Che succede con l’utero in affitto in Kerala e nel Rajasthan? L’inquietante interrogativo potrebbe dominare domenica la trasmissione «Report» di Milena Gabanelli. La quale, non potendo trasmettere gli altri servizi nel cassetto perché finiscono sempre per toccare la politica (qui c’è un deputato o un senatore, qui un ministro o un assessore…) non se la sente di mandare in onda reportage su semafori, datteri o colibrì. Ci sono le elezioni: non si parla di politica.
Il Consiglio di amministrazione della Rai, invitato dal presidente della Commissione di vigilanza parlamentare Sergio Zavoli a prendere atto della sentenza del Tar e a sospendere il regolamento varato dall’Autorità garante per le comunicazioni che «interpreta» la legge sulla par condicio (70ª interpretazione in dieci anni) vietando tutti i talk show, da «Porta a Porta» ad «Annozero», ha restituito la palla: diteci voi cosa fare. Il tempo di riunirsi e forse, chissà, la palla sarà ridata al Cda. Che potrebbe chiedere lumi al Tar. E questi, vedi mai, al Consiglio di Stato. E da qui di anno in anno alla Cassazione. Alla Corte costituzionale. E su su fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. All’Onu.
Nel frattempo, forti della sentenza citata, le tivù private potranno mettere in cantiere tutti i talk show che riterranno utili. Purché rispettino, ovvio, un minimo di buonsenso e accortezza nella distribuzione delle diverse opinioni. E se non la rispetteranno? Si vedrà. Quale sia la realtà, bollata come «squilibrata» dalla stessa autorità di garanzia, lo dicono i dati dell’Osservatorio di Pavia. Che ha visto nel 2009 non solo i tiggì Mediaset (record al Tg4: 81% contro il 12,5) ma anche quelli del servizio pubblico (tolto il Tg3) dedicare la stragrande maggioranza dei servizi al governo e al centrodestra e spazi assai ridotti all’opposizione. C’è chi dirà: è sempre andata così. Con indignazioni a targhe alterne. Verissimo. Il Tg ammiraglio Rai, per dire, si è spinto ad appiccicare applausi finti (sbertucciati da «Striscia») non solo al Cavaliere all’Onu. Né si possono dimenticare episodi come le sei-interviste- sei a esponenti dell’Ulivo in uno stesso tiggì. Era giusto? Lasciamo la risposta allo stesso Berlusconi quando aveva tre tivù tutte sue ma era all’opposizione: «Con un terzo dello spazio al governo, uno alla maggioranza, uno alla minoranza la sinistra finisce per aver spazi doppi: è una prepotenza».
Aveva ragione. Ed è un peccato che non se ne sia ricordato in questi giorni, mentre certe intercettazioni, forse penalmente irrilevanti, consigliavano a maggior ragione un via libera alla sfida aperta dei dibattiti tivù. Gli italiani hanno in media 43 anni. Immaginare che non sappiano pesare Vespa e Santoro, Floris e Paragone, non è solo assurdo: è un po’ offensivo. E in ogni caso l’intervento diretto del Cavaliere fa cadere una volta per tutte il velo sulla promessa iniziale: «Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari». Non è andata così. Quanto agli uomini «di garanzia» piazzati ai vertici della Rai e della Commissione di Vigilanza, continuino pure a passarsi la palla. Ma se secondo loro il blocco dei talk show è davvero una menomazione alla democrazia che richiama addirittura il «filo spinato» (così si è avventurato a dire Zavoli) come possono rimanere al loro posto un solo minuto in più?
Il Corriere della Sera 16.03.10
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"Ferie e retribuzioni, orario e sicurezza così si estende il rischio-arbitrato", di Roberto
Una «legge-minestrone» l´ha definita Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del Pd. Di certo non brillano per chiarezza le nuove norme sul processo del lavoro approvate dal Parlamento. Lì c´è di tutto: dalla delega per i lavori usuranti, alla certificazione dei contratti, all´abbassamento dell´età dell´obbligo scolastico, fino all´estensione dell´arbitrato anche per le controversie riguardanti i licenziamenti, quelli protetti (almeno per una parte dei lavoratori) dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
È l´arbitro il grande protagonista della nuova legge. Sarà lui a poter decidere senza possibilità di appello e secondo «equità», libero dai vincoli a tutela dei diritti previsti dalle leggi stesse. Ha scritto Tiziano Treu, ex ministro nei governi di centrosinistra, sul Diario del lavoro: «Sarebbe come ammettere che si possa rinunciare alle ferie, agli orari massimi, alle norme di sicurezza, e alla tutela dei licenziamenti ingiusti».
Saranno le parti (il datore di lavoro e il lavoratore), tuttavia, a decidere se ricorrere al giudice oppure alla via arbitrale attraverso la sottoscrizione della cosiddetta “clausola arbitrale”. Un paletto è stato messo con il rinvio alle procedure previste dai contratti, ma intanto non è affatto escluso il ricorso individuale all´arbitro. È vero che l´accordo tra le parti dovrà essere certificato da una commissione istituita ad hoc. Ma va da sé che un certificatore non potrà che prendere atto della volontà delle parti. Il punto è che di fronte all´assunzione, al rinnovo di un contratto a termine o alla perdita del lavoro (si pensi per esempio ai lavoratori extracomunitari con il rinnovo del soggiorno a rischio) il lavoratore sarà disposto ad accettare qualsiasi proposta dell´imprenditore. Proposta, sia chiaro, prevista propria dalla nuova legge.
L´arbitrato sarà possibile anche per le controversie nel pubblico impiego. E qui il contrasto con l´articolo 97 della Costituzione che rinvia tutta la materia alla legge appare a molti giuristi macroscopico. «Un arbitro così libero da vincoli – secondo Treu – potrebbe prendere decisioni nocive, anche gravemente, per il buon andamento della pubblica amministrazione». Tant´è che in zona Cesarini il governo ha accettato un ordine del giorno del Parlamento che lo impegna a ridurre al minimo le possibilità di ricorso all´arbitro nelle controversie nella pubblica amministrazione.
Per i lavoratori atipici (quelli con i contratti a tempo determinato, i collaboratori o i lavoratori interinali) sarà più difficile ricorrere al giudice contro il licenziamento anche se nullo perché discriminatorio, o inefficace, per mancanza della forma scritta. I tempi sono stati ristretti: 60 giorni, dopodiché scadrà il diritto. Facile immaginare che molti di questi lavoratori aspetteranno il più possibile, sperando di vedersi rinnovare il contratto, prima di presentarsi dal giudice. E spesso ci arriveranno a tempo scaduto.
Nella legge-ministrone, si abbassa anche l´età dell´obbligo scolastico: dagli attuali 16 anni a 15, in controtendenza rispetto all´Europa. L´ultimo anno di scuola, infatti, si potrà frequentare lavorando come apprendista in una bottega artigianale, in un´officina o in un salone di parrucchiere.
Infine, l´ennesima delega sulla tormentata vicenda dei prepensionamenti dei lavori impegnati in attività usuranti: entro tre mesi dall´entrata in vigore della legge, il governo stabilirà i nuovi criteri.
La Repubblica 16.03.10
La destra non rinuncia al bavaglio sull'informazione
Il CdA Rai dopo la sentenza del TAR rifiuta di far tornare in onda i talk show. Voto contrario e dichiarazione congiunta dei consilgieri vicini al centrosinistra. Orfini e Gentiloni: “Siiamo al suicidio della Rai”. Sono bastati solo pochi minuti al Cda della Rai per ribadire il No ai talk show politici in Tv. Cinque voti contro quattro hanno rimarcato quanto stabilito quasi un mese fa e fatto capire come la sentenza del Tar, che bocciava la censura dei dibattiti politici, fosse solo un piccolo ostacolo da non considerare. Insomma una conferma di coerenza da parte della maggioranza: senza regole e senza ritegno, ma con il bavaglio all’informazione.
Matteo Orfini, responsabile Cultura e Informazione della
segreteria Pd attacca: “Dalla maggioranza del Cda Rai arriva una decisione sbagliata che danneggia
l’azienda e priva gli utenti di un servizio importante, specie nel periodo elettorale. La maggioranza di destra, prima in commissione di Vigilanza poi in Consiglio di amministrazione, ha messo un bavaglio all’approfondimento.
Un regolamento che è stato giudicato palesemente illegittimo prima dal Tar poi dall’AgCom. Si è creata una situazione di grande difficoltà per l’azienda pubblica radiotelevisiva e un duro colpo per la libertà
d’informazione. Invitiamo, perciò, la maggioranza di destra ad un atto di responsabilità, affinché riprendano le trasmissioni prima della chiusura della campagna elettorale”.
Non ci sarà dunque nessun ritorno in video, per il momento, di Porta a Porta, di Annozero e di Ballarò e sarà la Commissione di Vigilanza a dover decidere sul regolamento della par condicio dopo la sentenza del Tar che ha accolto il ricorso di Sky e La7 sul regolamento dell’Agcom per le tv private.
La motivazione si legge in una nota ufficiale: “Alla luce delle ordinanze del Tar in relazione alla regolamentazione in materia di informazione e comunicazione politica in periodo elettorale, il Consiglio di Amministrazione della Rai, dopo un ampio dibattito, ha approvato a maggioranza la delibera con la quale ha dato mandato al Direttore Generale di acquisire al più presto dalla Commissione Parlamentare per l’Indirizzo Generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi le valutazioni di competenza, cui la Rai dovrà adeguarsi».
Alla grande delusione mostrata dal presidente Rai, Paolo Garimberti si è aggiunta un forte disappunto da parte dei consiglieri vicini alle opposizioni: Rodolfo De Laurentiis, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten che hanno congiuntamente dichiarato: ”Esprimiamo il nostro voto contrario perché si tratta di una decisione dilatoria che non sana la forzatura di interpretazione del regolamento compiuta quando a maggioranza fu decisa la sospensione di quattro trasmissioni di approfondimento. L’ordinanza del Tar sulla delibera dell’Agcom e l’invito della stessa Autorità di Garanzia a riconsiderare la delibera assunta dal Cda avrebbero dovuto indurre la Rai a ricollocare in palinsesto da subito gli approfondimenti informativi. Siamo tra l’altro convinti che la conferma della sospensione rende concreto il rischio per l’Azienda di sanzioni”.
Duro anche Paolo Gentiloni, presidente del Forum Ict del Pd: “La Rai sarà dunque l’unica televisione senza programmi di informazione politica durante la campagna elettorale, ossia nel momento di maggiore interesse per l’opinione pubblica. E’ una decisione scandalosa, un autentico suicidio per la Rai appena mascherato dallo scaricabarile sulla commissione di Vigilanza. A questo punto il rinvio alla Vigilanza appare infatti come un
mero alibi, visto che il Cda avrebbe potuto decidere autonomamente la fine del black out. Siamo di fronte a una chiara violazione degli obblighi di servizio pubblico, oltre che della legge sulla par condicio e per questo mi
auguro che AgCom intervenga per imporre, sia pure all’ultimo minuto, un cambio di rotta anche alla Rai”.
E Fabrizio Morri, capogruppo PD nella Commissione di Vigilanza accusa i consiglieri RAI di “rimandare fintamente la palla alla vigilanza Rai dove la maggioranza di centrodestra, esattamente come loro, ci dirà che il regolamento non si tocca e che spetta al Cda Rai
decidere. Come si vede siamo alla commedia dell’ipocrisia che si spinge fino a danneggiare pesantemente una azienda come la Rai per correre dietro alle ossessioni televisive del presidente del Consiglio. Berlusconi, infatti, è
pronto pur di non avere trasmissioni ritenute scomode, a chiudere anche il programma di Vespa, a violare la Costituzione e a calpestare il diritto di fare informazione e di essere informati”.
Vincenzo Vita, senatore PD e componente della Vigilanza mette sul banco d’accusa il conflitto d’interessi: “Il Cda è un organo di amministrazione e con la scelta assunta favorisce di fatto la concorrenza. Di tutto questo dovrà rispondere nelle sedi competenti. E si è in violazione del contratto di servizio, tema sul quale ha competenza l’Autorità per le Comunicazioni”. Un brutto cortocircuito.
www.partitodemocratico.it
"Cambia il liceo e i libri impazziscono. Editori in rivolta: stampiamo alla cieca", di Stefano Parola
“Stiamo andando sul trapezio senza rete”. Ulisse Jacomuzzi, che di mestiere stampa libri scolastici attraverso la sua Sei e che è anche presidente del gruppo degli editori del settore, usa una metafora.
Lui e i suoi colleghi hanno dovuto giocare d’azzardo sul prossimo anno scolastico. Perché i testi dei ragazzi che, a settembre, faranno prima superiore li hanno preparati alla cieca: il riordino della secondaria di secondo grado è partito, gli istituti stanno raccogliendo le iscrizioni, ma cosa dovranno effettivamente studiare gli alunni ancora non si sa, perché i programmi dell’anno prossimo paiono essersi persi nei meandri del ministero dell’Istruzione. “Prima ci hanno detto che erano pronti a metà ottobre, poi a fine ottobre, poi a novembre. Ora siamo a metà marzo e ancora non ne sappiamo nulla”, spiega Michele Lessona, presidente di De Agostini Scuola. Solo ieri sono uscite le bozze delle indicazioni nazionali per il sistema dei licei, che saranno oggetto di una vasta consultazione e poi verranno riesaminati – eventualmente corretti – da un’apposita commissione per la redazione definitiva.
Eppure i libri scolastici hanno bisogno di tempo per essere pensati, scritti, impaginati e stampati in tempo per finire a maggio nelle mani dei professori che decideranno se adottarli o meno. Gli editori hanno dovuto prepararli in autunno e poi giocare d’astuzia. Orecchie dritte per captare indiscrezioni provenienti da viale Trastevere, giri di telefonate tra colleghi. Marco Griffa, amministratore delegato della Loescher, ha puntato sull’interpretazione dei quadri orari: “Alcuni sembravano ispirati alla riforma Moratti, altri al periodo Fioroni, così abbiamo seguito un po’ le indicazioni dell’epoca. Ma il rischio industriale non è indifferente”.
Il motivo lo spiega il presidente Jacomuzzi: “Se prima nel biennio c’erano tre ore di fisica e da settembre ne restano solo due, è chiaro che i programmi cambiano. Su alcune materie, come l’italiano, è presumibile che le nostre proposte possano funzionare, sulle materie scientifiche no. Così ognuno si è attrezzato. Ora noi i libri li stiamo pubblicando, ma quanto saranno effettivamente aderenti alle esigenze dei docenti resta da verificare”.
Un esempio: il corso di storia del primo biennio si chiude all’anno Mille o al Quattordicesimo secolo? O ancora, l’accorpamento di storia e geografia implica due voti e due libri separati oppure no? Senza contare le materie nuove: le “scienze integrate” le insegna il professore di chimica o quello di fisica? E soprattutto: serve un libro unico? “Per avere indicazioni chiare – dice Lessona – avremmo avuto bisogno di informazioni definitive al più tardi ad aprile dell’anno scorso mentre è probabile che non sapremo nulla di definitivo ancora per un po’. In Polonia hanno attuato un riordino simile e di mesi di preavviso ne hanno dati diciotto”.
In ogni caso, gli editori scolastici ci hanno provato. Molti faranno dei libri sbagliati, i professori li ignoreranno e loro saranno costretti mandarli al macero. E i 30 mila dipendenti del settore tremeranno per il timore di perdere il posto. Una situazione che Lessona sintetizza così: “E come se io producessi un’auto a sei ruote e, il giorno prima di aprire i mercati, mi dicessero che avrei dovuto farla con quattro. Significa che nelle nostre aziende decine di persone hanno lavorato per nulla e che abbiamo buttato il denaro investito nel lavandino”. Anche perché per i docenti delle superiori è sempre in vigore l’obbligo di adottare lo stesso libro di testo per sei anni consecutivi. “Vuol dire – commenta l’ad della Loescher, Griffa – che, per l’editore che lo azzecca, il libro dura sei anni e gli altri rimangono senza mercato. Questo ritardo nei regolamenti indubbiamente creerà crisi nel nostro settore”.
La Repubblica 16.03.10
Non è par condicio, è un bavaglio
Il TAR del Lazio boccia il regolamento AgCom per le regionali. Bersani e Zavoli: “La RAI riveda il suo regolamento”. E per Minzolini intercettato la Bindi chiede la revoca.
Le norme volute dall’AgCom per le regionali? Non si trattava di par condicio, ma di un vero e proprio tentativo d’imbavagliamento della libertà di informazione e del diritto per i cittadini di essere informati. Lo ha dimostrato il Tar del Lazio che ha bocciato il regolamento dell’Agcom per le tv commerciali, accogliendo il ricorso mosso da Sky e La7. Nella loro richiesta di sospensiva, le due emittenti avevano fatto ricorso contro la delibera che limitava l’informazione politica durante la campagna elettorale. Per il Tar i talk-show e i programmi di approfondimento possono regolarmente tenersi anche nel periodo elettorale, tenendo conto delle norme della par-condicio.
L’Agcom si era mossa in analogia con quanto previsto dal nuovo regolamento emanato dal Cda Rai, che sottoponeva tutti i programmi d’informazione alle regole della comunicazione politica e prevedeva che i talk show dovessero ospitare tutti i candidati delel forze presenti in alemno 4 regioni o essere sostituiti dalle tribune politiche. Così il Cda Rai aveva deciso, a maggioranza, di sospendere trasmissioni come Annozero, Ballarò e Porta a Porta. Con la sentenza del Tar, le televisioni private e commerciali potranno garantire il dibattito mentre la Rai no. “Il cda Rai deve fare indietro tutta e rivedere il regolamento” dice il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani. Parole poi seguite da quelle dello stesso tono del presidente della Commissione di Viglanza, il senatore PD ed ex presidente della Rai Sergio Zavoli, nella giornata di ieri.
Ed oggi si riunisce in via straordinaria il CdA.
“Una norma-bavaglio imposta dalla destra in commissione di Vigilanza Rai” commenta Paolo Gentiloni, presidente del forum ICT del PD.
Sicuramente una disposizione in contrasto con la legge sulla par condicio, che distingue chiaramente tra programmi di informazione e tribune elettorali e che violava apertamente la sentenza 155 della Corte Costituzionale.
A questo punto, visto che i principi che regolano l’informazione e la comunicazione politica nel periodo elettorale sono comuni per la concessionaria pubblica e alle televisioni private, è l’Agcom stessa, per voce del commissario Michele Lauria, ad invitare la commissione di vigilanza Rai a riammettere i programmi di approfondimento politico sulle reti pubbliche.
Per Michele Meta, capogruppo del Pd in commissione Telecomunicazioni alla Camera “avendo chiarito che l’informazione non è comunicazione politica, il Tar ha semplicemente rimosso l’insolita presunzione della maggioranza di chiudere programmi di informazione liberi e al servizio dei cittadini. Il Cda RAIconvocato in via straordinaria si deve assumere la responsabilità di aver accettato il bavaglio ai programmi d’informazione politica e che debba liberarsi del filo spinato rimediando ad uno squilibrio ormai evidente, figlio di pressioni mai esercitate prima di oggi dal Governo”.
Per l’ex consigliere della RAI e vicepresidente dei senatori PD Luigi Zanda il l Tar del Lazio “ripristina la legittimità nei programmi delle televisioni commerciali, ma obbliga la Rai ad adeguarsi immediatamente, superando la brutta La decisione del Tar è arrivata lo stesso giorno in cui il Fatto Quotidiano ha pubblicato l’impressionante notizia di un procedimento della Procura di Trani dalla quale risulterebbe che il presidente Berlusconi sia solito esercitare pressioni sul commissario AgCom Giancarlo Innocenzi, sul direttore del Tg1 Augusto Minzolini e sul direttore generale Rai Mauro Masi con l’obiettivo di chiudere trasmissioni come ‘Annozero’ di Michele Santoro e ‘Parla con me’ di Serena Dandini. Il Fatto Quotidiano riferisce che si tratterebbe di interventi talmente violenti che Mauro Masi avrebbe detto
che certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbawe!. L’indagine da oggi sarà seguita da un pool di 4 magistrati e Rosy Bindi ha subito chiesto la revoca del direttore del TG1. per Zanda le notizie che emergono dall’indagine di Trani non sono degne di una
democrazia parlamentare, costituiscono una conferma sia del processo di spappolamento dello Stato messo in atto dal governo Berlusconi (a che serve un’Autorità indipendente se al suo interno ci sono commissari prendono ordini direttamente dal Presidente del Consiglio?), sia la totale inutilità della legge Frattini sul conflitto di interessi”.
Si metterebbe, così, fine ad una situazione di oscuramento informativo. Nel momento in cui scoppiava il caos liste, in cui il Governo approvava un decreto legge per riammettere le liste della sua coalizione in Lazio e Lombardia, i cittadini hanno avuto come unica fonte di informazione i tg. Nessun programma che potesse sviscerare i perché di questa situazione, oltre i 3 minuti di un servizio televisivo.
"Fas, ecco il bancomat del governo milioni per opere che vanno a pezzi", di Antonello Caporale
Da Como a Messina, fondi a pioggia per le aree sottoutilizzate. Denuncia di Report. E in Sicilia c´è un superingegnere onnipresente nei progetti. C´è un uomo che asfalta l´Italia. Un solo uomo che crea, progetta, a volte collauda, sempre verifica, infine inaugura. Si chiama Antonino Bevilacqua, e il suo curriculum è luce luminosa nel deserto ingegneristico italiano. É siciliano di Palermo, dunque e anzitutto la Sicilia è sua. Non si è occupato solo di 9 lotti della Palermo-Messina, ma anche di altri 2 della Siracusa-Gela. É stato progettista della Agrigento-Caltanissetta, della Ragusa-Catania-Comiso, della Circumetnea, dell´aeroporto mai realizzato di Agrigento, di un maxi lotto nel quadrilatero delle Marche, del ponte di Ortigia a Siracusa, della tratta ferroviaria Palermo-. Agrigento. É stato il direttore dei lavori della Catania-Siracusa, di 2 macrolotti della Ionica 106 e altri 2 della Salerno-Reggio Calabria, di un lotto del raccordo anulare di Roma, del passante ferroviario di Palermo.
E ancora: si è occupato del ponte sul Simeto e degli svincoli autostradali di Giostra. Ma l´ingegner Bevilacqua è anche professore universitario, dal 2004 presiede l´Autorità Portuale di Palermo e ora si occuperà pure naturalmente dei lavori del ponte sullo Stretto. Insomma, un uomo del fare! Infatti Silvio Berlusconi l´ha voluto conoscere, e due volte l´ingegnere ha avuto il piacere di stringergli la mano. Da lui, dalla sua testa e dalle sue mani passa il meglio del meglio che l´amico Gianfranco Miccichè finanzia dalla postazione al Cipe.
Dove vanno i soldi. Anzi, come vengono spesi i soldi. O anche solo sprecati, dimenticati, ripuliti, risucchiati. Rompendo la lunga ibernazione informativa della Rai, Milena Gabanelli ieri sera è riuscita a mandare in onda (una mano gliel´ha data anche Antonio Di Bella, il direttore di Raitre) un´inchiesta minuziosa di Sigfrido Ranucci sul tragitto che compiono le molte milionate di euro. Un acronimo (Fas, fondi per le aree sottoutilizzate) li contiene e la mano della politica li destina. Ovunque ce ne sia bisogno e a prescindere, direbbe Totò. I Fas stanno aiutando Como, che economicamente non ha problemi. Con i Fas si vorrebbe ricostruire L´Aquila, con i Fas si inizia il cammino del Ponte sullo Stretto. E soldi, tanti, sono giunti per completare la Catania-Siracusa: un´opera utile, disegnata bene, realizzata meglio. A cui ha dato una mano anche l´azienda degli Ercolano, albero genealogico che riconduce a una unica tipologia di reato: associazione mafiosa. Protocollo della legalità si chiama l´arma che lo Stato impugna quando gli appalti si fanno difficili e gli appetiti assai sostenuti. Legalità?
Malgrado gli Ercolano, l´autostrada è stata completata. Una grande opera di cui il governo, sempre molto attento a questi impegni, non ha ritenuto di celebrare la nascita nel modo solito. Il nastro tricolore fu invece sforbiciato dal premier, alcuni anni fa, per rendere il giusto onore alla conclusione di un´opera trentennale: l´autostrada Messina-Palermo. Finita finalmente! Eccola qui. Sta già sprofondando. Avvallamenti e dossi. Le telecamere di Report filmano, documentano. Le crepe nel cemento, i viadotti come un ring ad alto rischio. Si è capottata anche l´auto della scorta del procuratore nazionale antimafia. Ammaccature ma nessun graffio. Deficit al sistema di telecontrollo, perfettamente progettato, guard rail più bassi del minimo di legge. Manutenzione poca, controlli assenti e soprattutto buio totale. Una galleria per esempio per mesi è stata impraticabile per il rischio crollo. E invece di pensare a metterla in sicurezza si è deciso di appaltare a degli sbandieratori un´azione di moral suasion nei confronti degli automobilisti: abbassavano e infine alzavano bandiere rosse. Night & day. Pericolo segnalato, rischio azzerato. Sbandierando sono andati via, per la bisogna, “alcuni milioni di euro”.
Per sprecare bene bisogna avere talento. Infatti a Catania la Circumetnea, azienda fatiscente e in perdita, è stata affidata alle cure di Gaetano Tafuri, ex assessore al bilancio del comune di Catania, la città fallita. Tafuri al tempo consegnò le carte della disfatta a Scapagnini, il sindaco del default. Scapagnini le dette a Berlusconi che le passò a Tremonti. Con i fondi Fas, sempre loro, circa 140 milioni di euro, è stato ripianato il deficit. Il ministro Altero Matteoli, uomo di ferro, ha chiamato a risanare i conti della Circumetnea proprio Tafuri, l´uomo che secondo i magistrati fu tra gli artefici del buco alle casse catanesi. Tutto torna: lui è del Mpa, il movimento di Lombardo, e la Sicilia è regione affidata alle cure specialistiche del governatore. Infatti Tafuri si è messo all´opera e su questa metropolitana si viaggia lenti, perché l´intero percorso non è stato mai completato, ma contenti. L´acquisto del biglietto è un optional, dei controllori nemmeno l´ombra, le carrozze fanno rabbrividire. Guardare per credere. Tafuri però ha dato una sistemata al bilancio e reso completo l´organigramma. Come fosse un grande evento, e lui Bertolaso, ha deciso una sessantina di assunzioni intuitus personae. Cioè: i figli dei sindacalisti, il figlio del suo autista e quello della segretaria di Lombardo, e poi sindaci e assessori in quota Mpa. Perciò e di nuovo: tutto torna.
La Repubblica 15.03.10
Terremoto 2008, il governo risponde picche
Tremonti: nessun risarcimento per i danni provocati dal sisma. La protesta degli on. Ghizzoni e Miglioli: “Sono risorse dovute”. Tremonti ha detto no: nessun risarcimento per i danni provocati dal terremoto del dicembre 2008. Questa la risposta data dal governo all’interrogazione che gli on. Ghizzoni e Miglioli hanno presentato diversi mesi fa assieme ad altri parlamentari del Pd. Il ministero dell’Economia ha espresso parere negativo all’erogazione dei 15 milioni promessi per le province di Modena, Reggio e Parma. Ma i fondi finora a disposizione sono insufficienti tenuto conto che la stima dei danni supera i 100 milioni di euro.
“E’ una decisione inaccettabile – commentano i due parlamentari modenesi – si tratta di risorse dovute. Istituzioni, cittadini, volontari della protezione civile meriterebbero più rispetto per aver affrontato l’emergenza con grande responsabilità, competenza, professionalità e dignità. A questo punto – concludono Ghizzoni e Miglioli – è necessario che il nostro territorio si mostri unito ai diversi livelli istituzionali per ottenere ciò che il governo aveva garantito, per bocca del sottosegretario Bertolaso, subito dopo il sisma”.
Il terremoto del 23 dicembre 2008 ebbe come epicentro un’area compresa tra le province di Reggio e Parma ma provocò danni anche in provincia di Modena, in particolare ad alcuni edifici di culto in Appennino.
