’abuso di potere che esse rivelano è in genere ben più impaurente del cannocchiale che lo smaschera. Schifani dice: «È preoccupante la fuga di notizie» e di fatto lo riconosce: sono le notizie a inquietarlo. Anche dire questa semplice verità è coraggio quotidiano.

L’intervento sui programmi televisivi si fa specialmente sinistro alla luce di show come Il Gioco della morte. Non dimentichiamo che un esperimento simile si fece nel luglio 1961 all’università di Yale, guidato dallo psicologo Stanley Milgram. A ordinare gli elettroshock, allora, c’erano autorevoli biologi in camice grigio. Oggi l’autorità si fa giocosa, è una bella valletta a intimare, suadente: «Alzi il voltaggio!». Il pubblico applaude, ride. A opporsi è stato un misero 20 per cento, mentre il 35 s’oppose nel caso Milgram. Ne consegue che la televisione ha più potere di scienziati in camice, sulle menti: il coraggio diminuisce, il conformismo aumenta. Philip Zimbardo, organizzatore di test analoghi a Stanford nel 1971, racconta come nessuno di coloro che rifiutarono di infliggere i 460 volt chiese a Milgram di fermare l’esperimento, o di visitare l’urlante vittima degli elettroshock.
Questo significa che la televisione non è più solo una caja tonta, una scatola tonta, come dicono in Spagna. È una cassa da morto, che trasforma lo studio televisivo in Colosseo di sangue: lugubri, le risate sono le stesse.

Ci sono sere a RaiUno in cui prima viene un notiziario menzognero (che dà per assolto Mills, che presenta il giurista Hans Kelsen come critico ante litteram della legalità), poi seguono programmi dai nomi ominosi: Affari Tuoi, I Raccomandati, in un crescendo di catodiche manipolazioni.

Presto vedremo, in Tv, la morte in diretta sotto forma di varietà. Kierkegaard dice in Aut-Aut che l’ultimo ad apparire, alla fine del mondo, sarà il Buffone: «Accadde in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

da www.lastampa.it

«Cattedre vuote, lo sciopero dei ricercatori. Contrari alla riforma degli atenei. "Solo studi, non insegneremo più"», di Ottavia Giustetti e Laura Montanari

Centinaia di ricercatori minacciano di non salire in cattedra dal prossimo anno: se così fosse rischiano di restare scoperti molti corsi universitari.
Da Torino a Bari e in un´altra decina di città si fa strada una nuova protesta: lo sciopero bianco della didattica. Contro il disegno di legge Gelmini di riforma dell´università sono i più giovani, cioè i ricercatori, a mobilitarsi minacciando la “serrata”. Sono quei docenti che per poco più di mille euro al mese coprono quasi la metà dei corsi di laurea in tutti gli atenei. La minaccia è scritta nero su bianco, approvata dalle assemblee di diverse facoltà: «Smetteremo di insegnare dal prossimo anno accademico, non prenderemo parte alle commissioni di laurea o alle sedute degli organi collegiali, ci limiteremo a fare ricerca come indica il nostro contratto finché il governo non ritirerà la legge».
Dalla Federico II di Napoli, dove la contestazione è partita a fine di dicembre e dove i ricercatori hanno già smesso di insegnare da gennaio, hanno risposto all´appello, facoltà dopo facoltà, anche Torino, Genova, Firenze, Pisa, Siena, Bari, Cagliari, Milano, Bologna. Il coordinamento nazionale dei ricercatori invita tutti gli atenei ad aderire.
A dispetto del titolo, i ricercatori ricoprono di fatto il ruolo di docenti a tutti gli effetti tenendo uno, due o tre corsi: in certe facoltà insegnano per un numero di ore maggiore dei colleghi più titolati, cioè associati e ordinari. Ne consegue che, se gli oltre 25 mila ricercatori italiani dovessero aderire in blocco allo sciopero delle lezioni, centinaia di insegnamenti resterebbero senza prof.
Per il loro futuro, il disegno di legge Gelmini, che il 16 di marzo è approdato all´esame della commissione Istruzione del Senato, traccia prospettive di incerto destino. Se oggi, in mancanza di un concorso per la promozione a docente associato, i ricercatori possono restare tali anche per tutta la durata della loro carriera, domani non sarà più così.
Al termine di sei anni di contratto dovranno conquistarsi l´idoneità di associato, e se non ce la faranno resteranno fuori dall´università. Nel caso in cui possano invece “avanzare di carriera” dovranno comunque aspettare la chiamata di un ateneo e, tenuto conto dei pesantissimi tagli in arrivo ai finanziamenti, solo per pochi ci sarà posto. «Questa legge annunciata come la rivoluzione a favore dei giovani negli atenei è invece la loro tomba» dice Alessandro Ferretti, tra i promotori dello “sciopero bianco” nella facoltà di Scienze di Torino.
La riforma abolisce la presenza dei ricercatori nelle commissioni, cancella la rappresentanza dai consigli di amministrazione. In conseguenza dei tagli alle risorse, già dal 2009 alcuni atenei hanno chiesto a ricercatori e docenti a contratto di insegnare gratis.
C´è una nuova figura precaria che avanza: il “volontariato della cattedra”. Succede a Palermo, Siena, Firenze, Roma e altre città dove centinaia di contratti di insegnamento a giovani prof “esterni” vengono offerti a zero euro.

da www.repubblica.it

«Ritorno a L'Aquila, città fantasma che fatica a trovare il suo domani», di Michele Brambilla

In città si lavora ancora per la messa in sicurezza degli edifici
Un anno dopo il sisma: il centro è morto, negozi chiusi, macerie

Ci siamo dimenticati dell’Aquila, o almeno abbiamo pensato che da quelle parti le cose andassero, se non bene, molto meglio. Abbiamo visto in tv la consegna delle casette antisismiche, la gente sorridente, abbiamo sentito la canzone che dice domani è già qui, e di nuovo la vita sembra fatta per te. Così ci siamo distratti. Ma L’Aquila è una città fantasma, e il domani chissà quando arriverà.

Il centro – che sono 170 ettari, e che di fatto è tutta L’Aquila: il resto sono 63 frazioni sparse qua e là – è morto. Non c’è una sola casa abitata. Quelle poche rimaste agibili non possono riaprire perché mancano i servizi – l’acqua, il gas – e perché c’è sempre il rischio che crolli qualche edificio accanto. Quattro milioni di tonnellate di macerie attendono di essere portate via. Si lavora, non è che non si lavori: ma gli operai, i vigili del fuoco e l’esercito sono ancora impegnati nella prima emergenza: puntellare, mettere in sicurezza.

nche i negozi e gli uffici sono tutti chiusi. I commercianti hanno affisso agli ingressi maliconici cartelli. I più fortunati hanno scritto: «Ci siamo trasferiti a»; altri sono fatalisti: «Speriamo di rivederci presto». Dei tanti ristoranti, nessuno è aperto. La sera andiamo fuori città, in un posto che si chiama «La cascina del viaggiatore». Era un bell’edificio antico: deve essere abbattutto e ricostruito da zero. Il proprietario ha messo su, lì a fianco, un capannone prefabbricato per non fermarsi: «Ho speso centomila euro – ci spiega – e quando ricostruirò l’edificio originario avrò al massimo un contributo di ottantamila euro. Non solo: sarò costretto a demolire questo capannone». Anche gli alberghi sono tutti chiusi, eccetto uno che è di nuova costruzione e che è stato ulteriormente messo a posto per il G8. E lì che stiamo, con un gruppo di sfollati.

Scene ordinarie di un post-terremoto, si dirà. Ma non è così. Ci sono stati altri terremoti – il Friuli e l’Irpinia, ad esempio – che hanno fatto dieci volte i morti che ha fatto questo di un anno fa in Abruzzo; ma avevano colpito tanti piccoli o piccolissimi comuni. Questa volta è stato spazzato via un capoluogo di regione, con 70 mila residenti più 28 mila studenti. Per questo la ricostruzione qui sarà molto, molto più lunga e difficile. Questa volta sono stati distrutti perfino i centri del comando, quelli della prima assistenza e della normale amministrazione: la prefettura, la sede della regione e della provincia, le caserme, gli ospedali, le scuole. Una regione intera si è trovata all’improvviso senza testa.

E se i morti sono stati solo 308 – Iddio ci perdoni quel «solo» – è stato anche perché nella tragedia c’è stata una fortuna. Ci dice il prefetto Franco Gabrielli: «Lei pensi se non fosse successo la settimana santa, cioè quando quasi tutti gli studenti se n’erano già andati da L’Aquila per le vacanze. Oppure se fosse successo in quella settimana ma di giorno, con le chiese piene». Anche Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia la cui foto con Obama ha fatto il giro del mondo, non riesce a togliersi il pensiero di che cosa sarebbe successo se la scossa, anziché alle 3,32 della notte del 6 aprile, fosse arrivata di giorno: «Penso agli uffici del centro, tutti pieni di gente al lavoro. Penso a mia figlia, che sarebbe stata a lezione alla scuola De Amicis, che è crollata». Di quella notte ha un ricordo che non cancellerà: «Abbiamo viste le crepe aprirsi nelle mura e siamo scesi giù, io mio marito e mia figlia, insieme con altre centomila persone».

Senza tetto sono rimasti in 67 mila. Per ridare loro rapidamente una casa – e una casa dignitosa, non un container – è stato fatto uno sforzo obiettivamente senza precedenti. Nelle C.A.S.E., che vuol dire Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che sono più note come «le case di Berlusconi», abitano oggi 13.408 persone. Nei M.A.P. (Moduli abitativi provvisori: sono le casette di legno donate dalla Croce Rossa e montate dalla protezione civile di Trento) ce ne stanno altre 4.295. Negli alberghi sulla costa e in altre strutture (caserme) ci sono tuttora 7.332 persone. Poi ce ne sono 15 mila che hanno trovato ospitalità da parenti o amici, in casa o in roulotte. Fate un po’ di conti e vedete che, su 67 mila, solo 27 mila sono già tornati nelle loro case. E’ diventata familiare una nuova classifica: edificio A vuol dire piccoli danni; B e C danni seri con inagibilità temporanea; le case segnate con la E hanno danni strutturali e devono essere abbattute; le case F hanno una «inagibilità indotta»: vuol dire che potrebbero essere abitate ma stanno vicino ad altri edifici a rischio crollo (come dicevamo, è un caso frequente nel centro storico). C’era anche la D, ma segnava i giudizi sospesi: non ce ne sono più.

Nel centro storico è scoppiata la protesta. Prima quella del popolo delle chiavi, che voleva la riapertura della zona rossa. Poi quella del popolo delle carriole, che ha cominciato sua sponte a rimuovere le macerie. Ci si lamenta perché la ricostruzione è ferma. E’ un disagio profondo e reale: ma quanto diffuso? «Siamo passati da qualche migliaio ai 700 rilevati l’ultima volta dalla questura», dice il prefetto Gabrielli. Ma non è questione di numeri: «E’ che come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Non bisogna snobbare la protesta, dice il prefetto, ma bisogna anche riconoscere che «è stato fatto uno sforzo eccezionale per sistemare al più presto i senza casa». Ma non solo quelli: «E i 1600 ragazzi che sono stati rimessi a scuola entro il 5 ottobre, con la realizzazione di 32 strutture prefabbricate e la messa in sicurezza di 59 edifici lesionati? I signori delle carriole non dicono nulla su questo? Oggi le scuole dell’Aquilano sono fra le più a norma d’Italia: lo sa che prima del terremoto molte non avevano neanche l’impianto elettrico in regola? Anzi, lo sa che molte scuole non risultavano neppure al Catasto? Si vuol far credere che qui, prima del 6 aprile 2009, fosse tutto un paradiso. La verità è che questa zona non deve ri-partire: deve partire, perché per molte cose era già ferma».

Per Gabrielli ci vorranno cinque anni per avere «un ritorno significativo di vita nel centro». Il problema delle macerie è di difficile soluzione perché «non è materiale che si possa tirare su con il caterpillar: c’è di tutto, amianto compreso». Ci sono anche pietre che non possono essere buttate: «L’Aquila è, con Arezzo, la città più vincolata d’Italia; e il quinto centro d’arte del Paese». La ricostruzione deve far marciare insieme il rispetto di questa storia con le norme antisismiche. Ma c’è un’altra ricostruzione ancora più urgente. Il terremoto ha ammazzato un’economia che già aveva qualche problema. Un dato: nel bimestre maggio-giugno del 2008 in provincia dell’Aquila le ore di cassa integrazione furono 800 mila. Nello stesso bimestre maggio-giugno del 2009, cioè subito dopo il terremoto, sono diventate sette milioni e mezzo. E i commercianti, gli artigiani, le partite Iva non hanno neppure la cassa integrazione. Anche per questo, non solo per le macerie, L’Aquila è in ginocchio.

«Una bella piazza, un pessimo discorso», di Eugenio Scalfari

Ho aspettato il discorso di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni prima di scrivere queste righe. Pensavo che avesse in serbo qualche idea nuova, qualcuna delle sue promesse elettorali – per altro mai mantenute – che sorprendesse il Paese e spiazzasse l’opposizione. E intanto, mentre si attendeva l’arrivo sul palco del Capo dei Capi, il Capopopolo, il Capopartito, il Capo del governo, ho guardato la piazza, le facce della gente, le loro parole ai microfoni delle televisioni. Le facce erano pulite, serene, allegre. Doveva essere una festa, la festa dell’amore verso tutti, verso gli altri; una festa di popolo con le sue idee, i suoi bisogni, le sue speranze, come ce ne sono in tutte le piazze democratiche di questo mondo. Così era stato detto dagli organizzatori e così sembravano aspettarsi i partecipanti.

Ma poi è arrivato lui e l’atmosfera è cambiata. Le gente allegra è diventata tifoseria, quella che inveisce contro i giocatori avversari e contro gli arbitri ai quali è affidato il rispetto delle regole di gioco. Una piazza, sia pure affollata, non cambia una situazione politica ma fornisce un elemento in più per valutarne i possibili esiti. Se all’inizio c’era attesa, alla fine il tono si è spento dopo un discorso che è stato uno dei più brutti che Berlusconi abbia mai pronunciato. Ripetitivo, retoricamente bolso, con un tentativo di colloquiare con la piazza che ripeteva un logoro copione già visto molte volte con lui e con altri in epoche più remote: “Volete voi che vinca la sinistra?”. “Nooo”. “Volete voi che vinca il Popolo della libertà?”. “Sììì”.
“Volete voi il governo del fare?”. “Sì”. “Volete che aumentino le tasse?”. “Noo”. Ha promesso addirittura che il suo governo avrebbe vinto il cancro. Incredibile, ma è accaduto in quella piazza e da quel palco.

Naturalmente ha attaccato a fondo la sinistra descrivendola come una peste da cui lui e soltanto lui ha salvato il Paese sacrificando la sua privata libertà. Si è vantato di avere ridotto i reati di furto di rapina e di omicidio a livello minimo mai raggiunto. Di aver riportato l’Italia tra le grandi potenze col massimo rilievo che tutti gli altri gli attribuiscono. Di aver bloccato l’immigrazione. Di aver fatto sciogliere i campi nomadi. Ha inneggiato a Bertolaso e ai provvedimenti di emergenza che hanno salvato il Paese. Ha ricordato per l’ennesima volta i rifiuti tolti a Napoli (adesso ci risono) e le case fabbricate a L’Aquila.

A metà spettacolo è arrivato al microfono Umberto Bossi e gli ha rubato per qualche minuto la scena. Non so se l’abbia fatto per distrazione o per sottile perfidia ma con il suo stentato parlottare Bossi gli ha conferito un merito che francamente non conoscevamo: quello di non aver firmato una direttiva europea sulla “famiglia trasversale”; un merito alquanto imbarazzante se attribuito proprio a Berlusconi. Quanto al programma per i prossimi tre anni (infrastrutture, diminuzione delle tasse, ampliamento delle case senza bisogno di nessuna autorizzazione e, appunto, la vittoria sul cancro) c’è stato anche uno scivolone clamoroso. La decisione di firmare davanti a quella piazza un patto con i candidati al governo delle Regioni, nel quale patto il governo da un lato e dall’altro le Regioni che saranno guidate dal centrodestra si impegnano a realizzare un programma comune con appoggio reciproco. E le Regioni guidate dall’opposizione, si domanderà qualcuno? “Con loro è impossibile discutere” ha detto dal palco Berlusconi. Il capo del governo ha cioè pubblicamente annunciato che discriminerà le Regioni che in libere elezioni saranno presiedute dall’opposizione. Se questa è la libertà da lui difesa e promessa, stiamone se possibile alla larga.

Ma oltre alla sinistra l’attacco si è concentrato contro i magistrati mossi da intenti politici. Come distinguere quei magistrati dagli altri? Il metro è ovvio. Quelli che processano lui o i suoi amici sono politicizzati, gli altri fanno il loro mestiere. L’attacco è stato particolarmente violento per i magistrati dei tribunali amministrativi di Roma e di Milano che “hanno volutamente truccato le carte per escludere il nostro partito dalle elezioni”. In verità a Milano quegli stessi magistrati dopo un più attento controllo hanno riammesso Formigoni. A Roma le cose sono andate diversamente perché le regole escludevano l’ammissibilità di una lista.

Pochi minuti dopo il discorso è arrivata la notizia che il Consiglio di Stato, con una sentenza ormai definitiva, ha respinto per l’ottava volta il ricorso del Pdl per la riammissione della sua lista nella provincia di Roma. Tutti comunisti anche a Palazzo Spada? “Ma ci sarà una grandissima riforma della giustizia” ha minacciato il premier con aria truce. Una decimazione tra i giudici? Le “toghe rosse” all’Asinara? Infine il presidenzialismo: prima della fine di questa legislatura verrà stabilita anche l’elezione diretta del Capo dello Stato. Non poteva mancare, quello è ormai un pensiero fisso, la sua tarda vecchiaia lui la vuole passare al Quirinale. Un discorso piatto, accusatorio, politicamente scadente, letterariamente pessimo. Deludente anche per i suoi che sono una bella gente un po’ frastornata.

I bisogni degli italiani, a qualunque parte politica appartengano, sono diversi da quelli che Berlusconi immagina.
Quando esordì in politica sedici anni fa aveva interpretato lo stato d’animo di una larga parte del Paese. Ricordate la Milano da bere di craxiana memoria? Ebbene, nel ’94 non più soltanto Milano, ma tutto il Nord voleva una Padania da bere. Poteri forti, piccole imprese, partite Iva volevano abbattere i recinti, le regole, i lacci e laccioli che impedivano una libera gara. Fu l’epoca del liberismo e chi aveva garretti più robusti agguantava la sua meritata parte di successo e di felicità.

Questa era la domanda che veniva dal fondo del Paese e chi meglio di lui poteva capirla e soddisfarla? C’erano dei nemici da sconfiggere per attuare questo programma e lui li indicò: la casta politica impersonata dai comunisti e dalla sinistra. Il fisco e la burocrazia. E poi un uomo forte e antipolitico al vertice. Un partito-azienda ai suoi ordini. Le istituzioni da usare come una vigna di famiglia. Intanto si disfaceva il vecchio mito della classe operaia, si affermava l’economia globale, cresceva il boom della finanza e la bolla della “new economy”.
La sinistra, di tutti questi fenomeni, capì poco o niente. Aveva un’altra visione del Paese che però in quel momento non corrispondeva alle domande, alle voglie, agli umori ed agli interessi della maggioranza. La sinistra pensava ad una crescita equilibrata, alla redistribuzione sociale del reddito per diminuire le disuguaglianze, alla legalità, all’accoglienza dell’onda migratoria. Privilegiava, almeno a parole, il “welfare” rispetto ad un liberismo darwiniano. Strappò ancora qualche vittoria elettorale, ma il trend era già passato di mano.

Il Berlusconi del 2007 è un fenomeno in parte diverso da quello del ’94. È sempre un grande Narciso, un grande venditore e un grande bugiardo, ma alla passione per i propri privati interessi si è affiancata la passione per la politica. Che cosa c’è di più appagante della politica per un Narciso a 24 carati? La sua politica non sopporta regole né ostacoli. Vuole che tutto sia suo. Perciò l’obiettivo primario è il presidenzialismo, l’investitura popolare e plebiscitaria per un presidenzialismo che faccia piazza pulita di tutte le autorità di controllo e di garanzia. Che degradi il Parlamento, la Corte costituzionale, la Magistratura, insomma le istituzioni, al ruolo di consiglieri ed esecutori della volontà del Sovrano. Non più lo Stato di diritto ma lo Stato assoluto, il potere assoluto.

Il programma è questo ed è stato infatti questo il tono del suo comizio in piazza San Giovanni. L’obiettivo è la conquista del Quirinale come luogo di potere senza altri impedimenti. La grande riforma ha questo come scopo.
Qualcuno ha acutamente osservato che negli ultimi mesi l’onnipotente capo del governo e della maggioranza non è riuscito ad ottenere nemmeno l’eliminazione delle trasmissioni televisive della Rai a lui scomode. Le telefonate iraconde con l’Agcom e col direttore generale della Rai non sono riuscite ad ottenere il risultato voluto. Ha dovuto utilizzare l’impuntatura d’un radicale membro della commissione di Vigilanza della Rai per poter azzerare tutte le trasmissioni di informazione del nostro servizio pubblico televisivo. Dunque un onnipotente impotente?

Diciamo meglio: un onnipotente alle prese con regole e autorità neutre ancora esistenti e operanti. Per questo la priorità numero uno è per lui il potere assoluto. Disfarsi di quelle regole e di quegli ostacoli. Danneggiando pesantemente la Rai, favorendo pesantemente Mediaset che è cosa sua, come disse a Ciampi nel tempestoso colloquio del 2006 sul rinvio in Parlamento della legge Gasparri. Non vuole più essere un onnipotente impotente e neppure un potente limitato dalle regole e dalla legge. La legge la fa lui e lui soltanto.

Ha ragione il presidente Napolitano ad insistere sulla collaborazione di tutti alle riforme ed hanno ragione tutti gli osservatori che giudicano pessima una campagna elettorale che non si occupa affatto dei problemi concreti delle Regioni. Ma il tema posto dal Capopopolo e Capo del governo è lo stravolgimento della democrazia parlamentare in un regime di assolutismo ed è con questo tema che bisogna confrontarsi. Il comizio di piazza San Giovanni ce lo conferma. L’opposizione può e deve parlare di sanità, precariato, occupazione, sostegno dei redditi, Mezzogiorno. Ma deve far barriera contro la richiesta di potere assoluto e plebiscitato. Questo ci dice la giornata di ieri ed è un tema che non può essere eluso.

Lo Stato, nel senso della pubblica amministrazione, è a pezzi. Siamo in coda a tutte le classifiche internazionali. Una burocrazia elefantiaca, insufficiente, infiltrata dalla politica e spesso succube degli interessi anche illeciti.
Questa inefficienza dura da decenni e la responsabilità non è di Berlusconi ma di tutti i governi a partire dalla fine degli anni Settanta e forse anche da prima. L’amministrazione pubblica non è più stato un tema degno di attenzione mentre avrebbe dovuto essere l’obiettivo numero uno da perseguire.

Berlusconi però fa parte della lunga schiera dei governi responsabili di questa enorme disattenzione, ma quel tema non l’ha neppure sfiorato. Per lui la pubblica amministrazione è un cane morto da sotterrare nel momento stesso in cui il Sovrano assoluto sarà insediato. L’amministrazione dovrebbe rappresentare la continuità dello Stato di fronte all’alternarsi dei governi. Garantire il rispetto degli interessi sociali individuali legittimi ma insieme a quello degli interessi generali. Nulla di tutto ciò è all’ordine del giorno.

Quando parlo di pubblica amministrazione parlo anche, anzi soprattutto, della Giustizia che ne costituisce la parte essenziale; parlo della sanità, della fiscalità, della rappresentanza all’estero, della gestione di Regioni e di Enti locali. E parlo anche di governi. Il potere esecutivo fa parte della pubblica amministrazione anzi ne è il coronamento. Dovrebbe esserlo. In Usa il governo del presidente si chiama infatti Amministrazione. Ma quella è un’altra storia e un altro Paese.

Pubblica amministrazione, Costituzione, legalità: questo dovrebbe essere il programma di un serio partito democratico e riformista. Il presidenzialismo in salsa berlusconiana è l’antitesi del riformismo democratico.
Quanto alla lotta contro la corruzione, essa riguarda soprattutto i partiti. Dovrebbero darsi un codice etico e applicarlo puntualmente; prima che la magistratura si esprima, i partiti dovrebbero sospendere i loro membri indagati, una sospensione sul serio che non consentisse alcuna interferenza sulla politica. Il caso Frisullo da questo punto di vista è fin troppo eloquente. Il caso Frisullo dimostra anche quanto sia fallace e falsa l’accusa contro le “toghe rosse” o politicizzate. Mentre Trani mette sotto inchiesta il premier, la procura di Bari arresta Frisullo. L’Ordine giudiziario è un potere diffuso che viene esercitato dai magistrati secondo i loro ruoli, la loro competenza territoriale e i diversi gradi della giurisdizione, sicché è impossibile lanciare quotidianamente accuse nei loro confronti nelle quali eccelle il presidente del Consiglio. Da parte sua quelle accuse hanno una valenza eversiva che mina alle fondamenta lo Stato di diritto.

I sondaggi d’opinione non possono esser resi pubblici in queste ultime settimane prima del voto, ma chi ascolta e analizza i sentimenti della pubblica opinione si è fatto un’idea del “trend” pre-elettorale e il trend è questo: la quota dei non votanti sembra essersi attestata intorno al 30 per cento. Circa metà di questa astensione ha carattere permanente, l’altra metà ha carattere punitivo nei confronti dello schieramento di origine. Di questo 15 per cento gli esperti ritengono che almeno due terzi provenga da elettori di centrodestra. Astinenza significa sottrarre mezzo voto al proprio schieramento di provenienza.

Queste considerazioni non sono appoggiate da alcun sondaggio recente ma si deducono logicamente. Servirà la manifestazione di ieri in San Giovanni a modificare il trend? Credo di no. Il discorso di Berlusconi, l’abbiamo già detto, è stato di modestissima qualità. L’intento era di spingere il suo elettorato al voto compatto senza smottamenti pericolosi, ma da questo punto di vista l’occasione sembra mancata. Ma può un Paese come il nostro esser guidato da un piazzista che vende prodotti vecchi e spesso avariati? Questo è il mistero che, speriamolo, le elezioni del 28 marzo dovrebbero cominciare a sciogliere.

da www.repubblica.it

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Opposizione, “Dal Pdl insulti e bugie”. Bersani: “Discorso da capopopolo”, di Giulia Belardelli

Il segretario Pd: “Con gli attacchi ai magistrati Berlusconi piccona le basi della nostra vita comune”. Enrico Letta: “Oggi è andato in scena il mondo alla rovescia. Sono stati toni ben lontani dall’amore”. Zanda: “La piazza è stata ristretta con transenne e torrette”. La Questura di Roma: “Erano 150mila”. Di Pietro: “Premier ha aizzato la folla contro un altro potere dello Stato: è attentato alla Costituzione”

ROMA – Il Partito Democratico e le altre opposizioni commentano la manifestazione del Pdl a Roma: toni “ben lontani dall’amore” e cifre “che non stanno né in cielo né in terra”. Il comizio di Berlusconi? “Un discorso da capopopolo, non certo da statista o da capo del governo. Il solito che sentiamo dal 1994”, ha detto Pier Luigi Bersani. Per il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, oggi è andato “in scena il mondo alla rovescia: un governo che va in piazza e protesta contro l’opposizione, invece di parlare delle soluzioni che deve proporre per il paese”. Per Bersani e gli altri esponenti del Pd, “le parole di Berlusconi sono state improntate a tutto, tranne che all’amore”. “Per quanto ci riguarda – ha aggiunto Letta – continuiamo a fare la nostra campagna elettorale parlando di cose concrete, di sanità di scuole, di imprese e lavoro”.

L’opposizione critica soprattutto il pesante attacco sferrato dal premier alla volta delle “toghe rosse”, accusate, oltre che di averlo “spiato per mesi”, di aver cercato di “distruggere” con le inchieste “il miracolo compiuto in Abruzzo”. “Credo che un capo del governo che dice quel che dice, scagliandosi contro istituzioni fondamentali come quella della magistratura, sia un capo del governo che piccona gli elementi basici della nostra vita comune”, ha detto il segretario del Pd. “Questo è preoccupante – ha aggiunto Bersani – Bisogna ricordarlo al capo del governo che le regole vengono prima del consenso. Le regole si cambiano ma finché ci sono si rispettano. Questo è un elemento che purtroppo sfugge al nostro presidente del Consiglio”.

Così anche il leader dell’Italia dei Valori,
Antonio Di Pietro, per il quale il fatto che il governo sia sceso in piazza “contro un altro potere dello Stato”, cioè la magistratura, è “un attentato alla Carta costituzionale”. “Berlusconi ha aizzato il popolo contro un altro potere dello Stato, e questo è un attentato alla Costituzione”, ha detto. Di Pietro ha poi comunicato che il partito dell’Idv chiederà ai parlamentari le firme necessarie per una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio. “Ci vogliono 63 deputati – ha spiegato – noi l’abbiamo firmata in 24. Ora si tratta di convincere un’altra quarantina di deputati”. “Il neofascismo di ritorno è peggio del primo”, ha anche detto, e per questo è necessario fare di tutto per “sconfiggere il regime che si è creato in Italia”.

“Come ampiamente previsto, Berlusconi ha approfittato della manifestazione per lanciare insulti e raccontare le solite, enormi bugie”, ha detto Alessandro Mazzoli, segretario del Pd Lazio. “L’Italia di cui ha parlato esiste solo nella sua fantasia, come dimostra il fatto che non ha citato dati sull’economia. Sono invece reali i suoi triti slogan contro i giudici rossi e l’opposizione, nonché le gravi offese che ha rivolto agli extracomunitari”. E’ d’accordo la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro: “Da Berlusconi sono venute sempre e solo le solite parole contro l’opposizione e la magistratura, l’evocazione dei comunisti, l’amore contro l’odio. Dei problemi del paese nessuna traccia. Una cosa ridicola”.

Per Stefano Di Traglia gli slogan e gli striscioni del Pdl hanno mostrato “un clima non certo sereno e men che mai ispirato da sentimenti positivi verso il paese”. “Lo diciamo nel rispetto di questa come di altre manifestazioni”, ha aggiunto. “E’ però chiaro che accusare gli avversari politici di essere ‘ladri di voti’, o peggio ancora ‘anti italiani’, non è solo ingiusto, ma anche sbagliato. Gli slogan sentiti oggi a Roma contro Bersani o la Bonino dimostrano solo che la classe dirigente del centrodestra non ha nulla più da dire e da dare al paese.”

C’è poi la contestazione del numero annunciato a gran voce dal coordinatore del Pdl, Denis Verdini, che dal palco ha parlato di una partecipazione “abbondantemente superiore al milione di persone”. Un numero che contrasta pesantemente con le stime della Questura di Roma, secondo cui a San Giovanni c’erano centocinquantamila persone. “Un milione in piazza? Un milione sono quelli che Berlusconi ha chiamato, non quelli che sono andati a Roma”: questo il commento di Bersani. Per Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori Pd, quelle fornite dagli organizzatori “sono cifre che non stanno né in cielo né in terra”. “Avevano parlato di un milione sui loro giornali, prima ancora che partissero i pullman per Roma, e ora insistono su cifre che non esistono”, ha detto Zanda. “La piazza è stata transennata fino a ridurla a metà della sua dimensione reale: se anche ci fossero quattro persone a metro quadrato, densità praticamente impossibile, saremmo ancora ben lontani dalle centomila persone”.

Secondo l’esponente del Partito democratico, quello di Berlusconi è stato “un comizio da capopopolo, non da leader politico e men che meno da premier”. Per di più in una piazza “lontanissima dai numeri annunciati”. Sulla stessa linea Nico Stumpo, responsabile organizzativo del Pd: “Il milione di Verdini è come quello del signor Bonaventura, un parto della fantasia”. “Basta guardare le immagini su Sky per rendersi conto di quanto la piazza sia stata ristretta con i gazebo e le torrette”. Per Umberto Ponzo, consigliere Pd alla regione Lazio, i dati sulla partecipazione sono “l’ennesima balla del centrodestra”: un fatto che “comunque non meraviglia, visto che stiamo parlando di una manifestazione organizzata da un Berlusconi-Pinocchio con l’aiuto dei suoi burattini”.

da www.repubblica.it

«Chi ha scritto le indicazioni nazionali per l'insegnamento di Matematica nei Licei non le ha neppure rilette», di Mario Piemontese

Il 15 marzo sul sito del MIUR è stata pubblicata la bozza delle Indicazioni nazionali per i Licei.
Ho dato un’occhiata a quelle per l’insegnamento di Matematica e ho scoperto alcune cose divertenti.

I documenti sono 4 (tra parentesi il numero di ore settimanali per ogni anno): uno per il Liceo scientifico (5, 5, 4, 4, 4), un secondo per il Liceo scientifico opzione scienze applicate (5,4, 4,4,4), un terzo per i Licei classico (3, 3, 2, 2, 2), scienze umane (3, 3, 2, 2, 2), scienze umane opzione economico sociale (3, 3, 3, 3, 3), musicale e coreutico (3, 3, 2, 2, 2), e infine un quarto per il Liceo Artistico (3, 3, 2, 2, 2).

Il primo e il secondo sono praticamente identici nonostante nel piano di studi dell’opzione dello scientifico sia prevista in seconda un’ora in meno a settimana. Nel secondo, rispetto al primo, compare qua e là qualche riferimento più esplicito a Informatica che non giustifica comunque la necessità di un documento a parte.

Anche il terzo e il quarto sono praticamente identici nonostante nel piano di studi dell’opzione scienze umane sia prevista nel triennio un’ora in più a settimana. Nel quarto, rispetto al terzo, compaiono qua e là alcuni riferimenti a materie artistiche, ma anche in questo caso non così rilevanti da giustificare la necessità di un documento a parte.

Se si confrontano poi i primi due con i secondi due qualche differenza emerge, ma anche in questo caso molte parti sono assolutamente identiche. Le indicazioni per il Liceo scientifico, opzione compresa, sono state adattate per ottenere così, mediante una semplicissima operazione di “copia e incolla”, le indicazioni per gli altri Licei. La cosa in sé potrebbe essere anche positiva, peccato però che il numero di ore di Matematica previsto in 5 anni per il Liceo scientifico (726) è quasi doppio di quello (396) previsto per gli altri Licei.

Chi al MIUR o per il MIUR ha scritto queste indicazioni deve averlo fatto molto in fretta. Il “copia e incolla” a volte però tradisce. Nelle indicazioni per il Liceo artistico compaiono infatti riferimenti espliciti sia al Liceo scientifico che al Liceo classico. E’ chiaro cha a tali errori è facile porre rimedio, basta evidenziare le parole da eliminare e schiacciare il tasto “Canc”, ma sta di fatto che da tutta questa vicende emerge la scarsa cura degli autori che, evidentemente, non hanno riletto con attenzione quanto scritto.

E’ questa dunque l’epocale riforma tanto sbandierata dal Ministro Gelmini?

da www.retescuole.it

Lega taglia 180 milioni per interventi

”La Lega usa il Po per dividere il Paese ma alla fine lo abbandona”: lo affermano in una nota i deputati del Pd che oggi, a bordo del pullman del partito, hanno visitato l’area golenale di Occhiobello (Rovigo).
Denunciando la scelta del Governo di tagliare 180 milioni di euro ”che servivano a finanziare il progetto voluto da tutte le province che si affacciano sul fiume, dal Piemonte all’Adriatico”, i deputati Pierpaolo Baretta, Alessandro Naccarato, Delia Murer, Rodolfo Viola e Paolo Giaretta aggiungono che ”Luca Zaia, come ministro di questo Governo, è uno dei principali responsabili di questo scippo. Altro che autonomia – concludono – è l’ennesima scelta centralista del governo Berlusconi”.