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«L'Italia a doppia velocità comincia all'asilo nido», di Claudio Tucci

Un paese a doppia velocità fin dall’asilo nido. Mandare un bimbo, da o a 3 anni, in un asilo nido comunale costa 402 euro, al mese, in Lombardia, 322 in Toscana, 276 nel Lazio, 219 in Campania, 198 in Sicilia. Differente, anche, il tempo d’attesa (con il “record” in Campania: il 42% delle domande rimane in sospeso) e la presenza di strutture sul territorio: dei 3.184 asili, oggi esistenti, con un disponibilità di 129.992 posti, il 59% è concentrato al Nord, il 27% al Centro e solo il restante 14% al Sud.

A poche settimane dall’allarme lanciato dalla Ragioneria generale dello Stato, sui divari dei costi per uno studente alle elementari, medie e superiori, che possono arrivare ai 150-200 euro di gap tra Nord e Sud (che alzano ulteriormente l’asticella del divario territoriale esistente nel Belpaese), è un interessante studio di Cittadinanzattiva a evidenziare come mandare un bimbo a un asilo nido comunale costi a mamma e papà 297 euro al mese, circa 3mila euro l’anno, ma che questa cifra – pur onerosa – sia solo una media. In realtà esistono ampi divari tra Nord e Sud, sia sul versante dei prezzi che su quello delle infrastrutture disponibili. «Federalismo fiscale vuol dire proprio questo», è stato il commento di Antonio Gaudioso, vice segretario generale e responsabile delle politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva, «eliminare tali differenze, prendere impegni e mantenerli».

L’indagine è stata svolta, sulla base degli ultimi dati disponibili, 2007, forniti dal Viminale, sulle rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media, 6 ore al giorno), per 5 giorni a settimana.

Il quadro che ne emerge è, a dir poco, preoccupante. È Lecco, con 572 euro, la città più cara, seguita da Belluno, 535, e Bergamo, 474. Spicca, comunque, come le 10 città più care sono tutte del Nord. Il capoluogo, invece, più economico è Cosenza, 110 euro, seguito da Roma, 146 e Chieti, 162. Sempre il Nord, si conferma ai primi posti per più alto numero di nidi: in Lombardia, ce ne sono 627, con circa 25mila posti disponibili. A seguire, Emilia-Romagna, con 538 nidi e 23.300 posti, e Toscana, con 399 nidi, e poco più di 14mila posti. Al Sud, poco più che briciole.

Peraltro, il 43% dei nidi è concentrato nei capoluoghi e solo nel 17% dei comuni italiani è presente il servizio di asilo nido pubblico, di cui nel 59% dei casi è concentrato al Nord. Questo dato si può spiegare perché al Nord è più alta sia la percentuale di donne che lavorano (56,2%, contro il 35% del Sud) sia il tasso di natalità (1,41, conto l’1,36 delle regioni Meridionali). Sono numeri, tuttavia, distanti della medie europee. Come, pure, la spesa per la protezione sociale, il 26,6% del Pil, (la media Ue è del 26,9%). Anche se, poi, l’Italia, destina alla voce “famiglia, maternità e infanzia”, appena, il 4,6% dell’intera spesa. Il 66,6% è destinata alle pensioni e il 26,5% al sistema sanitario, il 2,3%, alla disoccupazione.

Tornando, invece, allo studio, facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni), emerge che, in media, in Italia la copertura del servizio è del 5,8% (percentuale che sale al 10% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia) con un massimo del 14,6% in Emilia Romagna e un minimo dell’1% in Calabria e Campania. Questo dato conferma non solo quanto l’Italia sia lontana dall’obiettivo comunitario che fissa al 33% la copertura del servizio, ma anche dal resto dei Paesi europei: Danimarca, Svezia e Irlanda si contraddistinguono per il più alto tasso di diffusione dei servizi per la prima infanzia (con una copertura del 40% dei bambini di età inferiore ai 3 anni), seguiti da Finlandia, Paesi Bassi e Francia (con una copertura del 30 per cento).

dal Sole 24 Ore

"Giustizia, il codice della volpe. Così il Cavaliere cambia le regole", di Giuseppe D'Avanzo

IL disegno di legge contro la corruzione, annunciato da Silvio Berlusconi, non c’è perché non poteva esserci. Nel mondo meraviglioso di mister B., i fatti sono immaginari e la comunicazione sostituisce l’azione. Chi si ricorda del “piano casa”? Berlusconi: “Venerdì, faremo il provvedimento sul piano casa che avrà effetti straordinari sull’edilizia” (7 marzo 2009). Non se n’è avuta più traccia. E tuttavia, anche nel mondo fiabesco del Cavaliere, emerge con molta coerenza il principio di non contraddizione tutte le volte che sono in ballo gli affari, la storia e il destino del presidente del consiglio. Berlusconi che annuncia di voler inasprire le pene per i corrotti, di voler liberare il suo partito e quindi il Parlamento e il governo da “chi sbaglia o commette dei reati” è la volpe che pretende di essere custode del pollaio. E’ una scena non disponibile in natura, a meno di voler credere che il bianco possa essere uguale e contrario al nero. A meno di non immaginare – ma chi è così ingenuo o stupido? – che il presidente del consiglio voglia allontanare dalle sue stanze gli uomini che lo hanno accompagnato nella sua avventura, pagando al successo dell'”uomo del fare” un alto conto giudiziario.

Qualche nome soltanto, estratto dal “cerchio stretto” che lo circonda. Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per mafia; Massimo Maria Berruti, condannato per favoreggiamento nella storia delle tangenti alla Guardia di Finanza; Aldo Brancher condannato per falso in bilancio; Romano Comincioli impicciato in bancarotte fraudolente e false fatture. Birbantelli, birbaccioni, direbbe il Capo, che per suo conto si è scritto un curriculum da gran briccone. Ora che “chi sbaglia” dovrebbe pagare, vale la pena ricordare rapidamente gli “sbagli” del Cavaliere, discussi in sedici processi, quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l’affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori; fondi neri per i diritti tv Mediaset; appropriazione indebita nell’affare Mediatrade.

Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un’occasione con formula piena per l’affare “Sme-Ariosto/1” (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa e nel secondo caso – le tangenti alla Guardia di Finanza – il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per “insufficienza probatoria”.

Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l’imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le “attenuanti generiche” che si attribuiscono a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le “attenuanti generiche” gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: “All Iberian/1” (finanziamento illecito a Craxi); “caso Lentini”; “bilanci Fininvest 1988-’92”; “fondi neri nel consolidato Fininvest” (1.500 miliardi); Mondadori (l’avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, “compra” il giudice Metta, entrambi sono condannati).

Si può dire che buona parte della storia politica del Cavaliere sia stata consumata nel manipolare la legge per tenersi lontano da condanne probabili. Senza le amnistie, le riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) preparate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato oggi un “delinquente abituale” e non un “birbantello”. Difficile immaginare che il Cavaliere voglia espellere se stesso dal partito che ha creato, dalla maggioranza parlamentare che ha nominato, dal governo che presiede.

Che il “giro di vite sulla corruzione” fosse soltanto un espediente per rassicurare un elettorato disilluso dal malcostume che affiora nello scandalo della Protezione civile, lo si era capito ieri. Non deve stupire – oggi – che la trovata da marketing politico non sia nemmeno riuscita a mostrarsi come il simulacro che sostituisce l’evento. Quando discute di sorvegliare e punire, il Cavaliere diventa terribilmente serio, gli cade l’umore, non ha voglia di barzellette. Vuole che il sorvegliare sia problematico e il punire improbabile. Lungo questa strada corre da anni e, sveltissimo, in questa legislatura. Un provvedimento di maggiore inibizione della corruzione avrebbe contraddetto, in modo radicale, tutte le sue politiche. Soprattutto due capisaldi: il processo breve e gli interventi sulle condizioni che consentono le intercettazioni telefoniche, unico modo per venire a capo dei crimini dei “colletti bianchi”.

Il “processo breve”, si sa, non è altro che una prescrizione rapida. Solitamente, a fronte dei reati più gravi, uno Stato responsabile si concede un tempo adeguato per accertare il reato e punire i responsabili (la prescrizione non è altro). Più grave è il reato, più laborioso il suo accertamento, maggiore è il tempo che lo Stato si riconosce prima di considerare estinto il delitto. Dovrebbe essere così per la corruzione se non fosse che Berlusconi, dettando le regole del “processo breve” (gli servono per venir fuori dalla condanna nel processo Mills), considera quel reato non grave, una pratica penalmente lieve, socialmente risibile, così inoffensiva da meritare una depenalizzazione o una permanente amnistia.

“Corrotto” e “corruttore” sono considerati attori sociali infinitamente meno pericolosi di “scippatore”, “immigrato clandestino”, “automobilista distratto”. Interessa poco a Berlusconi, “uomo del fare”, se i mercati dominati da distorsioni e “tasse immorali” (60 miliardi di euro ogni anno per la Corte dei Conti, un balzello occulto che equivale a una tassa di mille euro l’anno per ogni italiano, neonati inclusi) garantiscono benefici soltanto agli insiders della combriccola corruttiva. Come dimostra con vivacità lo scandalo della Protezione civile.
Il governo dovrebbe intervenire contro la corruzione per rafforzare competitività perché i mercati corrotti sono segnati sempre da una bassa crescita (troppe barriere all’entrata, troppi rischi di investimento). Dovrebbe essere consapevole che è dimostrata la relazione tra il grado di corruzione di un “sistema” e la sua crescita economica. Dovrebbe, in altri termini, considerare il contrasto alla corruzione una priorità per rimettere in sesto in Paese. Ce lo chiedono peraltro anche gli organismi internazionali.

Un rapporto del Consiglio d’Europa sulla corruzione in Italia, recentemente, ha rilevato che dalle nostre parti i casi di malversazione sono in aumento; le condanne sono diminuite; i processi non si concludono per le tattiche dilatorie che ritardano i dibattimenti e favoriscono la prescrizione; la normativa è disorganica; la pubblica amministrazione ha una discrezionalità che confina con l’arbitrarietà. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa ha inviato all’Italia 22 raccomandazioni di stampo amministrativo (introduzione di standard etici, per dire), procedurali (per evitare l’interruzione dei processi), normative (nuove figure di reato). Le sollecitazioni sono rimaste lettera morta e si può dubitare che il presidente del consiglio abbia voglia di leggerle.

Lo slogan “più severità contro la corruzione” è quel che è, soltanto un vivamaria elettorale, comunicazione politica per correre ai ripari dinanzi a pessimi sondaggi che segnalano il disincanto degli italiani in blu che hanno creduto in Berlusconi antipolitico e lo ritrovano identico a un leader politico della Prima Repubblica, “commissario ideologico” di un “sistema” che assicura affari e prebende ad amici, familiari, clientes. Alla fine, non fosse altro per salvare la faccia e affrontare la campagna delle Regionali, qualcosa verrà fuori, magari l’annuncio di regole per una maggiore trasparenza nella pubblica amministrazione, come chiede Renato Brunetta, per far sì che almeno lì “i fenomeni corruttivi si marginalizzino e diventino fisiologici”. E’ un’intenzione che difficilmente potrà farsi strada lungo gli accidentati percorsi parlamentari ostruiti dalle leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento, nuova legge immunitaria). Le parole di Berlusconi contro la corruzione resteranno quel che sono, la stravaganza di un imbonitore che vuole far credere che la volpe possa badare al pollaio.
La Repubblica 20.02.10

Le dimissioni mediatiche di Cosentino

L’ultima sceneggiata del governo: il sottosegretario all’Economia accusato per mafia lascia la poltrona, ma solo perchè in lite con il Pdl. Berlusconi rifiuta le dimissioni e Cosentino prende tempo per riflettere. Il PD: “Basta farse, spieghino al paese perchè si dimette proprio oggi”.
Nicola Cosentino si è dimesso. O forse no. Non si sa con certezza, quello che invece è chiaro come il sole è che il tanto sperato e sollecitato abbandono della poltrona da sottosegretario all’Economia è arrivato per le ragioni sbagliate. Poteva andarsene perché sulla sua testa pende un’accusa di associazione mafiosa, oppure perché a suo carico è già stato emesso un mandato di arresto, poteva lasciare addirittura perché la Cassazione poche settimane fa ha liquidato il suo ricorso. Già, poteva. Invece in perfetta coerenza

Un accordo di troppo alla presidenza della regione Campania, in cui Cosentino è coordinatore per il Pdl e un candidato Udc al posto di uno dei suoi fedelissimi sono bastati a provocare le dimissioni dalla carica di sottosegretario e da quella di coordinatore di partito. Il doloroso addio è stato motivato così: “Mi sono dimesso perché voglio liberare il campo da ogni strumentalizzazione in vista della campagna elettorale”. Giusto, sarebbe stato molto imbarazzante per il partito al governo avere fra le sue fila un coordinatore che non riesce a dire l’ultima parola sulle candidature nella sua regione. Niente a che vedere con l’orgoglio di avere un membro del governo indagato! E non solo uno.

Buone o meno, le intenzioni di dimettersi di Cosentino hanno dovuto fare i conti con la “solidarietà” dei suoi simili. Il premier non si è lasciato turbare dalle parole del suo sottosegretario e ha commentato con un serafico e ormai usuale rifiuto. Insomma, dimissioni respinte e mano tesa per riportare a casa la pecorella sovversiva e smarrita, che dal canto suo pare ripensarci: “Le parole di Berlusconi meritano qualche notte in più di riflessione. Non so se ci ripenserò”. Onorevole faccia pure con comodo, tanto gli italiani in fondo cos’hanno da fare? Soprattutto in questi tempi di crisi, a cosa vuole che serva avere un assetto stabile in un ministero come quello dell’Economia? Cosentino e Berlusconi sanno da una vita che le loro beghe interne sono più importanti dei problemi del paese, tanto è vero che questo pomeriggio a Palazzo Grazioli ci hanno bevuto su un bel caffè, la ciliegina sulla torta in questo tango ridicolo.

A questo punto il segretario PD, Pier Luigi Bersani, pretende spiegazioni dalla maggioranza: “Noi avevamo chiesto mesi fa le dimissioni di Cosentino. Allora la maggioranza le respinse, ora abbiamo chiesto, tramite il capogruppo, che il governo ci spieghi quali novità ci sono e ci spieghi il ripensamento”.

Sulla stessa onda il capogruppo Dario Franceschini, che chiede alla Camera: “Poiché in questa aula fu discusso il tema di una mozione di sfiducia respinta nei confronti di Cosentino vorremmo sapere quali fatti nuovi hanno motivato le dimissioni del sottosegretario Cosentino. Basta con queste rappresentazioni teatrali fatte solo a fini mediatici”.

Chiede spiegazioni anche la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro: “Come mai proprio oggi Nicola Cosentino si dimette da sottosegretario? Avevamo presentato gia’ nel 2008 una mozione che impegnava il governo a chiedere le dimissioni di Cosentino. Mozione sollecitata piu’ volte all’attenzione del Presidente del Senato Schifani e finalmente discussa nel novembre 2009. La mozione e’ stata bocciata dall’Aula di Palazzo Madama e lo stesso e’ avvenuto alla Camera. La maggioranza ha difeso strenuamente il sottosegretario.Quali sono le novita’ di oggi che spingono Nicola Cosentino a rassegnare le sue dimissioni? Quali fatti giungono, ora, a determinarle cosi’ fortemente tanto da essere dichiarate dal sottosegretario irrevocabili e necessarie per sgombrare il campo da strumentalizzazioni in vista delle elezioni regionali? Vorremmo sapere da Governo, maggioranza e dal sottosegretario Cosentino i motivi di questa decisione”.

Per Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia l’annuncio di dimissioni di Cosentino “ e’ stato seguito in modo fulmineo dalla richiesta da parte di un’autorevole esponente del Pdl, Italo Bocchino, di ritirarle. Per noi si tratta solo della conferma che il gesto di Cosentino e’ l’ennesimo atto di una lotta di potere interna, non la presa di coscienza dell’insostenibilita’ del suo ruolo istituzionale e politico dopo una richiesta d’arresto per rapporti con la camorra. Del resto avevamo avuto chiari segnali del disinteresse da parte del centrodestra all’adozione di un codice etico per le candidature: solo meta’ dei parlamentari del Pdl era presente alla votazione che ha approvato il codice contro le candidature di personaggi sospetti di legami con la mafia, un testo passato solo per la presenza e il voto determinante dei parlamentari del Pd”.

La deputata Pina Picierno commenta: “Chiedevamo a gran voce da un anno che il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino prendesse atto delle gravi ombre sulla sua figura e presentasse le proprie dimissioni dalla carica di sottosegretario. Chiediamo al Governo adesso di fare chiarezza sul motivo di questa scelta, se ci sono elementi sui quali la maggioranza e’ tenuta a riferire, a maggior ragione dopo essersi assunta la responsabilita’ di respingere le stesse dimissioni quando a chiederle sono state le opposizioni. Sarebbe quanto meno paradossale se alla fine, a determinare queste dimissioni, fossero problemi di poltrone nel centrodestra sulle candidature alle elezioni provinciali”.
www.partitodemocratico.it

Università. Ghizzoni, situazione insostenibile, il PD presenta emendamento

Gli Atenei non ce la fanno più ad assolvere al loro compito costituzionale. L’allarme dei Rettori coincide con quanto il PD va denunciando dall’estate 2008, cioè da quando Tremonti mise le mani in tasca agli Atenei. Il maltolto è servito per abolire l’ICI ai proprietari di immobili con reddito medio alto e per far cassa: poco importa se gli Atenei sono stati messi sul lastrico ed è loro impedito i normale turn over del personale, costringendo i giovani di talento a volare all’estero.
Durante l’approvazione dell’ultima finanziaria, la Gelmini con soddisfazione annunciò “urbi et orbi” che dallo scudo fiscale aveva recuperato ben 400 milioni di euro per le esigenze dell’università. Dimenticò di dire due cose: che il “tesoretto” recuperato è una manovra una tantum per il solo 2010 e che la finanziaria aveva appena tagliato di ben 678 milioni dal fondo di finanziamento ordinario. Non si tratta di inezie: il prossimo anno con quali risorse gli Atenei chiuderanno i bilanci?
Il decreto “mille proroghe” rappresenta l’occasione per dare un po’ di ossigeno alle università, poiché è la sede opportuna per approvare – come di consueto – uno sconto sulla spesa del personale, in particolare consentendo di calcolare solo per 2/3 gli assegni fissi al personale convenzionato con il servizio sanitario nazionale.
A fronte dei tagli progressivi apportati dal Governo al Fondo di funzionamento delle università e alla rigidità della spesa (si pensi agli incrementi stipendiali automatici per il personale), si tratta di una norma necessaria, per consentire la prosecuzione della didattica e della ricerca nei nostri Atenei. E è per questo motivo che l’emendamento sarà presentato dal PD.

Sestola è tornata in montagna

Accolto dal governo l’emendamento al decreto che declassava la “perla” del nostro Appennino.
Sestola torna ad essere un Comune di montagna. Il governo ha accolto un emendamento presentato da un gruppo di parlamentari – in gran parte del Pd – e ha cancellato le norme del decreto sulla finanza locale che escludevano la “perla” dell’Appennino modenese dal novero delle località montane. Soddisfazione è stata espressa dall’on. Ivano Miglioli del Pd.

“Evidentemente – ha commentato il parlamentare modenese – il governo ha preso atto del clamoroso errore ed è tornato sui suoi passi. Del resto già Tremonti e Frattini, ospiti pochi giorni fa di una manifestazione proprio a Sestola, hanno potuto constatare l’assurdità di un provvedimento del governo che declassava, e non considerava più comune montano, una delle più importanti località turistiche dell’Appennino. Anche se mi chiedo dov’erano i due illustri esponenti del governo quando il Consiglio dei ministri adottava quel provvedimento”.

Originariamente il decreto in questione escludeva dalle aree montane i comuni con meno del 75 per cento della superficie comunale oltre i 600 metri di quota: oltre a Sestola, rimanevano tagliati fuori altri 90 Comuni dell’Appennino emiliano-romagnolo, 291 comuni su 530 in Lombardia, 9 su 10 in Umbria, 24 su 160 in Toscana.

L’emendamento accolto dal governo e approvato in commissione sopprime il criterio puramente altimetrico per la ripartizione delle risorse ai comuni e prevede l’intesa con le Regioni. Nei prossimi giorni il decreto sulla finanza locale, così emendato, passerà all’esame dell’aula per l’approvazione definitiva.

“E’ importante – aggiunge Miglioli – che lo Stato, a proposito di federalismo, recepisca nel proprio ordinamento la competenza regionale in materia di definizione di comune montano e, quindi, nella ripartizione dei fondi a favore delle località di montagna. Naturalmente ci auguriamo che il governo non cambi ancora idea. Rimane invece irrisolta la questione del gas metano perchè in sede di esame degli emendamenti al decreto “Milleproroghe” ,che arriverà in aula la prossima settimana, sono state respinte le proposte che prevedevano la riconferma delle agevolazioni”.

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Montagna, dalla Regione un piano di 100 milioni per rafforzarla. Dal centrodestra, soltanto parole. L’accoglimento dell’emendamento anti-tagli è una vittoria di chi ha lavorato dal primo minuto per evitare un colpo mortale al nostro Appennino.

“L’accoglimento, per ora soltanto in Commissione parlamentare, di un emendamento che recepisce il nostro allarme per la montagna, dimostra la correttezza delle nostre preoccupazioni per il futuro dell’Appennino, dei suoi cittadini e delle sue imprese.

A inizio dicembre abbiamo per primi rilevato l’aberrazione di quanto veniva previsto dalla Finanziaria: azzeramento in ogni sua componente, inclusa la quota di finanziamento statale alle Comunità montane per l’esercizio associato di servizi comunali, del Fondo nazionale per la Montagna. Cancellazione della qualifica di Comune montano per i tre quarti degli enti locali dell’Appennino emiliano-romagnolo. Riduzione delle risorse al solo 30% rispetto a quelle precedentemente assegnate anche ai pochi Comuni che avrebbero mantenuto la qualifica di montano”, ricorda l’Assessore regionale a Programmazione e Sviluppo territoriale, Gian Carlo Muzzarelli.
“Ecco qual era il “bel” progetto del Governo per la montagna, senza che nessuno dei consiglieri regionali del centrodestra – sempre pronti a puntare il dito contro le Amministrazioni locali e la Regione – abbia alzato un solo dito per provare a fermarla.

Ora, ci auguriamo che prevalga il buonsenso e che il Governo abbia preso atto finalmente che Sestola, Porretta, Castelnuovo ne’Monti, Santa Sofia, Bagno di Romagna e tanti altri comuni dell’Appennino sono in montagna.

Noi continueremo nella direzione della concretezza e dell’interesse di famiglie, cittadini ed imprese del territorio ad assicurare lo sviluppo sostenibile e durevole dell’Appennino. Porteremo a termine il piano da 100 milioni di euro che abbiamo presentato a Zocca a fine gennaio, con il quale vogliamo rafforzare sicurezze, accoglienza, innovazione del sistema produttivo e sociale, servizi, competitività agricola, industriale ed ambientale”. Speriamo soltanto che anche i Ministri Tremonti e Frattini, venuti a Sestola, abbiano constatato che si trovavano in montagna: la neve e le piste da sci mi sembrano buoni indizi…”, ironizza in conclusione Muzzarelli.

"Figli e lavoro: due regioni, due storie diverse" di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina

La natalità in Italia continua a essere bassa. Ma anche in un anno così generalmente depresso come il 2009, c’è chi ha resistito meglio e chi ha ceduto di più. La fecondità cresce in Emilia Romagna e scende ancora in Campania. Ovvero cala nella regione nella quale l’occupazione femminile è più bassa e sale nell’unica regione italiana che in proposito ha già superato gli obiettivi di Lisbona. Un risultato paradossale a prima vista, che si spiega con la ben diversa quantità e qualità dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia.

La fecondità italiana stenta a rialzare la testa. Secondo le stime appena rilasciate dall’Istat, nel 2009 c’è stato addirittura un piccolo peggioramento rispetto all’anno precedente. Poca cosa: 1,41 contro 1,42. Però, indica che non stiamo facendo molto per uscire dal tunnel della denatalità. Ma anche in questo ambito, in un anno così generalmente depresso come il 2009, c’è chi ha resistito meglio e chi ha ceduto di più. Da questo punto di vista, i due casi estremi sono stati la Campania e l’Emilia Romagna.

I FIGLI IN EMILIA E IN CAMPANIA

Storicamente, la fecondità è sempre stata più elevata in Campania rispetto all’Emilia Romagna. Dopo il punto più basso del 1995, l’Emilia Romagna è stata però tra le regioni che con più determinazione hanno invertito la rotta, mentre la Campania ha continuato a segnare il passo.
La forbice si è chiusa nel 2008, sul valore di 1,45 figli in media per donna. L’anno dopo sono proprio tali due realtà a rivelarsi tra le più dinamiche. In particolare, ciò che deprime la fecondità lo fa in modo ancor più accentuato in Campania, che scende a 1,42, ciò che protegge e sostiene le scelte riproduttive si esplica ai suoi maggiori livelli soprattutto in Emilia Romagna, che sale a 1,47. Nessuna regione italiana presenta incrementi più negativi della prima e più positivi della seconda.
Non può essere però un caso che la fecondità risulti in maggiore depressione proprio nella regione nella quale l’occupazione femminile italiana è più bassa (27,3 per cento in Campania), e sia invece in maggior crescita nell’unica regione italiana che ha già superato gli obiettivi di Lisbona (62,1 per cento in Emilia-Romagna). Risultato paradossale e inspiegabile se non letto assieme alla ben diversa quantità e qualità di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia – asili nido in primis – che, come ben noto, caratterizzano le due realtà geografiche.
In Emilia Romagna non solo il numero di nidi offerto è cresciuto fino a raggiungere (quasi ) gli obiettivi suggeriti dall’Unione Europea – 33 per cento. Ma sono anche aumentate le opportunità (orari e tipi diversi). Mentre crescono i servizi non diminuisce la qualità, che resta d’esempio per l’Europa e non solo (vedi le punte di Reggio Emilia). (1) In questa regione la fiducia delle famiglie è in crescita come mostrano anche le liste di attesa.
La Campaniaè invece tra le regioni con il più basso numero di posti offerti (meno del 6 per cento di copertura) e solo nel 7,8 per cento dei comuni sono previsti servizi per l’infanzia contro quasi l’80 per cento in Emilia. La Campania è, tra l’altro, la regione che ha approvato più tardi il piano nidi per il triennio 2007-09.
Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche. (2)
Un dato che dovrebbe far riflettere il sottosegretario Giovanardi e chi usa la crisi come pretesto per tergiversare ulteriormente rispetto alla realizzazione di solide, strutturali e durature misure di aiuto alle famiglie. Se è nei momenti di crisi che si vedono i veri amici, dobbiamo allora pensare che questo governo non sia molto amico delle famiglie.
www.lavoce.info

Protezione Civile, passa il dl ma governo battuto tre volte alla Camera. Dichiarazione di voto dell'On. Franceschini

Alla fine, la Camera ha approvato il decreto sulla Protezione civile con 282 sì e 246 no. Un deputato si è astenuto. Ora il provvedimento passerà al Senato. Ma prima di arrivare a questo risultato il governo ha dovuto capitolare per ben tre volte, nel giro di qualche minuto su altrettanti ordini del giorno del Pd e Udc. L’odg di Donatella Ferranti è passato con 248 sì e 244 no, l’odg Capano con 250 sì e 244 no. Dai banchi dell’opposizione si sono levati fragorosi applausi. Governo battuto per la terza volta invece su un ordine del giorno, relativo sempre alla costruzione di nuove carceri, presentato dall’Udc su cui aveva espresso parere negativo.
Il Partito Democratico considera «una vittoria» propria e di tutta l’opposizione, ma soprattutto del Parlamento, il passaggio alla Camera del decreto emergenze e protezione civile, ma le modifiche introdotte non bastano per dire sì al provvedimento. «Voteremo contro», ha spiegato il capogruppo Dario Franceschini, perché «avete rifiutato di distinguere per sempre catastrofi e grandi eventi». Di fronte al rischio corruzione, «non basta la denuncia a effetto» e prendere come slogan «la nuova legge anticorruzione. Servono regole giuste che garantiscono efficienza, trasparenza, pulizia» perchè il Paese per crescere «ha bisogno di efficienza, trasparenza e pulizia». Questa giornata, ha esordito, «segna vittoria del partito democratico e di tutti i partiti di opposizione. Sono stati votati e approvati nostri emendamenti, è stata evitata la fiducia, è scomparsa l’Spa, è stato eliminato l’ultimo degli scudi, l’assurda norma che non solo sospendeva i processi ma impediva anche di avviare azioni giudiziarie nei confronti dei commissari, una spudorata norma per l’immunità». Dunque, ha insistito, «potremmo dire che è stata una nostra vittoria, ma è stata vittoria del parlamento. Per una volta è stata restituita a quest’aula la sua sovranità, dopo un avvio di legislatura in cui la Camera sembrava avviata a essere solo luogo di ratifica delle decisioni del governo». Finalmente, ha aggiunto, «abbiamo ricordato e dimostrato che per la nostra Costituzione è il governo a essere espressione del parlamento e non viceversa». Il dibattito, ha ricordato, si è svolto mentre da fuori veniva «il vento di una bufera causata non solo dal comportamento di singoli», ma «da norme e scelte politiche sbagliate». Tuttavia, il Pd «ha scelto di lasciare fuori da questo dibattito le vicende giudiziarie che pure coinvolgono esponenti del governo» perchè «accertare la violazione delle leggi è competenza dalla magistratura, mentre responsabilità della politica è fare le leggi e scrivere leggi che evitino di riperete gli errori».

Il ddl anticorruzione
Intanto, il Consiglio dei ministri, riunito a Palazzo Chigi in mattinata, ha dato via libera «salvo intese» al disegno di legge che inasprisce le pene per i reati contro la pubblica amministrazione, tra cui la corruzione e concussione. Fonti governative riferiscono infatti che il testo è «ancora una bozza modificabile».

Il provvedimento incrementa le sanzioni per i reati contro la pubblica amministrazione, con pene accessorie come l’incompatibilità, l’inelegibilità e l’interdizione dai pubblici uffici. L’aumento delle pene non dovrebbe però superare il limite dei 10 anni, oltre il quale il ddl rischierebbe di non raccordarsi più con la prescrizione processuale prevista dal “processo breve”.
L’unità 19.02.10

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Riportiamo la dichiarazione di voto dell’On. Franceschini sul decreto legge

Signor Presidente, oggi noi potremmo dire che il bilancio di queste giornate di lavori parlamentari segna una vittoria del Partito Democratico e di tutti i gruppi dell’opposizione. Potremmo dirlo perché sono state fatte profonde modifiche ad un testo che veniva presentato come blindato e immodificabile. Potremmo dirlo perché è stato evitato un altro voto di fiducia e sono stati votati e approvati nostri emendamenti. È scomparsa la privatizzazione definitiva della Protezione civile attraverso la rinuncia alla Spa. È stato eliminato l’ultimo degli scudi, quella assurda norma che non solo sospendeva i processi – come abbiamo visto in tante leggi ad personam – ma che addirittura impediva di avviare azioni giudiziarie nei confronti delle gestioni commissariali: un’altra spudorata norma per garantire l’impunità.
Potremmo dire di aver vinto, perché tutto questo non è avvenuto per una scelta politica lungimirante della maggioranza, ma per la ferma determinazione dei nostri comportamenti parlamentari.
Potremmo, dunque, dire che è stata una nostra vittoria, ma non crediamo che sia così, perché non è successo soltanto questo, è stato qualcosa di più profondo: è stata una vittoria del Parlamento, perché, per una volta, abbiamo restituito a quest’Aula la sua sovranità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Abbiamo restituito a quest’Aula la sua sovranità, dopo un avvio di legislatura in cui la Camera è sembrata destinata a diventare solo il luogo di ratifica delle scelte fatte dal Governo; una Camera soffocata da decreti-legge, da maxiemendamenti, da voti di fiducia, da pareri negativi su ogni proposta, per assenza di copertura.
Abbiamo finalmente ricordato e dimostrato che per la nostra Costituzione è il Governo ad essere espressione del Parlamento, non viceversa e l’abbiamo fatto su un tema di straordinaria importanza e di assoluta attualità, sentendo soffiare fuori da qui il vento di una bufera che è causata non solo da comportamenti di singoli accusati di aver violato la legge, ma è causata da norme e da scelte politiche colpevoli e sbagliate. Noi abbiamo scelto di lasciare fuori da questo dibattito le vicende giudiziarie, che pure coinvolgono strutture dello Stato ed esponenti del Governo nello stesso settore su cui stiamo legiferando oggi. L’abbiamo fatto perché sappiamo che accertare le violazioni di leggi e regole è competenza della magistratura, mentre la responsabilità della politica è fare le leggi e scrivere regole giuste per il futuro, che correggano gli errori e che evitino di ripeterli. Di errori ce ne sono stati tanti, troppi, errori che hanno mortificato lo straordinario sistema delle Protezioni civili, quella nazionale e quelle regionali e locali.
Il giorno dopo il terremoto de L’Aquila – il sottosegretario Bertolaso se lo ricorda – io sono stato, da segretario del mio partito, tra le macerie e i campi dei terremotati, da solo, senza avvisare giornalisti e telecamere che mi sembravano offensive in mezzo a quel dolore straziante (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e ho visto lo straordinario e silenzioso lavoro di centinaia di donne e di uomini della Protezione civile e delle organizzazioni di volontariato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Quel lavoro che tutti gli italiani conoscono e apprezzano da anni e anni, fin da quando noi, ancora bambini, guardavamo la televisione in bianco e nero e vedevamo i ragazzi più grandi noi, gli angeli del fango, che lavoravano e sudavano in mezzo alle strade di Firenze inondate dall’Arno.
Ecco perché l’abuso delle ordinanze è ancora più grave, ecco perché quello che stiamo leggendo sui giornali, le notizie delle inchieste provocano ancora più dolore, perché si abbattono come una maledizione sulla fatica e sulla passione di migliaia di persone che ogni giorno mettono a disposizione la loro generosità e il loro impegno in nome di una solidarietà concreta e vissuta. Lo fanno con umiltà, sottosegretario Bertolaso, magari non si mettono il maglione blu, ma lavorano con molta umiltà e molto silenzio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Eppure il torto più grande che si poteva fare a tutte queste realtà non sta nei pur gravissimi fatti che stanno emergendo dalle inchieste, quelle sono responsabilità di cui dovranno rispondere gli individui che sono stati chiamati in causa, a tutti i livelli. No, non è questo: il fatto più grave nei confronti della Protezione civile è quello che si produce con la sciagurata scelta di fare di questa realtà, che davvero è patrimonio comune di tutto lo Stato, uno strumento per esercitare fuori dei suoi confini ordinamentali il potere del Governo rendendolo onnipotente, arbitrario, incontrollabile. Questa è la colpa imperdonabile del Governo Berlusconi, il tentativo al quale ci opporremo con tutti gli strumenti parlamentari e politici.
È un disegno senza pudore, che viene ammantato da seducenti obiettivi: la concretezza, il pragmatismo dei cosiddetti uomini del fare. Questa cultura, che vuole apparire moderna e che risolve i problemi aggirando gli ostacoli, forse funziona nelle emergenze, e quando funziona nelle emergenze nessuno ha nulla da dire, ma non tutto è emergenza, e se vengono considerati fastidiosi ostacoli anche i codici, le leggi le procedure parlamentari, l’equilibrio tra i poteri, allora questa presunta «cultura del fare» diventa pericoloso arbitrio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Apre la strada ad una degenerazione in cui il potere finisce per ubriacarsi del suo contenuto fino a diventare illegittimo. Non è un discorso teorico e basta vedere dove sta la fonte delle degenerazioni a cui abbiamo assistito. La degenerazione sta nella scelta di utilizzare lo strumento della dichiarazione dello stato di emergenza per grandi eventi che con l’emergenza non c’entrano nulla. Anche i non addetti ai lavori e anche chi ci sta ascoltando da casa capisce bene che è giusto rendere tutto il più veloce possibile, anche in deroga alle leggi, se si tratta di far fronte ad un terremoto, ad un’alluvione, ad una frana e a un disastro ferroviario. Ma chiunque capisce anche che l’emergenza non c’entra nulla con eventi sportivi o culturali che sono magari programmati da anni. Cosa c’entra l’emergenza con l’Expo, con le celebrazioni per l’unità d’Italia, con i mondiali di nuoto e di ciclismo, con i giochi del Mediterraneo, con l’anno giubilare paolino (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), con l’esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Copertino o con la Louis Vuitton Cup? Prendiamo come esempio la Vuitton Cup a La Maddalena, una delle 109 ordinanze del 2009: il 12 gennaio viene classificata come grande evento, per cui si applica il regime dell’emergenza. Nell’ordinanza che nomina il commissario sono previste deroghe praticamente a tutto: alle procedure di affidamento; ai controlli dei requisiti per i contratti; alla procedura per la scelta del contraente; alla pubblicazione dei bandi di gara; agli indizi, ai termini e ai criteri di selezione delle offerte; alla progettazione; alle verifiche archeologiche; al subappalto; alle varianti in corso d’opera; alle penali; all’adeguamento dei prezzi. Tutto in deroga senza nessuna ragione, perché non si tratta di un terremoto o di un’alluvione, ma di una gara di vela (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Tutto avviene senza regole, e senza regole e garanzie le tentazioni e la corruzione sono sempre in agguato. Sappiamo sempre – immagino che tra un po’ l’onorevole Cicchitto lo ripeterà – che anche i Governi precedenti hanno usato in qualche caso lo strumento dell’ordinanza per i grandi eventi. È stato un errore e noi oggi vogliamo cambiare la norma, ma voi no. Tuttavia, va detto che durante i Governi di centrosinistra nessuna ordinanza ha causato inchieste giudiziarie e mai a nessuno è venuto in mente di abusarne o di eliminare addirittura, come avete fatto voi, il controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! Per questo motivo, nonostante i risultati ottenuti voteremo contro il decreto-legge. Avete, infatti, rifiutato, bocciando ogni nostro emendamento, di distinguere per sempre catastrofi naturali da grandi eventi e perché avete aggravato questa linea pensando di usare l’emergenza carceri per eliminare anche lì regole di trasparenza, nonostante le garanzie che il Ministro Alfano ci aveva dato in quest’Aula. Invece, di fronte agli eventi alluvionali del Natale scorso in Toscana, Liguria e Emilia-Romagna avete destinato 100 milioni di euro rispetto ai 700 milioni di euro chiesti dalle regioni e non avete sospeso i termini per i versamenti tributari. Questa è un’emergenza vera e non una regata velica. Noi vogliamo che questo Parlamento torni a scrivere le regole: non bastano annunci ad effetto come quello slogan affrettato della nuova legge anticorruzione. Servono regole giuste, perché solo regole giuste garantiscono efficienza, trasparenza e pulizia. Questo Paese, per tornare a sperare nel suo futuro, ha bisogno di questo e non di furbizie, di cinismo, di truffe. Ha bisogno di efficienza, di trasparenza e di pulizia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni).