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Scuola, Pd: Governo riduce alternative a ora di religione. Ghizzoni: nelle scuole sempre più incertezze e caos normativo

“Con l’attuale Governo si è aperta per la scuola una preoccupante e lunga fase di incertezza e illegalità. È infatti di questi giorni l’ennesima iniziativa che desta stupore e rammarico: la circolare sulle iscrizioni al primo ciclo, datata 15 gennaio 2010, riduce da quattro a tre le opzioni di attività alternativa previste per gli studenti che non intendono avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Così, dopo circa 20 anni dalla prima adozione di disposizioni annualmente riconfermate e richiamate da ben tre sentenze della Corte Costituzionale, è stata eliminata l’opzione della “libera attività di studio e/o di ricerca individuale senza assistenza di personale docente”. Ma non basta. Sul modulo allegato alla circolare, utilizzato dagli alunni per esprimere la scelta dell’attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica, sono ulteriormente ridotte a due sole le opzioni già previste dalla circolare stessa, poiché manca quella relativa alle “attività didattiche e formative”, cioè quelle che – guarda caso – necessitano della nomina e dell’impiego di un apposito docente per tutta la durata dell’anno scolastico. Refuso o una mancanza intenzionale? Ci auguriamo che si tratti della prima ipotesi, alla quale porre immediatamente rimedio, perché se fosse vera la seconda congettura ci troveremmo di fronte ad un fatto molto grave. Con una interrogazione urgente abbiamo pertanto chiesto al Governo chiarimenti in merito, così da annullare le macroscopiche manipolazioni delle disposizioni che da tempo attuano i principi stabiliti dalla Corte Costituzionale per la costituzionalità dello stesso Concordato. Nella medesima interrogazione chiediamo inoltre di spiegare i motivi per i quali si continua a non informare le istituzioni scolastiche che per le attività didattiche e formative alternative all’insegnamento della religione cattolica, programmate nel Piano dell’offerta formativa per la durata di tutto l’anno scolastico, è possibile accedere ai fondi iscritti negli appositi capitoli di spesa degli uffici scolastici regionali, poiché si tratta di attività obbligatorie”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Quando il capo non sa vedere", di Adriano Sofri

Primo: non infierire. Ma come si fa? Mettiamola così: ci sono due buone notizie. In Puglia si sono svolte le primarie con un’adesione sentita, e finalmente abbiamo il candidato. A Bologna il sindaco si è dimesso, che è proprio la cosa che andava fatta. Tutto bene, dunque. E ora facciamo due chiacchiere. Bersani ha ribadito lealmente il sostegno del Pd a Vendola, caldo di una così larga investitura. E ricapitolando – mi viene sempre questo verbo, mannaggia – le ragioni dell’impegno per Boccia, ha ribadito il proposito di guadagnare adesioni fuori dai confini della sinistra, dentro i quali invece è destinata a restare la candidatura di Vendola.

Una prima obiezione possibile riguarda la riduzione della ricerca di consensi cosiddetti moderati all’alleanza con l’Udc. Tanto più quando non ci si misuri con tempi tagliati e fronti uniti, come sarebbe stato se Berlusconi avesse imposto elezioni politiche anticipate. L’obiezione maggiore è un’altra: e cioè che i dirigenti del Pd commettono un serio peccato di appropriazione indebita quando parlano del “proprio” elettorato, dei “proprii” suffragi già acquisiti e bisognosi di allargamento.

Non mi riferisco tanto agli elettori che si sono presi da tempo una libera uscita dalle fedeltà di schieramento. Mi riferisco piuttosto alle persone, ancora tantissime, che si sentono tuttavia fedeli a un ideale, o almeno a un’idea, di sinistra e di democrazia, e stentano a riconoscerla nel Pd. Persone che dirottano il loro voto sulla costellazione di partiti e movimenti che affettano un’intransigenza eroica, o lo conservano al pulviscolo di etichette che furono già della sinistra malamente detta “radicale” e diventata extraparlamentare, dai verdi ai comunisti, o, più consistentemente, decidono che non voteranno più, con uno spirito amaro o punitivo.
Si faccia un conto, come suggeriscono i politici “esperti”, e ne risulterà una somma di voti superiore a quella promessa dall’alleanza con l’Udc. Il saldo diventa più allarmante se si consideri la disaffezione crescente dentro la base che si definì un po’ rozzamente “lo zoccolo duro” (formula non così distante da quella borsistica del “parco buoi”, e non per caso). Ogni volta che i dirigenti del Pd fanno appello alla necessità di andare oltre i “propri” elettori, stanno ingannando se stessi. Frughino bene: hanno le tasche bucate. Ognuno dei voti che presumono “loro” va riguadagnato. E non al prezzo di un sovrappiù di irresponsabilità, di rinuncia all’intenzione di governare, di demagogia: al contrario.

Abbiamo intravisto sugli schermi le lunghe file di cittadini pugliesi alle primarie, e anche la folla entusiasta a festeggiarne il risultato. È improbabile che quei cittadini siano ostili per principio alle alleanze e ai ragionati compromessi: però non si rassegnano alle primarie negate per non dispiacere a Casini. Chissà quanti di quei cittadini che si sobbarcano all’impegno di una domenica d’inverno per scegliere un candidato avrebbero deciso di non andare a votare nelle elezioni “vere” se il candidato fosse stato imposto d’autorità. I dirigenti del Pd non lo vedono? Vivono altrove, e di che cosa? Massimo D’Alema ebbe un’uscita magistrale, qualche giorno fa, quando all’improvviso dichiarò, delle cose di Puglia, di non capirci niente. È un buon punto di partenza. Le primarie per la segreteria del Pd furono in fondo, per chi non fosse legato stretto alle cordate concorrenti, un apprezzabile modo per restituire autorevolezza alla leadership di un partito che l’aveva perduta, chiunque vincesse fra candidati senz’altro rispettabili. Questa ennesima intenzione responsabile portò un numero ingente di persone a votare, e non la passione per i rivali in gara.

Ancora una volta, come ora in Puglia, le persone che vogliono bene all’Italia e alla democrazia e a un ideale, o almeno un’idea, di sinistra, si mostrarono disinteressate e lungimiranti, e disposte a dare una spinta – fisicamente, come si fa con una macchina che è restata col motore spento in salita – a chi aspirava a rappresentarle. Il piccolo gruzzolo in più di consensi che si registrò subito dopo (già dilapidato) non andava tanto alla corrente che era stata più votata, ma alla speranza che una leadership fosse stata investita, e facesse il suo mestiere. Quanto al merito, proprio dalla corrente di Bersani e di D’Alema ci si aspettava caso mai che fosse la più determinata e capace di recuperare l’adesione di quella larga diaspora perduta fra antipolitica, risentimento, giustizialismo e caudillismo – o pura stanchezza. Tutto precipitato nello strettissimo imbuto dell’Udc serva di due padroni, o padrona di due servi.

Ma bisogna pur limitare i danni della perdita di regioni che ci appartenevano – diranno i dirigenti esperti. (Dai quali ci si aspetta che prima o poi mettano all’ordine del giorno la questione sempre più spaventosa della sistemazione personale di chi “fa politica”, e della sua influenza soverchiante sulla politica da fare). Ammesso che sia il punto, e non è mai bello far politica con l’acqua alla gola, o più su, il risultato è lontanissimo dal confermarne il realismo. Se non si perderà la Puglia, sarà grazie all’insipienza della destra, che a sua volta non scherza, ma non gliene importa granché, le piace così, e grazie alla ribellione degli elettori delle primarie a una politica di partito in cui l’ottusità ha fatto a gara con la prepotenza. D’Alema, che non si tira indietro dalle proprie responsabilità, farebbe però male oggi ad ammettere semplicemente una sconfitta.

Le sconfitte prevedono una misura: qui non c’è stata partita. Qui, semplicemente, uno dei contendenti “non ci aveva capito niente”. E se invece ci aveva capito, e ci si è infilato lo stesso, occorre rivolgersi ai professionisti, ma della psicoanalisi o della vita monastica. Se non si perderà il Lazio, sarà grazie alla speranza suscitata da una candidata come Emma Bonino che, qualunque opinione si abbia delle sue singole opinioni, non appartiene a quel modo di praticare la politica. Parliamo di candidati a presiedere regioni, Bonino e Vendola, che starebbero comunque al proprio posto in un Partito Democratico come quello che si era immaginato, e per il quale ancora a distanza di anni e di disinganni la gente si mette in fila d’inverno, a rimetterlo in carreggiata e dare una spinta.
La Repubblica 26.01.10

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“Chi predica bene e razzola male”, di MICHELE BRAMBILLA

Qualche tempo fa a una trasmissione televisiva un esponente del centrodestra sbatté in faccia a un collega-rivale del centrosinistra il caso Marrazzo dicendo più o meno così: «Avete montato una campagna di stampa per le escort di Berlusconi, ma anche voi avete i vostri bravi sex-gate». «Sì – fu la risposta – ma la differenza è che Marrazzo si è dimesso, Berlusconi no».

Ieri si è dimesso anche il sindaco di Bologna Flavio Delbono, pure lui di centrosinistra e pure lui travolto da una storia di alcova (è inutile che si dica che qua ci sono ipotesi di peculato eccetera: la vera storia che ha messo a soqquadro Bologna è innanzitutto una storia di amanti: prima del bancomat, anche qui, cherchez la femme). A sinistra potrebbero quindi aggiungere un tassello a sostegno della propria – se non superiorità morale – serietà.

Non è nostra intenzione stabilire se una simile rivendicazione sarebbe fondata oppure no. Non vogliamo neppure entrare nel merito se dimettersi – quando si apre uno scandalo o peggio ancora un’inchiesta giudiziaria – sia giusto oppure no. Generalizzare sarebbe troppo superficiale.

Quel che sorprende è piuttosto la scoperta di una nuova anomalia italiana. Cerchiamo di spiegarci. Da un po’ di tempo, insieme con il bipolarismo, abbiamo importato dagli Stati Uniti anche la consuetudine di mescolare il pubblico con il privato, la politica con quel che ciascuno fa a casa propria o in un motel. S’è detto e ridetto che è una svolta puritana in un Paese cattolico; il quale, da cattolico appunto, aveva sempre tenuto distinti i due piani: i vizi privati e le pubbliche virtù. Una sorta di «santa ipocrisia» aveva garantito una non belligeranza fra i politici: io non metto il naso fra le tue lenzuola, tu non lo metti fra le mie. E poi, mentre il puritanesimo protestante esige una continua lotta (quasi sovrumana) per non cadere in tentazione, il cattolicesimo è temperato dal sacramento della confessione. «Peccato di pantalone – dice Alberto Sordi in un film – pronta assoluzione».

Da quando anche la politica italiana ha cominciato a violare il sacro recinto della privacy, e a non perdonare più scappatelle di questo tipo, pare di assistere a uno strano fenomeno che prima abbiamo chiamato appunto «anomalia». I politici di centrodestra, che organizzano i Family Day e appoggiano la Chiesa in praticamente tutte le questioni che riguardano l’etica matrimoniale e sessuale, rivendicano il diritto al silenzio sulle proprie questioni private. Quelli di centrosinistra – che dopo essersi battuti per il divorzio e l’aborto si battono per i Pacs, i Dico, i diritti dei gay, la fecondazione assistita eccetera – sembrano invece inflessibili sui comportamenti privati dei loro rappresentanti. Marrazzo e Delbono, prima che da una campagna di stampa, sono stati «invitati» a lasciare dai loro stessi superiori di partito.

E ancora. Non fa effetto vedere che il comunista Bertinotti si sente in dovere di scrivere una lettera per assicurare che non ha mai tradito sua moglie? E vedere che mentre la quasi totalità dei leader del centrodestra è divorziata e risposata, la quasi totalità dei leader del centrosinistra vive matrimoni tradizionali? Forse non è un film del tutto nuovo. Già nel vecchio Pci la love story fra Togliatti e la Jotti venne pudicamente nascosta, e Pasolini fu espulso per omosessualità. Mentre Almirante conduceva, da divorziato, una battaglia contro il divorzio.

Per carità: dal punto di vista politico, niente di decisivo. Però che si tratti di una delle tante stranezze italiane, un po’ è vero. Chissà come questa stranezza la vivono gli elettori cattolici, che su questioni che il Papa ha definito «non negoziabili» si trovano costretti a scegliere tra chi predica bene e razzola male, e tra chi predica male e razzola, se non bene, un po’ meglio.
La Stampa 26.01.10

"Effetti collaterali della crisi. Crolla il mito della flessibilità", di Rinaldo Gianola

A cosa serve la flessibilità sul mercato del lavoro se l’Europa ha perso 6 milioni di posti nell’ultimo anno e se in Italia sono scomparsi circa un milione di occupati di cui almeno un terzo rappresentati da lavoratori estremamente flessibili? Ladomanda assume un rilievo non secondario in un momento in cui governi ed istituzioni internazionali cercano formule efficaci per uscire dalla drammatica crisi degli ultimi due anni. Mentre cadono vecchi modelli economici e si esauriscono ricette consolidate di sviluppo ispirate dal liberismo di mercato, mentre le banche sono nazionalizzate e le grandi industrie ricevono enormi sostegni pubblici per poter sopravvivere, si inizia anche a discutere se non sia il caso di rivedere le politiche tradizionali,ma finora considerate comunque innovative e indispensabili, di organizzazione del lavoro. Persino il Financial Times, utilizzando alcune riflessioni dell’Ocse, si è interrogato sull’importanza e sulla funzione attuale del lavoro flessibile, con un articolo dal titolo esplicito: “I fallimenti della flessibilità”. Niente di rivoluzionario, per carità. La flessibilità rimane una condizione essenziale del mercato del lavoro attuale e lo sarà anche in futuro. Ma si possono discutere funzioni e condizioni e, soprattutto, si possono cogliere e sottolineare le differenze tra chi ci guadagna e chi ci perde in particolare quando il ciclo dell’economia è basso come oggi. L’Ocse, in linea generale, ha sempre promosso la flessibilità per migliorare le perfomances dell’economia e per aiutare i lavoratori a trovare nuove occasioni di occupazione. I miglioramenti conseguiti nella crescita delle flessibilità ovunque, compresa l’Italia, non sono stati, tuttavia, in grado di proteggere i lavoratori dagli effetti della crisi economica. Secondo alcuni economisti la presunta superiorità dei mercati del lavoro flessibili funziona solo in condizioni di piena occupazione, quando sono rose e fiori per tutti. Quando, invece, c’è la recessione, quando le aziende soffrono e ristrutturano, i lavoratori flessibili, ma per l’Italia potremmo usare il termine più familiare di “precari”, sono i primi a pagare. L’evidenza di questa affermazione sta nei fatti che abbiamo visto negli ultimi due anni in Italia. Le imprese di ogni dimensione e settore di fronte all’avanzare della crisi hanno immediatamente buttato fuori i lavoratori flessibili, quelli che per scelta o soprattutto per costrizione, hanno contratti a tempo determinato o altri tipi di assunzione momentanea. La crisi, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha confermato che il modello della flessibilità, verrebbe da dire: comprese quelle formule che dovrebbero essere governate, non produce vantaggi per i lavoratori che, anzi, vedono ridimensionati i propri diritti, indeboliti (quando ci sono) i sistemi di protezione sociale e le stesse rappresentanze e tutele sindacali. La flessibilità non è più un’occasione di crescita personale e professionale – vado da un posto all’altro, maturo esperienze, divento più bravo -ma sconfina nella precarietà che spesso non è solo lavorativa,ma diventa umana coinvolgendo la vita affettiva, familiare, di relazione sociale. Il costo della flessibilità, comunque lo si guardi, è tutto a carico del lavoratore che lo paga sul piano personale e sociale. Se sono flessibile e senza lavoro come faccio a pagare l’affitto e a sposarmi? Di quali bamboccioni parla il ministro Brunetta? Il suo collega Giulio Tremonti un paio di mesi fa a Milano stupì il pubblico pronunciando un elogio esplicito e condivisibile del “posto fisso”, come base su cui costruire una società sicura e più giusta. Peccato, poi, che da quella affermazione, utile per conquistare un titolo ai tg della sera, Tremonti non abbia fatto discendere progetti e decisioni per perseguire quell’ambizioso obiettivo. La realtà è che la flessibilità priva di sicurezza per il lavoratore trasforma immediatamente il lavoro in una voce secondaria del bilancio aziendale, tagliabile o reintegrabile come la pubblicità e il marketing di riflesso ai movimenti dell’economia. Ma non può funzionare così, almeno per coloro che guardano al lavoro per costruire un modello culturale e sociale che aiuta la persona a crescere e a emanciparsi. Qualche tempo fa il sociologo Luciano Gallino pubblicò un saggio con un bel titolo: “Il lavoro non è una merce”. Era una frase ripresa dalla Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro nel 1944. Sarebbe un bel principio per quelle forze politiche che non hanno rinunciato a guardare al lavoro come un punto di partenza della loro battaglia ideale.
www.l’Unità 26.01.10

Alleati dei cittadini, alternativi alla destra

La campagna elettorale del Partito democratico per le elezioni regionali si concentrerà su “una battaglia legata all’agenda degli italiani”, contro le “favole” raccontate dal governo. Così Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, riassume alcuni dei temi trattati nella sua relazione alla Direzione nazionale dei democratici conclusasi poche ore prima. “Abbiamo avuto una discussione aperta e positiva: non mi pare si debba parlare di rinvii e di scontri ma di una discussione per proiettare il partito agli appuntamenti politici che abbiamo di fronte, a cominciare dalle regionali. In questa battaglia vogliamo sollevare con forza i temi della condizione reale dei cittadini italiani e combattere le favole che dicono che stiamo meglio degli altri e che la crisi è alle spalle. Vogliamo combattere questo meccanismo quotidiano di distrazioni di massa, di balle libere che vengono lanciate ad esempio sul fisco”. Secondo il segretario, i temi da porre sono quelli “del lavoro per i giovani, dei redditi che vengono colpiti, dei consumi che calano, dei prezzi che crescono, dei rischi che il paese rimpicciolisca. Non vogliamo fare le nostre proposte con toni catastrofisti ma con l’idea di fare da sponda a chi pensa che l’anno prossimo può essere meglio di questo”. Per rilanciare questi temi, precisa Bersani, “stiamo organizzando le nostre iniziative a partire da quelle dirette a sollecitare adesioni al Pd e a un potenziamento delle mille piazze sui temi del lavoro, dei redditi, della scuola e dell’ambiente”.

Le alleanze. Il leader ripete ai giornalisti quanto già esposto alla direzione nazionale in tema di alleanze: ”Il tema delle alleanze viene da noi discusso non in chiave politicista, ma nel senso di una alleanza con i cittadini. Il PD tenterà di convergere con “tutte le forze che per esempio si oppongono al processo breve, che chiedono nuove politiche per la famiglia, che sull’immigrazione parlano con toni diversi da quelli del governo. Alle regionali vogliamo presentarci con un profilo politico chiaro per gli elettori. I lavori sono ancora in corso, e tuttavia l’idea di accorciare le distanze fra i partiti che si oppongono al governo e’ un’intenzione che ha mostrato di non essere un’illusione”. Lo dimostra il fatto che in dieci regioni, ”il quadro delle candidature e delle alleanze e’ stato definito”, e nella maggior parte dei casi il candidato governatore e’ espresso dal Pd, mentre in tre ”si e’ ricorso a personalità come Bonino, Vendola e Bortolussi. Stiamo lavorando per completare il quadro”.

Puglia. L’attenzione del segretario si sposta poi sulla notizia del giorno, la vittoria di Nichi Vendola alle primarie pugliesi. “Confermo pieno sostegno a Vendola. – afferma Bersani – Le primarie le abbiamo inventate noi e sappiamo che al termine, chi perde aiuta l’altro. Anche perché nella candidatura di Boccia c’era un’idea di schieramento che non escludeva Vendola. Ora si tratta di lavorare anche in quella regione perche’ siano in campo tutte le forze e si smentisca la speranza di rivincita della destra”. Una riflessione anche nell’Udc che oggi ha comunicato la sua scelta di presentarsi da solo in Puglia: “Abbiamo preso atto della scelta dell’Udc che si e’ ritagliato una posizione autonoma. Noi continuiamo a lavorare per avere candidature e alleanze competitive”.

Dal PD decisioni alla luce del sole. Sul metodo con cui i democratici sono pervenuti e perverranno ai nomi dei candidati, ribadisce: “Non c’e’ una alternativa assoluta ‘primarie si, primarie no’. La decisione viene presa dalle assemblee regionali del Pd, che sono il luogo della decisione politica. Noi siamo un partito federale e non abbiamo per statuto un meccanismo per decidere centralmente le candidature. Noi non abbiamo una via Bellerio o un Arcore dove si decide tutto. Noi lavoriamo ‘en plein air’, e la stampa può seguirci e fare le sue valutazioni; ma sfidiamo la stampa a fare altrettanto con la destra. Quello che sembra oggi una debolezza si rivelerà una forza e si vedrà che il Pd non e’ nella riserva indiana. Siamo competitivi e ce la giocheremo”.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

Le dimissioni di Delbono, un gesto di grande responsabilità

Il segretario regionale del Partito Democratico Bonaccini: “Nessuna ombra può gravare sulla credibilità di chi amministra. Noi non accetteremo lezioni di moralità dalla destra”

Il segretario regionale del PD, Stefano Bonaccini, commenta le dimissioni del sindaco Flavio Delbono. Ecco la sua dichiarazione.
“Con grande senso di responsabilità il sindaco Flavio Delbono ha deciso di rassegnare le dimissioni dalla sua carica, affermando di voler documentare alla magistratura e alla città la correttezza del proprio comportamento, e per farlo in piena libertà e non coinvolgendo l’amministrazione, si è reso disponibile a fare un passo indietro. Un gesto che noi apprezziamo perché gli interessi della città vengono prima di ogni altra cosa e nessuna ombra può gravare sulla credibilità di chi amministra. Un principio, questo, valido in assoluto ma in modo particolare nella nostra regione dove esemplare, da sempre, è la tradizione del buon governo, un patrimonio prezioso costruito negli anni grazie allo stretto rapporto di fiducia con gli elettori e con tutte le componenti della società civile.

Respingiamo con fermezza i tentativi della destra di lucrare politicamente ed elettoralmente su questa vicenda. E’ sotto gli occhi di tutti la diversità di comportamento – anche in questa occasione – rispetto a chi non perde occasione per gridare al complotto, delegittimare la magistratura e sfuggire alle responsabilità che il governo della cosa pubblica impone. Il candidato del PdL Mazzuca, ad esempio, potrebbe più utilmente invocare lezioni di moralità, correttezza e rispetto della magistratura laddove questa cultura istituzionale non si vede nei comportamenti quotidiani: nel suo stesso schieramento e a cominciare da chi ne è il leader”.

Sicar, domani riprende la trattativa

L’On. Ghizzoni: “Agiremo anche a livello ministeriale, perché sianomesse in campo tutte le opzioni possibili di ammortizzatori sociali”. Domani, a Modena, riprenderà in forma ufficiale la trattativa tra i sindacati e la proprietà della Sicar di Carpi. E’ il primo esito dell’incontro informale di questa mattina a Carpi al quale hanno partecipato l’on. Manuela Ghizzoni, l’assessore provinciale al lavoro Francesco Ori, il Sindaco di Carpi Enrico Campedelli, la proprietà dell’azienda, la Rsu dei lavoratori, i rappresentanti della Fiom-Cgil e di Confindustria.

L’incontro era stato richiesto dalla parlamentare del Pd per tentare una mediazione che evitasse di inasprire ulteriormente i toni della vertenza, dopo che l’azienda aveva manifestato la volontà di procedere al trasferimento dei macchinari nella sede di Villa Bartolomea e i lavoratori, come risposta, avevano minacciato di bloccare il transito di qualsiasi mezzo.

“Bisogna tenere in ogni modo un filo di dialogo aperto – ha dichiarato al termine dell’incontro la Ghizzoni – e tutti devono fare la propria parte con senso di responsabilità per rafforzare il più possibile questo filo. Siamo consapevoli della grave crisi del settore – ha aggiunto – ma dobbiamo fare di tutto per dare un futuro ai 42 lavoratori coinvolti. Con le altre istituzioni, in primo luogo la Provincia di Modena, insieme al Comune di Carpi, ci impegneremo per favorire una soluzione della vertenza e fare sì che la trattativa si svolga nel necessario clima di confronto e dialogo. Al contempo – ha concluso l’on. Ghizzoni – agiremo presso le sedi opportune, anche a livello ministeriale, perché siano messe in campo tutte le opzioni possibili di ammortizzatori sociali”.

Ingroia: "La morte breve di molti processi", di Natalia Lombardo

Il rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui 130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

In questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?
«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?
«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».

Non è affatto «breve»?
«Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c’è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati».

Quella sul legittimo impedimento è un’altra legge ad personam, oppure è giusto che una carica dello Stato eviti i processi? «Insistere sui particolarismi ad personam non fa bene al senso di giustizia dei cittadini, che vogliono una giustizia uguale per tutti, senza disparità e privilegi per casta».

Con la chiusura dell’inchiesta Mediatrade è ripartita l’accusa ai pm di un attacco pre-elettorale. Che ne pensa?
«Putroppo l’aggressione alla magistratura è una costante quotidiana che non si ispira a quei principi di coesione costituzionali più volte raccomandati inutilmente dal presidente Napolitano».

Al Sud la criminalità manda segnali intimidatori, come in Calabria. Cosa sta succedendo?
«Al Sud ci sono stati molti episodi, in Sicilia soprattutto a Gela, in cui la mafia ha alzato la testa, e in Calabria la n’drangheta è in una preoccupante fase di espansione di potere. Per troppi anni c’è stata distrazione, poco impegno, così la criminalità ne ha approfittato espandendo affari fuori confine, anche nel traffico di droga».

Connivenze?
«Sì, connivenze, coperture. Serve massima attenzione, ma non solo nel controllo militare del territorio: come è avvenuto per la mafia, bisogna verificare come la ‘ndrangheta ha costituito un sistema di potere che porta a collusioni e intrecci con l’economia e la politica».

Sulle collusioni in Sicilia, dalla “trattativa” alla condanna in appello a Totò Cuffaro, questo nodo tra politica e mafia è possibile scioglierlo?
«Negli ultimi anni si è dimostrato che c’è una magistratura in grado di indagare a fondo anche sui rapporti tra mafia e politica, con processi e condanne. Ma la magistratura non può fare pulizia da sola, occorre un corale impegno da parte della politica. Il più delle volte invece dalla politica c’è stata una difesa a oltranza e una controffensiva sulla magistratura, percepita come una minaccia invece che come un alleato. E una magistratura indebolita dalle polemiche e dagli attacchi, con pochi uomini e mezzi, come al Sud, è troppo isolata e sovra esposta. Serve quanto mai il sostegno da parte di tutti».
L’Unità 25.01.10