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"Superiori ancora senza regole. Iscrizioni al buio per 500mila", di Salvo Intravaia

Scelta al buio per un milione e mezzo di studenti italiani. Le iscrizioni al primo e agli anni successivi delle scuole superiori targate Gelmini inizieranno il 26 febbraio, ma i Regolamenti che giustificano la riforma, definita “epocale” dallo stesso ministro dell’Istruzione, misteriosamente non sono ancora stati pubblicati. E senza Regolamenti, gli studenti non sapranno cosa e come studieranno, gli insegnanti non sapranno cosa e dove insegneranno, le scuole e gli enti locali (le province e le regioni) non potranno formulare i loro piani dell’offerta formativa. Si va avanti in questi giorni a forza di bozze non ufficiali, che possono cambiare da un momento all’altro, di voci provenienti dalla capitale e di indiscrezioni. Ma di certo c’è poco, solo una circolare sulle iscrizioni che la Flc Cgil definisce piena di “contraddizioni”.

E dire che dalla definitiva approvazione della riforma da parte del Consiglio dei ministri, avvenuta lo scorso 4 febbraio, sono passati ben 15 giorni. I tre Regolamenti – che verranno pubblicati in gazzetta sottoforma di decreti del Presidente della repubblica, non avrebbero ancora ottenuto il benestare dei tecnici del ministero dell’Economia, particolarmente attenti ai tagli. Il numero di ore tagliate in ogni indirizzo, come si evince dalla relazione tecnica allegata al provvedimento, sarà sufficiente a garantire la cura dimagrante (27 mila cattedre in tre anni) per gli organici del personale docente che il governo si aspetta? E’ questo il quesito che si pongono gli esperti di via XX settembre.

Intanto, gli oltre 500 mila ragazzini che frequentano la terza media sono chiamati a scegliere come proseguire gli studi, ma i dubbi sono ancora parecchi. La Flc Cgil ne cita soltanto alcuni. “La circolare sulle iscrizioni – dicono da via Leopoldo Serra – evidenzia numerose contraddizioni legate alle possibili scelte degli indirizzi”. Allo scientifico, per esempio, “manca la distinzione tra il liceo scientifico e l’opzione delle scienze applicate: quella senza il Latino”. Quali scuole potranno attivarla? E in quale misura: una classe, due classi o tutte? Le scuole non lo sanno e di conseguenza non lo sapranno neppure le famiglie. Stesso discorso per le opzioni dei licei delle scienze umane e “per l’istituto professionale per i servizi socio sanitari, per i quali – continuano dalla Cgil – non si fa nessuna distinzione rispetto alle due ulteriori articolazione di Ottico e Odontotecnico”. Ma non è tutto.

Anche i licei linguistici e quelli musicali e coreutici, di cui si sa pochissimo, viaggiano a vista. Dove saranno attivati? E con quanti posti disponibili? Il fatto è queste cose sono di competenza delle regioni e delle province, che dovrebbero predisporre i cosiddetti Piani dell’offerta formativa territoriali, ma in assenza dei Regolamenti tutto è fermo. “Risulta veramente paradossale – commenta i sindacato guidato da Mimmo Pantaleo – che l’informazione alle famiglie possa essere fornito attraverso un sistema automatico di confluenze, vedi punto 11 della circolare, in barba alle competenze delle Regioni e alle eventuali richieste delle scuole”.

I dubbi diventano enormi passando agli istituti tecnici e professionali. Sono circa un milione gli studenti delle prime, seconde e terze classi che il prossimo anno (quando diventeranno seconde, terze e quarte classi) si vedranno ridotto l’orario delle lezioni. A 32 ore oppure a 34 per le seconde e 35 ore per le terze e quarte? Una bozza di regolamento prevede tagli alle ore soltanto nelle seconde e terze, un altro anche alle quarte. Qual è quello più attendibile? E quali materie verranno sforbiciate negli istituti tecnici, quelle con il maggiore numero di ore: cioè quelle tecniche? Potrebbe essere, ma non è ancora certo.

E ancora, quali materie potranno insegnare i docenti? Ma, soprattutto, in quali indirizzi. Solo a titolo di esempio, si veda la questione della Matematica al liceo scientifico. I docenti di sola Matematica potranno continuare ad insegnarla al biennio o saranno dirottati altrove? E chi insegnerà l’Informatica negli scientifici? E le lingue straniere, è vero che col tempo si farà una sola cattedra per Inglese e Francese? Al momento, e senza documenti ufficiali, l’unica cosa certa sembra proprio l’incertezza.

Le scuole, in più, non sono ancora in grado di definire i loro piani dell’offerta formativa, anche perché, si vocifera che gli eventuali docenti che dovessero rimanere senza cattedra, visto che lo stato li pagherà ugualmente, potrebbero essere richiesti dalle stesse scuole per ampliare l’offerta formativa. Ma sarà vero? E, in ogni caso, quando si saprà? Probabilmente ad agosto quando scatteranno i trasferimenti dei docenti. Ma, in questo caso, i genitori avranno già scelto da un pezzo e ritornare sui propri passi sarà impossibile.
repubblica.it

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Iscrizioni alle scuole superiori: ma in base a quali regolamenti?

Malgrado i regolamenti della scuola superiore non siano ancora stati pubblicati (ma cosa ha approvato il consiglio dei Ministri?), il Miur ha emanato la circolare per le iscrizioni previste dal 26 febbraio al 26 marzo 2010.

La C.M. 17 del 18 febbraio 2010 (con i relativi allegati), propone i nuovi percorsi nella sola versione nota: quella dei piani orario disponibili sul sito dell’INDIRE, omettendo qualunque informazione sulle opzioni e su possibili confluenze che possono essere definite solo con i piani provinciali dell’offerta formativa.

Da una prima lettura della circolare si evidenziano numerose contraddizioni legate alle possibili scelte degli indirizzi, mancando anche qualsiasi riferimento al ruolo delle Regioni nella definizione dei piani dell’offerta formativa.

A titolo di esempio possiamo citare la mancata distinzione tra il liceo scientifico e l’opzione delle scienze applicate che hanno percorsi differenziati fin dalla prima classe.

Analoga situazione si determina per il liceo delle scienze sociali e l’opzione economico-sociale e per l’istituto professionale per i servizi socio sanitari per i quali non si fa nessuna distinzione rispetto alle due ulteriori articolazione di Ottico e Odontotecnico.

Risulta veramente paradossale che l’informazione alle famiglie possa essere fornito attraverso un sistema automatico di confluenze (vedi punto 11 della circolare), in barba alle competenze delle Regioni e alle eventuali richieste delle scuole.
da http://www.flcgil.it/

"Il governo impugna i Dico di Errani", di Eleonora Capelli

Contestata la norma che equipara famiglie e “altre forme di convivenza”. Il governo impugna i Dico all’emiliana davanti alla corte costituzionale. Nel mirino, l’articolo 48 dell’ultima legge finanziaria della Regione. Poche righe che sanciscono da viale Aldo Moro la «parità di trattamento» nell’accesso ai servizi, estesa non solo alle persone e alle famiglie ma anche alle «forme di convivenza». La notizia del ricorso alla corte costituzionale è arrivata ieri sera dalla Regione che subito harisposto per bocca del presidente, Vasco Errani.
«Si tratta con ogni evidenza-ha dichiarato in unanotail governatore -di una scelta po litica».
Il governo ha impugnato un articolo «rivolto esclusivamente a garantire l’accesso alla generalità dei servizi del sistema regionale e locale atutti i cittadini, senza discriminazione».
«Siamo convinti delle nostre buone ragioni e le sosterremo davanti alla corte costituzionale insiste Erranisiamo certi di avere ragione e della piena costituzionalità della norma».
Il riconoscimento delle coppie di fatto, che già da qualche tempo è previsto ad esempio per l’assegnazione delle casepopolari, aveva attirato le critiche della Curia e di alcuni esponenti cattolici del Pd come Mauro Bosi che non votò l’articolo per «timore di ricorsi». Il Cardinale Carlo Caffarra aveva definito la legge «un attentato alle clausole di cittadinanza, una legge gravemente ingiusta che non merita di essere rispettata». Sul delicato tema ci fu anche un incontro «chiarificatore» tra Errani e Caffarra, ma i vertici di via Altabella si sono sempre schierati contro «norme che discriminano la famiglia». Accolta con entusiasmo dalle associazioni per i diritti degli omosessuali e ferocemente criticata dal centro destra, che aveva annunciato «una crociata cattolica contro Errani» con Giancarlo Mazzuca, la legge era poi stata votata con un piccolo emendamento per sostituire la parola «individui» con «persone».
La Repubblica – Bologna

"Slitta la legge anticorruzione i ministri frenano Berlusconi", di Liana Milella

Ufficialmente è stato «soltanto» rinviato al consiglio dei ministri della prossima settimana. Per mettere assieme un testo che punisce con pene più severe, ma anche che previene, i più gravi reati contro la pubblica amministrazione. Ma, ufficiosamente, più d’uno sostiene che il ddl sulla corruzione, dato per certo da Berlusconi appena 24 ore prima, si avvii su una strada difficile, in fondo alla quale ci potrebbe essere il vicolo cieco del dimenticatoio parlamentare. Per ora il dato certo è lo stop subito nella riunione a palazzo Chigi. Con un imbarazzo che trapela perfino nell’incertezza su come definire cos’è veramente successo nelle due ore della riunione. Il consiglio finisce e c’è chi parla subito di un ddl che «è già stato approvato “salvo intese”», la formula usata per i testi che ottengono il pieno via libera dei ministri, ma hanno bisogno di essere rimaneggiati.

Pochi minuti, e la verità trapela: niente ok, ma solo «l’avvio» della discussione. Se ne riparlerà, assicurano Alfano, Frattini, Brunetta, Ghedini, la prossima settimana. Altri sono scettici.

Per certo cambierà l’impostazione, studiata dal Guardasigilli Alfano, dall’avvocato Ghedini, dalla finiana Bongiorno.

L’articolato che entra in consiglio è composto di due articoli: il primo modifica il testo unico sugli enti locali di dieci anni fa e integra la lista dei reati per cui un cittadino con una condanna definitiva non può correre alle elezioni amministrative. Tutte le fattispecie del terrorismo e degli attentati allo Stato, in più la turbata libertà degli incanti. Poi il secondo articolo, quello che modifica le pene per i crimini contro la pubblica amministrazione.I tempi di prescrizione restano invariati per evitare comunque sorprese, visto che la corruzione è uno dei reati ricorrenti nella vita del premier. Poi le aggravanti per i pubblici funzionari infedeli.

Nella maggioranza le voci a favore del ddl sono poche. Il più esplicito è il piemontese Osvaldo Napoli («Sono stato sindaco e amministratore locale per un quarto di secoloe di una cosa sono convinto, troppe autorizzazioni non fanno bene»). Non ha dubbi Margherita Boniver («Basta “bande bassotti”»), ma neppure gli ex An Maurizio Gasparri e Domenico Nania. Non temono il tam tam nel Pdl che accusa Berlusconi di «svolta giustizialista». Un ministro come Raffaele Fitto, trattenuto in Puglia da impegni elettorali, e pur alle prese con inchieste giudiziarie, dice che «il governo ha dato un segnale chiaro».

Ma l’opposizione è scettica.

Udc, Pd, Idv, tutti. Pier Ferdinando Casini: «La lotta alla corruzione farà la fine del piano casa, è un ennesimo spot». Pier Luigi Bersani: «Vorrei capire di che stiamo parlando. Norme anticorruzione? Ma se siamo stati noi a far togliere di mezzo lo scudo per i commissari… Berlusconi prima fermi il processo breve». Anna Finocchiaro: «È l’ennesimo annuncio inutile, un bluff. La verità è che il centrodestra è in difficoltà di fronte all’opinione pubblica». Donatella Ferranti: «È solo fumo negli occhi». Antonio Di Pietro: «Questa è l’ennesima truffa elettorale di Berlusconi. Faccia un decreto, come ha fatto per far passare le sue mostruose leggi ad personam». Luigi De Magistris: «Una pantomima. La lotta alla corruzione si fa lasciando i magistrati liberi di indagare». Massimo Donadi: «Il premier, plurindagato per corruzione, che si impegna a varare una legge per porle un freno, è forse la sua barzelletta più riuscita».
La Repubblica 20.02.10

"L'Aquila 10 mesi dopo tra bugie e interventi", di Riccardo Iacona

È da ottobre che Presadiretta sta seguendo la ricostruzione all’Aquila e domani sera vi faremo vedere quello che abbiamo trovato e quello che abbiamo scoperto. Vi dico subito che il quadro non è per niente positivo. Del PROGETTO C.A.S.E. – le famose «case di Berlusconi» che abbiamo visto nelle decine di consegne in diretta televisiva, corredate di tutto quello che serve per riprendere a vivere, dalla lavastoviglie al televisore al plasma – a quasi un anno dal terremoto ne mancano ancora 250 da consegnare. Per quelle centinaia di persone che sono ancora in attesa che i lavori finiscano il famoso slogan «dalle tende alle case!» non ha funzionato. Presadiretta vi farà vedere anche quanto sono costate: dai 2400 ai 2700 euro a metro quadro, una fortuna! E infatti quasi tutto il miliardo di euro messo in campo dal governo per la prima emergenza se n’è andato per costruirle. Poi ci sono i soldi per mantenerle, che nessuno calcola mai.

Il Comune dell’Aquila, che è praticamente senza un euro in cassa, dovrà sobbarcarsi le spese di gestione delle 19 new town volute dal governo, dagli autobus, alla raccolta dell’immondizia, oltre a tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinarie di case che sono state costruite in pochissimi mesi e che non sono proprio perfette. Siamo entrati per esempio con le telecamere nelle case di Cese di Preturo, uno dei diciannove insediamenti che si trova a una quindicina di chilometri dal centro dell’Aquila. Il cantiere non era ancora terminato ma mano a mano che venivano finiti gli appartamenti venivano immediatamente consegnati: era novembre, l’inverno era già arrivato all’Aquila con le prime nevicate e c’era urgenza di tirare fuori la gente dalle tende; sì, perché anche questo abbiamo visto, la gente ancora nelle tende, con gli anziani e i bambini in pieno inverno. Abbiamo accompagnato dentro le nuove case queste persone stremate da sette mesi nelle tendopoli, con i bagni da campo, le docce da campo, la cucina da campo e lo spazio privato ridotto a quindici metri quadri di tenda, dove ci devi far entrare tutto, anche un simulacro di spazio dove far giocare i bambini. E li abbiamo visti piangere mentre prendevano possesso degli appartamenti. Ma poi ci sono venuti incontro quelli che già ci abitavano da qualche settimana e ci hanno fatto vedere il legno esterno non adeguatamente protetto.

«Questi reggono un inverno e poi bisognerà passarci sopra qualcosa altrimenti con il freddo si spacca», mentre da una delle scale interne, per la mancanza di una copertura sul tetto scendeva una cascata d’acqua che entrava persino dentro gli appartamenti. È chiaro che ci vorranno ancora tanti soldi per mantenere le nuove case e mi domando da dove usciranno visto che il Comune è al verde. Poi mancano ancora 1500 tra MAP e MAR, quasi la metà di quelli previsti, per più di 3000 persone: sono i prefabbricati leggeri in legno, che la Protezione Civile sta facendo costruire in fretta e furia perché le case di Berlusconi non bastano. Ne ho visti anche su due piani, vere e proprie palazzine in legno, anche molto belle da vedere. Sono facili da costruire, da montare, sono antisismici al cento per cento, perfettamente coibentati ed ecocompatibili e dentro hanno tutto quello che c’è negli appartamenti delle case di Berlusconi. E soprattutto una volta terminato l’uso si buttano anche giù facilmente. Le case prefabbricate in legno costano un terzo di quelle del progetto C.A.S.E.: 700 euro a metro quadro contro i 2700 che sono costate le case di Berlusconi.

L’architetto Antonio Perrotti, dirigente della regione Abruzzo ha calcolato che se all’Aquila si fosse scelto di sistemare tutti gli sfollati in questi tipi di alloggi a quest’ora sarebbero già tutti dentro i MAP e i MAR, e si sarebbe speso la metà di quello che si è speso. E invece sono ancora 10.028 gli «aquilani perduti», dispersi tra gli alberghi della costa, negli appartamenti affittati, i più fortunati nelle seconde case. Ed è del tutto evidente che è dal loro ritorno che dipende il futuro dell’Aquila. E qui entriamo nel capitolo dolente della ricostruzione: a quasi un anno dal terremoto non è stata ancora emanata l’ordinanza per la ricostruzione del centro storico e a parte qualche puntellamento niente è stato fatto dentro la città dell’Aquila. Anche se sono centinaia, come vi faremo vedere, le abitazioni che con poca spesa sarebbero potute essere oggi abitabili. Per quanto riguarda invece le case che sono fuori della zona rossa, per colpa di ordinanze contraddittorie e di una farraginosa macchina burocratica, la gran parte dei cittadini sta ancora aspettando la risposta alle richieste di finanziamento e di fatto i lavori non sono ancora cominciati. Infine mancano i soldi per sostenere l’economia aquilana: non è stato varato un piano di sostegno al commercio e neanche alla piccola e media industria. La battaglia per far tornare le persone e tenerle attaccate alla loro città, la battaglia per far rivivere l’Aquila è ancora tutta da cominciare.
L’Unità 20.02.10

Il 45% dei giovani italiani è xenofobo

Presentato uno studio alla Camera: solo il 40% manifesta apertura, e non tutti totale. Romeni, rom e albanesi sono i più discriminati. Anche le donne non tollerano gli stranieri. Il 20% ritiene che altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia. Il razzismo non è sconfitto tra i giovani italiani: quasi la metà ha atteggiamenti di chiusura verso gli stranieri, il 20% sfociano in vera e propria xenofobia, solo il 40% manifesta apertura. E’ quanto emerge dall’indagine “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, presentata oggi (18 febbraio) alla Camera. Lo studio, promosso dalla conferenza delle assemblee delle Regioni nell’ambito delle iniziative dell’osservatorio di Montecitorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo, è stato realizzato da Swg su un campione di 2mila giovani.

L’area fobica e xenofoba è del 45,8%, con diverse sfumature al suo interno. Lo studio indica tre gruppi, il primo quello dei “Romeno-rom-albanese fobici”, pari al 15,3% del totale degli interpellati, e manifesta la propria intolleranza soprattutto verso questi popoli. Qui la maggioranza (56%) è costituita da donne. Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati al razzismo: rappresenta il 10,7% dei giovani, ma è il più estremo, perchè rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne italiani e europei.

Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20%): questo gruppo non esprime forme di odio violente, secondo l’indagine, ma ritiene che le altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia. L’atteggiamento aperto appartiene solo al 39,6% del campione. Tra questi, si segnalano gli “inclusivi” (19,4%) con un’apertura totale e serena (55,3%); i “tolleranti” (14,7%), un po’ più freddi rispetto ai precedenti e gli “aperturisti tiepidi” (5,5%), ovvero giovani antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con gli stranieri e un riconoscimento più ridotto dell’omosessualità. Nella posizione media, infine, ci sono i “mixofobici” (14,5%): non sostengono la chiusura ma neanche il suo opposto, anzi vivono con un sentimento di fastidio ciò che li allontana dall’identità italiana.

“Bisogna educare con la forza dei buoni esempi, ma anche stigmatizzare i cattivi esempi e in modo molto fermo i comportamenti più o meno velatamente xenofobi”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione dello studio. Non basta dire che non ci sono razze superiori, a suo giudizio, “se poi non ci sono comportamenti conseguenti, se non c’è una reazione indignata e in alcuni casi, se ci sono i presupposti di legge, una punizione”.

La xenofobia va affrontata “con strumenti nuovi”, come dimostrano “la crudezza dei fatti di Rosarno e Milano”. Lo dice la vice presidente, Rosy Bindi. “Non funziona né il modello della separazione né quello che pretende di annullare le differenze – a suo avviso -. E non serve cavalcare la diffidenza verso chi è diverso da noi, ed è illusorio esorcizzare la paura del futuro scaricando sugli stranieri i nostri timori”. L’unica strada possibile, aggiunge, “è quella dell’interculturalità, della costruzione comune di una nuova patria”.
www.rassegna.it

Il Nord fermo per smog

La politica ha deciso. Domenica 28 febbraio stop al traffico in 80 Comuni della Pianura Padana. Una misura simbolica non risolutiva. Maurizio Baruffi, consigliere Pd a Milano: «Meglio un blocco che un pugno in un occhio».
Domenica 28 febbraio nel nord Italia avverrà un evento storico. Nella pianura Padana il traffico verrà bloccato contemporaneamente da 80 comuni. Un’iniziativa simbolica, tampone, di educazione civica e sensibilizzazione dei cittadini al problema. Ma come ironizza Maurizio Baruffi, consigliere del Pd al Comune di Milano: «Meglio un blocco che un pugno in un occhio».

Ieri proprio a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione cittadina del capoluogo lombardo, si è riunito il coordinamento dei sindaci della pianura Padana. Assenti Province e Regioni. Un incontro voluto dal sindaco di Milano Letizia Moratti e dal suo collega di Torino nonché presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), Sergio Chiamparino. È nato così il coordinamento permanente dei sindaci. Per «perseguire una politica volta a migliorare la vivibilità delle città». Chissà se ci riusciranno. Per ora una sola cosa è certa. Anche loro sanno che per combattere lo smog, servono misure strutturali e non divieti una tantum.

Tanto che chiedono al governo di «permettere ai Comuni di investire risorse escludendo dal patto di stabilità» quelle utilizzate «per la lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione delle emissioni inquinanti». Chiedono inoltre all’esecutivo di mantenere gli incentivi per l’efficienza energetica e le rinnovabili ma anche di prevederne altri per le città che «promuovono misure limitative ai veicoli inquinanti e l’utilizzo di veicoli idridi, elettrici, a gas e metano». E «per il rinnovo o adeguamento dei veicoli commerciali» più vecchi.

«Per rendere tutto questo concreto – spiega Maurizio Baruffi – non c’è servono anche i soldi del governo. Come del resto quelli per le metropolitane e le infrastrutture che non possiamo più rimandare. Anche in vista dell’Expo. Con le opere collegate a questo evento ci giochiamo il futuro». Sugli incentivi, il consigliere del Pd a Palazzo Marino, la pensa come Chiamparino. «Anche se più che gli incentivi – per Baruffi – servono i disincentivi, penalizzando le produzioni a più alto impatto ambientale».

Al termine dell’incontro di ieri Sergio Chiamparino aveva proposto di aumentare i pedaggi autostradali ai veicoli più inquinanti. Enrico Fedreghini, capogruppo dei Verdi al Comune di Milano, ricorda un’iniziativa simile, già attuata. «Da settembre 2009 – spiega Fedreghini – sull’Autostrada Dei Laghi, durante la settimana, viene praticato il 70 per cento di sconto alle auto che viaggiano con quattro persone a bordo. Con risultati straordinari: una persona su tre ha deciso di condividere l’auto. Una scelta di razionalità economica, presa per il troppo traffico, con la quale però si inducono cambiamenti individuali».

Ma la Moratti ha subito frenato, nonostante il road pricing venga praticato in molte aree d’Europa: «Nel documento approvato non è inserita la sovratassa ma se ci sarà un’adesione dei sindaci la inseriremo anche se poi dovrà essere discussa su tavoli di livello superiore», ha chiarito il sindaco di Milano. Al blocco del 28 febbraio, deciso da sette regioni (Trentino, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna), aderirà anche Firenze. «Parteciperemo – ha annunciato il sindaco Matteo Renzi – ma sia chiaro che concretamente non serve a nulla. Perché le misure utili, sui cui stiamo lavorando, sono cambiare i bus, fare le piste ciclabili e gli investimenti su elettrico, sostenibilità, treni e tramvie».

Napoli viceversa deve ancora decidere. «Se la Capitale partecipa aderiremo anche noi», spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Napoli, il verde Gennaro Nasti. «A Napoli si dovrebbe intervenire lo stesso – denuncia Antonio Marfella, tossicologo e oncologo dell’ospedale Pascale – anche se non abbiamo gli stessi problemi del Nord. Perché la società italiana di chirurgia oncologica ha dichiarato che a Milano ogni giorno vengono registrati 15 nuovi casi di tumore del polmone. A Napoli nove, nonostante la differenza del numero di abitanti».
da Terranews.it

Addio allo scudo giudiziario e alla Protezione Civile Spa: vittoria del PD

Sul decreto legge sulle emergenze il Partito Democratico ha ottenuto una grande vittoria. Il provvedimento tornerà al Senato, dopo le modifiche approvate alla Camera con 282 sì, 246 no e un astenuto, con profondi cambiamenti.
Tutti conseguenti dai numerosi passi indietro che maggioranza e Governo sono stati costretti a fare grazie all’impegno del PD e delle altre forze d’opposizione come spiega Bersani “nell’intervista rilasciata a la Repubblica:”La vicenda della Protezione civile rappresenta una chiara vittoria dell’opposizione: è la prima volta che questo accade e questo significa che a poco a poco le cose possono cambiare”.

Si tratta dello stesso provvedimento che avrebbe dovuto contenere la Protezione Civile Spa, stralciata negli ultimi giorni grazie alla battaglia condotta in parlamento dal Partito Democratico. Nonostante l’approvazione del Dl emergenze, il governo ha mostrato in aula tutta la sua frammentarietà: nel corso della mattinata, per tre volte consecutive la maggioranza è andata sotto. Sono stati approvati due ordini del giorno del Pd e uno dell’Udc, sui quali il governo aveva espresso parere contrario.

Le modifiche ottenute dal PD. Tra le modifiche più rilevanti approvate a Montecitorio spicca la cancellazione della cosiddetta “Protezione Civile SpA”. L’articolo 16 del decreto che stabiliva la costituzione di una società per azioni d’interesse nazionale è stato, infatti, quasi interamente soppresso. Sono state salvate solo le norme sulla gestione della lotta aerea del dipartimento.

Il confronto in Aula ha portato anche a importanti risultati sulle proposte avanzate dai democratici per l’eliminazione della regola che garantiva uno ‘scudo’ ai commissari straordinari. Il testo originario prevedeva, infatti, che fino al 31 gennaio 2011 non potessero essere avviate azioni giudiziarie e arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e che quelle pendenti fossero sospese, un vero lodo Bertolaso a impunità della gestione commissariale dell’emergenza rifiuti in Campania finita sotto inchiesta. Già in commissione avevamo ottenuto la limitazione alla giustizia amministrativa e civile, escludendo quella penale.
Approvati anche gli ordini del giorno proposti dai deputati Pd su cui, spiega Donatella Ferranti capogruppo dei democratici in commissione Giustizia, “maggioranza e governo sono stati battuti o che sono stati costretti ad accogliere, e che smonta, in sostanza, l’approccio che il governo aveva ideato per affrontare l’emergenza carceri e si impongono regole per avere maggiore trasparenza nella gestione degli appalti e nelle soluzioni che vanno adottate”.

Un successo, quello sul decreto emergenze, che dovrebbe fare riflettere questa maggioranza “ammaccata” come la definisce Bersani, che ha invitato il sottosegretario Guido Bertolaso che, in un’intervista a Panorama, aveva polemizzato con cattivo gusto (se arriva un terremoto chi spala? Bersani?”) a “volare basso, con me capita male: io a quindici anni spalavo fango tra gli alluvionati di Firenze, non so lui cosa facesse”.

L’invito è chiaro: meno prepotenza e più serietà. Specialmente ora, quando finalmente il Parlamento è riuscito a riconquistare la sua centralità. A ricordarlo è Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, che ha annunciato il ‘no’ del gruppo perché il governo non ha accettato di introdurre la distinzione tra emergenze e grandi eventi: “Il bilancio di questi giorni segna la vittoria Pd e dei gruppi di opposizione – ha detto Franceschini in Aula – per le profonde modifiche a un testo presentato come blindato. E’ stata evitata la fiducia e sono stati votati gli emendamenti” che hanno eliminato alcune delle norme più contestate. Ma per Franceschini, quanto è avvenuto non è solo una vittoria delle opposizioni: “è qualcosa di più profondo, è la vittoria del Parlamento: abbiamo restituito la sovranità a quest’Aula – ha spiegato – che dall’inizio della legislatura era solo il luogo di ratifica delle decisioni del governo. Il torto più grave – ha ribadito Franceschini -è stato tentare di fare della Protezione civile uno strumento per esercitare fuori da confini ordinamentali le attività del governo, con un disegno senza pudore, così la presunta cultura del fare diventa arbitrio”.

Il primato del Parlamento sottolineato dal capogruppo PD è oggetto anche del plauso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che con una nota del Quirinale ha espresso “vivo compiacimento per il positivo confronto tra maggioranza e opposizione conclusosi oggi alla Camera dei Deputati” che ha portato a “libere votazioni” e ad evitare la questione di fiducia.

Compito della politica, difatti, è quello di cambiare le leggi che provocano sbagli, come appunto quelle contenute nel decreto o quelle esistenti, come l’equiparazione tra grandi eventi e emergenze.

Lo stesso Franceschini ha ammesso che l’equiparazione tra emergenze e grandi eventi risposto a uno deglia rgomenti polemicid el governo durnate il dibattito, cioè all’equiparazione tra emergenze ed eventi in vigore anche con il governo di centrosinistra: “è vero, ma durante il governo di centrosinistra nessuna ordinanza ha provocato un’inchiesta della magistratura e a nessuno è venuto in mente di eliminare i controllo delle Corte dei conti. Ora di fronte al rischio corruzione, non basta la denuncia a effetto e prendere come slogan la nuova legge anticorruzione. Servono regole giuste che garantiscono efficienza, trasparenza, pulizia” di cui l’Italia ha bisogno per crescere”.

Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del Pd sottolinea: “La maggioranza sembra disinteressata ad aspetti importanti di questo decreto sulla Protezione civile sul quale il Partito democratico conserva un giudizio negativo tant’è che si fa battere ripetutamente in aula nelle votazioni sugli ordini del giorno dell’opposizione. Con il nostro contributo, quelle norme che erano un vero e proprio schiaffo alla democrazia e alle sue regole, sono state migliorate tant’e’ che la Protezione civile non sara’ una Spa, la gestione delle emergenze in Campania non avrà’ scudi giudiziari ed stata accolta una modifica che ha ristabilito l’autonomia del ministero dei Beni culturali dal dipartimento diretto da Bertolaso. Abbiamo dimostrato che l’unita’ delle forze che si oppongono al governo Berlusconi può portare a risultati significativi. Ma quei voti della maggioranza che stanno mancando ora, purtroppo, torneranno nel voto finale e verrà approvata legge che non distingue fra calamità naturali e grandi eventi. Una soluzione insensata che serve solo a sfuggire regole e controlli”.

Ivana Giannone & Giacomo Rossi
www.partitodemocratico.it