Modena – Via Canaletto 108
Interveranno
On. Manuela Ghizzoni
Roberta Pinelli dirigene scolastico
Elena Malaguti Assessore Provinciale
Cinzia Cornia Forum PD
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"Tasse: Tremonti basta favole", intervento di Perluigi Bersani
Bersani a tutto campo su crisi economica, lavoro, fisco,riforme ed elezioni regionali: “La nostra missione, il nostro orizzonte è essere utili al nostro paese”. Bersani attacca il governo.“La nostra missione, il nostro orizzonte è essere utili al nostro paese. Costruiremo l’alternativa e manderemo a casa uno che da troppo tempo fa correre l’Italia dietro a palle perse. Ci metteremo il tempo che ci vuole ma lo mandermo a casa”. È questa la promessa che Pier Luigi Bersani fa al popolo del PD riunito a Folgaria per la Festa Democratica sulla neve. Nell’intervento conclusivo il segretario tocca i temi che assillano gli italiani, ma che lasciano indifferenti il governo. A partire dalla crisi economica.
La crisi c’è. E il governo? “Nei prossimi mesi il PD si concentrerà su temi veri: lavoro, reddito, piccole e medie imprese, scuola, politiche sociali. Noi non siamo né catastrofisti né pessimisti, siamo al fianco di chi spera in un anno migliore di quello passato, ma non possiamo accettare politica e comunicazione che parlano d’altro e nascondono i problemi. A gennaio sono ripresi lavori parlamentari in tutto il mondo. Andate a vedere su internet: gli altri parlano di lavoro, reddito, fisco, crisi industriale. Noi siamo gli unici al mondo che discutono di processo breve e di queste amenità. Questa è la critica più grave: siamo sempre sui problemi suoi, mai su quelli del paese”.
“Noi parleremo di questa fomosa crisi. Voi ricorderete chesecondo Berlusconi, lo disse nel 2008, la crisi non doveva avere ripercussioni sull economia reale. Poi si passò all’idea che la crisi è psicologica,motivo per cui arrivarono gli psicologi con la frase: “c’è uno spiraglio di ripresa”. Dopodichè siamo passati all’auto compiacimeto: “noi stiamo meglio di altri”. Infine ci hanno detto: “la crisi è alle nostre spalle”. Noi dall’altra parte abbiamo sempre detto che la crisi era profonda. Se avessero ragione loro noi non avremmo niente da dire. Invece mi tocca leggere intervistesse di tremonti in cui si parla di Marx, di imperatori romani, di Dio patria e famiglia, ma non delle cose vere”.
È una vergogna che nessuno chieda ministro perché continua parlare di deficit se prima ne ha accumulato una montagna. Perché se aveva previsto la crisi ha finanziato gli straordinari e tolto la tracciabilità dei pagamenti? Nessuno gli fa queste domande. Noi dobbiamo dirlo in modo popolare, in modo che si capisca, perché chi la racconta difficile è perché imbroglia. La crisi è alle spalle quando si torna dove eravamo, quindi all’occupazione, al reddito, alla ricchezza del 2007. Anche se l’anno prossimo ci sarà acquisteremo un punto di Pil, saremo a 4 punti dal 2007. In questa crisi abbiamo un pavimento lungo e basso, se non lo accorciamo e non lo tiriamo su avremo imprese allo stremo e disoccupati. Confindustria dice che torneremo nel 2007 al 2017. Non possiamo sederci qui e aspettare, perché ci rimpiccioliremo come paese nell’ economia mondiale. In poche parole il lavoro dei nostri figli non ci sarà più. Non possiamo essere d’accordo con quelli che dicono che dobbiamo aspettare, noi abbiamo poco fiato. Dobbiamo mettere soldi in tasca alla gente che ha bisogno: pensionati, lavoratori, famiglie numerose. Ci sono prezzi che si alzano,altro che la cantilena che la crisi fa abbassare i prezzi, alcune categorie vanno tenute sotto controllo”.
Crisi: ecco chi ci perde. Dopoaver parlato di famiglie a reddito basso, Bersani allarga l’elenco dei più colpiti dalla crisi, che in fin dei conti coincidono con quelli più dimenticati dal governo. “C’è la piccola impresa. Tremonti ha fatto passare la teoria che si aiutano le imprese passando per le banche. Cose da pazzi! La Merkel e Obama non hanno mica parlato con le banche quando avevano problemi con Opel e Chrysler. Alle piccole imprese va data una mano direttamente. I fatturati calano e loro non ce la fanno, il fisco ha le sue scadenze e alla fine si passa ai licenziamento. Bisogna scegliere un modo per dare un po di liquidità. Bisogna pensare al lavoro: invece di pensare al ponte sbloccassero i comuni. Si levi il patto di stabilità a quelli che sono pronti a fare un cantiere in sei mesi. Così si da un po’ di lavoro in giro”.
E il governo cosa fa? “Loro non hanno fatto niente, a parte la prima manovra che ci è costata 9 mld che non sonoserviti a nulla. Soldi buttati in Alitalia e negli straordinari. Per il rsto non si può neanche parlare di manovre. Il governo semplicemente sposta soldi come faceva Mussolini con i carrarmati: prendono i soldi della formazione e li spostano da un’altra parte. Non si sono cercati soldi nuovi, invece è così che si fanno le manovre. Hanno semplicemente galleggiato. Gli è tremato il polso perché non vogliono disturbare nessuno, preferiscono ricevere applausi. Quando passo il treno dell’euro noi facemmo una manovra da 3 punti di pil in due settimane e ci invetammo una tassa da restituire, l’eurotassa. L’abbiamo fatto e ci siamo presi bastonate. Se non l’avessimo fatto saremmo nel mediterraneo con carta straccia nelle tasche. Ma si fa così,perché il consenso va usato per governare e non viceversa”.
Crisi: ecco chi ci guadagna. “È una vergogna che si mettano le toppe al bilancio con i condoni. Grazie al governo in questa crisi ci hanno guadagnato in pochi e sempre gli stessi. Le banche ci hanno guadagnato,anzi sii sono tirate su di una spanna. Ci hanno guadagnato i grandi evasori con lo scudo che a questo punto è un ingiustizia anche per i piccoli evasori”. Bersani si cocede una battuta e ironizza: “Adesso ci vorrebbe un sindacato degli evasori normali”. Poi continua nel suo elenco: “Ci ha guadagnato la criminalità. Lo Stato ha preso un decimo di quanto avrebbe dovuto prendere. Teniamo fermo un principio del PD: noi non ne abbiamo mai fatti e non facciamo condoni. Se passa l’idea ache puoi sempre aggiustare una cosa fatta illegalemente, non ne usciamo piu. La crisi deve essere un modo per richiamare al civismo, chi ha di piu deve dare di piu e non di meno”.
Tasse da record. “Hanno riempito la testa degli italiani di illusioni. Una su tutte: quella del fisco. C’ero quando Gianni Letta disse, per conto di Berlusconi: noi aboliamo l’irap, e i giornali andaronoi avanti un bel po’ con questa frase. Poi ci fu la sparata di Tremonti : io sono per illavoro fisso. A me chiedevano: tu che pensi? E io pensavo se era il caso di ridere o di piangere: ci sono 84.000 precari della scuola in giro e tu hai il coraggio di dire che sei per il posto fisso? Dopo 2 nanosecondi di solito viene fuori che è una stupidaggine. Com’è successo per l’Irap che Berlusconi si è rimmangiata il giorno dopo.La scusa ufficiale è che non si possono fare interventi durante la crisi. Ma allora nel resto del momdo sono tutti deficienti?La verità è che in Germania, Usa, Francia non hanno gente che fa correre il paese dietro a palle perse. Non è possibile perché il paese ha dei problemi. Inoltre paghiamo il prezzo della propaganda: un giorno dice che abbassa le tasse, il giorno dice che non le ha alzate. A parte che sono due cose diverse, ma non è vero neanche questo. Volendo citare i tax days tanto cari a Tremonti quando c’era il governo Prodi, adesso paghiamo le tasse fino al 23 giugno: un nuovo record!”.
Scuola,Pubblica Amministrazione e Giustizia: un disastro! “ Non solo non risolvono i prroblemi, ma alcuni pr li aggungono. La scuola, è vero la dobbiamo riformare, ma questi cosa hanno fatto? Sono partiti col grembiule e il 7 in condotta. Hanno cominciato con “mettiamo in riga i ragazzi”. Ma non capiscono che i problemi giovanili non si affrontano così: se uno vuole farsi una canna se la fa anche sul grembiule. Mentre si parlava di grembiuele hanno ridotto drasticamente l’offerta formativa, riducendo il personale. È qui, a parte il disastro che si procura alla scuola,non si pensa lla gente che si lascia per strada. Io ho incontrato gente disperata al sud, precari da 20 anni. Qual è il padrone delle ferriere che oggi fa cosi? Se tagliate dovete quantomeno trovare un percorso. Le famiglie danno la carta igienica ai figli per portarla a scuola, ma in che paesse stiamo andando?”.
Si passa poi alla pubblica amministrazione e al suo ministro: “Questo Brunetta che ora vuol fare anche il sindaco, ci ha tirato la palla dei fannulloni. Nel frattempo le pratiche delle piccole imprese nei confronti della PA sono crescite del 7%…mentre lui correva dietro ai fannulloni. Secondo dati del Ministero del tesoro la spesa per beni e servezi della PA è aumenrtata di 3 mld. Ecco come hanno risolto i problemi! Di nuovo hanno fatto solo le ronde,mentre i polizziotti sono stati lasciati senza benzina. Il loro motto era: non lasceremo la gente per strada. Guarda quanti precari, poveri, disoccupati. Fatti dire dalla Caritas e dai comuni se c’è gente per strada!”
L’ultima voce degli insuccessi del governo è la giustizia: “Dicono che la giustizia non funziona. E ce lo devono dire loro? La giustizia civile e penale va riformata, ma non così. Il processo breve, ad esempio. Perché io lo voglio lungo? Ma si deve alemno stabilire che sia così per i processi non ancora iniziati, non per i processi che sono in corso. Se mi dicono che non intervengono su quelli di persone che aspettano giustizia e che quel che sta andando va avanti,possiamo discuterne. Noi vogliamo un processo giusto, a bevuta pari uguale per tutti, nessuno escluso. Loro sanno che noi non possimo far da spinda a scappatoie e sanno che se si mettono a parlare di riforme, abbiamo idee per cui le regole vengono prima del consenso, siamo per parlamento e per una legge elettorale nuova nuova,perché questa fa schifo e nomina deputati e senatori. Le riforme per uno solo non devono esistere”.
Elezioni regionali: laboratorio per l’alternativa. “La destra si aspetta che il PD,dopo le elezioni regionali, sia chiuso nella sua riserva indianaper poter fare quello che vogliono. Il senso della nostra battaglia è che noi non ci metteremo nella riserva indiana. Non solo per questioni numeriche ma perchè vogliamo che si mostri in questi mesi una capacità di accorciare le distanze con altre forze d’opposizione. Noi siamo per l’alternativa e i governi sul territorio ne saranno la prova”.Poi Bersani passa a disegnare un quadro delle alleanze, senza nascondere problematiche da risolvere: “L’Udc non si definisce un partito di centro sinistra e nelle precedenti elezioni regionali era con Berlusconi. Con Di Pietro ci sono questioni da discutere. Poi ci sono i partiti extra parlamentari e radicali. Non è facile, ma noi non vogliamo fare un accrocchio, vogliamo basarci sulle cose che abbiamo in comune con tutti loro: tutti siamo contro quel modo di fare leggi ad personam, siamo contro un certo modo di vedere l’immigrazioni, vogliamo dare alla gente strumenti per uscire dalla crisi. Le regionali devono mettere in movimento schieramenti competitivi. Non vi nascondo che ci siano problemi a risolvere. Siamo molto avanti nelle scelte dei candidati, abbiamo accordi con Idv partiti extra parlamentari e Udc. Tutto registrato da assemblee all’unanimità. In 8 casi il candidato è PD, solo nel Lazio c’è la Bonino che è una radicale. Siamo noi, ilpiù grande partito d’opposizione, che troviamo soluzioni per rendere competitivo lo schieramento.
Lo statista mancato e il partito in trasferta. Le ultime battute di Bersani sono sul centrodestra: “Le fibrillazioni nel centrodestra dicono che questo paese non sa tirare la palla avanti. Berlusconi si paragona a De Gasperi con la differenza che De Gasperi avrebbe saputo fare il riassunto di quello che ha fatto negli anni di governo, di quello che ha cambiato e innovato. Berlusconi che ha governato piu di lui, ma non saprebbe che dire: meno fisco?piu lavoro?meno burocrazia?Niente di tutto questo!” Poi c’è la Lega: “sembrano a Roma in trasferta. Poi tornano a casa e raccontano quello che gli pare. Loro non sono solo nel governo, sono determinanti. Da quando parlano di federalismo i Comuni non sono mai stati peggio. Gli hanno tolto l’unica fonte autonoma di imposizione, non gli lasciano fare gli investimenti, li lasciano nudi sul fronte sociale. E ci parlano di federalismo”. Bersani prosegue l’attacco: “Ci parlano di sicurezza e lasciano le ronde. Hanno preso i soldi delle piccole imprese e li hanno buttati su Alitalia. Trecento milioni di euro presi dal fondo Piccole imprese deportati nel bailamme di Alitalia. Non puoi venirmi a raccontare che sei sul territorio mentre lo stai svendendo. Ricordati che il colore di un territorio è il suo gonfalone, non è il fazzoletto verde”. Poi ovviamente c’è il leit motiv del federalismo: “Noi siamo eredi –risponde Bersani – di una cultura autonomistica che ha fatto tutto quello che di buono s’è visto in questo paese. Loro mi vogliono dire in 15 anni cos’hanno inventato?”.
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"Donne e affari, la crisi non c’è", di Luca Fornovo
Con i manager in rosa gli utili raddoppiano. Forse è proprio vero che per battere la crisi bisogna imparare dalle donne. O meglio, dalle donne manager. Nonostante la recessione, nel 2009 sono nate oltre 20 mila imprese in più (+1,5%) guidate da imprenditrici o con una forte presenza femminile. E numeri alla mano, le aziende con un alto numero di manager in gonnella fanno quasi il doppio dei profitti di un’azienda tradizionale. Eppure il gentil sesso continua a scontrarsi con i problemi di sempre: al tasso di occupazione femminile che in Italia (47%) è il fanalino di coda d’Europa (58% la media Ue), si associa un alto numero di precarie (il 25% contro il 13% degli uomini) e la scarsa presenza nei posti di comando: il 4-5% di donne siedono nei Consigli d’amministrazione delle grandi aziende.
Su questo e altro le donne manager si confronteranno giovedì e venerdì a Torino nel 3° Salone nazionale dell’imprenditoria femminile. All’evento, ideato da Valentina Communication e premiato con una medaglia speciale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, interverranno oltre un centinaio di relatori e parteciperanno più di duemila imprenditrici. Qui il super manager Roger Abravanel (ex Mc Kinsey) lancerà una proposta choc per rivoluzionare i Cda: una legge che stabilisca che entro tre anni il 40% dei consiglieri indipendenti siano donne. «Basterebbe questa norma, anche solo nei codici di comportamento dei Cda – spiega Abravanel nel libro Meritocrazia – per aggiungere quella qualità e indipendenza morale che manca. La legge non deve essere eterna e può essere eliminata quando esisterà una massa critica di donne eccellenti nei Cda italiani».
Poche ai posti di comando
Che il quadro sia per nulla confortante lo dimostra una ricerca sui Cda delle società quotate, condotta da Simona Cuomo e Adele Mapelli, docenti dello Sda Bocconi. Su 2.831 consiglieri, gli uomini sono 2664 e appena 167 sono donne. La percentuale di donne nei Cda non arriva al 6%. Forse sarebbero ancora di meno se si tiene conto che alcune consigliere siedono nei Cda di diverse aziende (Azzurra Caltagirone, Emma Marcegaglia, Jonella e Giulia Ligresti, Marina Berlusconi). Inoltre, nel 57,1% dei Cda non figura neppure una donna. Esistono, però, eccezioni come Caleffi con un 50% di donne nel suo Consiglio, la Nova Re con un 40%, la Best Union con un 37,5% e l’AS Roma con il 36,4%. Spesso però le donne nei Cda appartengono alla famiglia proprietaria del gruppo: ciò vale per la Roma, Benetton, Mondadori, Caltagirone Editore, Damiani e De Longhi.
I freni alla carriera
Per accelerare la presenza di donne ai vertici non bastano solo interventi come la “legge Abravanel”. Occorre anche un cambio di mentalità per favorire la flessibilità. La ricerca della Bocconi sulla «Diversity Management» evidenzia come solo lo 0,5% degli italiani ha contratti part time e le donne fanno carriera fino a 36 anni, in genere prima della maternità. Per migliorare il rapporto famiglia-lavoro, un tasto da battere sono gli asili nido. Secondo la ricerca di Valore D-Mickinsey, il vero ostacolo alla carriera delle donne in Italia, più che i figli, è la mancanza di strutture di supporto alla maternità. In Italia, solo il 6% dei bambini sotto i 3 anni accede al nido (rispetto al 44% di Norvegia, al 40% della Svezia, al 26% della Francia) e le italiane dedicano a casa e famiglia tra il 20 e il 45% di tempo in più rispetto alle colleghe di questi paesi.
Le imprese rosa
Nonostante tutto, il numero delle donne imprenditrici è salito in Italia. Secondo l’Osservatorio dell’Imprenditoria femminile, l’indagine semestrale di Unioncamere, l’aumento più consistente c’è stato nei servizi (attività immobiliari, professionali, informatica): 15 mila aziende in più in dodici mesi. Maglia rosa alla Lombardia (28,5% di tutto il saldo), seguita da Lazio e Toscana (con 4.747 e 2.242 imprese in più). Dal bilancio positivo restano escluse però 5 regioni: Basilicata, Friuli Venezia-Giulia, Liguria, Molise e Valle D’Aosta. «Purtroppo – conclude amaramente Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere – sono ancora molti gli ostacoli che limitano le donne nell’esprimere creatività e professionalità nel mondo del lavoro».
La Stampa 24.01.10
"E le torri crollano dalla vergogna", di Edmondo Berselli
Si sapeva della propensione irrefrenabile per l´altro sesso dell´economista. Tra i cittadini c´è un senso di scoraggiamento, come di qualcosa di irrimediabile. Prima di analizzare la contorta vicenda di Flavio Delbono sarà meglio capire chi è e che cos´è il sindaco di Bologna. Subito dopo la Liberazione, Giuseppe Dozza si toglieva il cappello di fronte a tutti i concittadini che incontrava.
Era il sindaco «di tutti» a cui si ispirò Giorgio Guazzaloca lanciando la propria candidatura «a 360 gradi», seppure di destra tradizionalista. Dopo di lui, rimangono nella memoria i sindaci «storici», come Guido Fanti e Renato Zangheri, sindaci eterni, immutabili perfino nella fisionomia, a cui non si può ricondurre nessuna caratteristica che non sia il comunismo. Era il comunismo emiliano. Un pragmatismo senza pari nel rapporto con l´economia e un´ortodossia studiatissima e prudentissima sul piano ideologico. Il tutto mediato da facce di legno che rendevano immutabili volti e corpi, e rendevano perfettamente credibili quei volti immobili come depositi di moralità socialista, credibili per sempre e per tutti. Così quando arrivò Sergio Cofferati, fu fin troppo facile scherzare sul Cinese («è come comprare i tortellini in Svezia» disse Luca Cordero di Montezemolo»), ma l´aspetto principale fu che Cofferati fece una campagna a tappeto, dalle polisportive ai partigiani e alle associazioni di donne, accompagnato dalla moglie, rapidamente liquidata per stanchezza matrimoniale dopo la facile vittoria elettorale.
E poi, evviva. Si era mai visto un sindaco con una compagna, Raffaella Rocca, di venticinque anni più giovane? In una città non morale, figurarsi, ma certamente moralista? Bastava attendere il successivo turno elettorale, con tanto di primarie, per essere soddisfatti: ecco a voi Flavio Delbono, giovane, prodiano, di sinistra ma non comunista, noto a tutte le istituzioni pubbliche che ha frequentato per la sua propensione irrefrenabile per l´altro sesso.
Tanto che quando si comincia a parlare del suo passaggio dalla vicepresidenza della Regione alla poltrona di Palazzo D´Accursio, qualcuno storce il naso con l´ambiente di Romano Prodi: «Non è che gli piacciono troppo le donne?». Ma dai, che cosa vuoi che sia, rispondono dal Pd, dove non ci sono candidati alternativi. Inoltre lo qualificano come cattolico, viene dalla Margherita, sembra avere tutti i requisiti in regola per la moralità prodiana. Per la verità, Delbono convive con una signora bene, Cinzia Cracchi, elegante sul genere Prada, occhiali sempre vistosi, pantaloni alla grande. Ma per giungere a questo legame informale, Delbono ha dovuto lasciare la prima e la seconda moglie (quest´ultima mentre era incinta, dice il gossip bolognese). E poi, mentre era in Regione, darsi a una vita goliardica, fatta di assunzioni clientelari (diciamo così) e di viaggi più o meno di lavoro, in Messico, a Santo Domingo. A cui si aggiunge una incomprensibile storia di bancomat, di auto blu, e piccole spese sulla carta di credito della Regione, che Delbono ieri ha cercato di spiegare al procuratore Morena Piazzi in un lungo colloquio (mentre Delbono si dice in grado di spiegare tutto, il procuratore continua a contestargli il reato di truffa aggravata).
In un altro momento, e in un´altra situazione politica, a Delbono avrebbero già chiesto (e da lui ottenuto) le dimissioni. Figurarsi: Bologna, ovvero la capitale della questione morale. La città dove Pertini tenne stretta la mano a Zangheri dopo la strage del 2 agosto 1980. Ma non solo: Bologna come simbolo assoluto della moralità comunista e del suo modello alternativo rispetto al malgoverno romano. Oggi questo simbolo cade mediocremente e forse tragicamente per alcune storielle prive di peso ma drammaticamente importanti perché coinvolgono la psicologia dei cittadini e la loro identità. Perché sono le due Torri a crollare, il profilo della città, il senso di una diversità su cui si è formata l´immagine di Bologna.
A parlare con i cittadini di Bologna si avverte un senso di scoraggiamento, come se fosse avvenuto qualcosa di irrimediabile, ma anche di prevedibile. Stiamo tornando nella normalità, sembrano dire i mugugni della gente di fronte alle domande sul caso Delbono. Anzi, ai tentativi di domanda. Gianfranco Pasquino, politologo, che si candidò alle primarie facendo perdere a Delbono quel due per cento virgola qualcosa che impedì al primo competitore e vincitore designato Flavio Delbono di vincere al primo turno, scrive in questi giorni che chi ha responsabilità pubbliche deve essere il più trasparente possibile, portatore di etica. Non è neppure una vendetta. E semplicemente la dimostrazione che il Pd, erede del Pci, non è mai stato in grado di autogestirsi.
Il vecchio Pci era un blocco di potere che non permetteva a nessuno di trovare strade diverse o alternative. Nel Pd invece ci sono numerosi nuclei che tentano di gestire il potere a loro volta. Sarà un vantaggio perché ciò significa la fine dello stalinismo, ma è uno svantaggio perché questo rappresenta la perdita di controllo dei dirigenti sul partito. Segretari di sezione, di federazione o di qualsiasi cosa imperversano sui quotidiani, senza che il loro ruolo sia mai stato chiarito. Basta leggere le cronache locali per osservare il calvario per tutto ciò che rappresenta la scelta delle candidature alle regionali. Ma soprattutto per avere la sensazione di una netta distanza fra la città e la sua nuova classe politica. Nei salotti, intanto, la borghesia bolognese ridacchia sulle ultime tragedie della sinistra. Un ceto che aveva sempre scelto la sinistra per opportunismo e per abitudine si trova a sghignazzare grazie ai regali di una classe dirigente malcresciuta.
C´era l´abitudine, in tempi elettorali, di ritrovarsi nelle migliori case di Bologna, in compagnia di Andreatta, Prodi e un po´ di supermanager (Gnudi, Clò). Era il luogo in cui si formavano le opinioni; si discutevano i problemi del paese, si generavano amicizie. Adesso anche quella Bologna tace. Si è indebolita come il Partito democratico. Dovrà trovare un nuovo referente politico. Ma per Bologna, la grassa eccetera, dov´è il partito nuovo capace di sostituire le parole, e soprattutto i silenzi e l´etica, di quel partito che veniva da lontano?
La Repubblica 24.01.10
Bersani: "Non ci chiuderanno in una riserva indiana", di Federico Geremicca
Dice: «Io so cosa vorrebbero: chiuderci in una sorta di riserva indiana. Immaginano che alle prossime elezioni noi si sia già contenti di vincere in tre o quattro regioni, così che loro possano tenerci imprigionati lì, deboli e controllati. Ma se è questo quello che immaginano, rifacciano i conti, perché non andrà così e nella loro riserva indiana noi non ci finiremo». Sarà che la mattinata è cominciata com’è cominciata – e cioè con le prime pagine dei quotidiani che stampano l’ennesima inchiesta giudiziaria su Silvio Berlusconi, con tutto quel che segue – fatto sta che Pier Luigi Bersani sembra essersi davvero stufato: e in questo colloquio – a tre mesi dalla vittoria nelle primarie di ottobre – il leader Pd sfodera una durezza inusitata.
Sulle questioni delle riforme e della giustizia, per esempio: a proposito delle quali lascia intendere che l’approvazione al Senato del cosiddetto «processo breve» ha segnato un punto di non ritorno nei rapporti con la maggioranza di governo. «Continuo a ricevere inutili sollecitazioni a non cedere su questo o su quello. Ringrazio, ma risparmino la fatica: già al Congresso spiegai che, al punto cui si era giunti, non era immaginabile che il Pd potesse far da sponda a qualunque tipo di legge minimamente sospettabile di esser varata per risolvere i problemi del nostro premier. Oggi è ancora peggio, rispetto a due o tre mesi fa.
E poiché forse in giro c’è qualche equivoco e si immagina che il Pd possa barattare l’archiviazione del “processo breve” con un voto favorevole alla legge sul legittimo impedimento, vorrei essere chiaro: noi non voteremo mai, in nessun caso e per nessuna ragione, un singolo e isolato provvedimento in materia di giustizia che riguardi il Cavaliere e non sia inserito in un chiaro processo di riforma. Mai e per nessuna ragione. Loro andranno avanti lo stesso? Possono farlo. Ma sappiano che, a maggior ragione se si trattasse di leggi costituzionali – che se non approvate con una maggioranza dei due terzi permettono un referendum – noi siamo pronti al referendum. L’abbiamo già fatto e l’abbiamo già vinto».
Non era cominciato così, il viaggio del nuovo leader dei democratici. Ma come per una sorta di maleficio – e alla stessa maniera, in fondo, di quanto capitò a Veltroni – ha dovuto arretrare nella trincea: passando da una seppur prudente disponibilità al confronto ad un atteggiamento assai sospettoso verso qualunque invito al dialogo giungesse dagli emissari berlusconiani. Soprattutto quando l’oggetto del dialogo avrebbe dovuto essere – o dovrebbe essere – l’immunità del Cavaliere: «Berlusconi è ancora in tempo a farlo, certo – dice Bersani -. Ma già in questi quindici anni e passa, se fosse stato uno statista, avrebbe dovuto alzarsi in Parlamento e dire “me li risolvo da solo i miei problemi giudiziari, vi tolgo dall’imbarazzo”. Soprattutto quando era – come oggi – al governo di Palazzo Chigi. Non ci ha mai nemmeno pensato. Affari suoi. Noi del Pd, però, possiamo e dobbiamo decidere degli affari nostri: e la decisione è non intorbidire il percorso. Se noi dessimo strada a un qualunque provvedimento che, seppur spacciato per riforma, servisse solo a garantire l’immunità del presidente, noi imbratteremmo la parola riformismo, e se ne riparlerebbe tra vent’anni. Il nostro percorso è un altro: ed io certo non lo sporco con robe così, a prescindere da Di Pietro e compagnia bella».
Ridislocare le truppe più indietro nella trincea, guardarsi dal fuoco amico che arrivava da sinistra, ridare un’organizzazione più classica al Pd e intanto andare incontro alla trappola delle regionali: dire che dall’avvio a qui siano stati tempi facili per Bersani, sarebbe dire una bugia. E se il leader dei democratici preferisce non commentare la brutta vicenda in cui è finito il sindaco di Bologna, delle elezioni – invece – parla eccome. Perché è vero che si tratta di un voto-trappola con esiti impossibili da eguagliare (cinque anni fa il centrosinistra vinse in 11 delle tredici regioni che tornano alle urne), ma è proprio da qui che nasce l’orgoglioso discorso sulla «riserva indiana»: e l’amara constatazione che il difficile lavorio di preparazione non sia stato capito e raccontato per quel che è.
«Ci sono due cose che mi hanno veramente stufato – dice Bersani -. La prima è sentir ripetere che staremmo facendo intese qui e lì in maniera subalterna a questo o a quel partito; e la seconda è che il nostro agire non avrebbe una logica. Allora io vorrei ricordare che in 8 delle 9 regioni nelle quali la situazione è già definita, i candidati-presidente saranno espressione del Pd. E in quanto alla logica, stiamo semplicemente provando a seguire la linea annunciata in congresso: accorciare le distanze tra le forze d’opposizione parlamentare. Sapendo che non è facile, perché Casini ha la sua strategia e l’Idv le sue radicalità».
Poi ci sono, naturalmente, il Lazio e soprattutto la Puglia, dove il Pd e il suo giovane candidato – Francesco Boccia – sembrano avviati alla sconfitta contro il ciclone-Vendola nelle primarie di oggi. Dice Bersani: «Se lei mi chiede se in queste due regioni c’è stato un percorso lineare, io le rispondo di no. Ma nel Lazio venivamo da dove venivamo, c’erano difficoltà e io comunque considero un colpo di reni aver puntato, alla fine, su Emma Bonino. Quanto alla Puglia, ci possono anche esser stati dei nostri errori, ma ci siamo trovati di fronte a un problema grosso e inatteso: la posizione assunta da Nichi Vendola. L’importante sarà tornare uniti dopo le primarie: perché il vero obiettivo non è superarci tra noi ma battere anche in Puglia il centrodestra». Pena finire nella riserva indiana cui pensa Silvio Berlusconi…
La Stampa 24.01.10
"Se dalla scuola (per legge) scompare la geografia", di Ilvo Diamanti
Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali, in via di definizione, la geografia scompare del tutto – o quasi. Non si sono sentite proteste, al proposito. Ad eccezione di quelle sollevate, comprensibilmente, dalle “associazioni di categoria” (in testa l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e la Società Geografica Italiana), che hanno lanciato un appello accorato (su www.aiig.it e www.luogoespazio.info). Ma c’è da dubitare che troveranno grande ascolto. I problemi che contano e appassionano sono ben altri. Anche se il territorio continua ad essere evocato, per ragioni politiche e polemiche. I confini: vengono chiamati in causa quando c’è da respingere i clandestini. Frontiere invisibili divengono muri visibili per marcare la distanza dagli “stranieri”. Per alimentare domanda di sicurezza, per richiamare la comunità perduta. Il nostro piccolo mondo che scompare, schiacciato dal grande mondo che incombe. Così si invocano le ronde, senza poi formarle. E i “confini” della città sono marcati da cartelli segnaletici che, accanto al nome di città “straniere” gemellate, avvertono: non vogliamo “stranieri”, guai ai “clandestini”. (Quasi che i clandestini si dichiarassero come tali, apertamente, all’ingresso della città).
Siamo orfani dei confini che, tuttavia, non riconosciamo. E non conosciamo più. Come il territorio. Rimozione singolare, visto che mai come in quest’epoca le identità ruotano intorno ai riferimenti geografici. L’Oriente e l’Occidente. Che, dopo la caduta del muro di Berlino, non sappiamo più come e dove delimitare. In Italia, il Nord e il Sud. La Lega Nord e il Partito del Sud. Si rimuove la geografia mentre la geografia si muove. Insieme ai confini. Centinaia di comuni vorrebbero cambiare provincia. Oppure regione. E molte province si spezzano; mentre, parallelamente, ne nascono altre di nuove. E se guardiamo oltre i nostri confini abbiamo bisogno di aggiornare le mappe. Un anno dopo l’altro. Per de-finire i paesi (ri)sorti in seguito al crollo degli imperi geopolitici. Per “nominare” contesti senza nome oppure ignoti, un attimo prima, il cui nome è rivendicato da popoli che ambiscono all’indipendenza. Da minoranze che vorrebbero venire riconosciute e da maggioranze che ne reprimono le pulsioni. Così, scopriamo, all’improvviso, dell’esistenza di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cekia e Slovacchia sono, da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a “nominare” la Cecoslovacchia.
In questo paese – ma non solo in questo – il “popolo” più detestato è quello Rom. Gli zingari. Accusati di molte colpe – talora a ragione. La principale fra tutte: non avere una patria. Una residenza. Rifiutarla. Troppo, per una società che ha dimenticato il territorio – sepolto sotto una plaga immobiliare immensa e disordinata. Ma continua a evocare le “radici”. E non sopporta chi è nomade. Sempre altrove.
Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento, intima. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci in contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico.
La società del Gps è popolata di persone etero-dirette, che si muovono senza un disegno, né un progetto. Non sanno dove andare e neppure dove sono. Questa società – questa scuola – non ha bisogno di geografia, né di geografi. Ma neppure della storia: visto che la geografia spiega la storia e viceversa. Questa società – questa scuola – questo paese: dove il tempo si è fermato e il territorio è scomparso. Dove le persone stanno ferme. Nello stesso punto e nello stesso istante. In attesa che il Gps parli. E ci indichi la strada.
La Repubblica 22.01.10
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La Gelmini “taglia” la Geografia dai tecnici e professionali
Confondere Haiti con Tahiti è un peccato che non si può considerare veniale, soprattutto in questi giorni. Eppure succede. Proprio in questi giorni. A riscontrarlo è la Aiig, l’associazione italiana insegnanti di geografia, preoccupata per gli effetti che potrebbe avere la riforma Gelmini della scuola superiore con il ridimensionamento dello studio di questa materia. E proprio per cercare di frenare questo processo, l’associazione ha presentato documenti alle Commissioni Cultura di Camera e Senato e ha lanciato una raccolta firme via internet che ha raccolto 4.000 adesioni in tre giorni, tra cui quelle dell’architetto Paolo Portoghesi, del Rettore della Sapienza Luigi Frati, del documentarista Folco Quilici, di Luca Mercalli, il meteorologo ospite fisso della trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”.
Ma perchè questa battaglia? «Perchè meno geografia rende tutti più poveri», risponde Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell’Aigg. «La formazione di un cittadino – aggiunge – passa anche dalla geografia, ossia la scienza dell’umanizzazione del pianeta terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia». Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis «si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relativi ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione. Con la riforma, infatti, l’insegnamento della geografia scomparirebbe in tutti gli istituti professionali e in quasi tutti i tecnici, con un’incomprensibile eliminazione per esempio nell’indirizzo “logistica e trasporti”. Drastica, inoltre la riduzione nei licei, dove già si fanno solo due ore settimanali e solo nel primo biennio».
Quanto ai licei scientifici «nel primo biennio la geografia, a differenza degli altri licei, verrebbe associata alla storia con 99 ore, ossia tre ore settimanali complessive tra storia e geografia. La nostra richiesta – aggiunge De Vecchis – è che si ripristino le 66 ore destinate autonomamente alla geografia, tenendo presente che, diversamente da altre discipline di base, questa è del tutto assente nel triennio. Un modulo di 66 ore nel biennio costituisce il tempo minimo per consentire una formazione geografica basilare e indispensabile».
A De Vecchis fa eco Daniela Pasquinelli, che dell’Aiig è segretaria nazionale. «Giorni fa – racconta – ero sull’autobus e ho sentito alcuni studenti che parlavano del terremoto di Haiti. Sapete dove si trova Haiti?, ho chiesto, scatenando un dibattito tra i ragazzi. Erano convinti che Haiti fosse l’isola delle ragazze con le corone di fiori al collo e i gonnellini di pagliai. Insomma, avevano confuso l’isola caraibica di Haiti con uno dei gioielli della Polinesia nel Pacifico. Del resto oggi molti studenti dimostrano difficoltà anche nella localizzazione delle regioni italiane. Conoscere la geografia – osserva Pasquinelli – non significa memorizzare nomi. La geografia dei mari, dei monti non esiste più, è un retaggio ottocentesco».
«Siamo molto preoccupati – conclude De Vecchis – perchè questa materia tocca temi cruciali: dai fenomeni migratori ai cambiamenti geopolitici, ai confini mutevoli, non solo politici, ma anche culturali, sociali, economici, fino allo sviluppo sostenibile e alle diversità culturali».
L’Unità 24.01.10
"Ricerca, disponibili solo 400 milioni", di Valentina Arcovivo
Per cominciare un pizzico di autocritica e un elenco di buone intenzioni. Poi, una serie di obiettivi poco ambiziosi e un sostanziale nulla di fatto per la ricerca di base. Il Programma Nazionale della Ricerca 2010/2012 non è ancora stato approvato – si aspetta a fine gennaio il parere del Cipe e poi l’approvazione del Consiglio dei ministri – e già lascia ampi margini di critiche ai membri della comunità scientifica. Tutti d’accordo con le premesse, cioè una presentazione a tinte fosche della situazione attuale della ricerca in Italia, e con le intenzioni di migliorare l’attuale situazione. Aprono dubbi e perplessità, invece, le azioni concrete e gli obiettivi individuati dal ministero dell’Università e della Ricerca. Primo ostacolo con cui si scontra il nuovo piano è la quantità di risorse. L’obiettivo dichiarato del ministero è di aumentare gli investimenti pubblici in Ricerca & Sviluppo che dovrebbero passare dall’attuale 0,56 allo 0,65 per cento del Pil. In pratica, l’obiettivo è quello di raggiungere la media di investimenti pubblici degli altri paesi europei. Nel 2012, inoltre, si spera in un ulteriore aumento per raggiungere quota l’1 per cento. Obiettivo, però, ben lontano dagli impegni presi nel 2000 a Lisbona che prevedono invece investimenti in ricerca non inferiori al 3 per cento del Pil. Impegni tra l’altro che andrebbero onorati entro la fine di quest’anno.
Teoricamente per realizzare il piano il ministero, entro il 2013, potrà disporre di oltre 10 miliardi di euro. Il conto è presto fatto: 2 miliardi di euro promessi dal ministero dello Sviluppo Economico, 1,6 miliardi di euro provenienti dai fondi strutturali europei destinati al piano Pon ricerca e competitività 2007-2013 per il Centro-Nord e circa 7 milioni di euro previsti dal ministero dell’Università e della Ricerca. Praticamente però l’unica cifra certa sarebbe quella dei 400 milioni di euro circa dei fondi First per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica che riguardano il 2009, ma che ancora non sono stati assegnati. Per le altre risorse bisognerà aspettare il verdetto del Consiglio dei Ministri.
Soldi a parte, i contenuti del Piano Nazionale Ricerca sembrano essere troppo sbilanciati a favore della ricerca applicata. Cosa che ha fatto molto arrabbiare i ricercatori fondamentali al momento impegnati in una raccolta firme e intenzionati a sottoporre all’attenzione del ministro Maria Stella Gelmini le loro proteste con un documento che verrà consegnato all’inizio del mese prossimo. All’inizio – circa una settimana fa – erano solo 57, ora i nomi dei ricercatori hanno superato quota 200.
Nel programma, infatti, gli obiettivi prioritari del ministero propendono verso un tipo di ricerca più pratica. Infatti, si prevede: l’attuazione di una politica industriale che stimoli le aziende a investire di più; la facilitazione dell’accesso all’innovazione delle Pmi e una politica industriale che favorisca maggiori investimenti nella ricerca; la responsabilizzazione degli enti pubblici e delle università e la creazione di una stretta collaborazione tra questi e le imprese. Per raggiungere questi obiettivi il Pnr presenta 18 linee d’azione che guideranno l’utilizzo delle risorse. I finanziamenti saranno indirizzati sostanzialmente a interventi di breve-medio periodo orientati e allo sviluppo di strumenti di governance, nazionali e regionali, integrati in contesti internazionali. Una parte residua sarà destinata a interventi di medio-lungo periodo, al rilancio del capitale umano e alle infrastrutture.
Ora però a destare maggiori polemiche non sono tanto i piani per il futuro, ma i mancati adempimenti del presente. Questa volta la segnalazione arriva dall’Associazione Precari della Ricerca (Apri) e riguardano i tanto attesi fondi del Firb «Futuro in Ricerca». Sui quasi 4 mila progetti presentati sono stati ammessi soltanto 204, quelli che hanno ottenuto il massimo punteggio (40/40). Di questi, verranno alla fine finanziati soltanto poco più di un centinaio.
Il Messaggero 22.01.10
