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"Quel cuore artigiano che continua a battere alla «Perla» nonostante la crisi", di Andrea Bonzi

Batte un cuore decisamente artigiano, nello stabilimento «La Perla» di Bologna. Se n’è reso conto perfettamente Vasco Errani, presidente della Regione uscente (e ricandidato dal Centrosinistra) che ieri ha portato il suo tour elettorale nello stabilimento di via Mattei. Incontrando una delegazione delle Rsu e l’amministratore delegato dell’azienda, Alain Prost.
Errani, accompagnato dal segretario del Pd di Bologna, Andrea De Maria, si è fermato complessivamente un’ora, visitando l’interno della fabbrica, dove lavorano circa 750 persone, quasi tutte donne. Le postazioni sono semplici: ci sono alcuni computer e dei grandi fogli per il design dei capi di intimo, ma la maggior parte sono macchine da cucire. Di fianco a molte di questi banchi ci sono i busti dei manichini per fare le prove ai prodotti: davvero l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un’impresa assolutamente artigianale. Lo fa notare anche Prost, spiegando ad Errani che più della metà del costo di un capo è dovuto alla manodopera: è il valore aggiunto di questo tipo di prodotto. Il principale concorrente, a parte alcune altre marchi di intimo, sono le ditte che producono accessori: le donne privilegiano borse e cinture a scapito dell’intimo.
La crisi è arrivata anche qui: a fine 2008 è stato raggiunto un difficile accordo sindacale. Oltre alla riorganizzazione di due linee produttive interne, sono ben 250 le lavoratrici in cassa integrazione a rotazione fino al 2011. Così sono anche spiegate le molte postazioni vuote: un terzo della forza lavoro, a turno, se ne sta a casa. Eppure la fiducia non sembra mancare: «L’accordo per ora è rispettato intenzione è quella di collaborare insistono alcuni esponenti delle Rsu -. Speriamo che il mercato riprenda bene». Il marchio è stato interamente acquistato alcuni anni fa dalla Jh Partners, un fondo americano di private equity con sede a San Francisco. Prost è in carica dal maggio dello scorso anno, e ha intenzione di centrare il rilancio.
Errani ascolta e fa domande.
Poi, alle Rsu ribadisce l’impegno della Regione e delle istituzioni per salvaguardare l’occupazione, che resta una delle priorità anche del prossimo mandato. Perché la crisi, come ripetono da mesi i sindacati, è ben lungi dall’essere conclusa.
Retta da capitali stranieri è anche l’Alstom (ex Sasib ferroviaria), la seconda fabbrica visitata ieri dal candidato del Centrosinistra. Lo stabilimento è in via Corticella e si tratta di uno dei “centri nevralgici” di un colosso da oltre 14 miliardi di euro di fatturato (dati 2006/2007) e che ha 65mila dipendenti nel mondo. A Bologna lavorano alcune centinaia di ingegneri, che si occupano di sistemi legati al trasporto su ferro. Per questo, la richiesta dei vertici Alstom, che hanno incontrato Errani privatamente, è stata quella di incentivare la «cura del ferro» in regione.
Risposta positiva: proprio due giorni fa era stato lo stesso presidente, di fronte ai giovani di Confindustria, ad annunciare l’obiettivo di spostare il 20% del traffico di persone e merci dagli autoveicoli al treno. Gli interessi dell’Alstom sono puntati anche alle eventuali gare per i tram e le metropolitane progettate sul territorio, prima fra tutti la metrotramvia di Bologna, tornata alla ribalta in questi giorni dopo che la commissaria Anna Maria Cancellieri ha annunciato di voler trovare un modo per superare quel patto di stabilità che ne impedisce la realizzazione. Musica per le orecchie dell’Alstom, che si vanta nel suo volantino di presentazione di aver realizzato una metropolitana su quattro al mondo e un tram su tre. Il presidente, fanno sapere dal suo staff, ha confermato l’impegno della Regione per mantenere sul territorio punte di eccellenza nella ricerca e e Aistom Il presidente anche nella fabbrica di materiale ferroviario.
La Repubblica 18.03.03

Carpi, il Pd incontra le associazioni di volontariato

Domani alle 17.30, presso il circolo Arci di via Tassoni, con Vecchi e Ghizzoni.
Si terrà domani, venerdì 19 marzo alle 17.30, presso il Circolo Arci Giliberti di via Tassoni a Carpi l’incontro con le associazioni di volontariato promosso dal Pd. All’iniziativa partecipano la deputata Manuela Ghizzoni e Luciano Vecchi, candidato del Pd alle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. L’iniziativa punta a raccogliere pareri e considerazioni di chi svolge attività di volontariato in città e approfondire le ripercussioni della crisi economica e sociale.
“In una fase di crisi come quella che stiamo attraversando – afferma Luciano Vecchi, candidato per il Consiglio regionale – il volontariato e l’associazionismo costituiscono una risorsa sociale fondamentale, che crediamo debba essere ulteriormente valorizzata e sostenuta”.

“La crisi economica ha ricadute pesantissime sulla vita quotidiana dei cittadini – ha sottolineato Manuela Ghizzoni – e chi opera nel volontariato, che si occupi di attività ricreative, sociali o culturali, è molto sensibile a ciò che sta accadendo”.

“Chi svolge volontariato – concludono i due esponenti democratici – rappresenta il volto migliore della nostra comunità e la principale risorsa per garantire la coesione sociale messa a rischio dalla crisi”.

"Nucleare, un decreto passato senza sentire le Regioni", di Alfiero Grandi

Una beffa. L’8 marzo – festa delle donne – la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il decreto legislativo con cui il Governo vorrebbe spingere l’Italia nell’avventura nucleare. Il d.l. attua la legge 99/2009 e tuttavia va oltre in un modo che colpisce. Questo Governo ha fatto tante chiacchiere sul federalismo ma in realtà ha approvato questo testo senza sottoporlo alle Regioni. In testa al decreto sta scritto: “Preso atto che la seduta del 27 gennaio 2010 della Conferenza Stato-Regioni non si è tenuta” e prosegue con gli altri passaggi di rito: visto, acquisito, ecc.Il Governo ha considerato non indispensabile il parere delle Regioni sul testo, forse per timore che venisse bocciato. E’ un primo schiaffo alle Regioni. Nei passaggi importanti – allo scopo di aggirare le contrarietà delle singole Regioni sulla localizzazione delle centrali – è previsto il parere della sola conferenza Stato-Regioni. Il Governo cerca di ignorare che la singola Regione è l’unica titolare del diritto di decidere sul suo territorio. In realtà il Governo sa bene che difficilmente otterrà il consenso delle Regioni e cerca di conseguenza di imbrogliare. Ne è conferma la fuga dal nucleare, per quanto opportunista, di tutti i candidati della destra alla Presidenza delle Regioni. Per i quali l’unico nucleare buono è quello costruito altrove. Il Governo poi scrive una norma capestro, palesemente incostituzionale, prevedendo che nel caso di disaccordo della Regione interessata ci sia un decreto governativo sostitutivo della mancata intesa. In altre parole o la Regione accetta le centrali oppure il Governo deciderà comunque di farle attraverso questo decreto sostitutivo. E’ necessario che le Regioni, pur in piena campagna elettorale, decidano rapidamente di fare ricorso alla Corte Costituzionale anche contro il decreto legislativo. Per evitare che sopravviva (ormai ha forza di legge) anche ad un giudizio negativo sulla legge 99/2009. Il d.l. contiene altre perle. Viene affermata con sicumera l’affidabilità dell’energia nucleare e questo costituisce il fondamento ideologico della strategia nucleare del Governo, ignorando perfino le preoccupazioni espresse dalle Agenzie per la sicurezza di Francia, Finlandia e Inghilterra su diversi aspetti delle stesse centrali che dovrebbero essere costruite in Italia. L’Agenzia per la sicurezza ancora non esiste e la legge prevede sia costituita mettendo insieme il personale di 2 uffici pubblici esistenti e senza fondi. Eppure, stando al dl, l’Agenzia dovrebbe controllare le proposte delle aziende per le centrali, i siti, la loro costruzione, ecc. Chi conosce le Agenzie per la sicurezza di altri paesi non può che rabbrividire di fronte all’approssimazione, alla faciloneria con cui il Governo sta affrontando il nucleare in Italia. La ciliegina finale è l’autocertificazione prevista per i costruttori di centrali che dovrebbero essere controllati dall’Agenzia che non c’è.
L’Unità 18.03.10

"Rifiuti per strada e da Napoli a Caserta torna l'emergenza, arriva il premier", di Con. Sa.

Da Roma ha già fatto sapere che oggi non intende parlare di emergenza rifiuti. “Non al presente”. Eppure lo spettro di una nuova, strisciante emergenza incombe sul ritorno di Silvio Berlusconi a Napoli. Il premier arriva in città, alle 17 di oggi, a lanciare il candidato presidente alla Regione Stefano Caldoro, che i sondaggi danno in vantaggio sullo sfidante del Pd, Vincenzo De Luca. Ma la polemica sull’immondizia che da almeno sei giorni torna ad occupare alcuni quartieri di Napoli e numerosi comuni del casertano, in seguito alle agitazioni di 1300 dipendenti che non percepiscono lo stipendio, preoccupano non poco il Cavaliere. Che proprio in Campania, al banco di prova del disastro rifiuti, battezzò la nascita del “governo del fare”.

Al padiglione 6 della Mostra d’Oltremare, imponente struttura di epoca fascista alla porta occidentale della città, ad attendere il primo ministro ci saranno 5mila bandiere, oltre 300 pullman di sostenitori, un palco di dieci metri per quattro. Parallelamente, è partita la corsa contro il tempo per cancellare la crisi.

Quattrocento tonnellate di immondizia sparse tra il cuore di Napoli e le periferie. Altre 300 nel casertano. E ancora 700 tonnellate ad Aversa, dove il sindaco Domenico Ciaramella ha inviato un esposto alla Procura di Santa Maria Capua Vetere. “Si tratta di un servizio – scrive Ciaramella, alla guida di una coalizione di centrodestra – che doveva essere garantito dal Consorzio unico di bacino delle Province di Napoli e Caserta. Si è determinato un problema igienico-sanitario, a terra abbiamo 700 tonnellate di rifiuti”.

L’esposto è stato presentato “affinché vengano valutate ipotesi di reato e responsabilità per la nuova emergenza, da non addebitare al Comune, ma soltanto allo stato di agitazione proclamato dai lavoratori del Consorzio, che non ricevono lo stipendio da due mesi. Alcuni, ritenuti in esubero, sollecitano la stabilizzazione”. E tra i sindacati dei lavoratori che bloccano impianti e strade, c’è una sigla da sempre vicina alla destra, il Sindacato azzurro. Il consorzio sarebbe gravato da enormi sprechi e disservizi, ma nessuno interviene con i tagli. Un braccio di ferro che coinvolge due livelli istituzionali. Da un lato i Comuni che appaiono morosi nei confronti della lunga gestione commissariale, per 140 milioni di euro. Dall’altro, le Province di Napoli e Caserta, che per effetto del decreto legge voluto dal sottosegretario Guido Bertolaso, devono assorbire questi dipendenti e gestire la raccolta, non accettano di buon grado la disposizione. Determinando la prima frattura, sul tema rifiuti, in seno al Pdl. “Le risorse per gli stipendi non le abbiamo. Non possiamo firmare cambiali in banco”, aveva già tuonato il presidente della Provincia, Luigi Cesaro, prevedendo il disastro.

Oggi risulterà ovviamente sgombro dai sacchetti il percorso napoletano del premier. Ad assicurare “la rimozione immediata” ci ha pensato la task-force individuata dal prefetto di Napoli, dopo una lunga riunione a Palazzo di governo con le parti. E la severa lettera del sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. Che chiede di “superare le attuali criticità economico-finanziarie del Consorzio unico” e ricorda alle Province di “intervenire con assoluta urgenza”.
La Repubblica 18.03.10

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“Un’arma puntata alla tempia del governo” il j’accuse di Saviano contro Cosentino, di CONCHITA SANNINO
“La vicenda dei rifiuti è stato un grande affare. Per la destra e per la sinistra. E se un politico come Cosentino, indagato per i rapporti con i casalesi, gode di un tale ascolto a Roma è perché ha un’arma puntata alla tempia del governo: l’immondizia. Se vuole, può di nuovo riempire la regione di rifiuti”.

Roberto Saviano parla del “suo” Mezzogiorno alla vigilia dello snodo elettorale, dei rifiuti che tornano sulle strade, delle collusioni della classe politica, delle liste compilate tradendo il codice etico. Ma anche delle “gigantesche responsabilità” del centrosinistra in Campania. Sono passati quattro anni dall’exploit di Gomorra. Saviano è un trentenne che riserva alla sua terra un’analisi durissima. E dolente. “L’unica speranza è che la diaspora dei laureati, che partono in maggior numero dalla Campania e dalla Sicilia, termini. Che i giovani tornino per unirsi alla parte sana del territorio”. Uno sguardo senza veli. “La speranza del Rinascimento è ripiegata in Medioevo”.

Saviano, partiamo da una contraddizione. Il governo rivendica la soluzione strutturale dell’emergenza, poi arriva un’inchiesta a raccontare che quello del termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa era un progetto in mano al clan dei casalesi, che coinvolgeva il sottosegretario campano, Nicola Cosentino, indagato per concorso in associazione mafiosa.
“Tutta la vicenda Cosentino è interna all’emergenza rifiuti. Infatti l’emergenza ha portato valanghe di denaro in Campania, i consorzi sono diventati strumenti di prebende, di gestione economica e occupazione del territorio. I clan e la politica si incontravano nei consorzi. Ci si chiede come mai un politico con queste pesanti accuse sia così tanto ascoltato da un primo ministro. Un politico che per tutti sarebbe pesante da tenere vicino. Ma la lettura che io faccio della vicenda è molto chiara. Nicola Cosentino ha un’arma che punta alla tempia del governo: i rifiuti. Cosentino ha il potere di far saltare l’equilibrio che ha permesso al governo di eliminare i rifiuti dalla Campania”.

Il leader campano del Pdl eserciterebbe un tale potere di ricatto?
“Un politico come lui, nonostante debba risolvere questo problema, ed è giusto che lo risolva, perché ha tanto ascolto? La mia lettura è che potrebbe, in meno di 48 ore, far tornare la Campania nella crisi. Permettere un’altra volta alle strade di essere foderate di spazzatura. E questo, come immagine, sarebbe lo sgambetto che l’opposizione attende al governo Berlusconi”.

Ci fu uno scandalo anche all’ente Provincia di Caserta, per il cui rinnovo si vota a fine marzo. L’ex giunta, governata dal Pd, aveva affidato lavori per grossi importi alla ditta riconducibile allo stragista dei casalesi, il killer Giuseppe Setola.
“Certo. Questo avviene in una regione dove la vicenda rifiuti, sia chiaro, è stato il grande affare di destra e sinistra, addirittura il grande affare che ha permesso la costruzione di una classe di imprenditori. E addirittura, io direi, di una classe di governo. La sinistra, che in questa regione governa da ben più di un decennio, ha avuto responsabilità gigantesche. Quella storia di Caserta è particolarmente grave. La ditta della famiglia Setola fece un salto di qualità con i lavori ottenuti dalla Provincia”.

Vigilia delle regionali. Il codice etico è applicato ai candidati?
“No, la questione morale non si pone proprio, si usa solo quando può diventare un argomento che fa appeal. In Campania, come in Calabria e in Sicilia, senza l’appoggio delle organizzazioni, non si può vincere. Certo, ci sono stati politici che ce l’hanno fatta senza il sostegno dei clan, ma hanno avuto bisogno di uno slancio, di una società civile più attiva”.

Allo snodo del 2010, nutre speranze per il sud?
“Il Rinascimento di memoria bassoliniana oggi si è compiuto in un Medioevo. Da campano e napoletano non ho alcuna fiducia nella classe dirigente campana. Spero possa esserci un azzeramento”.

Non è disfattista, un inno alla mancanza di impegno?
“Forse sì. Ma mi sentirei falso a dire altro. L’unica speranza che ripongo è nel talento delle persone. L’unica speranza è immaginare che la diaspora dei laureati cessi, che loro tornino a unirsi alla parte sana del territorio”.
Roberto Saviano sorride amaro. “A volte, per darmi una speranza penso: tutti sono caduti, cadranno pure loro”.
La Repubblica 18.03.10

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«L’emergenza rifiuti è finita così?»

La Bindi fotografa i cumuli di immondizia nel cuore dell’agro aversano. Montagne di sacchetti ricoprono le strade di Cesa, Casapesenna, Casal Di Principe, Parete. Anche questa volta Berlusconi manderà la Protezione civile a mettere il rifiuti sotto il tappeto?
Dinanzi all’ennesima piramide di immondizia, Rosy Bindi ha fatto fermare l’auto. E’ scesa, ha sfoderato una piccola macchinetta digitale, ed ha cominciato a scattare. «Altro che problema risolto, i rifiuti sono ancora tutti qui, per le strade della provincia di Caserta. Queste foto serviranno a smascherare le bugie di Berlusconi». Il tour elettorale del presidente del Partito Democratico in compagnia del consigliere regionale Nicola Caputo, si è trasformato così in un reportage fotografico.

CUMULI DI SACCHETTI – I cumuli di sacchetti ricoprono le strade di Cesa, Casapesenna, Casal Di Principe, Parete, nel cuore dell’agro aversano, e il presidente del Partito Democratico ha dovuto farsi aiutare anche da altri fotografi al seguito. «Governo e maggioranza si sono vantati per mesi di aver affrontato e risolto l’emergenza rifiuti in Campania», ha osservato Rosy Bindi. «A quasi un anno da quella catastrofe ambientale, qui a Caserta le strade sono piene di rifiuti. Lo stesso è accaduto all’Aquila, dove le strade sono ancora ricolme di macerie. Dove sono i risultati? I problemi sono ancora tutti aperti. La verità è che questo governo quando si tratta degli interessi di tutti i cittadini dimostra la propria efficacia solo a parole, con una buona propaganda. I fatti li riserva solo per tutelare gli interessi del presidente del Consiglio».

PROTESTA DEGLI ADDETTI AL CONSORZIO – I rifiuti tornano ad inondare le strade della provincia di Caserta a causa della protesta degli addetti al Consorzio Unico del bacino Napoli e Caserta, l’ente consortile che si occupa della nettezza urbana delle due province. La mobilitazione è cominciata martedì della settimana scorsa, e coinvolge circa 1300 lavoratori che rivendicano due mesi di stipendio arretrato. Ogni giorno si registrano blocchi stradali e sit in di proteste nei due capoluoghi. I cumuli di “munnezza” nel frattempo crescono: «La situazione è disastrosa in tutta la Regione – ha commentato l´assessore regionale all´ambiente Walter Ganapini – con la fine dalla emergenza rifiuti decretata dal governo e l´abbandono della Protezione Civile, la Presidenza del Consiglio ha lasciato un debito di 2 miliardi di euro. Debito che a Roma non vogliono riconoscere. L´avevo detto da diversi mesi che alla fine i nodi sarebbero arrivati al pettine».
www.partitodemocratico.it

"Minzolini «epurator» chi non s’inchina viene silurato", di Natalia Lombardo

Promossi e bocciati. Anzi, epurati. Sono già partite al Tg1 premiazioni e punizioni sulla base della «Minzo’s list»: le firme raccolte in redazione sul documento di sostegno al direttore fatta girare la settimana scorsa da alcuni vicedirettori e caporedattori. Ma per l’errore, o la scelta, nel titolo su Mills («assolto» anziché «prescritto») l’Ordine dei Giornalisti ascolterà Augusto Minzolini venerdì 19. È stato rimosso lunedì Massimo De Strobel da capo redattore centrale al coordinamento (ruolo di controllo della line svolto per 18 anni) e sostituito dal dalemiano Leonardo Sgura. De Strobel non ha firmato il documento «pro-Minzo», Sgura sì (il Cdr del Tg1 informa che ha chiuso un vertenza per la nomina da «caporedattore ad personam»). Promossi altri due che hanno firmato: Filippo Gaudenzi caporedattore centrale con delega alla cronaca e alla redazione Internet; Mario Prignano, ex Libero assunto due mesi fa come vice caporedattore del politico, premiato a caporedattore responsabile di Internet (ancora senza redazione). Scrisse il primo titolo «Mills assolto per prescrizione» (con un doppio errore, poi il vicedirettore Ferragni lasciò «assoluzione»).

«Campagna di ritorsione» verso giornalisti «non omogenei alla direzione», denunciano i due consiglieri Rai del Pd, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, in una lettera al presidente Garimberti, sollecitandone un «tempestivo intervento»: potrebbe trattarsi di una «grave violazione delle garanzie giuslavoriste» per i dipendenti, e «uno stravolgimento» del Codice etico Rai sulle «politiche del personale».

In vista altre «punizioni». Nel mirino Maria Luisa Busi e Tiziana Ferrario: una delle due dovrebbe lasciare la conduzione del tg alle 20, per lasciare il mezzobusto a Francesco Giorgino (raccolse le firme nella sua stanza). Caporedattore del politico, è il braccio destro di Minzolini: insieme al fratello avvocato, Nicola (candidato a sindaco del Pdl ad Andria) ha accompagnato alla procura di Trani il direttore del Tg1, che è indagato per aver violato il segreto istruttorio, avendo comunicato subito, da Trani, del suo interrogatorio a un collaboratore del premier a Palazzo Chigi.

In previsione altre rimozioni: alle 13,30 Paolo Di Giannantonio con Laura Chimenti e a Francesca Grimaldi (vicine ad An), quest’ultima sostituita nel tg di mezza sera da Alberto Matano (area Udc). Di «mattanza al Tg1» ha parlato il senatore Idv Pancho Pardi in Vigilanza davanti al Dg Rai Masi: «L’unico precario che non ha firmato il sostegno è stato già epurato». Ieri alle 20 il tg ha aperto sulle grida del premier contro la «libertà mutilata» dai pm. Eppure allo stesso Berlusconi un direttore del Tg1 che si muove a «gamba tesa», indagato, potrebbe non essere utile. Tanto che si profila Antonio Preziosi al suo posto: il direttore del Gr Radio, per anni al seguito del premier,fa passare gli stessi messaggi in modo più subdolo ma efficace. Infatti lo ha intervistato lunedì al Gr1.

Oggi di Minzolini-intercettazioni parlerà il Cda Rai. Il Dg Masi dovrà dire se avvierà un’indagine; il consigliere Pdl Verro difende Minzo come «vittima». Il segretario Usigrai Verna attacca il «nervoso pendolare del busto» che «per due volte in un minuto ha dato la notizia, infondata, di non essere indagato. Come può fidarsi chi paga il canone?».

"Laureati, futuro incerto: cresce la disoccupazione", di Annamaria Sersale

Il 55% dei giovani laureati vanta un periodo di stage in azienda, il triplo rispetto a quanto accadeva fino al 2000. Altro segnale positivo: molte aziende, anche di piccole dimensioni, si sono riqualificate sul mercato nazionale ed estero grazie all’impiego di giovani laureati di qualità. Ma avere una laurea in tasca ed essere giovani non basta a trovare lavoro. Il XII Rapporto fatto dal Consorzio interuniversitario “Almalaurea”, che raggruppa 60 atenei italiani, ha presentato un quadro a tinte fosche. Dall’indagine, che ha coinvolto oltre 210mila giovani, risulta che è in aumento la disoccupazione: tra i laureati triennali è passata dal 16,5 al 22%; tra chi ha conseguito il titolo magistrale il salto è stato dal 14 al 21% e tra gli specialistici a ciclo unico (medici, architetti, veterinari, ecc.) dal 9 al 15%. La disoccupazione, dunque, tra i laureati ha fatto un balzo in avanti di 6-7 punti in poco più di un anno. Presentato nella sede della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), il rapporto ha coinvolto oltre 210mila laureati con una partecipazione degli intervistati del 90%.
La crisi, si sa, ha avuto un peso enorme. Ma i problemi sono anche altri: su cento nuove assunzioni il mercato italiano richiede 12 laureati, mentre quello degli Stati Uniti 31. Più del doppio. Forse da noi i laureati sono ancora poco valorizzati. Comunque, esaminiamo nel dettaglio qual è la condizione lavorativa dopo un anno dal conseguimento del titolo (il Rapporto redatto da Almalaurea ha coinvolto i laureati del 2008, intervistati nel 2009). Risultato: «La stabilità dell’impiego, già non particolarmente consistente, a dodici mesi dalla laurea risulta in calo rispetto alla precedente rilevazione». Per i triennali la contrazione è di 3 punti, di poco inferiore per gli altri. Nel 2007 aveva un contratto stabile il 38,6% dei laureati, la percentuale è scesa a 35,6% nel 2008. «Anche la busta paga è più leggera – sostiene Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea – si sfiorano i mille euro netti, con una contrazione dal 2 al 3%, fino al 5%. Vanno evitati i catastrofismi, certo, ma anche la politica dello struzzo, per evitare che il nostro Paese, all’uscita dalla crisi, si trovi in posizione marginale nel contesto internazionale. Occorre farsi carico di una vera e propria emergenza giovani evitando che alcune generazioni di ragazzi preparati restino senza prospettive e mortificati da un mercato del lavoro che non assume e un mondo della ricerca privo di mezzi». Preoccupato anche Enrico Decleva, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori: «La crisi, dopo avere toccato tutto il Paese, penalizza anche il capitale umano più qualificato. Ma non bisogna avere cedimenti: i giovani laureati sono il migliore antidoto per riposizionare il Paese a livello internazionale». Un altro segnale preoccupante viene dalla banca dati di Almalaurea: in 11 anni ha ceduto alle aziende 3 milioni e mezzo di curricula, ma ora le richieste sono crollate: nel primo bimestre 2010 le richieste sono scese del 31%. Insomma, non c’è da stare allegri. Tuttavia, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati. «Nell’intero arco della vita lavorativa – sottolinea ancora il Rapporto – i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore dei diplomati (78,5 contro 67%). Anche la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo 25-64 anni di età, il salario risulta più elevato del 55% rispetto a quello percepito dai diplomati».
Il Messaggero 18.03.10

"Il cinismo assoluto", di Massimo Giannini

Con un incredibile “blitzkrieg” di prima serata, effettuato come sempre in un format televisivo sicuro perché posto al riparo dalle domande vere e dunque pericolose, il presidente del Consiglio ha varcato l’ennesimo confine. La sua “intervista” al Tg2 è in realtà il livoroso comizio di un capo-popolo che, in nome del plebiscito tributatogli dagli italiani e in forza del suo potere assoluto sacro e inviolabile, è ormai pronto a tutto. Anche a stravolgere quel che resta di un equilibrio istituzionale che lui stesso ha sistematicamente “picconato” nel corso del suo avventuroso Ventennio.

Perché questo ha fatto, ieri sera, Silvio Berlusconi. Per spacciarsi ancora una volta come una “vittima innocente” di fronte all’opinione pubblica, e per rilanciare le sue farneticanti accuse alle procure “scese in campo” contro di lui “dettando i modi e i tempi della campagna elettorale”, il premier non ha esitato a piegare a suo uso e consumo le parole misurate del Capo dello Stato. Altro che “tirare la giacchetta” al presidente della Repubblica: Berlusconi gli ha letteralmente strappato di dosso l’abito di “garante sopra le parti” che la Costituzione gli assegna.

Quell'”abito” riluceva sufficientemente chiaro, nel comunicato che Giorgio Napolitano aveva diffuso ieri mattina, per arginare le polemiche sempre più tossiche intorno all’inchiesta della Procura di Trani. Al Csm, di cui è presidente, il Capo dello Stato ricorda che non si deve mai “pronunciare preventivamente sullo svolgimento delle inchieste” perché, “come recita lo stesso regolamento del Csm, quest’ultimo può prendere in esame “le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall’Ispettorato generale presso il ministero della Giustizia”. Ma al governo ricorda come le ispezioni del ministero non possono “interferire nell’attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell’ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti”. Ma fa di più, il Quirinale: precisa che è stata “corretta” la decisione presa dal Comitato di presidenza del Csm di affidare alla VI Commissione la richiesta “sottoscritta da gran parte dei membri del Consiglio per l’apertura di una pratica inerente l’ispezione” disposta dal ministro della Giustizia presso la Procura di Trani. La conclusione del presidente è inequivoca: “È altamente auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti sul piano istituzionale”.

Invece di dar prova di quell’equilibrio istituzionale e di quel senso di responsabilità politica invocati proprio da Napolitano, Berlusconi fa l’esatto opposto. Invece di rispettare finalmente le regole del gioco democratico, fa saltare per l’ennesima volta il tavolo. Invece di prendere atto della netta presa di posizione della più alta carica dello Stato, ne strumentalizza e ne distorce radicalmente il messaggio. Il comunicato di Napolitano, declinato secondo il verbo palesemente capzioso e tecnicamente sedizioso del Cavaliere, diventa una pubblica “sconfessione” dell’iniziativa del Csm. E dunque “l’ennesima dimostrazione di un uso intollerabile della giustizia per fini di lotta politica contro di noi”.

In questi anni Berlusconi ci ha abituato a tutto. Nella discesa agli inferi della “Repubblica del Male Minore” ce ne ha fatte vedere di tutti i colori. Ma ad un simile abisso di irresponsabilità e di cinismo, probabilmente, non ci aveva ancora precipitato. E invece a questo, ormai, siamo arrivati. All’abuso di potere elevato a metodo di governo. Non c’è altro modo, per definire un'”esegesi” così clamorosamente falsa, e dunque costituzionalmente eversiva, delle dichiarazioni e delle funzioni del presidente della Repubblica. E non è tutto. In questa disperata escalation autoritaria del premier l’abuso si somma ad abuso.

Non c’è solo l’inaccettabile “abuso politico” su Napolitano, nella performance mediatica di ieri sera. C’è anche altro. Molto altro. Il presidente del Consiglio parlava in playback. L’audio ufficiale riproponeva la narrazione artificiale di sempre, che amplifica l’irrealtà dei “fattoidi”: il solito “partito dell’amore” che sconfiggerà “il partito dell’odio”, i soliti “miracoli fatti all’Aquila e in Abruzzo”, i soliti “successi ottenuti in questi due anni di lavoro straordinario” rispetto ai “disastrosi fallimenti” della solita sinistra sovietica e sanguinaria e ai pericolosi intendimenti delle solite toghe politicizzate e assatanate. In realtà, la vera voce che ci sembrava di ascoltare, e che riflette la realtà dei fatti, è quella delle intercettazioni telefoniche agli atti della procura di Trani. Quella che grida “io ho parlato con il direttore Masi” intimandogli la chiusura dei talk show politici “perché non c’è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai e allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio”. Quella che urla all’orecchio di Giancarlo Innocenzi “quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia da stimolo alla Rai per dire “chiudiamo tutto”.

Cos’altro è tutto questo, prima e al di là di ogni implicazione di carattere penale, se non un manifesto abuso di potere? In quale altra democrazia liberale del mondo il presidente del Consiglio (leader di un partito che si definisce prima Casa, poi Popolo “della libertà”) può permettersi di trattare come un suo maggiordomo il commissario di un’Autorità amministrativa che per legge dovrebbe essere “indipendente”? In quale altro Zimbabwe del mondo il capo di un governo (già proprietario di un impero mediatico privato) può permettersi di trattare come un suo dipendente il direttore generale del servizio pubblico radiotelevisivo? I tanti, pensosi liberali alle vongole dell’Italia terzista si ostinano a dire che queste sono domande risibili. Ripetono che l’Italia è una magnifica democrazia, perché “è bastato un Tar a fermare il presunto golpe sulle liste” e perché in fondo, di tutti gli “strappi” tentati da Berlusconi, quasi nessuno gli riesce.

Questa sì, è una favola. Le regole sono ormai carta straccia. A pochi giorni dal voto per le regionali, i talk show politici sono stati silenziati, e sugli schermi va in onda, gigantesca e solitaria, l’effigie e la parola del Capo. Qualcuno si è accorto che ieri sera, mentre il premier ammoniva le masse dagli schermi del Tg2, vicino al tricolore e alla bandiera dell’Unione Europea campeggiava il simbolo elettorale del Pdl con lo slogan “Berlusconi presidente”? L’ultimo abuso, dopo quello commesso contro Napolitano. E altri ne verranno. Per nostra sventura, e con buona pace dei teorici del “Male Minore”.
La Repubblica 18.03.10