C’è una domanda che sale subito alle labbra, ora che la Francia s’avvia a vietare il burqa nei principali luoghi pubblici: sarebbe giusto importare ai nostri lidi il medesimo divieto? Sarebbe in sé desiderabile? E c’è un principio costituzionale sul quale possa fondarsi quel divieto? Quest’ultimo profilo chiama in causa la laicità delle nostre istituzioni, che a propria volta la Consulta (nel 1989) ha eretto a principio supremo dell’ordinamento giuridico italiano.
E tuttavia, per una volta almeno, meglio non affidarsi troppo alle parole, sia pure quelle scolpite sulle tavole di bronzo della legge. Nel panorama contemporaneo s’incontrano Costituzioni che si proclamano espressamente laiche (in Francia, in Russia, in Turchia), altre che viceversa s’aprono con l’invocatio dei (in Irlanda, in Grecia, in Svizzera, in Germania), pur essendo – talvolta – più laiche e liberali delle prime. D’altronde nel Regno Unito l’esistenza di una chiesa di Stato non offusca la laicità di quell’ordinamento, mentre la superlaica Francia spende palate di quattrini per finanziare il clero. Il fatto è che la laicità, come la democrazia, si lascia declinare in mille guise. Per misurarla bisogna valutarne le concrete applicazioni, più che le dichiarazioni di principio. Il modello francese è tra i più intransigenti nel vietare i simboli d’appartenenza religiosa, e infatti dal 2004 oltralpe c’è una legge che impedisce d’indossare a scuola non solo il velo islamico, ma pure la kippah o una croce un po’ troppo vistosa. Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo – giustappunto – laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.
Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d’incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l’obbligo di farlo.
Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è forse l’ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po’ di Stato etico, non è paternalistica l’idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l’identità – di singolo e di gruppo – è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l’anno.
La Stampa 27.01.10
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Da "Se questo è un uomo" di Primo Levi, un frammento del capitolo "Il viaggio"
……venni inviato a Fossoli presso Modena dove un vasto campo di internamento già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
………….
Ma il mattino del 21 si seppe che gli ebrei sarebbero partiti. Tutti, nessuna eccezione. Anche i bambini anche i vecchi anche i malati.
………………………………..
Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregavano altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio e vegliarono i bambini e fecero i bagagli e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non dareste oggi da mangiare?
…………………..
…..e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli e disposero al suolo le candere funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per le lamentazioni e tutta la notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato.
L’alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conclusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria.
Primo Levi
"Ancora ritardi per il sostegno alle famiglie", di Daniela Del Boca e Arianna Visentini
Tra i pochi interventi varati negli ultimi anni a sostegno delle famiglie che lavorano e hanno figli piccoli, figura la legge 53/2000. Prevede contributi a fondo perduto alle imprese che presentano progetti per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia dei dipendenti. A pochi anni dalla sua entrata in vigore però si è già arenata tra ritardi e sospensioni. Si preclude così l’opportunità di costruire una convergenza di interessi tra le aziende e i lavoratori, tra interessi sociali ed economici. Adattare la misura alle piccole e medie imprese.
Tra i pochi interventi varati negli ultimi anni a sostegno delle famiglie che lavorano e hanno figli piccoli, figura la legge 53/2000, che ha rappresentato un importante passo avanti. (1) Purtroppo, però, a pochi anni dalla sua entrata in vigore si è già arenata tra ritardi e sospensioni.
I CONTRIBUTI DELL’ARTICOLO 9
L’articolo 9 della legge 53 del 2000 (modificata dalla Legge finanziaria per il 2007 e dalla legge 69/2009) prevede contributi a fondo perduto per imprese che, per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia dei dipendenti con carichi familiari, presentino progetti per l’introduzione di forme di flessibilità della prestazione lavorativa, come telelavoro, lavoro a domicilio, banca delle ore, orario flessibile, orario concentrato, flessibilità dei turni, piani formativi e infine servizi salva-tempo o di supporto alla conciliazione quali voucher baby sitter o convenzioni con strutture di accudimento per figli minori o anziani non autosufficienti.
Nel periodo 2003-2008 sono state attivate sperimentazioni locali. È in questa fase che diverse amministrazioni pubbliche hanno investito risorse per diffondere le opportunità offerte dall’articolo 9 presso le imprese. Nello stesso periodo sono anche stati realizzati numerosi progetti a valere sui fondi europei che hanno consentito la diffusione dello strumento. Dal 2000 in avanti i finanziamenti erogati hanno subito un incremento costante. Anche il numero di progetti approvati è costantemente aumentato, così come il tasso di successo, che ha registrato un significativo miglioramento grazie al rafforzamento delle attività di supporto alla progettazione fornite dalla struttura di assistenza tecnica presso il dipartimento Politiche per la famiglia.
Nonostante l’aumento costante, uno studio condotto dall’Isfol mostra come il numero totale dei progetti finanziati sia ancora piuttosto esiguo: meno di 700 in otto anni, inclusi i progetti con finalità di formazione e facilitazione al rientro post-maternità, anche perché le somme stanziate sono limitate e i tempi che intercorrono tra presentazione del progetto e approvazione sono piuttosto lunghi (si è arrivati a un anno di attesa). (2)
Non solo, un’analisi della distribuzione regionale mostra come Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana abbiano assorbito la quasi totalità dei progetti, con un exploit della provincia di Mantova che su un territorio con soli 400mila abitanti ha saputo proporre quasi una trentina di progetti in poco più di due anni portando alle aziende mantovane circa 2 milioni di euro.
LA REVISIONE CHE BLOCCA I BANDI
Come spesso accade per le policy messe in atto nel nostro paese, non disponiamo di adeguati indicatori di efficacia e risultato che ne rendano visibili e misurabili gli effetti, nonostante l’esperienza particolare di alcuni territori ne restituisca un quadro confortante dal punto di vista qualitativo
Eppure nel febbraio 2009 i bandi sono stati sospesi, in attesa dell’approvazione della riformulazione dell’articolo 9. A tutt’oggi i nuovi bandi non sono stati ripubblicati: è terminato infatti l’iter di approvazione del nuovo articolo 9, ma i documenti applicativi non sono ancora stati licenziati dalla conferenza Stato-Regioni. Si preclude così l’opportunità di costruire una convergenza di interessi tra le aziende e i lavoratori, tra interessi sociali ed economici e quindi, ove ben applicato, di alimentare una sorta di economia del work-family o “sistema di convenienze” la cui importanza viene sottolineata dallo stesso piano Italia 2020. (3)
L’articolo 9, nel suo impianto essenziale, costituisce uno strumento di incentivo e sostegno al cambiamento e alla diffusione di una economia sostenibile e responsabile all’interno delle aziende. Così come sono stati stanziati fondi per la riduzione dell’impatto ambientale o per il sostegno alla ricerca industriale, allo stesso modo l’articolo 9 deve essere concepito come un fondo incentivante per le aziende che investono nel capitale umano e in particolare nella innovazione organizzativa in favore della conciliazione famiglia-lavoro. È quindi necessario stanziare risorse per le aziende italiane che promuovono progetti sperimentali, ma anche per l’unità di assistenza tecnica che dovrebbe occuparsi della promozione dello strumento, della individuazione dei criteri applicativi, della definizione delle linee guida per la realizzazione e rendicontazione, del monitoraggio e valutazione dei progetti. Alcuni premono affinché l’articolo 9 venga declinato su base regionale così come già accade per le politiche dei tempi della città, e perché siano quindi le Regioni a gestirlo direttamente, a valutare i progetti, a stanziarne le risorse in aggiunta a quelle messe a disposizione dal governo. La decentralizzazione a livello regionale ne renderebbe forse più efficace l’applicazione e più diretto il contatto con le aziende e gli enti locali, ma sta di fatto che una correzione e revisione dello strumento non dovrebbe inibirne l’utilizzo, come accade da un anno a questa parte.
Se è vero che l’economia del nostro paese si regge su piccole e medie imprese spesso a gestione famigliare che hanno difficoltà di accesso alle soluzioni migliori, a realizzare economie di scala, a costruire reti e filiere, a conoscere norme, leggi e burocrazie, allora dobbiamo rendere lo strumento efficace e adeguato a questa tipologia di utente e utilizzatore tipico. Dobbiamo rendere la norma semplice e farla conoscere. Ma soprattutto non possiamo permetterci quei continui ritardi e inefficienze che disilludono gli operatori economici e che alla fine si ripercuotono sui lavoratori e lavoratrici e sulle loro aspettative e speranze. Alcune leggi a sostegno della conciliazione famiglia-lavoro ci sono. Dobbiamo farle funzionare.
(1) D. Del Boca e A. Rosina “Famiglie sole” il Mulino 2009.
(2) D. Gobbi (2009), Conciliare famiglia e lavoro: un aiuto dai fondi Articolo 9 della Legge 53/2000, Focus ISFOL Tema Coesione Sociale, n. 2009/2 dicembre.
(3) Italia 2020 ministero Pari opportunità.
www.lavoce.info
Fiat chiude le fabbriche per due settimane
Tutti gli stabilimenti fermi. Trentamila operai in cig. A Pomigliano precari sul tetto del Comune, dopo un mese di occupazione della sala consiliare. A Termini Imerese bloccato l’ingresso dei tir. E con le tute blu protestano anche mogli e parenti. Gli stabilimenti della Fiat Auto si fermeranno due settimane, l’ultima di febbraio e la prima di marzo. La cassa integrazione riguarda i 30 mila lavoratori di Mirafiori, Melfi, Termini Imerese, la Sevel, Cassino e Pomigliano. Alle radici della decisione – sostiene l’azienda in un comunicato – il cattivo andamento degli ordini a gennaio: “Dopo il periodo positivo di fine 2009, si stanno drasticamente ridimensionando a un livello ancora più basso di quello registrato a gennaio dell’anno scorso, quando il mercato era in grave crisi”.
“La crisi, come sapevamo – commenta all’Ansa il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo – non è superata. Continua la latitanza del governo che non ha un piano autonomo sul futuro dell’auto nel Paese, è lui il vero responsabile di questa cassa integrazione”.
Nel frattempo si intensifica nelle città meridionali della Fiat, Pomigliano d’Arco (Na) e Temini Imrerese (Pa), la protesta dei lavoratori contro le scelte del Lingotto. Situazione sempre più delicata in Campania, dove i 38 lavoratori della Fiat di Pomigliano cui non è stato rinnovato il contratto di lavoro occupano ormai da oltre un mese la sala consiliare del Comune. Oggi, gli operai sono saliti sul tetto del Municipio, minacciando di darsi fuoco. I lavoratori hanno acceso un fuoco ed alcuni manifestanti avrebbero portato anche alcune tende e gazebo. “Abbiamo con noi anche la benzina – hanno spiegato – siamo pronti a tutto pur di assicurarci un futuro occupazionale che ci consenta di mandare avanti le nostre famiglie”.
In seguito, i 38 operai senza lavoro sono scesi dal tetto del municipio e hanno occupato la stanza del sindaco Antonio Della Ratta. Poi hanno deciso di dar vita ad un corteo per le strade della cittadina partenopea, creando notevoli disagi al traffico veicolare.
Come a Pomigliano, anche a Termini Imerese monta la protesta operaia in Fiat, diretta e dell’indotto. Diverse tute blu, soprattutto quelle del secondo turno, insieme a familiari e altri cittadini solidali stanno presidiano i cancelli impedendo l’ingresso agli automezzi che trasportano i pezzi da assemblare. In questo modo le scorte dovrebbero finire molto rapidamente nel corso della mattinata: le plance, ad esempio, sono già terminate. Lo riferisce l’agenzia Agi.
Cresce, dunque, la mobilitazione, dopo il via dato dai lavoratori della Delivery Email, licenziati a causa della revoca della commessa da parte del Lingotto. Da otto giorni sono sopra il tetto di un capannone, mentre le mogli da ieri hanno iniziato un presidio davanti ai cancelli. Antonio Tarantino, uno dei 13 di Delivery Mail, raggiunto al telefono dall’Ansa dice che “attualmente la linea di montaggio è ferma per mancanza di materiale. Gli operai non sono usciti, ma so che in questo momento non stanno lavorando”.
da Rassegna.it
PD e IDV, alleanza per le regionali e per l'alternativa di governo
Bersani incontra Di Pietro: “Intesa già in 11 regioni su 13 al voto. Ora al lavoro per coalizioni larghe, abbiamo candidati del PD, di altri partiti e della società civile”. E sulle dimissioni di Delbono: “Monito al governo”. Pd e Idv alleate alle regionali, con un’alleanza destinata a proseguire nel tempo con lo scopo di dar vita a una “alleanza larga” su cui costruire “un’alternativa” al governo delle destre. Lo hanno annunciato il segretario del PD,Pier Luigi Bersani, e Antonio Di Pietro, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, al termine di un colloquio.
Bersani e Di Pietro hanno annunciato che tra Pd e Idv è stata già raggiunta una intesa in 11 delle 13 regioni in cui si voterà a marzo, mentre su Campania e Calabria si sta ancora lavorando con la volontà di raggiungere un accordo.
Bersani ha spiegato così l’incontro: “Abbiamo fatto una ricognizione sulle alleanze per le regionali, i lavori sono ancora in corso ma saremo insieme in 11 regioni su 13. Abbiamo consolidato e realizzato un’alleanza che è una base solida non solo per i rapporti fra di noi. E’ un fatto molto importante – ha sottolineato – perchè è accompagnato da comuni convinzioni politiche e dall’esigenza che si lavori per coalizioni larghe, democratiche e di progresso, competitive con il centrodestra. L’appuntamento delle regionali può essere la tappa verso la costruzione di un’alternativa da offrire agli italiani. Siamo forze che hanno il loro profilo e la loro autonomia e il loro modo di fare opposizione ma c’è la volontà di fondo di costruire un’alternativa di governo che si basa sulla volontà di lavorare sui temi economici e sociali, sui redditi e sul lavoro, sulla legalità che devono avere più spazio nella politica e nella comunicazione”, insomma “stiamo lavorando per un altro film”.
“Il centrodestra si illude se pensa di poter lasciare al centrosinistra la vittoria solo nelle tre regioni ‘rosse'” ha dichiarato Bersani. Su 10 regioni in cui abbiamo già deciso i candidati e le coalizioni il Pd esprime in 7-8 ilcandidato; in altre ci sono delle personalità forti o di altri partiti o della societa’ civile, come Emma Bonino, Nichi Vendola, o Giuseppe Bortolussi. Nell’insieme – ha aggiunto – abbiamo uno schieramento ampio, più mosso e articolato, più capace diintercettare gli umori dei cittadini. Se la destra pensa che ci sediamo in tre regioni, si illude. Questo non esiste, e se ne accorgeranno”.
Campania e Calabria: deciderà il PD regionale, non eslcuse le primarie.
“Tra mercoledì e giovedì il Pd assumerà delle decisioni sulle candidature in Calabria e Campania, e saranno i livelli locali a decidere le modalità, compreso l’eventuale ricorso alle primarie ” ha chiarito Bersani, nel corso della conferenza stampa a Montecitorio. “Le primarie – ha spiegato il leader del PD – sono uno strumento a disposizione delle nostre Assemblee regionali, e non abbiamo un livello nazionale che sceglie o approva le candidature. Le assemblee sono state già convocate per i prossimi giorni in Campania e Calabria; per arrivare a una decisione si è partiti da un’istruttoria tesa a realizzare punti di convergenza con gli alleati. In questa fase non è stato deciso nulla, ma immagino che tra mercoledì e giovedì le assemblee regionali possano decidere.
“Idv e Pd – ha confermato Antonio Di Pietro – ritengono necessario impostare un lavoro sul programma e sulla coalizione, che sia aperto a tutte quelle forze che vogliono mettersi insieme attorno a un programma e alla credibilità di fronte ai cittadini. Idv e Pd – ha proseguito riprendendo argomenti già affrontati da Bersani nei giorni scorsi – si rendono conto che non si può lasciare governare il Paese alla parte che toglie agli onesti e dà ai disonesti, che illude le persone lanciando ogni giorno una palla a perdere per far dimenticare la palla lanciata il giorno prima, che criminalizza le istituzioni”. Poi ha annunciato un cambio di toni della sua opposizione: “Abbiamo il dovere di costruire un’alternativa, assieme anche ad altri partiti, superando certe nostre diversità. Per questo Idv si assumerà una maggiore responsabilità di partecipante alla coalizione, non sarà più un isolato oppositore e rispetterà le istituzioni di garanzia”.
Delbono? Monito al governo “Delbono ha fatto un gesto veramente apprezzabile che testimonia di una persona e di una città, Paese che vai usanza che trovi… Ci sono posti dove vige una certa logica, dove un amministratore ha il coraggio di dire ‘prima la città’, anche mentre proclama la sua innocenza, da questo dovrebbe venire un insegnamento generale, prima di tutto l’Italia, chi governa deve sentire questa responsabilità”. Così Bersani ha parlato del sindaco dimissionario di Bologna indagato per abuso d’ufficio alludendo alle vicende della politica nazionale e al governo. Bersani sottolinea che si tratta di una “vicenda dolorosissima e personale”, ma “abbiamo pieno rispetto per la magistratura e chi pensa di speculare – avverte – avrà una smentita, Delbono ci ha messo nelle condizioni di avere una reazione netta e pulita e per combattere ogni speculazione”.
Rispondendo alle domande dei giornalisti il leader del PD ha replicato al colloquio di Romano Prodi con la Repubblica: “Per Prodi ho un affetto e un rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose sulle quali posso non essere d’accordo”.
"Proteste sulla geografia e non solo. Le materie sacrificate dalla riforma", di Salvo Intravaia
Tagli in molti indirizzi per rientrare con i conti, e per le famiglie è ancora rebus
A un passo dal varo il Parlamento chiede numerose modifiche
Niente, o pochissima, Geografia nel futuro degli studenti italiani, ma non è ancora detta l’ultima parola. Al ministero si stanno apportando gli ultimi ritocchi ad una riforma della scuola superiore che lo stesso ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, non ha esitato a definire “epocale”. L’ultimo articolo su Repubblica di llvo Diamanti sul ridimensionamento della geografia nei curricula ministeriali dei nuovi licei, istituti tecnici e istituti professionali ha suscitato un autentico vespaio.
In quattro licei sui sei del nuovo corso, in effetti, lo studio di province, regioni, e continenti (ma non solo: dei climi, delle economie e di tanto altro) è stato relegato all’interno di un’unica materia che, per due sole ore settimanali, prenderà il nome di “Storia e geografia”. Ma solo nei primi due anni. Poi, dopo, basta. Un’ora a settimana di Storia e una di Geografia? Non si sa. E non lo sapranno con tutta probabilità al momento dell’iscrizione neppure i 500 mila ragazzini della scuola media in procinto di scegliere come proseguire gli studi.
La polemica suscitata da Diamanti, dimostra tuttavia due cose: per ridurre complessivamente le ore di lezione, un po’ in tutti gli indirizzi scolastici in ossequio al dio risparmio, occorre sacrificare una o più materie; ma anche che, a poche settimane dall’avvio delle iscrizioni, le famiglie italiane e la gente in generale sono all’oscuro di quali materie e per quante ore a settimana studieranno i nostri figli nella scuola superiore riformata.
Dopo i pareri favorevoli, ma ampiamente condizionati, del Consiglio di stato e della commissione Cultura della Camera, al ministero stanno lavorando alacremente, come si dice in questi casi, per trovare la quadratura del cerchio. Così, gli stessi quadri orario semi-ufficiali, pubblicati cioè in alcuni siti ministeriali e sui quali si sono esercitati i prof per settimane, potrebbero essere roba superata già la settimana prossima. Costringendo insegnanti e dirigenti scolastici a ripartire da zero. In questo caso, come non mai, il condizionale e d’obbligo. Perché gli autorevoli pareri del Consiglio di stato e dei deputati in VII commissione sono non vincolanti e il governo potrebbe infischiarsene.
Gli unici punti fermi, al momento, sono gli ulteriori passaggi che dovrà fare la riforma prima di diventare legge dello stato. In settimana la commissione Cultura del Senato dovrà esprimere il parere sui tre Regolamenti della riforma. Sarà quindi la volta, probabilmente i primi di febbraio, del Consiglio dei ministri in seconda lettura e della Corte dei conti, il cui parere, visto che la riforma prevede complessivamente tagli per 8 miliardi di euro in tre anni, è scontato. I tre regolamenti andranno poi al Quirinale, per la firma del Capo dello stato, e successivamente saranno pubblicati in gazzetta. Soltanto dopo le istituzioni scolastiche potranno formulare la loro offerta formativa da portare a conoscenza delle famiglie. E il 26 marzo scadono i termini per le iscrizioni.
Da indiscrezioni provenienti da viale Trastevere, in queste ore si sta lavorando per le ultime limature in vista del provvedimento definitivo. La commissione di Montecitorio guidata da Valentina Aprea ha espresso parere favorevole con una lunghissima lista di “condizioni e osservazioni”. Tra le più importanti si segnala: la necessità di “prevedere l’avvio della riforma a partire dal primo anno del ciclo scolastico e non dal primo e secondo anno, come attualmente previsto”, di “rafforzare ulteriormente l’obbligo di istruzione e l’acquisizione di saperi e competenze di indirizzo in funzione orientativa”, “l’opportunità di introdurre le Scienze naturali nel primo biennio di tutti i licei e di rafforzare ulteriormente, ove necessario, la Matematica e la Lingua straniera”.
Elenco di dubbi che si ripete lunghissimo anche nei pareri espressi sui regolamenti riguardanti gli istituti tecnici e i professionali. Ma tutte le scelte dei tecnici ministeriali sono sub judice, in quanto l’ultima parola spetterà al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Avviare la riforma dal primo anno, come hanno chiesto i deputati della stessa maggioranza (l’opposizione ha votato contro, formulando pareri diversi), ridurrebbe infatti il megataglio previsto dal prossimo anno scolastico. E forse, come ha detto l’inquilino di via XX settembre più volte, “non ce lo possiamo permettere”.
I tecnici di viale Trastevere starebbero lavorando in queste ore per rafforzare l’area scientifica nei licei, per recuperare la seconda lingua straniera negli scientifici e nei classici, peraltro richiesta dalle stesse famiglie, e per salvare alcune sperimentazioni del liceo scientifico molto gettonate da ragazzi e genitori. Per i tecnici è alle viste un possibile recupero del Diritto ed economia, di fatto cancellato dalle innumerevoli sperimentazioni vigenti attualmente in Italia. Circostanza che ha fatto gridare allo scandalo gli stessi insegnanti di Diritto che, anche in vista della nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione e della richiesta di Educazione alla legalità di parecchi territori del Paese, vedono la loro materia in pool position.
La Repubblica 26.01.10
"Chi ruba la terra e il cibo all’Africa", di Carlo Petrini
Le nuove forme dello sfruttamento colonialistico proseguono la distruzione delle civiltà, con la connivenza dei governi corrotti. Nel mese di agosto del 2009 il re saudita Abdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa: in Paesi come l’Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall’immensa tragedia del Darfur. È un fenomeno nuovo (iniziato circa 15 mesi fa) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo.
Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l’Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3.
I protagonisti e anche questa è una novità – sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall’altra governi poverissimi – e spesso corrotti – che, in cambio di un po’ di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura, mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra.
D’altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate.
C’è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l’emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato. Accanto ai governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell’agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili…
Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall’agricoltura tradizionale – basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità – all’agroindustria: che significa monocolture destinate all’esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti…) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un’altra parte. Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant’anni, alla cosiddetta “rivoluzione verde”, avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture.
Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009.
Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di “Alliance for a Green Revolution in Africa”, ovvero “alleanza per una rivoluzione verde”). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica (“New Rice for Africa”, “nuovo riso per l’Africa”). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi (venduti in esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema impraticabile per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c’è dietro questa strategia? I soliti nomi – la Fondazione Rockefeller, la Banca Mondiale, l’Usaid (l’agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) – e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà…
Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais…); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono.
Nel 1960 – all’alba della decolonizzazione – i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti. A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell’Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci a metà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L’agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali.
In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dai governi locali e pescando in modo indiscriminato. E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche – inadatte alla navigazione in alto mare – ogni anno muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore.
Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo del governo del Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nel 1987, in un agguato organizzato dall’attuale presidente: «Bisogna restituire l’Africa agli africani».
La Repubblica 26.01.10
