Latest Posts

Il Cda Rai revochi la nomina di Minzolini

Pluralismo delle idee e alla libera informazione sono troppo indigeste per il direttore del Tg1. Il Pd chiede l’immediata revoca della sua nomina. Se proprio dobbiamo parlare di pettegolezzi e di gossip, allora è sicuro che il re indiscusso non è Fabrizio Corona ma Augusto Minzolini. Lui, in qualità di direttore del Tg1, stabilisce cosa mandare in onda, i tempi e i modi con cui farlo ed eventualmente metterci la faccia in un editoriale strampalato. Nel processo mediatico che ha dovuto subire perché protagonista delle intercettazioni della procura di Trani non è esce come vittima, anzi. E le parole del premier, e del consigliere dell’AgCom, Giancarlo Innocenzi su chi debba lavorare in Rai e chi debba essere oscurato, rappresentano la punta dell’iceberg di una storia talmente surreale che non può che far indignare.

Ogni volta che c’è di mezzo una procura pugliese, Minzolini corre in riparo del suo datore di lavoro per definire non attendibili le intercettazioni e le prove documentate contro Silvio Berlusconi. Qualche tempo fa sul caso escort, festini a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa, oggi sulle chiusure di trasmissioni sgradite al boss.

Lo schema è lo stesso: durante il telegiornale più seguito, quello delle ore 20, si prende qualche minuto per spiegare cosa è giusto e cosa no, cosa è serio e cosa è solo gossip. Ma se “allora” il suo abuso d’ufficio ebbe solo un semplice richiamo da parte del presidente dell Rai, Paolo Garimberti che gli chiese a nome della azienda, maggiore completezza dell’informazione e trasparenza, questa volta è la politica a chiederne la immediata revoca del mandato. Ed è inutile che Minzolini giustifichi i suoi show come editoriali giornalistici e che come tali siano un suo diritto esercitarli, perché la stessa cosa la potrebbero esigere i telespettatori che, pagando un canone, si aspettano una informazione completa e imparziale dal Tg1.

È davvero necessaria maggiore chiarezza nell’informazione tanto più in quella della del servizio pubblico. E nell’attesa di sapere se Minzolini sia indagato o meno per favoreggiamento o concussione, non sarebbe sbagliato dare la direzione del Tg1 a qualcuno meno schierato e senza manie di protagonismo.

Del resto Minzolini ha voluto difendersi attaccando a sua volta la gogna mediatica a cui è stato sottoposto. E sulle intercettazioni ha preferito sparare nel mucchio senza dare risposte precise: “Un direttore – ha dichiarato – è innanzitutto un giornalista e parla non solo con il premier, ma con tutti i politici che vogliono interloquire con lui, come hanno fatto, al netto di ipocrisie, quelli che hanno diretto il Tg1 prima di me”. Peccato che non ci siano state intercettazioni sulle altre telefonate. Forse non c’era nulla di interessante da raccontarsi né alcun suggerimento su quale linea editoriale intraprendere e quale trasmissione chiudere.

“Si conosceva l’ insofferenza al pluralismo delle idee e alla libera informazione”, ha dichiarato il presidente del Pd, Rosy Bindi. “Ne abbiamo visti tanti frutti amari, dall’editto bulgaro fino all’ultimo blitz sulla “impar condicio”. Stavolta emerge la vergogna di pesanti e plateali condizionamenti condotti in prima persona dal capo del governo, proprietario della più importante azienda privata di comunicazione del Paese, a danno di trasmissioni del servizio pubblico come “Annozero”.

Anche così si delegittimano le istituzioni. È intollerabile servirsi di chi dovrebbe svolgere una funzione terza, di vigilanza sull’equilibrio e la correttezza del sistema delle comunicazioni, per mettere la mordacchia all’informazione più scomoda e più seguita delle reti Rai.

Alla luce di quanto sta emergendo, la Rai non è tenuta a pagare multe né ad ottemperare alle diffide di un’Authority priva di credibilità e di autonomia. Quanto al ruolo di Minzolini, mi chiedo cosa aspetti il Cda della Rai a revocare la nomina a direttore del Tg1 e l’Ordine dei giornalisti ad
intervenire per difendere la dignità della professione”.

Per Paolo Gentiloni, presidente del forum ICT del Pd, “un direttore di Tg Rai, e a maggior ragione un commissario di AgCom, non possono essere gli esecutori dei dettati del capo del governo. L’inchiesta della magistratura faccia il suo corso. Nel frattempo Rai e AgCom non possono ignorare quanto pubblicato oggi. Porremo in commissione di Vigilanza il problema del ruolo del direttore Minzolini. Quanto all’Autorità, solo l’adozione di misure immediate e concrete nei confronti del commissario Innocenzi possono evitare di gettare discredito sull’autonomia di un rilevante organo di garanzia come AgCom”.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Semplificazione uguale tagli. Come cambieranno i licei italiani", di Salvo Intravaia

Dal Parini di Milano al Garibaldi di Palermo, passando per il Righi di Roma, ecco cosa cambia nei licei dell’era Gelmini. Dal prossimo anno, i corsi bilingue al classico e allo scientifico, così come quelli Pni (Piano nazionale informatica) allo scientifico, saranno un semplice ricordo: meno ore di lezione e meno materie da studiare. Sparirà quasi totalmente il latino dal liceo linguistico e la musica dal socio-psicopedagogico. E subiranno un ridimensionamento le materie di indirizzo del liceo artistico.
Per comprendere la portata della riforma che “semplifica” la scelta dei futuri liceali (sei indirizzi in tutto: classico, scientifico, delle scienze umane, linguistico, artistico e musicale/coreutico) basta dare un’occhiata ai Piani dell’offerta formativa (Pof) di alcuni prestigiosi licei italiani e confrontarli con i curricula gelminiani. In apparenza l’unico liceo che si salva dalle cesoie di Tremonti è il classico. Ma è davvero così? “Nel rispetto della formazione liceale ad indirizzo classico – si legge nel Pof del prestigioso liceo milanese – il liceo Parini attua da diversi anni modifiche al piano di studi tradizionale, storicamente legate alle sperimentazioni già approvate dal ministero”.

In poche parole, lo studio della lingua straniera è stato esteso all’intero quinquennio e in alcuni corsi di lingue straniere se ne studiano addirittura due. C’è poi la sperimentazione Brocca che, oltre allo studio per l’intero quinquennio della lingua straniera, prevede anche il diritto, l’economia e più matematica. Mentre al Garibaldi di Palermo tutti i corsi hanno qualcosa in più dell’indirizzo tradizionale: storia dell’arte per tutti e cinque gli anni in 11 corsi su 13 e diversi corsi Pni. Ma dal prossimo mese di settembre, in tantissime classi del liceo classico si studierà di meno: 27 ore al biennio e 31 al triennio. Risultato: meno matematica, lingua straniera e storia dell’arte. Quando la riforma sarà a regime, del resto, saranno oltre 6.000 le ore di lezione che lo Stato erogherà nelle classi del liceo classico.

Stesso discorso al liceo scientifico, dove i corsi con matematica e fisica potenziate o bilingue sono la maggioranza. Da settembre, gli orari vengono uniformati: 27 ore al biennio e 30 negli anni a seguire. Confrontando i nuovi quadri-orario con quelli del Piano nazionale informatica ci si accorge che si studieranno meno matematica, fisica e latino. E’ il caso, ad esempio, del Righi di Roma, dove sette corsi su dieci sono sperimentali. In futuro studiare due lingue straniere, così come frequentare la “nuovissima” opzione delle scienze applicate, sarà un autentico miraggio.

Artistico decisamente soft quello della Gelmini. Attualmente, quella più gettonata è la sperimentazione Michelangelo, con 40 ore a settimana a partire dal primo e 43 all’ultimo anno. Del resto, imparare a disegnare, dipingere o a dare forma alla creta richiede tantissime ore di esercitazione in laboratorio. Al Leon Battista Alberti di Firenze i sette corsi diurni sono tutti sperimentali. Ma da settembre i sei indirizzi disponibili (arti figurative; architettura e ambiente; audiovisivo e multimedia; design; grafica; scenografia) dovranno farsi bastare 34 ore al biennio e 35 ore settimanali al triennio.

Il liceo linguistico, attualmente funzionante come sperimentazione (Brocca) presso gli ex istituti magistrali, è quello maggiormente penalizzato dalla riforma. Gli studenti del Tommaso Campanella di Napoli seguono in media 34 ore di lezioni alla settimana. Nella versione light sparirà quasi del tutto il latino e si ridurranno le ore di italiano. Ma non solo: spariranno la musica e il diritto e si studierà meno matematica. Stesso discorso per i licei delle Scienze umane, che sostituiscono gli ex magistrali (ora licei socio-psicopedagogici), dove sono proprio le materie scientifiche a pagare il prezzo più alto al “riordino” voluto dal governo Berlusconi.

Chiudono la rassegna dei nuovi licei i musicali e i coreutici, vera novità della riforma. Ma saranno davvero pochi gli studenti italiani che potranno frequentare le lezioni di strumento musicale e di danza. Delle 40 classi di liceo musicale ne saranno attivate soltanto 24, meno di una ogni quattro province. I coreutici, in Italia, si potranno contare sulle dita di una sola mano: saranno soltanto quattro e non si sa molto di coloro che insegneranno le discipline di indirizzo.

"Una doppia sanzione per Nicolas", di Jean Marie Colombani

Gli elettori francesi hanno espresso ieri un voto di protesta che ha preso la forma di una voto-sanzione. Per il governo e per Nicolas Sarkozy è chiaramente un voto negativo, un avvertimento molto serio e il presidente sbaglierebbe a non comprenderlo.
Se si guarda l’insieme dei risultati di queste elezioni regionali è facile riassumerne il senso a livello nazionale: il ritorno del partito socialista, la sconfitta dell’Ump (il partito unico della destra), la forza degli ecologisti che sono ormai il terzo partito francese e il risveglio del Front National, l’estrema destra.

La sconfitta dell’Ump, il partito di Nicolas Sarkozy, rappresenta la sconfitta di tutta la destra che raccoglie dalle urne il risultato storicamente più basso della destra di governo nella storia della Quinta repubblica.

Il partito socialista si ritrova invece a un livello che non raggiungeva da più di vent’anni: è praticamente al 30 per cento e si reinstalla come la forza ineludibile in qualunque ipotesi di alternativa di governo.

Gli ecologisti che avevano già raccolto un buon risultato un anno fa alle Europee si prendono qualche voto in meno ma si installano come terzo partito del Paese. Per il partito socialista questa è insieme una buona e una cattiva notizia. La buona è che esiste ormai sotto gli occhi di tutti un’alleanza di governo possibile e potenzialmente maggioritaria in Francia sull’asse Ps-verdi. Ed è questo alla fine il risultato più significativo di questo scrutinio.

Ma per i socialisti la cattiva notizia è che per consolidare questa prospettiva dovranno fare alcune concessioni ai verdi in termini di programma, perché i due partiti non condividono certo le stesse posizioni e su molte questioni il Ps considera i verdi «retrogradi». Il problema del programma non sarà dunque da sottovalutare in prospettiva della costruzione di un’alternativa di governo.

L’estrema destra del Front National, infine, perde molti voti rispetto alle regionali del 2004 ma recupera parecchio rispetto alle Europee e alle presidenziali.

Insomma, per Sarkozy e la maggioranza di destra una doppia sanzione: il rapporto di forza si è rovesciato a beneficio della sinistra e la rimonta del Front è il risultato dell’assurdo dibattito sull’identità nazionale provocato dal governo.

La lettura dei risultati ci induce però alla prudenza. Innanzitutto va registrato il record dell’astensione, più del 50 per cento, un dato impressionante in Francia che ha consentito a tutti i portavoce della destra che si sono espressi ieri sera di tentare di minimizzare il significato nazionale della consultazione perché un francese su due non si è recato al seggio. Ma va detto che l’astensione vale per tutti. Non bisogna poi dimenticare che si trattava di voto per il rinnovo dei Consigli regionali, l’elezione dei presidenti di Regione e dunque si tratta di una consultazione fortemente segnata dalle particolarità locali. Tuttavia ciò non ne sminuisce la portata nazionale e la questione che si pone ora è sapere come reagirà Nicolas Sarkozy e se saprà rispondere al malcontento che si è espresso così chiaramente.

Il presidente è di fronte a una contraddizione maggiore: lo stesso ritmo delle riforme, e talvolta il contenuto delle riforme, innervosiscono e alimentano il malcontento perché la cosa che più interessa oggi ai francesi è l’occupazione. Contemporaneamente, però, l’elettorato di Sarkozy si è sfiduciato perché gli rimprovera di non essere stato capace di andare abbastanza avanti nelle riforme. Questa contraddizione è molto difficile da superare ed è la questione che dominerà la vita pubblica francese: come risponderà ora il presidente alla crisi?
La Stampa 15.03.10

"Classi più affollate a settembre. I sindacati: meno qualità. Gelmini: non dipende dalla quantità di prof", di Anna Maria Sersale

Dal prossimo anno scolastico avremo classi più affollate. Alla manovra per ridurre i posti in organico si accompagna l’aumento del numero degli alunni per classe. Il processo è graduale, ma inesorabile. Nelle materne l’anno scorso non si poteva costituire una classe se non c’erano almeno 18 bambini (la precedente normativa ne prevedeva 15). Stessa situazione alle elementari, dove nel 2009 il numero minimo è salito da 10 a 15 per classe. Ma non basta. Dal prossimo anno scolastico le scuole dovranno prepararsi alla fase due: dopo avere alzato l’asticella del numero minimo legale (al di sotto del quale non si può istituire una classe) anche il numero massimo di alunni è destinato a salire. Alle elementari e medie avremo classi con 26-27 ragazzi e alle superiori con 30-33. “Addio percorsi individualizzati e addio qualità – sostiene Gigliola Corduas, presidente della Fnism, la Federazione nazionale degli insegnanti – Non si migliora la scuola tagliando, con le classi affollate sarà impossibile coniugare la qualità con il numero elevato di presenze. C’è una emergenza educativa che non si può affrontare così”.
Per le elementari dal primo settembre il tetto degli alunni per classe potrà salire fino a 25-26, estensibile fino a 27. Identico destino per le prime classi delle scuole medie inferiori. Anche le prime classi delle superiori saranno costituite di norma da almeno 27 studenti, prima erano 25. La stretta non risparmia le pluriclassi, quelle che ospitano bambini di gradi diversi di scuola: il numero minimo per loro passa da 6 a 8 e il massimo da 12 a 18. “Con le classi da 30-32 ragazzi – sottolinea la Corduas – si fatica a uscire dai vecchi modelli, così si torna alla scuola dei percorsi standardizzati. Ma la centralità dell’alunno non era una priorità?”. “Meno ore di lezione, meno insegnanti, meno offerta formativa, la politica dei tagli indebolisce la scuola”, denunciano in coro tutti i sindacati, dai Confederali ai Cobas. Domenico Pantaleo, Massimo Di Menna e Francesco Scrima, i segretari di Cgil, Cisl e Uil, aggiungono: “Con la legge 133 del 2008 nel triennio 2009-2011 vengono soppressi 87.400 posti per gli insegnanti e 45.334 posti per i tecnici e gli amministrativi. Anziché investire, penalizziamo l’istruzione”. Il taglio dei moduli nella scuola elementare e la riduzione delle compresenze sono state una delle leve usate per ridimensionare il numero delle cattedre. A questo si aggiunge la riduzione dell’orario scolastico.
Ma per il ministro Mariastella Gelmini “non possiamo credere all’assioma più insegnanti, più qualità”. “Non è più sostenibile quel principio – sottolinea il ministro – perché finora è stato smentito: il confronto tra noi e gli altri Paesi dimostra che il sistema scolastico italiano ha sì un maggior numero di insegnanti ma una minore qualità. Tra l’altro l’Ocse da anni rimarca che da noi il rapporto docenti-alunni è il più basso fra i Paesi aderenti: abbiamo un insegnante ogni 10-11 alunni. Perciò il contenimento degli organici previsto dalla legge finanziaria non può incidere, per questi motivi, sulla qualità ed efficienza dei servizi scolastici”. In ogni caso, assicura la Gelmini, le “dotazioni organiche terranno conto delle esigenze degli utenti, a cominciare dal tempo pieno”. Sul rapporto docenti-alunni i sindacati replicano che da noi è più basso per via dell’impiego di molti insegnanti nel sostegno ai disabili (in media uno ogni due portatori di handicap, in Europa questi alunni vengono inseriti in classi differenziali che costano più di quanto spendiamo noi).
Due tesi contrapposte, quelle del ministero e quelle dei sindacati, intanto nelle scuole il malumore sale e l’Ocse ad ogni rilevazione restituisce della scuola italiana un’immagine da terzo mondo. Gli analisti attribuiscono molte colpe al sistema scolastico centralizzato e uniforme e alla politica di risanamento in atto nel settore da oltre dieci anni, con il taglio progressivo dei finanziamenti, proprio nel momento più delicato del passaggio all’autonomia scolastica. Dopo anni di spese con il segno positivo, i tagli radicali, non accompagnati da una revisione di qualità dei programmi di studio e dell’organizzazione del lavoro, hanno spinto il sistema scolastico giù lungo il crinale. Eppure nel 2000 anche l’Italia sedeva al vertice di Lisbona per decidere che l’Europa sarebbe dovuta diventare in dieci anni l’economia della conoscenza più competitiva del mondo. Però, mentre gli altri paesi hanno iniziato a correre noi ci siamo fermati. Con risultati disastrosi nell’apprendimento, soprattutto al Sud. Nei punteggi delle prove Pisa-Ocse siamo sotto la media. Ma è la percentuale degli espulsi, dei drop-outs, che ci colloca fuori dall’Europa: il 20% dei giovani, tra i 20 e i 24 anni, ha solo la licenza media.
Ma quanto spendiamo per la scuola? Tra il 1995 e il 2005 da noi la spesa per studente nella primaria e nella secondaria è cresciuta al massimo del 5% contro il 35% della media dei paesi Ocse. Nello stesso periodo anche la spesa per istituto è stata notevolmente inferiore: soltanto il 12% contro il 41% della media Ocse. Ma la spesa media per studente oggi in Italia si attesta intorno a 6.800 dollari all’anno, contro una media Ocse di 6.252 dollari a livello della scuola primaria e a 7.648 contro 7.804 dollari per la secondaria. Dunque, c’è stato un parziale avvicinamento. Ma da noi resta, enorme, il problema della decadenza formativa, che già nell’età dell’obbligo ha cifre davvero inquietanti
Il Messaggeri 15.03.10

"Lavoro, dubbi di Napolitano è a rischio la firma sulla legge anti-articolo 18", di Massimo Giannini

«Pertini non avrebbe firmato», c’era scritto su una decina di magliette fuori ordinanza, esibite sabato scorso, alla manifestazione viola sulle regole. Di fronte a questi sia pure isolati episodi di «fuoco amico», si può immaginare lo stato d’animo di Giorgio Napolitano. Non solo irritazione, ma anche indignazione. Proprio nelle stesse ore, infatti, il presidente della Repubblica sta meditando seriamente di rinviare alle Camere una delle ultime leggi volute dal governo. Si tratta del famigerato ddl 1167-B, quello che introduce la possibilità preventiva di ricorrere all’arbitro, invece che al giudice, in caso di controversie di lavoro.

In quel testo, approvato definitivamente dal Senato la scorsa settimana, c´è una norma che rischia di cambiare radicalmente il profilo del nostro diritto del lavoro, e il suo sistema di garanzie. Dall´articolo 31 in poi c´è scritto che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte anche da un arbitro, in alternativa al giudice. In sostanza, modificando l´articolo 412 del codice di procedura civile, si prevedono due possibilità alternative per la risoluzione dei conflitti: o la via giudiziale oppure quella arbitrale. L´innovazione principale è che già al momento della firma del contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, al lavoratore potrebbe essere proposto (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto futuro con l´azienda le parti si affideranno a un arbitro, e non a un giudice. Ebbene questa legge, che il Capo dello Stato ha già visionato sommariamente, suscita in lui forti perplessità. La sta esaminando insieme al «nucleo di valutazione» del Colle, formato da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D´Ambrosio. Non ha ancora preso una decisione definitiva. Ma, allo stato attuale, sembra intenzionato a non firmare la legge. E a rinviarla al Parlamento con messaggio motivato, per una nuova deliberazione. Secondo i poteri che gli assegna l´articolo 74 della Costituzione e che può attivare anche per provvedimenti non necessariamente inficiati da «vizi palesi» di legittimità costituzionale.
La norma è stata già contestata dalla Cgil. Guglielmo Epifani la considera uno strumento che aggira le tutele previste dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Quel testo – osserva – viola chiaramente la Costituzione, e noi siamo pronti a fare ricorso alla Consulta». Non a caso la Cgil ha posto anche questa «aggressione ai diritti dei lavoratori» al centro del suo sciopero di venerdì scorso. Il ragionamento di Epifani è semplice: l´arbitrato è un istituto assai meno garantista per il lavoratore, rispetto alla tutela giurisdizionale assicurata da un magistrato della Repubblica. Oltretutto, se l´opzione per la via arbitrale gli viene prospettata all´atto dell´assunzione, tanto più in una fase di drammatica crisi occupazionale, il lavoratore rischia di essere esposto ad un «ricatto» implicito, che lo coglie nel momento della sua massima debolezza negoziale.
Per questo la Cgil va avanti con il suo appello già firmato da giuslavoristi come Luciano Gallino, Umberto Romagnoli, Massimo Paci, Tiziano Treu e giuristi come Massimo Luciani e Andrea Proto Pisani. E per questo, proprio lunedì della scorsa settimana una delegazione della sinistra guidata da Paolo Ferrero è salita al Quirinale, per chiedere al presidente della Repubblica di respingere l´ennesimo «schiaffo» ai diritti costituzionali. Napolitano ha preso immediatamente a cuore la questione. Forse anche per queste ragioni il ministro del Welfare Sacconi si è affrettato a gettare acqua sul fuoco: «Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l´articolo 18 dello Statuto, non è stato minimamente toccato». Per prevenire possibili censure di costituzionalità al provvedimento, e per «disarmare» l´offensiva di Epifani, il governo giovedì scorso ha anche raggiunto un «avviso comune» con gli altri sindacati, Cisl e Uil, e con la Confindustria: «Le parti – si legge nella dichiarazione congiunta – riconoscono l´utilità dell´arbitrato, scelto liberamente e in modo consapevole, in quanto strumento idoneo a garantire una soluzione tempestiva delle controversie in materia di lavoro a favore delle effettività, delle tutele e della certezza del diritto… e si impegnano a definire con tempestività un accordo interconfederale, escludendo che il ricorso delle parti alle clausole compromissorie poste al momento dell´assunzione possa riguardare le controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro».
Il governo, insomma, ha cercato di giocare d´anticipo. Ma quanto vale un accordo «restrittivo» tra le categorie produttive (e neanche tutte), rispetto a una norma di legge che in linea teorica non pregiudica comunque il ricorso all´arbitrato, in aggiramento dell´articolo 18 e all´atto dell´assunzione? Questo è il dubbio, sul quale si sta esercitando il Colle nell´esame del testo della legge. Un dubbio che è largamente suffragato dai pareri di giuristi e dai costituzionalisti. Come Mario Dogliani, professore emerito di diritto costituzionale all´Università di Torino: «La legge presenta rischi evidentissimi. Se il lavoratore, al momento dell´assunzione, sceglie le modalità con cui il trattamento di fine rapporto verrà effettuato, è chiaro che la tutela legislativa viene svuotata. Il rapporto di lavoro è tutelato, in Italia, dalla legge in primis, quindi dalla legge di fronte a un giudice. Con le nuove norme si può escludere questo tipo di tutela. Mentre il giudice è un soggetto garantito dalla legge, l´arbitro applica principi di giustizia indipendentemente da ciò che stabilisce la legge».
O come Luigi Ferrajoli, docente di teoria generale del diritto all´Università Roma Tre: «Ci sono almeno due profili di incostituzionalità. Il primo è la violazione dell´articolo 24, che stabilisce “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”. Si tratta di un diritto fondamentale, inalienabile e indisponibile, che la nuova legge viola palesemente, portando un colpo non solo all´articolo 18 ma all´intero diritto del lavoro. Il secondo profilo di incostituzionalità è contenuto nell´articolo 32 della legge, che vincola il giudice a un mero controllo formale sul “presupposto di legittimità” delle clausole generali e dei provvedimenti dei datori di lavoro, escludendone “il sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”. Anche qui c´è una forte riduzione degli spazi della giurisdizione e quindi del diritto dei lavoratori alla tutela giudiziaria. È una chiara violazione, oltre che dell´articolo 24 della Costituzione, anche dell´articolo 101, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge». O ancora come Piergiovanni Alleva, docente di diritto del lavoro all´Università Politecnico delle Marche: «Certamente questa legge non è costituzionale». O infine come Tiziano Treu: «Nel settore privato un arbitrato senza regole affidate al singolo è contrario ai principi costituzionali di tutela del lavoro, connessi agli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione. Nel settore pubblico l´arbitrato libero viola l´articolo 97 della Costituzione, perché l´arbitro potrebbe decidere addirittura su assunzioni e promozioni, al di fuori delle regole del concorso pubblico».
Insomma, nel dossier allo studio del Quirinale le opinioni critiche dei giuristi sono tante, e tutte ben argomentate. E non manca, ovviamente, anche un´antologia della giurisprudenza costituzionale. Per esempio una sentenza della Consulta, la 232 del 6-10 giugno 1994: «Come in più occasioni stabilito da questa Corte (da ultimo sentenze n.206 e n. 49 del 1994) l´istituto dell´arbitrato non è costituzionalmente illegittimo, nel nostro ordinamento, esclusivamente nell´ipotesi in cui ad esso si ricorra per concorde volontà delle parti… In tutti gli altri casi… ci si pone in contrasto con l´articolo 102 primo comma della Costituzione, con connesso pregiudizio del diritto di difesa di cui all´articolo 24 della stessa Costituzione». Appunto: nel caso della legge appena approvata il problema è il seguente: se è vero che al momento dell´assunzione il consenso congiunto delle parti sulla via arbitrale ci sarebbe (ancorchè condizionato dalla posizione di oggettiva debolezza del lavoratore) è legittimo trasformarlo in un´ipoteca sulle scelte future, precludendo per sempre al lavoratore la via giurisdizionale?
Questi sono i quesiti che potrebbero spingere Napolitano a decidere un rinvio della legge. Sul tema del lavoro, e della difesa dei lavoratori, il Capo dello Stato ha fatto sentire più volte la sua voce: «C´è ragione di essere seriamente preoccupati per l´occupazione, per le condizioni di chi lavora e di chi cerca lavoro… Mi sento perciò vicino ai lavoratori che temono per la loro sorte… così come ai giovani precari che vedono con allarme avvicinarsi la scadenza dei loro contratti, temendo di restare senza tutela. Parti sociali, governo e Parlamento dovranno farsi carico di questa drammatica urgenza, con misure efficaci ispirate a equità e solidarietà… Dalla crisi deve, e può uscire un´Italia più giusta… «. Il presidente l´aveva detto nel messaggio di auguri agli italiani, alla fine dello scorso anno. Il rovello giuridico e politico che lo tormenta, oggi, è proprio questo: la nuova legge sull´arbitrato rientra nelle «misure efficaci ispirate a equità e solidarietà» che lui stesso aveva auspicato? Ed è da norme come quella che può venir fuori «un´Italia più giusta»?. Questione di ore, e lo capiremo. Ma allo stato attuale il presidente una risposta sembra se la sia già data. E quella risposta è no.
La Repubblica 15.03.10

"La crisi e gli struzzi", di Cesare Damiano*

Nascondere la testa sotto la sabbia, come sta facendo il governo, non aiuta ad affrontare la crisi. I dati Istat sull’occupazione sono drammatici. Non solo perché l’8,6 per cento rilevato a gennaio rappresenta il dato peggiore dal 2004,maperché questi dati indicano un trend negativo che non accenna a rallentare. Nel 2009 si sono persi 307mila posti di lavoro e a questi, nel corso del 2010, se ne andranno ad aggiungere altre centinaia di migliaia. La lenta risalita dell’economia di cui parla Berlusconi. è una pia illusione, o ancor meglio, un inganno.
Se anche ci fosse, non produrrebbe risultati tangibili sull’occupazione ancora per molto tempo. In una situazione così, accanto all’avvio di una seria politica industriale e alla difesa delle tutele (a cominciare dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) è fondamentale definire una proposta in tema di ammortizzatori sociali che abbia come primo obiettivo quello di dare risposte concrete ai lavoratori travolti dalla crisi. Il Pd ha lavorato per mesi in questa direzione e nei giorni scorsi ha ottenuto un significativo, anche se parziale, risultato. In commissione Lavoro della Camera è stato approvato all’unanimità, quindi anche dal centrodestra, un testo che – oltre a prevedere la corresponsione dello stipendio, attraverso un fondo Inps, a quei lavoratori che per difficoltà aziendali non vengono pagati (vedi Eutelia) e a migliorare le tutele per i lavoratori a progetto licenziati – prolunga da 12 a 18 mesi la durata della cassa integrazione ordinaria (noi avevamo chiesto che venisse portata a due anni). Contro questa proposta si è subito scagliato il ministro del Lavoro Sacconi. Si è trattato di un comportamento molto grave. Definendo il provvedimento inutile, il ministro dimostra di non comprendere la profondità della crisi e di non voler accogliere gli strumenti di tutela richiesti da tutte le parti sociali. Ci troviamo di fronte a un ministro autoreferenziale che ritiene inutile tutto quello che non decide lui, fino a ripudiareuna proposta unitaria della commissione Lavoro smentendo gli esponenti del suo stesso partito. A dar manforte a Sacconi è scesa in campo anche la Ragioneria dello Stato che parla di “onere rilevante” per le finanze pubbliche. Il governo dovrebbe spiegare agli italiani come mai destinare tre miliardi di euro all’anno per eliminare l’Ici sulla prima casa a favore dei più ricchi sia del tutto compatibile con i conti dello Stato, mentre distribuire risorse per gli ammortizzatori sociali, per il reddito dei lavoratori e pensionati e sostenere lo sviluppo delle imprese, è considerato uno spreco insostenibile. Mentre il Pd avanza le sue proposte sugli ammortizzatori sociali, che vuole discutere e votare immediatamente nell’aula della Camera, il governo di fronte alla crisi continua con la politica dello struzzo e smentisce la sua stessa maggioranza.
*deputato Pd già Ministro del lavoro
L’Unità 14.03.10