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Sicar Carpi: lunedì 15 Marzo incontro decisivo

Primi spiragli verso la possibilità di un accordo sulla vertenza Sicar, dopo l’apertura, il 4 gennaio, della procedura di mobilità per 42 dei 66 addetti nello stabilimento di Carpi. La vertenza vede le lavoratrici e i lavoratori della Sicar in presidio dal 31 dicembre 2009 e sono state effettuate oltre 40 ore di sciopero.
Nell’incontro di martedì 9 marzo presso la sede della Provincia di Modena, l’azienda della famiglia Signorino ha parzialmente abbandonato l’atteggiamento di chiusura manifestato negli incontri precedenti.
L’azienda si è dimostrata disponibile a richiedere un ulteriore periodo di cassa integrazione, evitando così i licenziamenti allo scadere, il 23 marzo, della cassa integrazione straordinaria in corso. La cassa integrazione sarà integrata con risorse proprie dell’azienda e quote mensili anticipate di TFR. Con questa operazione sarà possibile raggiungere un valore salariale vicino alla normale retribuzione per l’ulteriore periodo di permanenza in cassa integrazione.

È stata inoltre individuata una soluzione che impegna la Sicar a sanare i contributi non versati dal 2007, recuperando così il mancato accordo di lunedì 1° marzo presso la Direzione Provinciale del Lavoro. Su queste basi, l’assemblea di giovedì 11 marzo ha dato mandato alla RSU e alla Fiom di fare il possibile per raggiungere l’accordo. C’è quindi molta attesa per l’esito del prossimo incontro che si svolgerà nel pomeriggio di lunedì 15 marzo presso la sede della Provincia di Modena. Rimangono tuttavia, ancora distanze consistenti, sia sulle quantità economiche, che sulle tempistiche di erogazione delle spettanze rispetto alle richieste sindacali.

Per l’equilibrio complessivo dell’accordo sarà decisiva la conferma dell’allungamento della cassa integrazione. Su questo punto fondamentale vi è un grande impegno delle Istituzioni locali, a partire dalla Provincia. Impegno che sopperisce alla sostanziale latitanza del Governo su questi temi, come dimostra inequivocabilmente la retromarcia, dopo l’annuncio, sull’allungamento di sei mesi della durata della cassa integrazione ordinaria. A sostegno della vertenza, le lavoratrici e i lavoratori della Sicar oggi scioperano per l’intera giornata e sono stati presenti alla manifestazione della Cgil a Modena.

"Vaticano il male nascosto", di Barbara Spinelli

Nel raccontare lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Stevenson descrive la doppia presenza, nell’essere umano, del bene e del male. Le due forze si affrontano, e se alla fine è la parte malvagia a vincere non è perché l’eccelsa viene travolta. Il duello non è fra eccelso e abietto, ma fra l’impeto ardente del male e l’inerzia, la scarsa ambizione, l’energia spenta della parte ritenuta buona. Il male trabocca in Jekyll perché Jekyll è un uomo onorato ma mediocre. Perché non ha combattuto il male ma lo ha semplicemente nascosto (di qui il nome Hyde). Così i crimini di pedofilia di tanti uomini di Chiesa: per decenni sono stati nascosti, più che combattuti. A volte sono stati anche protetti: il prete pedofilo che fu spostato nel 1980 da Essen a Monaco, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e Freising, fu di fatto immunizzato. Non venne allontanato dalle mansioni ecclesiastiche neppure quando, nell’86, un tribunale lo condannò per abuso di minorenni.

Ancor oggi cura le anime in una comunità bavarese, nonostante l’offensiva contro la pedofilia iniziata nel frattempo da Ratzinger divenuto Papa. Il prete bavarese non è un caso unico, dicono le cronache da mesi e anni. Se il male s’estende dall’Irlanda alla Germania, all’Austria, all’Olanda, è perché i sosia malvagi di tanti sacerdoti erano più forti e vitali di una Chiesa inerte. Così vasto è l’evento, che nessun commento pare all’altezza. Non mancano parole di contrizione, dolore. Spesso il male è deplorato, ma non la sua radice. Non la mediocrità, che ha consentito all’infamia di sopraffare e le ha risposto con l’occultamento anziché con la verità. In Germania si promettono tavole rotonde: questo sotterfugio dell’astuzia politica che trasforma fatti e misfatti in dibattiti di idee. Il più mediocre dei sotterfugi, e il più lontano dalla conversione. Sono simili stratagemmi a colpire, più ancora di crimini che non sono nuovi, in comunità che cercano il male fuori e non dentro di sé. Quel che veramente disorienta, nella reazione di tanti prelati, è il tono con cui il male viene discusso: allarmato, sì, ma non sconvolto.

A volte domina la sociologia, altre la psicologia, sempre il metro politico dell’autorità. Mai la domanda su un bene a tal punto privo di sale da farsi sommergere; sul divario tra il dire e l’agire; su una difesa di valori etici così rigida da secernere non-valori; sulla parola del Vangelo infine, ridotta a muta ombra. In Luca, Gesù descrive ai discepoli i re delle nazioni, detti benefattori, e prescrive: «Voi, però, non così. Ma chi tra voi è il più grande diventi il più piccolo, e chi governa diventi come colui che serve». «Voi, invece, così come qualsiasi politico»: tale la via che per il momento sembra prescelta. La via di padre Federico Lombardi ad esempio, portavoce vaticano, che il 9 marzo dichiara: «Certamente quanto compiuto in certi ambienti religiosi è particolarmente riprovevole, data la responsabilità educativa e morale degli uomini di Chiesa. Ma chi è obiettivo e informato sa che la questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa falsa la prospettiva». La reazione è da politico, non da Figlio della Luce. Sono i politici a diluire i misfatti nella forza dei numeri, delle percentuali, dell’Altro più colpevole.

Citando un’inchiesta del governo austriaco padre Lombardi ricorda: «17 casi di molestie o violenze ascrivibili a religiosi cattolici, 510 in altri ambienti. Non sarebbe giusto, innanzitutto per le vittime, che ci si occupasse almeno un poco anche di loro?». È il numero che conta, quasi più del male. Anche se il disastro fa soffrire specialmente chi lo patisce, incolpevole, dentro la Chiesa. Non meno mediocre è il dibattito di idee sulla stampa vaticana e ai vertici della Chiesa. Ha cominciato l’arcivescovo di Vienna Schönborn, a evocare la questione del celibato (poi s’è corretto: l’ignominia non nasce qui). Non ci sarebbero violenze a bambini, forse, se il sacerdote non fosse condannato a deserti sentimentali. Evocata in questo contesto, la questione molto seria del celibato è usata per psicologizzare, dunque minimizzare. Si ricorderà la proposta di Cesa, segretario Udc, quando nel 2007 si scoprì che il deputato Cosimo Mele frequentava prostitute e droga in un hotel romano. Cesa suggerì stipendi più alti ai deputati, per aiutarli a fuggire le tentazioni trasferendo le mogli a Roma.

Forse ancora più improprio l’accenno alle donne, presentate come panacea in prima pagina dell’Osservatore Romano, in un commento di Lucetta Scaraffia dell’11 marzo. Ecco l’ora di «recepire la rivoluzione femminile», e «ampliare il ruolo delle donne» nel governo ecclesiale. Anche qui l’esigenza è seria: nella cristianità, le donne hanno testimoniato spiritualità altissima. Non è tuttavia la spiritualità quel che interessa l’autore, né l’amore o l’ascesi (parole assenti nel commento). È la capacità femminile di controllare la sessualità e l’istinto omertoso del prete maschio: «Nelle dolorose e vergognose situazioni in cui vengono alla luce molestie e abusi sessuali da parte di ecclesiastici su giovani a loro affidati, possiamo ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti. Le donne infatti (…) sarebbero per natura più portate alla difesa dei giovani in caso di abusi sessuali, evitando alla Chiesa il grave danno che questi colpevoli atteggiamenti le hanno procurato».

Leggendo queste parole, viene in mente il film di John Patrick Shanley «Il Dubbio». Suora Aloysius, che dirige nel Bronx una scuola cattolica, è divorata da un sospetto, sul comportamento del carismatico padre Flynn: i suoi comportamenti verso un allievo sarebbero impuri. Non si saprà se il padre abbia davvero peccato, e se la suora-inquisitrice dubiti alla fine del proprio dubbio. Certo è che la donna occhiuta agisce proprio come consigliato sull’Osservatore Romano: con la mera sua presenza, la sorella «squarcia il velo di omertà maschile», convinta di esser «per natura più portata alla difesa dei giovani» abusati sessualmente. Non ha verticalità spirituale, non soffre per i Piccoli: vive l’orizzontalità di un rapporto di potere che la tramuta in poliziotto feroce. Le donne-Torquemada sono frequenti, nelle storie totalitarie. Nelle tavole rotonde, la parola di Gesù si spegne. La stessa suora Aloysius l’ammette: «Nel combattere il male, ci si deve allontanare da Dio».

Di tutto si discute ­ dei rapporti di forza tra uomo e donna, di sociologia, di psicologia ­ ma non della persona di Cristo. Tanto più prezioso un libro appena pubblicato da Carocci, a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri. Il Vangelo basta dice precisamente questo: in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura. Secondo Paolo Giannoni, teologo e eremita camaldolese, il Vangelo non ignora la serietà del male e del peccato. Decide anzi di «toccarlo», di non averne paura, per meglio rivelarlo. Gesù stesso diventa maledizione, toccando l’impuro: «Si contamina e diventa carne offesa dal peccato, dalla malattia e dalla morte. Diventa il maledetto».

Tornare al Vangelo non è, secondo gli autori, darsi una morale, e leggi nascostamente trasgredite. «La Chiesa non è un’agenzia di etica». Gli autori consigliano la pazienza di Cristo: la fatica di sciogliere i nodi, la non precipitosa ma lenta, meditata separazione del grano buono dalla zizzania, come nella parabola di Matteo. («L’insegnamento della parabola originaria è totalmente evaporato: ciò che rimane sul terreno è il cadavere della parabola di Gesù, ormai irrimediabilmente corrotto», scrive don Giuseppe Ruggieri). È il moltiplicarsi sfrenato di leggi autoritarie che fa dimenticare Gesù: i nuovi farisei commettono reati o li coprono. Da fraternità, la Chiesa immaginata da numerosi suoi reggenti scade in confraternita che esclude, in setta recintata. Tutte queste cose, il Concilio Vaticano II le aveva cominciate a dire: il suo dire sapeva di sale. Averlo abbandonato lascia la Chiesa davanti a parabole corrotte e a una miriade di Mr. Hyde. Incapace di tenerli a bada, perché troppo abituata a nasconderli. Incapace di vincerne l’energia, perché portata a disperare nella trasformazione e nel miglioramento dell’«incongruo miscuglio» che il vecchio Jekyll è diventato.
La Stampa 14.03.10

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“La chiesa e l´educazione”, di Chiara Saraceno

L´entità della diffusione dell´abuso sessuale su bambini da parte di sacerdoti mina la stessa legittimazione della Chiesa cattolica come garante della educazione dei più piccoli. Proprio la diffusione del fenomeno, unita al fatto che ne sono stati protagonisti religiosi ad ogni livello gerarchico e che, quando non vi è stata copertura colpevole, vi è stata mancanza di vigilanza, cecità rispetto a tutti gli indizi, mancato ascolto dei segnali mandati dalle vittime, non consente di nascondersi dietro l´abusata affermazione che poche mele marce non possono inficiare la missione educativa della Chiesa. Ne sa qualche cosa la Chiesa cattolica irlandese, che ha subito un crollo verticale di fiducia dopo che è stato rivelato il mondo di violenza, abusi, sopraffazioni che si nascondevano dietro molte delle sue istituzioni per bambini e ragazzi/e. Piuttosto vale il contrario: non bastano molti bravissimi e generosi educatori a legittimare la superiorità educativa sul piano morale attribuita alla Chiesa.
Non può valere per gli uomini (e le donne) di chiesa, il principio della doppia morale, in base al quale è il ruolo, non il comportamento individuale, che conta. Lo ha dichiarato con nettezza la (ex) vescova luterana Kauffman, che, con un gesto di grande responsabilità e rispetto per l´istituzione che rappresentava, si è dimessa dalla propria carica dopo aver commesso una infrazione infinitamente meno grave (guida in stato di ubriachezza) e dannosa di quella imputata a centinaia di sacerdoti (e qualche vescovo) cattolici. A chi, dentro e fuori la sua Chiesa, le chiedeva di restare ha risposto che, per la sua coscienza, rimanere avrebbe significato indebolire non solo la carica che deteneva e la chiesa che guidava, ma lo stesso messaggio etico-religioso.
L´impossibilità della doppia morale è tanto più evidente quando coinvolge – e stravolge – il rapporto educativo. Nei casi di violenza, e ancor più di abuso sessuale, è tradito proprio il rapporto fiduciario che è alla base di ogni rapporto educativo. Il soggetto principe di questo rapporto, il bambino, è violato nel corpo, nei sentimenti, nella sua percezione di sé e del proprio posto nel mondo. A questi bambini e ragazzi è stata sottratta la possibilità di sviluppare rapporti di fiducia negli adulti – negli educatori, ma anche nei genitori, che a quegli educatori li avevano affidati. Ne portano l´incancellabile, gravissima responsabilità non solo coloro che hanno compiuto gli abusi, ma anche coloro che li hanno nascosti o sottovalutati, o non sono stati capaci di vederli e di difenderne le vittime. Giustamente, ancorché troppo tardivamente e in alcuni casi obtorto collo, la Chiesa ha chiesto pubblicamente scusa.
Ma chiedere scusa non basta. Non solo perché non c´è riparazione possibile per il danno gravissimo subito dalle vittime. Ma perché non sembra che si sia ancora neppure iniziato a mettere a fuoco le ragioni delle troppe «mele marce» o «persone disturbate» (per usare le parole del vescovo di Ratisbona) tra i religiosi nelle istituzioni educative cattoliche. Non credo che la causa vada cercata solo nell´obbligo del celibato, o nella posizione esclusivamente ancillare delle donne nella Chiesa cattolica. Pedofili e maltrattatori di bambini si trovano anche tra le persone sposate. E, come ha testimoniato la vicenda irlandese, anche gli istituti retti da religiose possono diventare luoghi di abuso. Piuttosto la causa va cercata nelle concezioni della sessualità, del ruolo della donna, della famiglia, che motivano sia il celibato sia l´esclusione delle donne dal sacerdozio. Il matrimonio è sempre visto come remedium concupiscientiae, un male minore rispetto ad una sessualità cui non si riconosce senso e valore umano, salvo che a scopi procreativi. Il corpo della donna è sempre potenzialmente impuro, rischioso e da sottoporre a controllo, sia come luogo del desiderio (maschile) che come strumento della procreazione. La famiglia è insieme necessaria (sempre a scopi riproduttivi). Ma avere una famiglia e generare figli è visto come un vincolo alla disponibilità all´altruismo. Non a caso, papa Wojtyla nel suo documento sull´amore umano, con una torsione concettuale tanto suggestiva quanto rivelatrice della tensione tutta irrisolta della Chiesa nei confronti della sessualità, scrisse che la verginità è il culmine della sessualità, perché consente una generatività che va oltre quella biologica.
Fino a che la Chiesa cattolica non avrà affrontato la questione del posto della sessualità nel suo concetto di persona umana, difficilmente riuscirà a contenere il ripresentarsi non occasionale dei fenomeni di abusi sessuali. Nel frattempo, sarebbe opportuna maggiore cautela e autocritica nel presentarsi come magistra vitae e nel dare lezioni sulla «buona sessualità», la «buona famiglia» e la «giusta identità di genere».
La Repubblica 14.03.10

"Asinara, l'isola operaia in un vecchio carcere", di Rinaldo Gianola

La motonave «Sara D.» attracca al piccolo molo di Cala Reale all’isola dell’Asinara. Il maresciallo dei carabinieri, un piemontese pallido e gentile, si fa subito incontro per verificare che tra i passeggeri non ci siano sorprese. Oggi c’è una delegazione di lavoratrici del call center Electa di Sassari, in 230 sono rimaste senza lavoro e stipendio. Hanno un vassoio con i pasticcini. La signora Cinzia Leoni, 42 anni, si è portata anche la figlia: «Così impara come lotta la mamma per difendere uno straccio di diritto al lavoro».
Il sindaco di Porto Torres, Luciano Mura, ha organizzato un furgone con un po’ di viveri. Ora bisogna salire qualche chilometro per raggiungere i lavoratori della Vinyls, l’azienda chimica sull’orlo del disastro, quelli che due settimane fa hanno deciso di occupare una vecchia struttura carceraria per farsi ascoltare. Vivono qui, si danno i turni, dormono nelle celle. Questa è «L’isola dei cassintegrati». È una delle tante storie di crisi e lavoro, della difficoltà di questo paese, ostaggio di Berlusconi e di un governo incapace, di ritrovare il filo della solidarietà e della giustizia. I lavoratori hanno usato il richiamo di una stupida e popolare trasmissione tv perché, purtroppo, era l’unico modo per suscitare l’attenzione della politica, delle istituzioni, delle televisioni.
Glauco, dell’Ente parco, prende la jeep e guida sulla stretta strada all’interno dell’isola. Questo è un posto che fa perdere la testa, un’isola di una bellezza commovente. Si sale a strapiombo sul mare, tra i colori forti di una vegetazione generosa mentre le pernici attraversano tranquille la strada. Per oltre un secolo, dal 1885 fino al 1997, quest’isola è stata deputata ai detenuti di ogni risma, dai killer passionali fino ai mafiosi passando per i brigatisti rossi. Un luogo isolato dove venivano confinati marinai e militari colpiti da malattie impronunciabili. La strada s’inerpica, poi scende all’improvviso verso Cala d’Oliva, quattro case sul mare.

C’è la “Foresteria” bianca e rossa che ospitò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino al tempo in cui stavano preparando l’atto d’accusa al maxiprocesso contro la mafia. Pare che i due magistrati pagassero di tasca propria il soggiorno, lo Stato forse non se lo poteva permettere. Duecento metri più sopra compare la sagoma inquietante del bunker, il carcere che ospitava Totò Riina, noto anche come “la discoteca” perché le luci erano sempre accese, giorno e notte. Ancora una curva ed ecco il “Penitenziario Direzione Centrale”: questa è la casa degli operai della Vinyls. Una vecchia struttura carceraria, bianca e bassa, evoca un’architettura spagnola. Quattro lunghi lati, che ospitavano le celle e i vari servizi del carcere, sono i confini di un grande cortile. I lavoratori sono contenti di vedere qualche volto amico, ci si scambia baci e abbracci. Piove e fa freddo. Nella cella numero 2 l’Unità parla con gli occupanti.

Marco Olia ha 31 anni, appena due anni fa era riuscito a ottenere un contratto a tempo indeterminato. Si siede sulla brandina. «Ho fatto il taglio tattico» dice, mostrando la testa tutta rasata, «perché io da qui non me ne vado finché non ho la certezza che la nostra fabbrica ha ripreso a funzionare». La sua storia è iniziata come una favola e si è trasformata in un incubo. Racconta: «Ho lavorato due anni a Parma, poi altri sette anni a Porto Torres come capo officina. Un paio d’anni fa ho deciso di entrare al polo chimico perché anche se guadagnavo di meno il posto mi sembrava più sicuro, l’azienda era solida, una multinazionale. Ma, all’improvviso, ci siamo trovati sbattuti da una parte all’altra, abbiamo cambiato padroni, fino ad arrivare a questa situazione fallimentare. Avevo pianificato di sposarmi l’anno prossimo, invece non ce la faccio, ho bloccato il mutuo». Perché siete venuti all’Asinara, in carcere? «Perché vogliamo una risposta. Siamo stati sessanta giorni dentro la Torre Aragonese di Porto Torres e nessuno si è occupato di noi. Ora siamo qui, Simona Ventura fa la sua isola dei famosi e noi che famosi non siamo facciamo l’isola dei cassintegrati».
I dipendenti della Vinyls con le loro disgrazie si possono ritrovare sulla cartina geografica tra le vittime della crisi italiana: Porto Marghera, Ravenna, il petrolchimico di Porto Torres. Il “ciclo del cloro” potrebbe garantire industria e profitti, ma non c’è un imprenditore credibile che si metta in gioco. L’Eni se ne frega e conta i miliardi di utile. L’azionista di maggioranza, il ministro Giulio Tremonti, incassa il ricco dividendo, pensa ad altro, certo non alla chimica. Il problema non è solo industriale, è soprattutto sociale: dove li mettiamo questi trentenni senza occupazione, che hanno smarrito le speranze nel futuro?
L’Unità 14.03.10

"Il PDL in marcia contro se stesso", di Ilvo Diamanti

Mancano due settimane alle elezioni regionali ma raramente si è assitito a una campagna così accesa. A una mobilitazione altrettanto ampia.
E un´attenzione ai temi locali così ridotta. Ieri la grande manifestazione del centrosinistra, a piazza del Popolo, contro gli interventi del governo sulle regole elettorali – e non solo. Sabato prossimo, ancora a Roma, la manifestazione del Pdl, con un obiettivo simmetrico: protestare contro i giudici e la sinistra. Accusati di impedire alla maggioranza di presentare le proprie liste. Anche in questa occasione, dunque, le elezioni «regionali» hanno assunto un significato politico «nazionale». In fondo è sempre successo, dopo la fine della prima Repubblica. Da allora, infatti, le elezioni regionali hanno funzionato come una sorta di primo turno rispetto alle elezioni politiche dell´anno seguente. Anticipandone, puntualmente, l´esito. Nel 1995 il centrosinistra si è imposto in 9 regioni su 15. L´anno successivo, l´Ulivo, guidato da Prodi, ha vinto le elezioni politiche. Viceversa, nel 2000 il centrodestra, guidato da Berlusconi, ha prevalso in 8 regioni su 15 (ma in Molise la consultazione verrà successivamente annullata). Provocando le dimissioni di D´Alema. Per poi vincere le elezioni politiche del 2001. Infine, nel 2005, l´Unione di centrosinistra ha travolto il centrodestra, conquistando 12 regioni su 14. Premessa alle politiche dell´anno seguente, quando si è imposta, per quanto di misura.
Questa volta, però, la situazione appare molto diversa. Dieci anni di elezione diretta hanno garantito ai Presidenti grande visibilità. Mentre, dopo vent´anni di discorsi sul federalismo e sull´autonomia, il voto regionale è divenuto importante, per i cittadini. Infine, soprattutto, le elezioni non si svolgono un anno prima delle politiche. Non costituiscono, dunque, l´avvio di una lunga, intensa e unica campagna elettorale. Tanto più per un governo che ha stravinto le elezioni del 2008, dispone di una maggioranza parlamentare molto larga. Ed è guidato da un premier che sostiene di avere la fiducia di tre quarti dell´elettorato. Con un´opposizione incerta. Visto che il Pd, negli ultimi due anni, ha cambiato tre segretari. E oggi appare, comunque, lontano, in quanto a peso elettorale, dal Pdl. Il partito del premier. Il quale, però, proprio per questo, rischia più di tutti, alle prossime elezioni. Che possono alimentare nuove tensioni nel suo schieramento, ma anche nel suo partito. Creando ulteriori problemi alla sua leadership personale. Solo così si spiegano la crescente pressione sui media, il silenzio imposto ai programmi di infotainment e di politainment. Che mischiano, cioè, informazione, intrattenimento e politica. L´insofferenza verso Santoro. Così si spiega la tracimazione del tempo occupato dagli uomini del centrodestra nei tigì Rai e Mediaset. E ancora: la mobilitazione di piazza, agitando la teoria del complotto, per trasferire sugli altri – i giudici, i radicali, la sinistra – le responsabilità dei propri militanti e del proprio partito riguardo all´esclusione delle liste Pdl in provincia di Roma. Tanto movimento, tanta determinazione servono a contrastare la frustrazione dei propri elettori. A contenere la tentazione, di molte fazioni locali e personali del Pdl, di «remare contro» – altre fazioni locali e personali del loro stesso partito. A frenare il disimpegno possibile di decine di candidati (esclusi). Il loro risentimento contro i veri colpevoli di questa situazione. Non gli avversari politici, ma i loro stessi compagni di partito.
In definitiva: Berlusconi teme il maggior nemico con cui abbia dovuto misurarsi, dal 1994 fino ad oggi. Più insidioso dell´Ulivo e del Pd, della sinistra e dei radicali, di Prodi, D´Alema, Di Pietro, Pannella, Casini e la Bonino. Teme l´astensione. Principale causa del risultato deludente alle elezioni europee del 2009. Ma anche del tracollo alle regionali del 2005. Quel bacino di elettori di centrodestra – molto ampio: circa un terzo del totale – che per votare hanno bisogno di buoni motivi. Ma a cui bastano pochi motivi per non votare. Oppure per votare «contro». Non tanto la sinistra – da cui si sentono antropologicamente distanti. Ma contro la loro parte. Il centrodestra. Il Pdl. Quelli, cioè, che, per protestare, votano (lo hanno già fatto) per la Lega. E che potrebbero scegliere perfino gli «estremisti» (sic!) di centro. Come recita uno slogan dell´Udc. Insomma, il premier teme l´indebolirsi del suo partito, già attraversato da divisioni personali e di gruppo. (Da ultimo: l´esodo di Micciché verso il Partito del Sud di Lombardo). Teme gli effetti di un risultato negativo. Che restituisca fiducia al Pd. Alla stessa Udc (tanto più se risultasse determinante in regioni come la Puglia o il Piemonte). Ma, soprattutto, teme la Lega. Sua alleata forte. Dopo queste elezioni potrebbe divenire perfino «troppo» forte. Rendendo vistosa – e imbarazzante, nel confronto – l´immagine di un partito – il Pdl – senza territorio. Disorganizzato. Proprio perché al comando c´è un uomo solo. Troppo solo. A capo di un partito grande. Troppo grande. Troppo frammentario. E troppo diviso. Berlusconi, per tenere insieme la sua galassia, ha bisogno di rinnovare – perennemente – la leggenda del leader vincitore. Quello che non si arrende mai. Cade e si rialza. Contro ogni previsione. E contro ogni auspicio. Di nemici e amici. Ma oggi governa da solo, con una maggioranza larga e un´opposizione debole. Davanti, ancora tre anni di governo. La crisi che incombe, una catena di vicende giudiziarie da affrontare – e schivare. La Lega a capo del Veneto e magari anche altrove. Tre anni sono lunghi. Senza altre elezioni da affrontare. Per mobilitare la base. Alimentare un´organizzazione che non c´è.
Per questo, oggi, a Berlusconi conviene usare l´antiberlusconismo come un´arma contro gli altri. Giudici, comunisti, la Repubblica, Di Pietro. Per raccogliere gli elettori intorno a sé. Tutti uniti. Tutti in piazza. Come titolava, in modo icastico, il Foglio nei giorni scorsi: «Nel Pdl manifesteranno tutti convinti, ma non capiscono bene perché». La risposta è semplice: «Contro – e per – se stessi».

Una festa per l'alternativa

“In questa primavera della democrazia e dell’alternativa noi vogliamo dire al paese che democrazia e lavoro sono parole gemelle. Lo dice la più bella Costituzione del mondo, l’articolo uno della nostra Costituzione e nella crisi lo vediamo con chiarezza: più picconi le regole, meno hanno voce e risposta i problemi della gente”. Così Pier Luigi Bersani ha introdotto il suo intervento sul palco di Piazza del Popolo in quella che non è stata solo la giornata in cui le opposizioni al governo Berlusconi sono scese in piazza per manifestare contro il decreto interpretativo per le elezioni regionali. È stata soprattutto, la giornata delle persone che hanno a cuore la legalità, il rispetto delle leggi e del decoro istituzionale. Tutti insieme per ricordare che gli italiani si riconoscono nelle regole e non nei trucchi, nei diritti e non negli spot, nel lavoro e non nelle promesse sempre disattese o nella negazione della crisi. In altre parole, la manifestazione di oggi è stata “una bella giornata, una festa per l’alternativa”.

E così il Partito Democratico, Idv, Sinistra ecologia e Libertà,la Federazione della sinistra si sono ritrovati insieme al mondo dell’associazionismo, i sindacati, il popolo viola e tutte le persone che condividono l’amore per la democrazia e per le istituzioni.

Per Bersani “l’agenda di governo è in mano a uno solo. Berlusconi fa il capopopolo, il capopartito, il capolista, il caporedattore del Tg1. Fa tutto tranne il suo mestiere. Ma impediremo che Berlusconi nel suo livoroso e pericoloso tramonto travolga nel discredito le istituzioni e ferisca l’unità della nazione. Oggi da questa piazza diamo un messaggio forte, chiaro e positivo: cambiamo l’agenda del Paese, dobbiamo mettere il lavoro, la scuola e la sanità universalistici al centro della nostra campagna regionale. Teniamo su i nostri valori. Diremo che un’altra Italia è possibile”. Il senso della manifestazione di Roma? “Non è una lista in più che ci preoccupa. Noi vinciamo lista o non lista. È la legalità che ci preoccupa. Oggi con una vergognosa legge elettorale noi abbiamo deputati nominati. Dopo le regionali dobbiamo lottare tutti assieme per averne un’altra perché con questa non è il governo che risponde alla maggioranza, ma la maggioranza che risponde al Governo. E il governo mostra a tutti di poter fare quello che vuole, i soggetti sociali sono intimoriti e a volte zittiti, l’informazione è ridotta quasi al silenzio e l’agenda del governo è in mano a uno solo che la occupa con leggi per sé e per i suoi. L’agenda del governo è in mano a uno solo che la occupa con leggi per se’ e per i suoi. Il governo fa quello che vuole, in questa legislatura ci sono stati 54 decreti, 29 voti di fiducia, 189 ordinamenti in deroga. Il governo fa quello che vuole”.

“Berlusconi non può più parlare – ha continuato Bersani – al futuro del nostro Paese. È troppo forte per essere finito ma è già finito per essere davvero forte. Perchè Berlusconi, detto Carnera, non prende la carriola e va a togliere le macierie a L’Aquila che stanno li da un anno?”. “Solo bolle di sapone”, questa è la sostanza dell’attività di governo. “Da Berlusconi vengono solo chiacchiere, mentre la sala macchine del governo fa solo gli affari suoi”.

“Noi combatteremo questo governo, ma non avremo Berlusconi negli occhi, negli occhi avremo l’Italia del domani e la costruiremo con poche parole: lavoro, onestà, regole, civismo. Sono queste – ha ribadito il leader democratico – le parole di una grande riscossa democratica. Le cose cambiano – ha concluso Bersani – affrontiamo con fiducia l’appuntamento elettorale e andiamo a vincere. Viva il lavoro, viva la Costituzione, viva l’Italia di domani. Grazie a tutti per la vostra forza”.

La cronaca della piazza. Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd, alle 13 era già sicuro:“La manifestazione di piazza del Popolo sarà una grande manifestazione di popolo, civile e serena. Una manifestazione per la democrazia, per il lavoro e la libertà di informazione. Vedo che a Berlusconi, prima ancora che inizi, già ne parla male. Lui dice sempre che le manifestazioni di piazza sono il sale della democrazia, ma evidentemente gli piacciono solo le sue”.

E alla fine si contano più di 200.000 persone in piazza.
“Cittadini e cittadine. Oggi mi piace chiamarvi così. Cittadini e non sudditi. Cittadini responsabili e consapevoli che serve un nuovo inizio a partire dal modo di vivere e di pensare la politica”. Così Emma Bonino, candidata alla presidenza della regione Lazio per il Pd, ha aperto il suo intervento sul palco di Piazza del Popolo. “Noi dobbiamo essere la speranza – ha continuato la Bonino – la proposta e non solo la sterile protesta. Un mondo diverso è possibile, dipende da voi tutti ma occorre essere alternativi al vecchio e al regime da basso impero”.

“La forza di questa campagna – ha concluso la Bonino – non è il possesso della Rai o di Mediaset. La forza è di ogni singolo, ogni cittadino che decide che non è il momento dello sconforto ma della risposta democratica.
Per Nichi Vendola, leader di Sinistra ecologica e Libertà e candidato alla regione Puglia, “la manifestazione di oggi è un primo grande passo per la ricostruzione del cantiere dell’alternativa”.

“Il centrosinistra ritrova la propria piazza – ha aggiunto – un popolo che ha vissuto troppo a lungo in una sorta di diaspora ritrova una relazione con la politica e con i partiti. Oggi siamo in grado di andare oltre la semplice denuncia del disfacimento provocato dal centrodestra, siamo all’inizio della costruzione di un racconto politico e culturale che è la proposta del centrosinistra al Paese”.

“All’Italia stanca e sofferente dobbiamo dire che ora è il momento di riprendere il cammino dell’alternativa. Ci hanno raccontato che la ricchezza è innocente per ontologia ma il sogno berlusconiano si è infranto sulle macerie dell’Aquila. Noi – ha concluso Vendola – non possiamo limitarci ad attendere il cadavere di Berlusconi sulla sponda del fiume. Noi non abbiamo ancora un racconto coerente. Ma oggi, in questa piazza, il centrosinistra ritrova il proprio popolo, per lungo tempo smarrito. Da qui si deve ricominciare”.

Per Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, la manifestazione di Piazza del Popolo “è un grande segno di vitalità. Il decreto salva-lista è l’ultimo tassello di un lungo elenco di provvedimento che violano le leggi, così il messaggio che passa è quello che se si è più furbi si fa strada, messaggio del governo che va contrastato”, ha detto il capogruppo del Pd alla Camera.

“Berlusconi sta trasformando queste elezioni nell’ennesimo referendum pro o contro di lui per cancellare il fallimento del governo, ma dappertutto i cittadini dicono che vorrebbero confrontarsi sui temi reali che interessano il paese”.

“Il presidente del Consiglio ricorre doviziosamente alla prepotenza, è il suo modo di intendere l’esercizio del potere, che però e’ incompatibile con l’idea di democrazia”, così Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. “Berlusconi nelle sue dichiarazioni talvolta è grottesco. Ieri ha detto che la lista del Pdl è stata esclusa per colpa dei magistrati. Questo è totalmente paradossale, forse c’è bisogno che qualcuno lo aiuti a rimettere la realtà dove sta e il suo delirio al proprio posto”. “Piazza del Popolo – ha concluso la Finocchiaro – è una piazza bella, seria, non isterica e consapevole, fatta da gente arrabbiata ma composta”.

Chi si aspettava un attacco contro il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano è rimasto molto deluso. Salito sul palco di Piazza del Popolo, Antonio Di Pietro ha tranquillizzato le migliaia di persone presenti ed il giornale di famiglia: “tirate un sospiro di sollievo, noi dell’Italia dei valori da oggi non affronteremo altro argomento se non la deriva anti-democratica del governo. È della deriva fascista del governo – ha aggiunto – che ci dobbiamo occupare, solo di questo dobbiamo parlare”.

“Prima ci fu l’editto contro Biagi, ieri è stato scoperto l’editto contro Santoro. C’è un’informazione imbavagliata, asservita e connivente, ma noi non ci arrendiamo a chi vuole zittire l’informazione e mettere l’informazione pubblica in mano ai vari Minzolini”.

“Ci troviamo di fronte a un novello Nerone che ride, se la canta e se la suona con le sue barzellette mentre l’Italia brucia”, ha continuato Di Pietro. “Con Berlusconi non si scherza, gli dai un dito e si prende il braccio. Quello è un piduista e pensa solo ai suoi interessi”.

“Dobbiamo tutti insieme – ha concluso il leader di Idv – impegnarci in uno sforzo comune per abbattere nelle urne il governo Berlusconi. Ma per fare questo dobbiamo essere uniti, vincere e convincere. Occorre fare squadra con gli altri partiti dell’opposizione, però dite loro che alcune regole vanno rispettate, se ci sono delle mele marce mettiamole fuori per distinguerci dagli altri e questo perché se poi vinci e da Berlusconi vai a Berluschini non cambia nulla”.
Bersani ha duramente commentato l’inchiesta di Trani: “Politicamente bisogna dire che è una cosa vergognosa un rapporto politica-informazione di questo tipo”, ha detto il segretario del Pd intervistato da Youdem.tv al termine del suo intervento a piazza del Popolo. “Fa ancora più effetto che un presidente del Consiglio, con tutti i problemi che ci sono, passi il suo tempo su queste cose. C’è un’autorità giudiziaria che sta guardando, vedremo – ha aggiunto – ma sul piano politico la nostra condanna deve essere fortissima”. Poi guardando alla folla ha detto: “Questa piazza è stata un presidio della democrazia e della Costituzione. Mi auguro che la loro piazza possa dimostrare altrettanto. Ma qualche dubbio ce l’ho. Sta a noi far prendere all’italia un’altra strada”.
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