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"Manovali, garzoni, operai ecco il lavoro senza qualità degli apprendisti-bambini", di Roberto Mania

Manovali e operai senza specializzazione. Garzoni di bottega. Sono i più giovani degli apprendisti, il 6,5 per cento del totale. Oltre 40 mila adolescenti che vivono in un´area pallida tra la scuola e il lavoro. Lavoratori deboli di conoscenza e di potere contrattuale. Sedici-diciassettenni candidati ad arrancare per sempre nel mercato del lavoro, tanto più che l´uscita dalla grande recessione non presterà alcuna cortesia nei loro confronti.
La proposta del governo di equiparare il primo anno di apprendistato, a 15 anni, all´ultimo della formazione dell´obbligo, non avrà effetti significativi su questa fascia di età, a meno che non riesca a rendere attivi quei 126 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni che hanno smesso di andare a scuola, e non hanno neanche un lavoro: giovani “né-né”, oppure “dispersi”. Più nelle regioni meridionali (il 7,7 per cento) e nelle isole (il 6,5 per cento), che nel nord-est (il 2,8 per cento).
Il governo pensa di ricorrere al lavoro per attenuare una parte dell´abbandono scolastico proprio nel paese che nella vecchia Europa detiene quasi il record del fenomeno: il 22 per cento contro una media continentale intorno al 15. Ma sono più i dubbi sull´efficacia di questa mossa che le adesioni. Neppure il sistema delle aziende è del tutto convinto – soprattutto in questo momento di profondità della crisi occupazionale – delle bontà della proposta emersa in Parlamento.
D´altra parte la fragilità dei giovani apprendisti sta nei fatti, nel loro angusto percorso di istruzione, ma anche, implicitamente, nei numeri dell´Isfol, l´istituto che per il ministero del Lavoro si occupa di formazione. Basta osservare il trend degli apprendisti per classi di età tra il 2002 e il 2008: quella tra i 15 e i 17 anni rappresentava il 13,1 per cento del totale, si è praticamente dimezzata fino al 6,5 per cento. Perché serve a poco fare l´apprendista-bambino. Mentre si sono ingrossati gli altri gruppi, ma soprattutto quello dell´ultima fascia dai 25 anni e oltre: è passato dal 10,2 per cento del 2002 al 22,4 per cento del 2008. D´altra parte nell´Italia della gerontocrazia si può essere apprendisti fino a oltre 35 anni. E poi, magari, precari per il successivo decennio.
Si dice che è nel nord-est, lì dove permane un tasso di disoccupazione a livelli di Europa settentrionale e dove le micro-imprese presidiano il territorio, che servirebbe abbassare l´età per l´ingresso al lavoro. Si renderebbe così legale un fenomeno che nei fatti sarebbe piuttosto diffuso. E si dice anche – in questo caso una recente indagine della Confartigianato lo dimostra numeri alla mano – che gli artigiani non trovino le professionalità di cui avrebbero necessità. Ma i dati dicono anche che c´è stata un´inversione di tendenza. Che anche i nordestini sono cambiati. Perché nell´ultimo decennio è aumentata sensibilmente (di ben il 13 per cento) la percentuale di chi si iscrive alla scuola secondaria. E ora quella percentuale è diventata pure un po´ più alta della media nazionale. Molto – va detto – è dipeso dagli immigrati, ma – si legge nell´ultimo Rapporto della “Fondazione Nord-Est”, coordinato dal sociologo Daniele Marini – così «cade anche l´ultimo pregiudizio nei confronti di quest´area, quello di essere popolata da gente che si preoccupa più del guadagno che dell´istruzione». E allora quella del governo non va nemmeno considerata una norma “pro nord-est”.
Il “focus”, comunque, deve essere sui quindici, sedicenni. Perché questa è la fascia di età che potrebbe essere toccata dalla proposta della maggioranza parlamentare, e sulla quale il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è intenzionato ad andare fino in fondo. Sandra d´Agostino è una ricercatrice dell´Isfol che si dedica da anni proprio all´apprendistato. Sciorina gli ultimi dati disponibili: dei quasi 600 mila quindicenni, il 90,8 per cento va ancora a scuola, il 6,9 per cento segue corsi di formazione, lo 0,4 per cento risulta apprendista anche se non potrebbe essendo la soglia attuale fissata a 16 anni, infine l´1,9 per cento è disperso. Se si passa ai sedicenni si abbassa la percentuale di chi va a scuola (l´88,4 per cento), e si alzano le altre categorie: 7,6 per cento coloro che seguono un corso di formazione, 1,7 per cento apprendisti e 2,3 per cento che risulta non fare nulla. Con l´età cresce di fatto l´abbandono scolastico, ma non fa il pieno il contratto di apprendistato, che non appare la spina dorsale dell´occupazione giovanile. È una quota marginale quello tra i 15 e i 17 anni, poco più del 6 per cento, si è visto, del pianeta apprendisti cresciuto dell´87 per cento negli ultimi dieci anni: in tutto oltre 640 mila persone, con il 40 per cento circa concentrato nel centro-nord. E i contratti si fanno perlopiù nel commercio (il 22,3 per cento), a seguire, nell´edilizia (il 21,4 per cento), nell´industria metalmeccanica (il 17,5 per cento), per scendere via via al 10,7 degli studi professionali fino al 3,2 per cento del tessili. Ne fanno ricorso le aziende artigianali, quelle piccole con due o tre addetti. In ogni caso questi dati riguardano tutti gli apprendisti senza limiti di età, non solo gli under 18.
I giovani apprendisti, infatti, sono una parte (legale) del lavoro minorile. Ed è fortissimo il legame, nell´Italia dell´immobilità sociale, tra i bassi tassi di istruzione della famiglia di provenienza e l´adolescente giovane che varca il cancello del mercato del lavoro. L´ha scritto l´Istat nell´unica indagine dedicata al lavoro minorile (“Bambini, lavori e lavoretti” del 2002): chi ha il padre con la licenza elementare ha una probabilità tripla di andare a lavorare prima dei 15 anni di chi ha il papà “dottore”. Insomma: c´era una volta l´Agenda di Lisbona, quella dell´Europa (e anche dell´Italia) della conoscenza e dell´occupabilità.
La Repubblica 23.01.10

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“Assegno formativo per bloccare la fuga dai banchi “, di Maurizio Ferrera

In Europa solo Romania e Bulgaria sono messe peggio dell’Italia. Negli altri Paesi la dispersione formativa non è solo più contenuta, ma riguarda soprattutto i figli di immigrati. La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni sta suscitando un’ondata di polemiche. Più che sulle grandi questioni di principio, sarebbe bene riflettere sul dato di partenza che ha motivato l’azione del governo: il numero altissimo di quindicenni e sedicenni che non studia più e non lavora ancora. Un esercito di 126 mila adolescenti che crescono senza bussola e sprecano anni preziosissimi per lo sviluppo di capacità e competenze. In Europa solo Romania e Bulgaria sono messe peggio dell’Italia. Negli altri Paesi la dispersione formativa non è solo più contenuta, ma riguarda soprattutto i figli di immigrati. Da noi invece si «disperdono» moltissimi giovani italiani, nati e vissuti in un contesto culturale e istituzionale in cui andare a scuola fino a sedici anni (come prevede la legge) dovrebbe essere un fatto normale, senza possibili alternative. La dispersione è più alta al Sud, ma anche nel ricco e avanzato Nord-Ovest un buon cinque percento dei giovani fra i quattordici e i diciassette anni sono già fuori dal sistema formativo.

L’apprendistato per i quindicenni può essere la soluzione del problema? Difficile crederlo. Anche a prescindere dalle argomentazioni pedagogiche, ciò che rende scettici è la scarsissima diffusione e l’alta disorganizzazione di questo istituto nel nostro Paese. Secondo l’ultimo Rapporto Isfol gli «apprendisti in formazione» minorenni sono poco più di seimila, tutti nel Centro-Nord. Anche a investire sul serio in questa direzione ci vorranno anni, ad essere ottimisti, prima che lo strumento possa funzionare in tutto il Paese.
Come insegna l’esperienza internazionale, per conseguire rapidi successi contro la dispersione occorre intervenire con incentivi tangibili per i giovani e le loro famiglie. Negli Usa molte amministrazioni locali subordinano l’accesso alle prestazioni assistenziali all’assolvimento dell’obbligo scolastico da parte dei minori: i dati segnalano infatti (anche per l’Italia) che gli abbandoni interessano soprattutto i figli delle famiglie disagiate. Un eccesso di paternalismo? No, se pensiamo che andare a scuola è, appunto, obbligatorio e chi non manda i figli a scuola viola la legge. In Italia il 40% circa dei minori (60% al Sud) vive in famiglie a basso reddito che fruiscono di agevolazioni o esenzioni «sociali» (tariffe, ticket, sussidi vari). Se fosse richiesta qualche forma di certificazione educativa fra i documenti da allegare alla cosiddetta dichiarazione Ise (quella che serve per accedere ai benefici) le famiglie avrebbero un bell’incentivo a mandare i figli a scuola (compresi, perché no, i percorsi di scuola e lavoro, diffusi anche in altri Paesi).

L’Inghilterra ha inaugurato un secondo tipo di intervento: gli assegni formativi. I giovani fra i sedici e i diciotto anni che provengono da famiglie disagiate possono ottenere una educational allowance per iscriversi a corsi di istruzione o formazione accreditati. L’assegno può raggiungere i 150 euro al mese per la durata del corso, purché la frequenza sia regolare e i voti siano sufficienti. Quando questo programma fu istituito, molti giovani non si fidavano e chiedevano ai funzionari: dove sta l’imbroglio? Ora sul sito del governo (http://ema.direct.gov.uk) c’è scritto esplicitamente: non c’è imbroglio, vogliamo solo aiutarvi a non sprecare il vostro capitale umano; se studiate oggi potrete guadagnare molto di più in futuro.

Introdurre lo schema inglese in Italia costerebbe alcune centinaia di milioni. Ma si potrebbe iniziare gradualmente e selettivamente (peraltro facendo tesoro di esperienze pilota già introdotte in alcune regioni). Sarebbe un passo concreto verso quel «welfare delle opportunità» di cui tanto si discute nei libri e nei convegni, ma che nessun governo ha ancora messo veramente al centro delle sue priorità in campo sociale.
Il Corriere della Sera 23.01.10

In ricordo di Paola Manzini

Un anno fa scompariva Paola Manzini, parlamentare modenese dal lungo curriculum istituzionale. Un convegno, alla Camera dei Deputati, ha raccolto amici e colleghi. Il ricordo più dolce è quello che Luciano Violante esprime attraverso le parole di un poeta persiano dell’anno mille: “Paola era una di quelle donne che tagliano l’aria”. Poco prima l’immagine più formale, di donna delle istituzioni, l’aveva tracciata il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Ad aprire il convegno dedicato a “Paola Manzini, l’impegno parlamentare dal 1994 al 2006”, è stato però il messaggio del Presidente Giorgio Napolitano che, impossibilitato a partecipare, ha comunque voluto ricordare la serietà e lo stile dell’impegno della parlamentare modenese, scomparsa un anno fa. Non una commemorazione agiografica ma un incontro vero tra amici e parlamentari che colgono l’occasione per ribadire, attraverso la figura di Paola Manzini, il valore e l’attualità di una politica che si eleva ad istituzione, che rispetta la centralità del parlamento ed il valore del dialogo, anche sanguigno, capace di perseguire non il facile ma il giusto, divenire tradizionale nell’accezione più alta del termine.

Istituita una borsa di studio

Alla memoria di Paola Manzini, il comune di Vignola, in collaborazione con l’Unione Terre di castelli, ha voluto dedicare una borsa di studio del valore di 7mila euro. Avrà valenza pluriennale ed è rivolta a studentesse universitarie in materie umanistiche o sociali che risiedano nel territorio dell’Unione e che si siano concentrate con la loro tesi di laurea sul tema “donne, società e istituzioni”.

di Miriam Accardo

"La filastrocca del complotto", di Giuseppe D'Avanzo

È “una persecuzione e, come sempre, prima delle elezioni”, dice Berlusconi come da copione. C’è qualcuno che ancora può credere che i tempi di un’indagine possano essere regolati sull’agenda politica? Niccolò Ghedini, il chierico per eccellenza, finge di crederlo e lo suggerisce. È il primo a uscire allo scoperto. Ghedini indossa molte maschere nel teatro di Silvio Berlusconi. È l’avvocato delle difese corsare che proteggono il presidente del consiglio negli affari milanesi.

È il soprintendente, controllore e coordinatore, di un multiforme sistema legale – nazionale e internazionale – che si preoccupa di rappresentare trasversalmente gli interessi di imputati e testimoni che potrebbero mettere nei guai, da Bari a Los Angeles, il capo del governo. È il parlamentare che ispira, sulle questioni di giustizia, i lavori della Camere. È il ministro di giustizia effettivo, anche se in via Arenula non ci mette mai piede: Angelino Alfano è solo l’attor giovane in scena e si può essere Guardasigilli anche da Palazzo Grazioli o Villa San Martino. Di Ghedini sono le sofisticherie, le furberie, i mostri disseminati – senza risultato, finora – nei codici e nelle procedure per evitare al Cavaliere processi e sentenze. L’avvocato di Padova ha imparato da Berlusconi un’arte affabulatoria, con il tempo diventata monotona. Ricordate? Al Cavaliere capitò di negare – e con sdegno – di aver riformato a uso proprio il falso il bilancio e le rogatorie. Me lo imponevano le norme europee, disse.

La pretesa di negare quel che tutti sanno e ricordano è la strategia abituale di Berlusconi e Ghedini. La si può rappresentare così: in pubblico, respingere ogni evidenza con un assalto istrionesco e idrofobo appena una toga si avvicina al Cavaliere (seguirà tempesta mediatica dei giornali della casa e la claque dei Tg obbedienti). In tribunale, in assenza di giudici pieghevoli, difesa a istrice, asfissia ostruzionistica, infiniti cavilli perditempo. In parlamento, leggi ad personam. Dinanzi all’opinione pubblica, denuncia dell’aggressione giudiziaria.

Lo spettacolo va in scena anche ieri sera quando diventa ufficiale che il pubblico ministero di Milano ha concluso le indagini sui metodi di Mediatrade ipotizzando per Silvio Berlusconi l’appropriazione indebita delle risorse di Mediaset (quotata in Borsa).
Il fabulario di Berlusconi e Ghedini prevede a questo punto l’evocazione (noiosissima) di un complotto politico: i pubblici ministeri colpiscono ora “perché si sta riformando la giustizia e a marzo si vota per le regionali”. Dimentica, l’avvocato mille maschere, che addirittura da ottobre 2009 si sa che quell’indagine è di fatto chiusa. Ghedini ne conosce il merito, le fonti di prova, gli atti, i documenti, le testimonianze, i tempi e l’impianto organizzato dall’accusa, ma gridare all’accanimento investigativo è sempre una buona medicina per non affrontare i fatti.

I fatti? Dove sono i fatti? Quali sono? È il secondo passo, rituale come una filastrocca precostituita. Dice Ghedini: “Le contestazioni mosse hanno dell’incredibile sia per il contenuto sia per gli anni a cui si riferiscono, periodo in cui Silvio Berlusconi non aveva la benché minima possibilità di incidere sull’azienda”. Anche una superficiale verifica smaschera il gioco. L’affarismo societario nascosto in Mediatrade affiora con una domanda: perché un gigante come Mediaset rinuncia a trattare i diritti televisivi direttamente con le majors per affidare la faccenda a un egiziano diventato cittadino americano, Frank Agrama? Il pubblico ministero ritiene di avere dimostrato che Agrama acquistava i diritti e poi li rivendeva alle società di Berlusconi “a prezzi enormemente gonfiati”. A Los Angeles li comprava a cento. A Milano li rivendeva a mille. E la differenza tra cento e mille restava all’estero e Agrama si preoccupava, molto curiosamente, di “restituire” i profitti su conti nella disponibilità di manager Mediaset, in Svizzera, nel Principato di Monaco, alle Bahamas.

Possibile che Berlusconi si facesse truffare come un sempliciotto da quell’americano? O non è il caso di pensare che quell’Agrama sia un socio occulto di Berlusconi? Purtroppo per Ghedini, come per la corruzione di David Mills, nell’inchiesta oggi conclusa appaiono testimoni che, cittadini di un altro mondo dove mentire è pericoloso e indecente, la raccontano tutta. Come Bruce Gordon, responsabile della vendite della Paramount. Dice Gordon: “In Paramount le società di Agrama sono indistintamente indicate come Berlusconi companies e l’esposizione creditoria come Berlusconi receivables”. Gordon dice che l’ascesa al governo di Berlusconi non ha mutato di una virgola quella situazione. “Agrama – ricorda Bruce Gordon – ci diceva che continuava a riferire a Silvio Berlusconi sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la sua nomina a presidenza del consiglio”. Dunque, non esistevano gli affari di Agrama, ma soltanto quelli di Berlusconi. Che poi il Cavaliere governasse un paese, che importa?
Questo il quadro (ipotetico, beninteso). Questi i fatti che – certo – possono essere controversi ed è per questo che si fanno i processi: in un processo leale (quindi, giusto), “la difesa è una forza che resiste all’accusa e non che sfugge all’accusa”. Ma nonostante sia il suo mestiere, Ghedini disprezza la discussione del merito. Provoca, protesta, deplora, inventa paesaggi sublunari preferendo lavorare alla malfamata immunità ora che il “processo breve” è stato approvato al Senato e il legittimo impedimento lo sarà alla Camera. È una fenomenologia (o una commedia?) che non ha nulla di nuovo. Come nulla di nuovo s’annuncia nel “discorso agli italiani” che Berlusconi minaccia nella notte.
La Repubblica 23.01.10

"Manovratori di opinioni", di Mario Deaglio

A prima vista non si direbbe che il governo della Repubblica Popolare Cinese e la Corte Suprema degli Stati Uniti abbiano molto in comune. Eppure nelle ultime quarantott’ore hanno adottato decisioni o preso posizioni sostanzialmente simili che potrebbero incidere molto fortemente sulla vita dei normali cittadini. Al di là delle apparenze, in entrambi i casi rischia di essere limitato il diritto di esprimere, diffondere o ricevere opinioni su Internet.

Il governo cinese sostiene che Internet è libera se rispetta la legge e che le società che operano nello spazio cibernetico diffondendo informazioni devono cooperare con le autorità per stabilire un «clima di armonia e stabilità sociale» e per «orientare correttamente l’opinione pubblica». La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso qualcosa di solo apparentemente opposto: non sarà applicabile la legge che limita le risorse finanziarie che le imprese e i sindacati possono dedicare a campagne d’opinione tese, in periodo elettorale, a influire sulle decisioni degli elettori.

A New York e Los Angeles non ci sarà più alcun freno alle somme per acquistare spazi televisivi, radiofonici e telematici, nonché sulla carta stampata, per far eleggere i politici vicini ai propri interessi in quanto si potrà spendere quanto si vuole e il controllo sui mezzi di informazione potrà così aumentare fortemente. Le imprese che maggiormente inquinano potranno finanziare martellanti campagne fiancheggiatrici dei candidati contrari alle norme antinquinamento; le imprese bancarie e finanziarie potranno spendere miliardi (magari a suo tempo sborsati dallo Stato per evitarne il fallimento) per sostenere i parlamentari contrari alla proposta del presidente Obama di introdurre un’imposta speciale sulle banche; le case farmaceutiche e le compagnie di assicurazione potranno raddoppiare i loro sforzi a favore di politiche che vogliono convincere gli americani che la riforma sanitaria proposta dal Presidente è un disastro. Questi comportamenti si estenderanno anche a livello locale e la democrazia di base degli Stati Uniti, dove anche il capo dei pompieri o il procuratore distrettuale vengono scelti con un’elezione popolare, potrebbe uscirne fortemente distorta. «Con un tratto di penna», ha commentato il presidente di un’associazione statunitense per le libertà politiche, «cinque giudici (sui nove che compongono la Corte) hanno cancellato un secolo di norme per limitare l’influenza delle imprese sulla politica».

New York e Los Angeles rischiano così di avvicinarsi alla realtà di Pechino e Shanghai in cui gli spazi dell’informazione e, più in generale, quelli telematici sono da sempre accuratamente controllati. In Cina – Paese che negli ultimi tempi ha mostrato qualche grado di flessibilità – il controllo è effettuato dal governo e dal partito comunista cinese, negli Stati Uniti potrà toccare di fatto alle lobbies, ossia alle unioni di imprese che perseguono gli interessi comuni dei loro associati, finora sottoposte oltre che alla trasparenza anche a limiti di spesa piuttosto severi. Non a caso, Google – la società di servizi informatici che più viene associata alla libertà di informazione per il suo eccellente motore di ricerca che consente di consultare infinite fonti in un batter d’occhio – è sotto attacco sia a Pechino, perché non vuole più rispettare la censura, sia in vari paesi occidentali, dove si vuol limitare la sua capacità di mettere gratuitamente importanti fonti informative a disposizione del pubblico di Internet.

La «chiusura» di Internet come strumento di informazione e di espressione di opinioni potrebbe così procedere in maniera rapidissima, tanto da mettere in dubbio la sua possibilità di continuare a essere, come negli ultimi dieci anni, una colonna della libertà. Anche il funzionamento efficiente delle Borse potrebbe essere compromesso se, tanto per fare un esempio, un’impresa in difficoltà potesse svolgere sulla rete, senza limiti di costo, una campagna aggressiva in proprio favore che raggiunge gratuitamente il risparmiatore mentre il risparmiatore stesso potrebbe essere costretto a pagare per conoscere le opinioni contrarie. Nel momento in cui stanno sorgendo nuove, grandi concentrazioni mondiali di imprese, spesso grazie alla «campagna acquisti» condotta in tutto il mondo dalle società semi-pubbliche cinesi, potrebbe venire a mancare la loro controparte dialettica. I più ricchi acquisterebbero così nuova forza, e i governi sarebbero ancora più fortemente condizionati di oggi dai loro «grandi elettori».

Tutto ciò induce a considerare il caso italiano, in cui l’influenza dei vertici politici sulle reti televisive può diventare soverchiante, come l’anticipazione di un problema mondiale: fino a che punto e con quali mezzi deve essere lecito «orientare» l’opinione pubblica, come dicono i cinesi e come faranno sempre di più i grandi interessi economici americani? Quanto spazio resterà per chi vorrà essere diversamente orientato o diversamente orientare i suoi concittadini? In un mondo in cui la non trasparenza delle operazioni finanziarie ha indubbiamente favorito la crisi economica, quali garanzie potranno davvero restare al cittadino e al cittadino-risparmiatore?
La Repubblica 23.01.10

"Arte, Sgarbi al potere", di Stefano Miliani

«Ora che sono stato nominato direttore del Padiglione Italia per la Biennale 2011 posso finalmente dire con serenità che esiste una mafia nell’arte. Ci sono artisti come Cattelan, Damien Hirst e Vanessa Beecroft che sono diventati obbligatori. C’è un mondo di interessi economici che consacra alcuni a danno di altri. Mafia è rendere alcuni autori obbligatori e relegarne altri nell’ombra. Mi hanno messo nel massimo del casino. A Venezia sarò il primo commissario antimafia dell’arte, e non avrei potuto divertirmi di più». Come potrete immaginare, chi ha rilasciato questa dichiarazione è un professionista delle frasi ad effetto, il critico d’arte nonché opinionista televisivo con urla incorporate nonché a suo tempo parlamentare per Forza Italia Vittorio Sgarbi. Ora si paragona ai commissari antimafia che rischiano la pelle e devono privarsi spesso di una vita privata decente.

Come probabilmente saprete, e se non lo sapete ve lo segnaliamo, Sgarbi succede al duo dei precedenti critici Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli (entrambi di destra) e sceglierà lui gli artisti dello spazio italiano della prossima Biennale. Lo ha incaricato Sandro Bondi, ministro per i beni culturali che, subito dopo le elezioni regionali, potrebbe lasciare il posto che non ha mai amato al governatore in uscita dal Veneto, Galan. Bondi, in uno slancio di generosità, ha consegnato a Sgarbi un altro incarico di peso e di potere: vaglierà lui le opere che acquisterà il museo d’arte contemporanea Maxxi di Roma la cui apertura è programmata per la primavera. La doppia nomina ha un senso logico: mettere la destra, che nell’arte contemporanea è sempre stata ai margini perché non gliene fregava niente, al centro di un sistema finora sbirciato solo durante i cocktail e le inaugurazioni. La destra al potere vuole occupare anche spazi culturali a lei poco familiari perché li snobbava e non perché – come usano raccontare molti – c’erano i comunisti al potere.

Il critico d’arte, che conosce bene quella antica, ha già detto qualcosa. Alla Biennale gli piacerebbe portare il Cristo Morto di Mantegna, dipinto magistrale, opera fragilissima che quando era sottosegretario ai beni culturali Sgarbi riuscì ad avere in prestito per una mostra a Mantova nonostante il parere contrario dei tecnici. Potenza del potere… Alla Biennale farà di tutto per suscitare polemiche e ci riuscirà. Non esclude uno sperimentatore come Damien Hirst (geniale nell’usare il mercato peraltro) e già lancia qualche sasso: ha detto che al Maxxi vorrà artisti come Gnoli (pittore di gran vaglia, in effetti) Guarenti, Guccione, Ferroni, Sughi, Cordelia Von den Steinen, svizzera, vedova di Pietro Cascella, scultrice figurativa. Il segnale è però più complesso dello stesso Sgarbi e questa nomina ne è una delle tante spie: la destra vuole prendersi ogni spazio e vuole “restaurare” culturalmente e politicamente parlando. Anche un quadro può servire.
L’Unità 22.01.10

Con il PD per un riformismo tutto nuovo

Bersani parla alle Acli: “I cattolici devono restare nel PD perchè è da noi che si fanno le cose nuove”. E sul processo breve: “Le leggi salva premier tolgono spazio ai problemi veri”. “A chi mi chiede, ‘se noi andiamo con l’Udc, perché i cattolici non possono andare nell’Udc?’, rispondo che e’ da noi che si fa la cosa nuova, quella che non si e’ riusciti a fare prima e di cui il Paese ha bisogno”. Pier Luigi Bersani coglie l’occasione della commemorazione dell’ex presidente delle Acli Livio Labor, per ribadire il legame che unisce il PD tanto all’area cattolica quanto all’area socialdemocratica. “Il tentativo di Labor – ha spiegato il segretario – cattolico ma poi senatore con il Psi, di collegare i movimenti alla politica, di avere delle novità, e’ un tema ancora non risolto. E’ altroché attuale mettere la politica in relazione con i cambiamenti”. Il patron delle Acli spese la sua vita nel tentativo di dare risposte a domande che sono ancora oggi nell’agenda del PD: “il superamento del collateralismo, un sistema riformista legato al cattolicesimo democratico, una laicita’ positiva che accetta le condizioni dello spazio. Altroche’ il bipolarismo etico, la nuova forma di collateralismo”. Quelle istanze di incontro fra due mondi solo apparentemente lontani si concretizzano in un immagine: “Io ho in mente i funerali di Berlinguer, quando il prete dice ‘riposa in pace’ e una milionata di persone risponde ‘amen'”. Comunque per il leader del Pd, “adesso siamo in grado di chiarire alcuni passaggi. Mi viene in mente don Sturzo, che dice ‘per me i conservatori sono fossili, benche’ cattolici'”.

Parlando di alleanze ed elezioni regionali, il segretario chiede all’Udc “coerenza” rispetto alle alleanze delle regionali nelle Regioni del Mezzogiorno. “Ieri dal Pdl c’e’ stato pressing sull’Udc sul Meridione. Ricordo che in Parlamento abbiamo votato un documento comune sul Mezzogiorno su cui il governo e’ andato sotto. Su questo punto c’e’ da rivendicare coerenza”. Sempre sul tema delle regionali, in particolare quella pugliesi ha detto: “Le primarie non sono contro uno o l’altro, ne’ tantomeno sono contro Vendola. Boccia puo’ portare tutti alla vittoria perche’ e’ una proposta di sintesi”. Una battuta è anche per il ministro della Pubblica amministrazione e possibile candidato sindaco a Venezia Renato Brunetta: “”Puo’ fare di piu’, e’ l’antitesi del fannullone, non ha limiti…”.

Il convegno è anche l’occasione per parlare della legge sul processo breve appena passato al Senato e di prossima discussione alla Camera: “Alla Camera lottermo con forza contro il ddl sul processo breve. Nel passaggio dal Senato a Montecitorio poi saranno piu’ chiari gli effetti della legge e questo spero potra’ favorire una riflessione per la maggioranza. Il processo breve è un tema di discriminazione palese e questo può vederlo chiunque”. Dopo l’approvazione del processo breve al Senato la maggioranza “si carica di una responsabilita’ grossa, adesso e’ molto difficile mettersi a fare una discussione serena. La destra ha fatto la cosa peggiore che si potesse fare: distruggere la possibilita’ di giustizia per centinaia di migliaia di persone, cancellare centinaia di migliaia di processi per salvare una persona sola. Questa e’ una macchia indelebile, anche se la battaglia riprendera’ alla Camera. Non si consente mai al Paese di affrontare quelli che sono i suoi problemi. Bisogna fare le riforme di sistema ma abbiamo il Parlamento invaso da iniziative e intese a salvaguardare il premier che tolgono ogni spazio per una discussione seria. In tutto il mondo si parla di lavoro, c’e’ la crisi, ma da noi c’e’ un’agenda che non va. Il Parlamento e’ invaso da centinaia di norme e iniziative per salvare il premier che tolgono ogni spazio alla discussione sulle riforme. Le riforme di sistema vanno fatte, ma la destra si e’ presa la responsabilita’ di peggiorare il clima”.
www.partitodemocratico.it

"Troppi debiti su imprese e famiglie la crisi globale non è ancora finita", Eugenio Occorsio intervista il Nobel Michael Spence

«La ripresa in America ma soprattutto in Europa sarà molto lenta, molto faticosa e caratterizzata da continui stop and go. Tutto questo perché non sono stati risolti i problemi strutturali che hanno provocato la crisi, dal debito americano alle finanze pubbliche europee». Michael Spence, 68 anni, premio Nobel 2001, il più europeo fra gli economisti americani di spicco se non altro perché vive a Milano ormai da anni dopo essere stato a lungo preside del dipartimento di Economia di Stanford, si iscrive senza dimostrare alcun dubbio al partito dei pessimisti in questo vorticoso giro di cifre e previsioni sull´economia del 2010.
Lei ha vinto il Nobel per i suoi studi sull´effetto delle informazioni “asimmetriche” quando arrivano sui mercati. E più asimmetriche di queste…
«E´ logico che quando si esce da una crisi di queste proporzioni tutti si esercitino sulle proiezioni per i mesi a venire. Il fatto è che non ne siamo ancora usciti. Perlomeno dobbiamo stare attenti a non farci abbagliare da previsioni di una crescita di pochi decimali, perché è tale l´abisso dove eravamo finiti…»
C´è il rischio di un “double dip”, insomma di ricominciare da capo?
«Forse del double dip proprio no, ma di sicuro ci attendono ancora mesi difficilissimi. In America la crisi è cominciata, ed è stata dovuta all´eccessivo indebitamento. Mi spiega com´è possibile che famiglie e aziende si siano liberate da questa massa di debiti in così poco tempo? Oltretutto buona parte del debito dei privati era legato alle case, e i valori sono crollati. Serviranno ancora molti anni».
E l´Europa?
«Qui come dicevo la situazione è ancora peggiore. Ha fatto molto bene la banca centrale ad avvertire che la disoccupazione è destinata ad aumentare, perché non potrà essere altrimenti visti gli attuali flussi di domanda e commerci nel mondo».
Significa che l´Europa non riesce a ripristinare un´adeguata forza di export?
«Certo. La Cina, per esempio, destinata a diventare la seconda economia del mondo, in realtà non fa da locomotiva a nessuno se non a se stessa perché genera pochissima domanda. Ma con l´America le cose sono destinate a migliorare perché secondo me Pechino finirà col cedere alle richieste di rivalutazione dello yuan sul dollaro, e comunque oggi è stabile. Invece per l´euro, che soffre per la continua rivalutazione sia contro il dollaro che contro lo yuan, il trend già oggi è negativo, nel senso che tutto lavora contro le esportazioni europee non solo in Cina ma in tutti i paesi che le ruotano intorno, e c´è il pericolo che la situazione peggiori ancora».
Lei accennava alla debolezza del dollaro, però in questi giorni c´è un po´ di rivalutazione…
«È dovuta al nervosismo dei mercati globali sull´euro per la crisi finanziaria di Grecia e Spagna, i cui sviluppi non sono in effetti molto chiari ma che potrebbe portare ad una crisi della valuta. Ma sinceramente credo che più forte di tutti i fattori sarà ancora la precisa determinazione delle autorità americane di tenere il dollaro debole per favorire l´export Usa: l´euro, e quindi il continente che ne è espressione, è destinato a restare chiuso in questa morsa. E la disoccupazione ad aumentare».
La Repubblica 22.01.10