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Fiom/Cgil Carpi, raggiunto l'accordo alla Sicar

Nella serata di lunedì 15 marzo, presso la sede della Provincia di Modena, è stata raggiunta, dopo una lunga discussione, l’ipotesi di intesa sulla vertenza Sicar tra proprietà, Rsu e Fiom/Cgil. L’accordo giunge dopo circa 50 ore di sciopero, il presidio permanente iniziato il 31 dicembre, e dopo l’apertura della procedura di mobilità, il 4 gennaio, per 42 dei 66 addetti nello stabilimento di Carpi.
L’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici convocata in serata alle ore 21 presso la Camera del lavoro di Carpi, ha discusso e approvato all’unanimità l’ipotesi di accordo. Accordo che rimane però ancora sospeso, poiché condizionato alla risposta da parte degli Enti preposti (Ministero del Lavoro e Regione Emilia Romagna) sulla richiesta di allungamento della cassa integrazione straordinaria che scade il 22 marzo prossimo.

L’accordo prevede la riduzione del numero degli esuberi a 39 rispetto ai 42 iniziali. Durante la permanenza in Cigs verrà mantenuta aperta la possibilità di accedere alla mobilità volontaria e, a titolo di incentivo all’esodo, lavoratrici e lavoratori percepiranno 7.500 euro di cui 3.000 ad aprile 2010 e 4.500 al momento della cessazione del rapporto di lavoro.

Ad integrazione della Cigs, per le lavoratrici e i lavoratori è prevista una quota mensile non inferiore a euro 1.000 composta da anticipazione di Tfr e indennità di mancato preavviso. Queste anticipazioni permetteranno alle lavoratrici e ai lavoratori di avere a disposizione mensilmente circa il doppio del valore della Cigs.

È stata inoltre individuata una soluzione che impegna la Sicar a sanare i contributi non versati dal 2007, riprendendo a versare i contributi correnti e a integrare i contributi non versati. Si recupera così il mancato accordo di lunedì 1° marzo presso la Direzione Provinciale del Lavoro.

La vertenza non è terminata, manca un aspetto fondamentale, l’allungamento della cassa integrazione, senza questo punto essenziale la vertenza non si chiude. Per questo motivo rimane in essere il presidio davanti all’azienda.
comunicato Fiom Cgil

"Così la crisi pesa sulla salute degli italiani Anche il dentista è un lusso", di Adele Sarno

Meno di due famiglie su cinque si sono potute permettere l’anno passato le cure ododontoiatriche. Cresce il consumo di pasta e pane mentre si risparmia sulla frutta e la verdura, troppo cari. Il boom di antidepressivi l’unica cosa che accomuna tutte le regioni. Sono i dati del Rapporto Osservasalute 2009 che disegnano un’Italia più povera, che continua a invecchiare e cresce solo grazie agli immigrati
Il dentista è diventato un lusso, a tavola si mangia più pane e meno frutta, il consumo di farmaci antidepressivi è triplicato. Sono alcuni degli effetti che la crisi economica ha provocato sulle abitudini degli italiani, soprattutto sulle fasce deboli della società. E’ questo il dato di fondo che emerge dalla settima edizione del Rapporto Osservasalute (2009), un’analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regioni italiane. Il rapporto è pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute dell’università Cattolica di Roma e coordinato da Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di igiene della facoltà di Medicina e chirurgia.

Lo studio rivela come e quanto abbia pesato sulle famiglie la minore disponibilità economica causata dalla crisi. Le cure odontoiatriche, ad esempio, sono diventate un lusso che solo meno di due famiglie su cinque si sono potute permettere. I tagli alla spesa hanno pesato anche nell’alimentazione: è cresciuto il consumo di carboidrati, pasta e pane, mentre si è ridotto quello della frutta e della verdura perché troppo costose. A ciò si aggiunge il dato sul boom degli antidepressivi, anche più preoccupante perché non collegato direttamente alla recessione: +310% dal 2000 al 2008.

Gli italiani inoltre sono sfiduciati nei confronti del Sistema sanitario nazionale (Ssn). Due su tre danno un voto appena sufficiente o da completa bocciatura alla sanità pubblica e solo un cittadino su tre lo promuove a pieni voti dando un giudizio da sette a dieci. La percentuale dei soddisfatti è molto più alta nelle regioni del Nord, mentre tra le fasce d’età sono gli anziani – cioè proprio coloro che ricorrono di più alle cure mediche – quelli che apprezzano il servizio offerto: circa 4 su 10 di loro, infatti, lo ritengono soddisfacente. La fotografia che emerge da Osservasalute è quella di un’Italia con una sanità pubblica che funziona a macchia di leopardo e dove l’offerta dei servizi è nettamente migliore nelle regioni settentrionali. Un dato che non stupisce se si considera anche la ricerca sulle liste d’attesa svolta da Repubblica salute: per una mammografia a Milano si aspetta da un minimo di 20 giorni a un massimo di 120, a Napoli esattamente il doppio.

Il gap tra Nord e Sud passa anche per la tavola. Il Nord si rivela più attento alla salute e meno sedentario; il Sud, invece, presenta fattori di rischio in crescita per malattie cardiovascolari e tumori, che infatti, proprio nel Mezzogiorno registrano un aumento di incidenza. In questo ha inciso la crisi. La dieta mediterranea, rimarcano i ricercatori, è divenuta troppo costosa da seguire e infatti si consuma poca frutta e verdura; solo il 5,6% degli italiani mangia le cinque porzioni raccomandate In tempi difficili si punta alle cose che “riempiono” di più. Così l’85,5% degli italiani mangiano pasta, pane e riso almeno una volta al giorno. Quanto alle carni, prevale la bianca, più economica: il 79,3% degli italiani la consuma almeno qualche volta a settimana (71,8% quella bovina). Aumenta, inoltre, il numero dei “golosi”, coloro cioè che consumano dolci e soprattutto snack salati. In calo, infine, la spesa per bevande gassate e aperitivi analcolici.

L’allarme antidepressivi. In Italia si registra un forte aumento tendenziale del consumo di farmaci antidepressivi, che è salito del 310% (cioè più che triplicato) dal 2000 al 2008. Il boom degli psicofarmaci è forse l’unico dato che negli ultimi anni accomuna tutte le regioni d’Italia. Questa crescita esponenziale, si legge nel report, è attribuibile a diversi fattori: da un lato c’è l’aumento del disagio sociale, che rimane tuttavia ancora difficilmente quantificabile, dall’altro alcuni oggettivi elementi di cambiamento. “Nel nostro Paese è in atto una vera e propria epidemia di malattie mentali – spiega Walter Ricciardi – da una parte a causa dell’evoluzione velocissima della società globale, cui è difficile stare dietro, e alla quale si aggiunge l’attuale crisi economica con il crescente problema della disoccupazione. Assistiamo però anche una minore stigmatizzazione dei pazienti depressi e a un aumento della preparazione dei medici di fronte a questi disturbi. Oggi, infine – ha concluso – si hanno a disposizione medicinali con pochi effetti collaterali che si possono utilizzare più facilmente e che sono più graditi dai malati”.

Un paese in crescita. Aumenta la popolazione residente in Italia rispetto al biennio 2006-2007, principalmente perché cresce il numero di immigrati che abita nel nostro Paese. Nel biennio 2007-2008 l’Italia presenta un saldo totale positivo e pari a +7,7 persone per 1000 residenti per anno.

Aumenta la fecondità. Il numero medio di figli per donna ha mostrato una lieve ripresa ed è passato da 1,35 dell’anno precedente a 1,373. Una conseguenza anche legata all’aumento della popolazione straniera che è più fertile delle donne di cittadinanza italiana. Le immigrate hanno in media 2,4 figli, le connazionali 1,3. Infine in forte crescita, specie nel Centro-Nord, è la quota di nati vivi da madri straniere: quasi 15 nascite ogni 100 avvenute in Italia sono ascrivibili a madri straniere. Un ultimo dato da tenere in considerazione sono i numeri della procreazione medicalmente assistita: ogni 1.000 nati vivi 16,2 nascono da gravidanze ottenute con la fecondazione artificiale.

L’Italia continua a invecchiare. Il rapporto 2009 mostra la tendenza all’invecchiamento della popolazione italiana. Una persona ogni cinque ha più di 65 anni, con punte regionali di oltre una ogni quattro in Liguria. Una ogni dieci invece ha più di 75 anni. Le donne sono la maggioranza, rappresentano il 53,8% della popolazione di 65-74 anni e il 62,8% degli over 75.
La Repubblica 17.03.10

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“Salute e cibo nella morsa della crisi” ,di Roberto Turno
La crisi morde anche la salute degli italiani: due su tre non vanno dal dentista perché costa troppo, si alimentano peggio e mangiano più pane e pasta evitando frutta e verdura col risultato che l’obesità aumenta. Intanto gli anziani aumentano ma non l’assistenza a loro dedicata. E, segno del disagio sociale e del «mal di vivere», esplode il consumo di antidepressivi. La crisi morde e il Sud, più povero, precipita: aumenta l’incidenza dei tumori, le malattie del cuore sono al top. Per non dire della spesa sanitaria pubblica: il Sud spende di più e detiene il primato dei deficit. Ma i cittadini sono più insoddisfatti che al Nord.

L’Italia della salute è dunque sempre più spaccata in due. A ribadirlo, aggravando anzi il divario sanitario Nord-Sud, è il rapporto «Osservasalute 2009» dell’Università Cattolica di Roma. «Si conferma la progressiva divaricazione tra Nord e Sud. Le premesse per il futuro non sono rosee», spiega Walter Ricciardi, coordinatore dello studio presentato ieri a Roma. Anche perché «all’aggravarsi dei fattori di rischio non fa fronte un’adeguata strategia preventiva, né di diagnosi precoce e risposta terapeutica nelle regioni in difficoltà». Una beffa doppia.

Il rapporto mette in guardia dai pesanti effetti della crisi. «Fare economia» è un imperativo per i bilanci delle famiglie, per le fasce deboli è un’emergenza. Andare dal dentista – i denti il Ssn non li cura – è un lusso per il 39,7% delle famiglie, tanto più al Sud e per gli anziani. Ma «crisi» significa anche tirare la cinghia tutti i giorni per pranzo e cena: ci si arrangia con pane e pastasciutta, frutta e verdura costano sempre di più. L’alimentazione peggiora, altroché dieta bilanciata o “mediterranea”, e l’obesità cresce. La prevenzione, questa sconosciuta.

L’altra faccia della medaglia della crisi, ma non solo, è il boom dei consumi di antidepressivi: +310% dal 2000 al 2008. Certo incide la maggiore di coscienza per i disagi psichici, ma il ricorso agli antidepressivi è anche il risultato del disagio sociale sotto i colpi della crisi.

Ed ecco poi, versante parallelo, l’emergenza anziani. Un anziano su quattro in Italia vive solo (soprattutto al Nord), ma l’assistenza è sotto la soglia del bisogno (Sud in testa), anche se in crescendo. Mentre l’allungamento della vita pone in maniera drammatica il problema delle cure agli anziani e della non autosufficienza. Le più colpite dalla solitudine sono le donne over 65 (36,9%, contro il 13,6% degli uomini). Un rischio non solo sociale, la solitudine, più frequente a Trento (33,4%) e meno in Basilicata (22,9%). Con una rete di protezione sociale che non basta, e il Mezzogiorno resta in coda: le chance di assistenza domiciliare (Adi) sono meno della metà che al Nord (19,3 anziani su mille contro 43,8); e così vale per i posti letto in lungodegenza o di long term care. E tuttavia gli anziani esprimono i giudizi positivi più diffusi per le cure ricevute, senza distinzioni geografiche: il 39,8% è «soddisfatto» contro il 34,8% degli italiani di 40-64 anni.

L’emergenza Sud, d’altra parte, si conferma il problema irrisolto. Con una rete a strappi, se non inesistente, e un’organizzazione troppo spesso assente. Non sono un caso i “viaggi della speranza” in cerca di cure fuori regione, soprattutto verso il Nord.

La prevenzione che non fa cultura, lo stato di salute che peggiora, non solo perché la povertà al Sud e più diffusa e chi è povero è più esposto. La forbice Nord-Sud aumenta, è l’allarme di «Osservasalute». Lo dice il gradimento dei cittadini che dal 70% di soddisfazione in Trentino crolla al 14,6% in Calabria. Il Sud detiene il primato dei disavanzi sanitari e la spesa sanitaria corrente al Nord è il 5,56% del Pil, al Centro il 6,61%, al Sud il 9,73. Eppure, più spesa significa «minor gradimento» per i suoi destinatari, i cittadini. E ci sarà una ragione, o forse più d’una.
Il Sole 24 Ore 17.03.10

Salvaliste a un soffio dalla bocciatura alla Camera. Salvato dalle assenze nell'Udc. Franceschini furioso con i centristi

L’Udc salva il decreto “salvaliste”. E’ stato solo grazie alle assenze nel gruppo dei centristi che oggi alla Camera la maggioranza è riuscita a bocciare le tre pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. La Camera le ha bocciate con 259 voti a favore contro 272, sei solo in più della maggioranza richiesta.
«Una maggioranza risicata», commenta Bersani. E il capogruppo del Pd Franceschini, che in questi giorni aveva lavorato di concerto con tutte le opposizioni per garantire una presenza parlamentare massiccia contro il decreto, è furioso con i centristi. Al termine della votazione, ha sbattuto un pugno sul banco e ha scaraventato a terra il fascicolo del provvedimento. Poi si è sfogato con i vertici dell’Udc: «Se fossimo riusciti a bocciare quel decreto oggi, per il Pdl la campagna elettorale si sarebbe messa male», ha tuonato.

Dei 39 deputati dell’Unione di centro, solo ventidue hanno votato. Degli altri 17, due erano in missione: il leader Pier Ferdinando Casini e il presidente Rocco Buttiglione. Quindici invece i deputati che non hanno partecipato al voto e tra loro il segretario Lorenzo Cesa e il vicecapogruppo Michele Vietti che pure era stato il primo firmatario di una delle tre pregiudiziali che chiedevano lo stop all’iter del dl.

In aula erano presenti 532 deputati, di cui uno non ha votato, e la maggioranza richiesta era di 266 voti. Quasi compatta è stata la presenza del Pd: mancavano in aula solo tre deputati. E al gran completo era la compagine dell’Idv. Tutti e 24 i deputati dell’Italia dei valori erano presenti e hanno votato. Nel Pdl mancavano 51 deputati su 268, di cui 25 in missione. Dei 60 deputati della Lega nord 9 erano assenti e 5 di questi perchè in missione.

«Il leader Udc Casini ci spiega ogni giorno in televisione che la battaglia contro il governo non si fa nelle piazze ma in parlamento: peccato che proprio oggi avrebbe avuto una straordinaria occasione per contribuire ad una fondamentale vittoria parlamentare. La sua assenza, insieme a quella del segretario Cesa e si altri 15 deputati dell’Udc, ha determinato la bocciatura della pregiudiziale di costituzionalità al decreto salva liste. Ecco, dunque, cosa accade quando si predica bene e si razzola male», attacca Roberto Giachetti, segretario d’aula del gruppo del Pd a Montecitorio.

L’esame del decreto è stato rinviato a dopo le regionali. A oggi non risulta ancora calendarizzato.
L’Unità 17.03.10

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Via libera della Camera solo per le assenze dell’Udc

“Il leader Udc Pierferdinando Casini ci spiega ogni giorno in televisione che la battaglia contro il governo non si fa nelle piazze ma in Parlamento: peccato che proprio oggi avrebbe avuto una straordinaria occasione per contribuire ad una fondamentale vittoria parlamentare. La sua assenza, insieme a quella del segretario Cesa e di altri 15 deputati dell’Udc, ha determinato la bocciatura della pregiudiziale di costituzionalità al decreto salva liste. Ecco, dunque, cosa accade quando si predica bene e si razzola male”. Lo afferma Roberto Giachetti, segretario d’Aula del Gruppo del Pd a Montecitorio.

"La serrata del signor Tv", di Massimo Gramellini

A dieci giorni dal voto, la politica riempie i teatri e irrompe sul web, ritorna al passato e va nel futuro, ma diserta malinconicamente il presente: la televisione. Una situazione surreale, come se alla vigilia dei Mondiali chiudesse la Domenica Sportiva.
Chiunque osservi la scena da una prospettiva più evoluta della nostra, per esempio dallo Zimbabwe, vedrà conduttori televisivi che trasferiscono i talk show nelle piazze e politici in preda alla sindrome di invisibilità che chiamano i giornali per proporre e in qualche caso elemosinare interviste sui siti.

Sempre dallo Zimbabwe ci fanno notare il paradosso del direttorissimo del telegiornale governativo, che è appena andato a spiegare le proprie ragioni su Internet, partecipando al programma online di uno dei grandi epurati della tv, Enrico Mentana.

È un sistema rovesciato, l’effetto della scelta spaventata di una vecchia volpe che controlla lo schermo ma non riesce più a governarlo e perciò decide di spegnerlo. Berlusconi è e rimane il comunicatore di un mondo di cieli azzurri e bimbi sorridenti, il mondo dei rampanti Anni 80, il suo mondo, quello della pubblicità.

Di fronte alla durezza di una crisi epocale, che sta spostando il benessere da una parte all’altra del pianeta (e noi purtroppo ci troviamo dalla parte sbagliata) il capo del centrodestra si scopre senza un progetto e soprattutto senza un linguaggio intonato alle circostanze. Preso dal panico, ricorre allo strumento dei padroni deboli: la serrata. Certo, lo fa appoggiandosi a una legge demenziale come la par condicio, partorita dalla mente mediocre dei suoi oppositori. Ma lo fa, e con uno scopo preciso: zittire i tribuni della plebe, soprattutto Santoro. Non perché tema che lui o Travaglio provochino un travaso di voti da destra a sinistra: il premier è troppo intelligente anche solo per pensarlo. No, è allergico a Ballarò e Annozero perché sporcano i suoi cieli azzurri, tolgono energia al migliore dei mondi possibili, attizzano il discutere e il dubitare che sono nemici del fare. Meglio il silenzio degli indecenti alle chiacchiere distruttive che minano le certezze delle masse consumatrici, a cui il berluscottimismo ha fornito in questi anni l’unica ideologia comprensibile e desiderabile.

Berlusconi è convinto che i programmi che seminano dubbi diffondano angoscia, e che l’angoscia produca astensione, fuga, rifiuto. In realtà il conflitto produce risveglio, e avremmo tutti un dannato bisogno di scuotere questa Italia addormentata, insensibile ormai ai baci di qualsiasi principe azzurro, compreso lui. Il risultato paradossale della sua psicosi è il silenzio della tv, imposto dall’uomo che ha insegnato a tutti come si parla in tv. Quasi che l’elastico, che all’inizio della Seconda Repubblica lo aveva proiettato davanti agli altri di una spanna, ora lo abbia ricacciato all’indietro, riducendolo a una versione chirurgicamente evoluta di Forlani.
La Stampa 17.03.10

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“La sindrome del padrone”, di EDMONDO BERSELLI
La questione politica, e ormai anche strutturale e storica del rapporto fra Silvio Berlusconi e la giustizia, è diventata una questione di sistema, perché fra il premier e le articolazioni della magistratura è scattata la guerra totale.

Ormai Berlusconi sta accentuando il suo ruolo proprietario, in quanto il premier tratta da padrone le istituzioni giudiziarie e le autorità neutrali. Lo si vede con l’atteggiamento assunto verso la procura di Trani, trattata come un tassello del complotto che si starebbe sviluppando contro la presidenza del Consiglio, con una funzione schiettamente politica, e con le parole rivolte verso l’AgCom, considerata semplicemente come un pezzo dell’immensa manomorta berlusconiana.

Sotto questa luce, è l’intera Italia a essere di proprietà del capo del governo. Nel silenzio dell’opinione pubblica, e nella sostanziale acquiescenza delle opposizioni, Berlusconi ha aumentato a dismisura il suo potere, anzi, le sue proprietà. Si è sentito autorizzato a intervenire sull’Agenzia per le comunicazioni con l’atteggiamento e con le parole del padrone, insofferente di norme e convenzioni, e incapace di trattenersi: “Ma non riuscite neppure a chiudere Annozero?”. “È una questione di dignità”, dice al commissario Giancarlo Innocenzi, “Ti ho messo io in quel posto”. Quindi regolati di conseguenza. Il che dimostra la sua intuizione di essere, più che un politico, un imprenditore senza limiti etici, cioè con la possibilità di conquistare tutto, con la violenza di una funzione anti-istituzionale che si esercita giorno per giorno.

Si instaura così un nuovo triangolo delle mille sfortune, tra la presidenza del Consiglio, la magistratura e l’Agenzia per le comunicazioni. Al centro del triangolo si è collocato, con la sua consueta forza strategica, il premier Berlusconi. Ormai da anni sta insistendo che in Italia c’è un problema da risolvere, ed è quello del rapporto fra la politica e la magistratura. “Alcune procure”, secondo il premier, che non ne ha mai citata una, composte da “toghe rosse”, da “giudici comunisti”, stanno conducendo una battaglia “contro la democrazia”, nel tentativo di liquidare per via giudiziaria il capo del governo.
In queste condizioni, il “padrone” Berlusconi tenta di frenare il funzionamento dei processi che lo riguardano, come quello contro l’avvocato inglese Mills e i processi All Iberian e i diritti televisivi. Ma dal sistema penale spuntano casi giudiziari a iosa, in modo anche casuale come quello di Trani, per cui a suo modo, nella sua logica proprietaria, Berlusconi ha ragione: come è possibile che, possedendo tutto, gli sia impossibile controllare tutto ciò che possiede o crede di possedere in virtù del voto popolare, compresi i processi e le inchieste giudiziarie? E come mai non è possibile, da parte sua, padrone assoluto dei media, controllare il sistema televisivo e i programmi politici di approfondimento e di dibattito? Che ci sta a fare l’Agenzia per le comunicazioni, se non esegue i comandi che vengono dall’alto? Naturalmente Berlusconi ignora, volutamente, la complessità del sistema della comunicazione pubblica. Ai suoi occhi basterebbe una telefonata all’Innocenzi di turno per stroncare un programma come quello di Michele Santoro (o come il salotto di Floris o della Dandini), considerato da mesi una delle “fabbriche di odio” nei confronti del premier e del Popolo della libertà.

È una situazione disperata, quella di Berlusconi, che lo induce a gesti disperati, o almeno terribilmente disinibiti, nel senso che fanno a pezzi il tessuto generale delle istituzioni del nostro Paese. Il “padrone” non riesce più a comandare, il suo partito si sta sfaldando, e i vari cacicchi cercano un’area di autonomia personale e politica. Berlusconi teme una “sindrome francese” e una sostanziale non vittoria alle elezioni regionali. Paradossale situazione del padrone che non riesce a spadroneggiare fino in fondo, pur cercando di farlo in tutti i modi. C’è una contraddizione intrinseca nell’azione di Berlusconi, e la formula proprietaria o “padronale” la riassume tutta, senza risolverla. Ma la questione è: in una democrazia può il capo del governo rivolgersi come un padrone alle autorità di garanzia?
La Repubblica 17.03.10

"Perchè l'Italia ha bisogno di Womenomics", di Daniela Del Boca

Tradizionalmente l’auspicio di una maggiore integrazione delle donne nel mondo del lavoro si fonda su principi di equità. Ora alcuni saggi sostengono che la valorizzazione delle donne risponde anche a criteri di efficienza economica. Un approccio particolarmente interessante per l’Italia, dove la partecipazione femminile è assai scarsa, le donne difficilmente arrivano ai vertici di aziende e istituzioni e anche la fertilità è bassa. Politiche e interventi che sostengano le scelte di lavoro e di famiglia possono far bene anche al nostro Pil.
Nell’ultima settimana sono usciti due libri dal titolo molto simile: Rivoluzione Womenomics e Womenomics. (1)
Di che cosa si tratta?

DONNE ED ECONOMIA

La womenomics è stata introdotta da Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, e ripresa dall’Economist per definire la tesi che motiva l’esigenza di una maggior integrazione delle donne nell’economia non in base solo aprincipi di equità, ma anche in base a principi di efficienza economica.
Fino a qualche anno fa, la maggior parte degli interventi a favore di una maggiore integrazione delle donne nel mondo del lavoro si appellava ai principi di equità. Integrare e valorizzare le donne andava fatto perché era giusto. Ora, con questo e altri saggi e con interventi recenti che ne condividono l’approccio, si cambia il punto di vista. (2) Una maggiore integrazione e valorizzazione delle donne non risponde solo a principi di equità, ma risponde anche a criteri di efficienza economica.
Lo studio di Matsui si concentrava soprattutto sull’economia giapponese, da tempo in declino e caratterizzata da una partecipazione delle donne al lavoro e da una loro presenza nei ruoli direttivi tra le più basse fra i paesi sviluppati. Il Giappone è molto simile all’Italia. In ambedue i paesi troviamo insieme alla scarsa partecipazione femminile al lavoro, una bassa natalità e un forte ristagno economico. L’Italia è, in Europa, tra i paesi con i risultati peggiori in termini di differenziali di genere, in particolare con riferimento a lavoro e politica. Questo evidenzierebbe, specialmente per il nostro paese, un potenziale di crescita che un maggiore e migliore impiego delle capacità femminili consentirebbe di mettere a frutto. Chiudere il gap tra presenza maschile e femminile nel mondo del lavoro contribuirebbe anche ad alleviare il problema pressante della sostenibilità delle pensioni: l’aumento del numero degli occupati fra le persone in età lavorativa, infatti, ridurrebbe il cosiddetto “rapporto di dipendenza”, ossia quello fra pensionati e lavoratori.

IL CASO ITALIA

Un approccio di questo tipo è particolarmente importante per l’Italia, soprattutto in una fase in cui la posizione delle donne sembra peggiorare invece di migliorare. Secondo i dati Istat 2009, non solo il tasso di partecipazione femminile fermo nell’ultimo decennio al 46 per cento è in lieve diminuzione, ma anche il tasso di disoccupazione scende, soprattutto nelle regioni del Sud, un segnale di scoraggiamento e rinuncia.
Il Gender Gap Index 2009 vede l’Italia al settantaduesimo posto, in caduta rispetto alle posizioni degli anni precedenti. Tra le donne, l’incidenza del precariato è cresciuta ed è oggi di più del 20 per cento, il doppio dei maschi. I tassi di natalità restano bassissimi e in lieve discesa negli ultimi due anni, mentre la povertà è in crescita tra le famiglie monoreddito: oggi i monoreddito sono il 72 per cento del quintile più basso e il 10 per cento del quintile più alto.
Infine, le donne italiane sono meno rappresentate politicamente e meno rappresentate ai vertici delle istituzioni e delle carriere rispetto ad altri paesi. Secondo le statistiche della Commissione europea, il nostro paese è ventinovesimo (su trentatre censiti) per numero di donne presenti nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa. La composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne.
Eppure, anche in Italia le donne mostrano in vario modo il loro desiderio di investire nel lavoro. Come nella maggior parte dei paesi sviluppati, i tassi di istruzione femminili sono più alti di quelli maschili, le ragazze escono con voti migliori e arrivano ai titoli di studio in un tempo più breve. Escono anche prima dalla famiglia d’origine: almeno due-tre anni in media prima dei coetanei maschi.
Se a metà degli anni Novanta le donne italiane intorno ai trent’anni che avevano già formato una unione di coppia erano circa il 65 per cento, nel 2009 quel valore è sceso a un terzo, uno dei più bassi d’Europa, mentre l’età media alla nascita ha superato 30 anni, una delle più alte d’Europa.
Tutto ciò è segno dell’impegno e del desiderio delle donne di partecipare in modo attivo e continuativo al mercato del lavoro, ma anche del caro prezzo che stanno pagando. Perché allora le imprese non cercano di sfruttare di più questo capitale umano e questo potenziale di lavoro altamente qualificato?
Non solo le ricerche macro mostrano una relazione tra occupazione femminile e crescita economica, le ricerche micro mostrano che sono proprio i gruppi di lavoro “misti” a essere più produttivi dei gruppi tutti maschili o tutti femminili. (3) Se nella maggior parte delle imprese, ma – aggiungiamo noi – anche nella maggior parte delle istituzioni, i comitati esecutivi e i consigli d’amministrazione sono formati esclusivamente da maschi fra i 50 e i 65 anni, il reclutamento e le progressioni di carriera femminili seguono i criteri del genere dominante e sono basati su quella cultura e quel linguaggio.
Tuttavia, aggiungiamo ancora noi, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro è stato anche il risultato di una “mascolinizzazione” dei modelli femminili, mentre niente di analogo è avvenuto nei modelli di carriera e negli stili di leadership maschili. Da un lato, le culture aziendali sono rimaste caratterizzate da modelli, da stili e da tempi di lavoro “maschili”, anche quando le imprese hanno cominciato a popolarsi di schiere di personale femminile. Dall’altro, come mostrano i confronti internazionali, alla crescita della partecipazione al lavoro femminile è corrisposta una scarsa o nulla crescita della partecipazione degli uomini al lavoro domestico e di cura dei figli anche quando le donne lavorano con orari simili e in particolare in Italia.
In questo quadro è importante cercare di rendere le politiche di conciliazione, part-time e congedi di genitorialità, più gender-neutral. Servono cioè politiche o interventi che sostengano le scelte di lavoro e di famiglia di uomini e donne. Nei paesi scandinavi e in Francia, le politiche pubbliche sostengono uomini e donne che lavorano: i congedi non troppo lunghi sono fruibili da ambedue i genitori, anche part time, sono stati introdotti servizi di vario genere e tipologia per i genitori, è previsto il telelavoro da casa, sempre per ambedue i genitori. E in quei paesi, la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la fertilità sono più alte che nel resto d’Europa.

(1) A. Wittenberg-Cox e A Maitland Rivoluzione Womenomics, Il Sole 24Ore, 2010 eClaire Shipman eKatty KayWomenomics, Cairo 2010.
(2) Ferrera M. Il fattore D, Mondatori 2007
(3)Come mostrano i calcoli di una ricerca di Goldman Sachs citata in Rivoluzione Womenomics, colmare il gap occupazionale di genere potrebbe produrre incrementi del Pil del 13 per cento nell’Eurozona, del 16 per cento in Giappone e ben del 22 per cento in Italia.
La voce.info

Oggi, 32 anni dopo

Il 16 marzo 1978 un commando delle brigate rosse, rapiva Aldo Moro massacrando la sua scorta. “Parliamo sempre di un sistema politico in continua transizione iniziata con l’interruzione del processo che Moro stava costruendo. In quel momento iniziò la disintegrazione del sistema politico precedente e siamo ancora alla ricerca di una stabilità vera nella democrazia italiana”. Lo ha detto la vice presidente della Camera Rosy Bindi che, insieme al vice presidente del Senato Domenico Nania ha deposto una corona d’alloro in via Fani in ricordo delle vittime uccise durante il rapimento di Aldo Moro.
La Bindi ha deposto anche una seconda corona, quella del Pd, insieme al segretario nazionale del partito Pier Luigi Bersani.

Nel sottolineare che ”via Fani ha privato tante famiglie dei propri cari” Bindi ha detto che “Aldo Moro è stato tolto alla sua famiglia e a tutto il Paese in un momento in cui stava costruendo una fase importante della nostra vita democratica. Si stava portando a compimento la democrazia attraverso una reciproca legittimazione a governare dei due grandi partiti del momento. Chi interruppe quel processo si è reso responsabile anche dei problemi che oggi il sistema politico italiano continua a vivere”.

Nel ricordare il 16 marzo del 1978, Vanino Chiti, vicepresidente del Senato, ha dichiarato che “col rapimento di Aldo Moro e il massacro della sua scorta, la democrazia italiana subì un attacco tra i più gravi della sua storia. I terroristi delle Brigate Rosse con la violenza e la strage operarono contro il popolo italiano e la nostra democrazia, in una fase difficile e delicata caratterizzata a livello politico dalla esperienza dei governi di solidarietà nazionale”.

“L’Italia senza Aldo Moro non fu più la stessa e il passaggio all’alternanza nel governo del Paese conobbe altri percorsi, non più guidati dalle forze politiche che avevano vinto il fascismo e costruito la Repubblica.
A 32 anni dal rapimento di Aldo Moro e dall’atroce uccisione dei cinque uomini della sua scorta – i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi – dobbiamo ricordare, facendone una occasione di memoria condivisa del nostro popolo, quale tributo di sangue sia stato pagato per difendere la libertà e la democrazia”.

“Il mio pensiero – ha sottolineato Chiti – va ad Aldo Moro: alla sua figura di statista e politico, sempre impegnato nella ricerca del dialogo, del confronto, di possibili intese; alla sua capacita’ intelligente e fiduciosa di guardare al futuro, al suo forte senso delle istituzioni e dello Stato. E va al sacrificio dei cinque carabinieri e poliziotti, ragazzi e padri di famiglia, che quel giorno persero la vita per servire il nostro Paese”.
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Università. Ghizzoni (Pd), drastico taglio a risorse promesse da Scudo Fiscale

“Ancora un’offesa per il sapere e la cultura italiana: ben 160 milioni destinati alla ricerca e alle università tra quelli rientrati con lo Scudo Fiscale si sono volatilizzati. Tenacemente, si persegue la politica di affossare il sistema della formazione superiore in Italia”.
Ne dà notizia la capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, la quale spiega che “questo ulteriore e allarmante taglio emerge dal DPCM sull’utilizzo del Fondo derivante dal cosiddetto Scudo Fiscale. Lo scorso dicembre 400 milioni derivanti da questo gettito erano stati destinati al reintegro delle risorse ordinarie trasferite dallo Stato alle Università, ampiamente saccheggiate dalla Finanziaria con l’incredibile taglio di 700 milioni. Oggi il ministero dell’Economia mette nero su bianco che non 400 ma solo 240 milioni saranno destinati agli atenei e non si ha notizia dei restanti 160. Chissà se il ministro Gelmini è stata informata della decisione di usare ancora una volta la scure contro le università: visto che fino ad ora ha disatteso tutte le promesse fatte sui finanziamenti, non ci stupiremmo se avesse avallato anche questa scelta scellerata dannosa per il sistema universitario, per chi vi lavora, per chi vi studia ma, soprattutto, per il futuro del Paese”.