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"Port-au-Prince, a mani nude tra le macerie della città che non c'è più", di Maurizio Molinari

Impressionante il numero delle vittime. Un politico locale: forse 500 mila. Ancora incerto il destino degli italiani sull’isola: 70 su 190 stanno bene. Dai finestrini del bimotore dell’Air Caribe la capitale di Haiti appare un cimitero di rovine a perdita d’occhio. È il primo aereo civile che arriva da Santo Domingo all’aeroporto di Isabelle e atterra su una pista dove pochi poliziotti tentano di tenere a bada centinaia di persone che cercano di fuggire sui pochi aerei militari arrivati per portare aiuti.
In città il palazzo del presidente è crollato, il parlamento è in macerie, la cattedrale non c’è più, come anche dozzine di chiese e l’ospedale principale. Centinaia di corpi coprono le strade giacendo sotto cumuli di polvere attorno ai quali i sopravvissuti si aggirano in religioso silenzio o gridano disperazione e rabbia, braccia aperte verso le nuvole basse del cielo dei Caraibi. Si levano canti di disperazione e nenie religiose, come preghiere lanciate in un vuoto disperato.

Non c’è nessuno che raccolga le salme, ciò che resta dell’autorità governativa sono scarni comunicati trasmessi dalla radio che parlano di disastro nazionale e invitano alla solidarietà. Cercano di far sentire le persone meno sole, ma sembra che l’unico risultato sia far aumentare la paura del dilagare delle violenze. A Port-au-Prince non c’è che morte e disperazione. Il presidente parla di centinaia di migliaia di vittime, qualcuno dice mezzo milione, per la Croce Rossa almeno un terzo dei 9 milioni di abitanti di Haiti sono stati toccati in qualche modo dagli effetti del sisma, tre milioni senza tetto.

Il conteggio delle vittime viene fatto da ospedali improvvisati nelle piazze e circolano numeri parziali che per ora vanno da mille a tremila a cinquantamila anime perdute nel terremoto che la notte scorsa ha investito la più povera nazione dell’emisfero occidentale con una scossa di magnitudo 7, la più forte dal 1770. I sopravvissuti si aggirano fra le rovine cercando parenti e proprietà inghiottite dalla terra. Si è diffusa la voce che a portare i primi aiuti saranno i militari americani con elicotteri dalla base di Guantanamo, nella vicina isola di Cuba, c’è chi guarda ripetutamente al cielo aspettando che i marines portino acqua, pane. Qui manca del tutto e l’assenza di comunicazioni aumenta la confusione. L’importanza dei soccorsi aerei dipende dal fatto che il porto è stato danneggiato e le navi hanno difficoltà ad attraccare. È stato l’arrivo dei primi velivoli militari con gli aiuti, provenienti da Usa, Islanda e Venezuela a far scattare la grande corsa verso l’aeroporto da parte di centinaia, forse migliaia di disperati che si assiepano di fronte al terminal. Il personale dell’ambasciata Usa è riuscito a evacuare le famiglie americane solo proteggendo il convoglio con una scorta armata fin sotto gli aerei della Guardia Costiera decollati alla volta di Miami.

Nella prima intervista al «Miami Herald» il presidente René Preval ha descritto «scene inimmaginabili nella capitale»: «Il parlamento si è come accasciato su se stesso, il ministero delle Finanze è collassato, le scuole sono cadute, gli ospedali si sono sbriciolati». Il presidente dice che Hedi Annabi, il tunisino capo della missione di stabilizzazione dell’Onu (Minustah) è morto, anche se il Palazzo di Vetro non ha ancora confermato, pur ammettendo la morte di almeno 11 funzionari. Non ha retto neppure la principale prigione dell’isola: i detenuti che si sono salvati sono fuggiti in massa.

L’ambasciatore francese a Port-au-Prince ha detto a France2 che «non c’è alcun mezzo che ora venga utilizzato, i pochi di cui si disponeva con il servizio dei vigili del fuoco sono stati sepolti fin dalla prima scossa. La gente è in strada e sta passando la notte in strada. Alcuni di loro, a mani nude, cercano di trovare i corpi sotto le macerie». L’ambasciatore ha continuato il suo agghiacciante racconto: «Alcune vie sono cosparse di cadaveri e si vedono persone, si vede spuntare una gamba, un braccio, tra mucchi di ferraglia e di cemento, è spaventoso. Ho attraversato a piedi due quartieri, quello dove si trova la residenza dell’ambasciata di Francia che è completamente distrutta e un’altra zona che si chiama il Divano verde, dove si trova la residenza del presidente. Non c’è una casa rimasta in piedi».

I saccheggi sono già iniziati. Non c’è polizia, pochi e sperduti i militari che lasciano sguarnito anche il palazzo presidenziale ferito, mentre le forze dell’Onu contano le proprie vittime. Il loro comandante tunisino viene dato per morto e i contingenti di Brasile e Cina, i più numerosi, avrebbero subito molte perdite. Anche del loro quartier generale non è rimasto quasi nulla in piedi. Non ci sono neanche notizie di Giovanni De Mattei, viceconsole onorario d’Italia, mentre la nostra ambasciata nella vicina Santo Domingo ha inviato un funzionario per accertare la sorte dei connazionali che si trovavano a Haiti al momento della scossa. «Dicono che il palazzo Onu della Minustah e l’hotel Montana sono crollati. So che all’hotel Montana abitavano degli italiani, ma non so quanti fossero e se al momento del terremoto erano in casa. Stiamo cercando di sapere qual è stata la sorte dei dispersi», dice l’avvocato Iampieri, che lavora all’Onu ad Haiti.

La Farnesina ha fatto sapere che una settantina di italiani residenti nell’isola si sono fatti vivi per dire che stavano bene. Sono 190 gli iscritti all’Aire, il registro dei connazionali all’estero, ma non è detto che fossero tutti presenti nel Paese. Fra gli italiani di Haiti ci sono cooperanti, religiose, tecnici di azienda, e qualcuno che abitava là da decenni. Ma è possibile che si trovassero a Haiti turisti o viaggiatori che non avevano segnalato la loro presenza. Oggi arriveranno ad Haiti due esperti del ministero degli Esteri per aiutare a fare chiarezza nelle informazioni. La Croce Rossa fa sapere che le persone coinvolte nel sisma sono almeno 3 milioni.

L’arcivescovo cattolico monsignor Joseph Serge Miot è morto sotto le macerie della cattedrale, si parla di un centinaio di sacerdoti morti in tutta l’isola. Anche le star di Hollywood si stanno muovendo a sostegno della popolazione di Haiti. Ben Stiller, Angelina Jolie e Brad Pitt sono solo alcuni dei nomi delle celebrità che hanno deciso di intervenire. Matt Damon è invece già sull’isola.
La Stampa 14.01.10

Sul taglio delle tasse Berlusconi fa retromarcia. L'avevamo previsto

Bersani: “Giravolta irresponsabile. Quando bisogna aiutare famiglie e lavoratori, la crisi non c’è. Quando bisogna ridurre le tasse, la crisi c’é!”. Gli esponenti PD e i commentatori di pdnetwork.it avevano visto giusto fin da domenica: “Silvio si rimangerà tutto, è dal 1994 che promette di abbassare le tasse e non lo fa”.
In fondo, è solo una vecchia tattica, ormai: alle prese con una grottesca battaglia ad libertatem (la sua) sulla giustizia, il premier getta fumo negli occhi riproponendo la favola delle tasse più leggere con due aliquote. Per poi smentirsi.

La prima volta è stata nel 1994. Da allora, Berlusconi non ha mutato di una virgola le sue abitudini: nei momenti critici, niente di meglio che gettare fumo negli occhi ai cittadini, tanto meglio se, in quel momento sono elettori, promettendo di arricchire i portafogli.

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, parla di una “irresponsabile giravolta. Prima l’Irap, poi la riforma fiscale…annunci, propaganda e rapidissima marcia indietro. Mi pare una inaccettabile presa in giro. Quando si tratta di fare interventi per il lavoro e la famiglia – ha aggiunto il numero uno dei democratici – la crisi non c’è, quando si tratta di ridurre le tasse invece la crisi c’è. Quando si tratta di fare propaganda si parla di riforma fiscale, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti si fa la giravolta”. Secondo Bersani questo è “un modo irresponsabile non solo di governare ma anche di comunicare l’agenda del paese. Adesso invece bisogna parlare di fisco per le imprese, le persone e il lavoro, così da dare spinta agli investimenti e ai consumi” .
Neanche su PdNetwork se la sono bevuta e hanno preferito fin da domenica proporre interventi a favore dei redditi medio-bassi, proprio come il PD.
E oggi Berlusconi ha annunciato: “Per ora nessun calo delle tasse, impossibile ridurle! L’attuale situazione di crisi non permette nessuna possibilità di riduzione delle imposte”.
Lo ha detto al termine del Consiglio dei ministri appena 72 ore dopo gli annunci di un piano taglia-tasse per il 2010. “Si impone una semplificazione del sistema tributario – ha aggiunto il premier -, ma sarà un lavoro lungo. Spero sia sufficiente un anno, ma è un lavoro davvero improbo, il debito è troppo alto per pensare di ridurre le tasse”, ha concluso.

“Le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio sulle tasse ci lasciano senza parole. Eravamo abituati a promesse elettorali dalla vita più lunga e invece, stavolta, assistiamo ad una incredibile retromarcia dopo appena tre giorni dall’annuncio strombazzato sui quotidiani. Intanto, le famiglie e le imprese restano in attesa di interventi a sostegno del reddito e della competitività e, per di più, devono subire la presa in giro dell’irresponsabile gioco di annunci e smentite” dichiara Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd.
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Scuola, l’integrazione si fa investendo. Non con i "tetti", di Luigi Berlinguer

Da anni tante amministrazioni di centrosinistra praticano politiche educative di integrazione. Diritto fondamentale è garantire a tutti – non uno di meno – l’accesso all’istruzione. Forse c’è un’astuzia di stampo leghista nell’idea del tetto del 30% di alunni immigrati per singola classe e qualunque misura che cerchi (subdolamente) di ghettizzare quei bimbi va combattuta: l’esito, brutale, sarebbe una Rosarno sotto altra forma. La composizione eterogenea di una classe scolastica è una forma peculiare di biodiversità educativa. È moralmente e civilmente educativa e produce risultati didattici più efficaci.
Condizione della qualità e del successo didattico è l’integrazione dei diversi alunni, la costruzione di un gruppo che fonda un equilibrio più avanzato capace di esaltare il metodo
didattico. Le classi non si possono comporre a caso perché non si può abbandonare a se stessi i bambini in un’aula senza pretendere reali risultati educativi. Lo squilibrio numerico può essere fatale. Ma se un bambino immigrato conosce perfettamente l’italiano, vive la nostra “cultura”, non va inserito in una quota di “diversità”.
Ritengo, non da oggi, che esistano due diritti inalienabili: il diritto all’ accesso all’istruzione e quello al successo educativo.
Chi si ferma al primo aspetto è culturalmente arcaico, oppure ha una vocazione propagandista sulla scuola “aperta”(masenza modelli educativi efficaci).
L’equilibrio si trova proprio nella programmazione della composizione delle classi come da anni fanno le scuole di Imola o di Vicenza (due esempi tra i tanti). Per come è stato prospettato, il tetto del 30% ha una sua rozzezza numerica, perché la realtà delle scuole è diversificata. È giusto rivendicare flessibilità, ma il Pd deve soprattutto pretendere investimenti.
Integrare costa. Costa la mediazione linguistica, costano i corsi di italiano aggiuntivi, costa il sostegno al diritto allo studio. Sono questi gli anticoprpi alle classi ghetto.
La battaglia politica non più rinviabile è quella per la piena cittadinanza dei bambini immigrati nati e cresciuti in Italia in una politica d’integrazione pilastro della qualità stessa dell’ istruzione. Nella circolare del ministro Gelmini si afferma – lo ha scritto il costituzionalista Michele Ainis – lo “ius soli” sullo “ius sanguinis”. Significa che gli alunni che sono nati in terra
italiana sono italiani e non c’è barba di uomo bianco leghista del Nord o barbaro di Rosarno che possa contrapporre tetti dal sapore xenofobo. Cittadinanza, diritto di voto, temi del nostro dibattito pubblico si fondano sullo “ius soli”. È un’occasione ed un’ opportunità che va colta da parte dei riformisti per incalzare la destra. Per ottenere risultati senza stare pregiudizialmente
alla finestra inneggiando al tanto peggio tanto meglio.
L’Unità 13.01.10

Mezzogiorno, governo battuto alla Camera da mozione PD

Il Governo è stato battuto alla Camera nelle votazioni sulle mozioni per l’occupazione nel Mezzogiorno.
L’aula ha approvato la parte del documento presentato dal Pd su cui l’esecutivo, con il sottosegretario al Welfare Pasquale Viespoli, aveva dato parere negativo. L’Assemblea di Montecitorio ha approvato la mozione del Pd con 269 voti a favore e 257 contrari.
“E’ merce rara mettere sotto il governo e non volevo far mancare il mio contributo, ma è da capire come questo sia possibile, con una margine in più di 80 – 90 parlamentari , andare sotto alla Camera”. Questo è stato il primo commento del presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini. “D’altra parte il ricorso continuo alla fiducia serve proprio a questo, usare un meccanismo coercitivo oppure la maggioranza fa acqua”.

“È la trentacinquesima volta che il Governo viene battuto alla Camera”, ha aggiunto il segretario d’Aula del gruppo democratico, Erminio Quartiani. “Quella di oggi è una doppia bocciatura per l’esecutivo perché non solo è la dimostrazione che la maggioranza è sempre più debole, l’Mpa ha votato contro e più di un quarto di deputati del Pdl era assente dimostrando, ancora una volta, disinteresse per i lavori delle Camere, ma anche perché è la netta bocciatura dell’azione del Governo nel mezzogiorno e del continuo scippo dei fondi Fas al Sud da parte del Ministro Tremonti. Adesso – ha concluso Quartiani – il Governo dovrà reintegrare rapidamente le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo e dei livelli occupazionali del mezzogiorno”.
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di seguito la mozione
Mozione 1-00300 presentata da SERGIO ANTONIO D’ANTONI
La Camera,

premesso che:

la Costituzione italiana sancisce che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (articolo 1), che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (articolo 3), che la Repubblica «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto» (articolo 4), che lo Stato cura «la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori» (articolo 35), i quali hanno diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (articolo 36);

la più recente rilevazione dell’Istat sulle forze lavoro, diffusa il 17 dicembre 2009 e relativa al terzo trimestre del 2009, indica una condizione critica soprattutto nelle aree deboli del Mezzogiorno. Il rapporto mette in guardia dal nuovo e sensibile incremento dell’inattività lavorativa, fenomeno concentrato nelle regioni meridionali e dovuto principalmente a fenomeni di scoraggiamento, alla mancata ricerca del lavoro di molte donne per motivi familiari, al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione registra un ulteriore e allarmante calo rispetto allo stesso periodo del 2008 (dal 46,5 per cento al 45 per cento). In particolare, il tasso di inattività femminile nelle regioni meridionali si attesta al 69,2 per cento, con un calo di un punto percentuale rispetto al terzo trimestre del 2008. Il tasso di disoccupazione, all’8,2 per cento su scala nazionale, raggiunge nelle regioni meridionali la preoccupante soglia del 12,4 per cento;

questi numeri naturalmente non tengono conto della quota del lavoro sommerso, che specialmente nel Mezzogiorno rappresenta una fetta assai importante dell’intera forza lavoro. Secondo recenti stime Svimez, il Sud presenta tassi di irregolarità particolarmente elevati, pari circa al doppio rispetto al resto del Paese. Nel 2008 – prima dello scatenarsi della crisi economica – risultava irregolare nel meridione circa una persona su cinque (con punte di una su due in alcune regioni e in alcuni settori come l’agricoltura e l’edilizia), vale a dire 1,3 milioni di persone. Va aggiunto che nel Mezzogiorno la quasi totalità delle famiglie vive con un solo reddito;

secondo il rapporto Censis 2009 sulla situazione sociale del Paese, in Italia, quasi una famiglia su tre ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma se la media nazionale si attesta sul 28,5 per cento, nelle regioni del Sud tale indice si alza fino al 36,5 per cento. A metà 2009, rileva ancora l’istituto, si sono persi 378 mila posti di lavoro di cui 271 mila al Sud. Ad essere colpite sono soprattutto le forme di lavoro a termine (-9,4 per cento) e le collaborazioni a progetto (-12,1 per cento). Tale effetto grava in particolare sui ragazzi: il 45,4 per cento di cui ha perso il lavoro nell’ultimo anno ha infatti meno di 34 anni. E stato rilevato che l’Italia è il paese europeo a più alto divario tra tasso medio di disoccupazione e tasso di disoccupazione giovanile. Questo fenomeno è più che mai acuto nei territori del Sud;

dalle analisi dei dati Ocse e Istat sul rapporto tra livello di istruzione e condizione lavorativa, risulta che il rendimento dell’investimento formativo è nel Mezzogiorno notevolmente più basso rispetto alle altre parti d’Italia a causa del ritardato o mancato ingresso nel mercato del lavoro una volta concluso il processo di formazione. Le difficoltà dei giovani diplomati e laureati del Sud a trovare una collocazione nel circuito del lavoro riflette sia inadeguatezze nella rete formativa, che presenta standard qualitativi inferiori agli altri Paesi europei e occidentali, sia criticità del sistema di transizione scuola-lavoro;

dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al CentroNord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;

le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;

il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro;

dai dati appena illustrati appare evidente come nell’attuale fase di crisi è nel Mezzogiorno che si registrano gli effetti più devastanti sia in termini economici che sociali. Ciò malgrado nelle passate fasi congiunturali il Sud abbia reagito meglio rispetto alle aree forti proprio a causa della sua scarsa apertura ai mercati internazionali. L’economia meridionale somma all’inversione ciclica debolezze strutturali che affondano le loro radici nel tempo e che si aggravano nell’attuale fase congiunturale. Come ha rilevato la Banca d’Italia in uno studio pubblicato nel luglio 2009, tutte le debolezze economiche e sociali del Paese – dall’occupazione alla povertà, dalla disuguaglianza sociale alla mancanza di competitività – si manifestano con maggior intensità nelle regioni deboli del Mezzogiorno. Questo fatto, unitamente alla rilevanza macroeconomica del Mezzogiorno, rende evidente l’importanza che riveste lo sviluppo del Sud per le prospettive di crescita nazionale. Senza abbattere il cronico sotto utilizzo delle risorse umane e materiali nelle regioni meridionali, ammonisce ancora la Banca d’Italia, l’obiettivo di uscire dal ristagno appare del tutto velleitario;

in contrasto con questa indicazione, l’attuale Governo ha assunto finora, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, una strategia sostanzialmente antimeridionalista. I provvedimenti varati sin qui, non ultima la legge finanziaria per il 2010, hanno di fatto azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici. Il continuo ricorso al Fondo per le aree sottoutilizzate (Fas) nazionale per la copertura di provvedimenti di carattere generale ha determinato nei fatti un’ulteriore divaricazione tra le condizioni economiche e sociali delle zone forti e quelle delle zone deboli. Questa sistematica distrazione di fondi, valutabile nella somma di 35 miliardi di euro, oltre a compromettere il rispetto dell’originario vincolo di ripartizione delle risorse del Fondo (si riconosceva alle regioni sottoutilizzate meridionali almeno l’85 per cento del complesso delle risorse) ha di fatto azzerato le politiche di sviluppo che le regioni del Sud realizzano solo grazie al trasferimento di fondi stanziati dal Governo centrale e dall’Unione europea;

a questa sistematica distrazione di fondi, si è aggiunta una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali. In una fase congiunturale così difficile, invece di supportare le imprese del Sud, il Governo, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, ha di fatto annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti, lasciando le aziende del Sud senza alcuna fiscalità di sviluppo e deprimendo ancora di più le prospettive di crescita delle zone sottosviluppate;

i tagli imposti dal Governo al sistema scolastico colpiscono quasi esclusivamente il Sud. Più di 14 mila supplenze sulle 19 mila che scompariranno quest’anno (il 71 per cento) sono localizzate nelle otto regioni meridionali;

il progresso nei livelli di scolarizzazione delle nuove generazioni meridionali è riconosciuto da tutti i più importanti osservatori. La Svimez rileva come, in media, non ci sia più una differenza apprezzabile tra i livelli qualitativi della didattica negli istituti meridionali e quelli del Centro-Nord. Il divario aumenta però in termini di opportunità di impiego. Occorre dunque dare risposte concrete attivando un confronto con le parti sociali e i rappresentanti istituzionali dei territori del Mezzogiorno, al fine di mettere in campo un programma di interventi anticiclici per favorire l’ingresso delle nuove generazioni meridionali nel mercato del lavoro meridionale;

come rilevato dalla Banca d’Italia nel rapporto di fine anno 2008 e ribadito recentemente dal governatore Mario Draghi, il sistema vigente di ammortizzatori sociali esclude una fascia molto ampia di lavoratori atipici e parasubordinati. L’analisi della Banca d’Italia mette in evidenza che 1,6 milioni di lavoratori non godono attualmente di alcuna forma di copertura e rischiano, dunque, di rimanere a zero euro in caso di licenziamento o scadenza dei termini di contratto;

intorno alla risorsa che rappresentano le giovani generazioni meridionali vanno costruiti progetti di intervento in grado di aumentare la qualità dell’istruzione e di accompagnare i ragazzi nella difficile fase di accesso al lavoro, di offrire loro adeguati sistemi di formazione fuori e dentro le aziende, anche per impedire che continui l’esodo verso il Nord dei giovani diplomati e laureati del Mezzogiorno,

impegna il Governo:

a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;

a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;

a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

(1-00300)
«D’Antoni, Boccia, Maran, Villecco Calipari, Baretta, Fluvi, Lulli, Damiano, Bellanova, Berretta, Boffa, Bonavitacola, Bordo, Bossa, Burtone, Calvisi, Capano, Capodicasa, Cardinale, Enzo Carra, Causi, Ciriello, Concia, Cuomo, D’Alema, D’Antona, D’Incecco, Fadda, Genovese, Ginefra, Ginoble, Grassi, Graziano, Iannuzzi, Laganà Fortugno, Laratta, Levi, Lo Moro, Lolli, Losacco, Luongo, Margiotta, Cesare Marini, Marrocu, Pierdomenico Martino, Mastromauro, Mazzarella, Melis, Minniti, Nicolais, Oliverio, Arturo Mario Luigi Parisi, Pedoto, Mario Pepe (PD), Pes, Piccolo, Picierno, Antonino Russo, Samperi, Santagata, Sarubbi, Schirru, Servodio, Siragusa, Tenaglia, Livia Turco, Vaccaro, Vico».

Il processo breve torna in Commissione e non ci sarà un decreto blocca-processi. Vittoria del PD.

Finocchiaro: “Schifani si è dovuto arrendere all’evidenza, ma il provvedimento resta inaccettabile”. Niente decreto blocca processi, il governo fa retromarcia. Il processo breve vine sospeso e ritorna in commissione e non ci sarà nessun decreto blocca processi all’esame del Consiglio dei ministri.
Bersani ieri l’aveva annunciato: “Il PD si metterà di traverso”. Così il treno dell’impunità tra emendamenti e sospensive richieste dal PD, oggi è deragliato sia in Senato sia alla Camera, dove la mozione PD per il mezzogiorno è stata approvata contro il parere del governo.
Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd, parla di decisioni che “segnano il rispetto delle regole e costituiscono una bella vittoria delle opposizioni, e in particolare del gruppo del Pd, visto che ieri abbiamo combattuto tutto il giorno per questo. Certo, il provvedimento resta inaccettabile”.

“La sospensione e il ritorno in Commissione del processo breve, che verrà votato dall’aula a questo punto solo la prossima settimana, è molto importante – ha proseguito Anna Finocchiaro – La richiesta di sospensione è stata peraltro da noi avanzata per un giorno intero, ma il Presidente Schifani non ha voluto concedercelo, fino a quando, ieri sera, si è dovuto arrendere all’evidenza. Perché importante? Perché la maggioranza ha presentato un testo sul processo breve assolutamente nuovo in aula, un testo che non è stato esaminato dalla commissione giustizia, con un assoluto svilimento del ruolo del Parlamento, ma anche della possibilità dell’opposizione di avere una cognizione piena dei contenuti e degli impatti e di affrontare in una discussione vera, anche tecnica, questa nuova formulazione del testo. Il fatto di essere tornati in commissione è dunque una bella vittoria dell’opposizione, e in particolare del gruppo del Pd”.

Ora la commissione avrà la possibilità di esaminare questa nuova versione del testo al quale spiega la capogruppo “noi ovviamente presenteremo molti, molti emendamenti, perché così com’è non ci soddisfa e non ci convince affatto. La vittoria più grande è che il Parlamento ha avuto la possibilità di discutere e non solo di soggiacere ad una imposizione. Certo, rimaniamo sempre contrari al provvedimento, sia per il merito e per le norme che servono a salvare ovviamente Berlusconi dal processo Mills, ma anche per il resto che è stato aggiunto che è assolutamente non condivisibile. Hanno ovviamente eliminato alcune procedure che erano anticostituzionali che gli avrebbero ‘segato’ il provvedimento. Non lo hanno fatto per il nostro bene, che sia chiaro, ma ovviamente hanno mantenuto una norma ritagliata sul processo Mills. Ora francamente questo non è accettabile. La norma transitoria di questo provvedimento – sottolinea ancora Anna Finocchiaro – è ritagliata esattamente su misura sui processi del premier ed è peraltro una norma indigesta anche a parte del Pdl. Oggi Vietti, ex sottosegretario ed esponente autorevole dell’UDC, dice in un’intervista che a questo punto neanche il legittimo impedimento li troverà più d’accordo perché la maggioranza è ormai alla ricerca spasmodica di uno scudo per Berlusconi, con una legge che crea ovviamente una situazione di favore per il premier ma che rischia di avere un effetto molto grave sul sistema e quindi sul servizio della giustizia per tutti i cittadini, in particolare alle parti offese in moltissimi processi”.

Nessun decreto blocca-processi, sentenza della Corte immeidatamente applicabile. Come sosteneva il PD. A comunicarlo ufficialmente alla conferenza dei capigruppo del Senato è stato questa mattina il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, spiegando come nella giornata di ieri effettivamente ci sono stati dei ragionamenti in tal senso, poi subito accantonati in quanto ”la sentenza della Corte costituzionale è immediatamente applicativa”. Proprio come sosteneva il Partito Democratico.

Sempre la Finocchiaro spiega: “Io penso che il governo alla fine non abbia presentato il decreto perchè le esigenze per far valere la costituzionalità del testo non erano sufficienti a garantire il premier. Ovviamente io penso male, ma ogni tanto ci si prende a pensar male.Non è possibile da una parte auspicare un clima e un dialogo di confronto sulle riforme e dall’altra continuare a mettere le dita negli occhi all’opposizione. Lo voglio dire con molta chiarezza: la responsabilità del clima politico nel Paese è innanzitutto del Premier e della sua maggioranza “.
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"Le deroghe allontanano il tetto del 30% nessuno verrà spostato dalle classi", di Laura Montanari

L´Istituto Gandhi in via Pistoiese ha una media di stranieri del 40%: “Ci salva il Comune con i suoi mediatori culturali” “La circolare Gelmini prevede la commissione accoglienza: noi l´abbiamo da tre anni ma non ci sono fondi, le insegnanti non sono ancora state pagate”. Ci sono ragazzi appena arrivati dalla Cina che non capiscono una parola e muovono solo gli occhi. Poi spunta un ‘ciao prof´ e il muro piano piano si rompe. Da questa cattedra con le finestre su una traversa di via Pistoiese, dentro una classe multietnica, il tetto del 30% ha le facce di Hu quarto banco a destra, Chang primo a sinistra, Amina, Joseph e altri. Gli eventuali stranieri in esubero per il ministero sono questi ragazzini dall´italiano incerto che hanno alle spalle fresche storie di migrazioni, vite che crescono coi gomiti dentro i laboratori di Chinatown. Sono loro che andrebbero traghettati con gli scuola-bus su altri istituti meno segnati dalla geografia dei flussi migratori. «Ho letto la circolare del ministro Gelmini e mi sembra si sia fatto tanto rumore per nulla – frena Carlo Testi, preside dell´istituto comprensivo Gandhi -. C´è molta ideologia e nessuna novità. Se si considera come straniero chi non è nato in Italia, chi non sa per niente la lingua e le altre deroghe previste dalla circolare, potremo superare la soglia del 30% in casi davvero sporadici». La Gandhi è immersa nell´area a più forte immigrazione della città, qui le medie matematiche parlano del 38-40% di alunni con genitori non italiani: la maggior parte cinesi, il 5% rom e poi albanesi, romeni, marocchini. «Dagli accordi che abbiamo già a livello locale, se vediamo che ci sono classi nelle medie con molti alunni che non sanno una parola di italiano cerchiamo di trasferirli su altri istituti della zona: alla Manzoni Baracca o alla La Pira per l´elementare. Ma bisogna sempre tener presente che più cresce la distanza fra scuola e casa e più aumentano i giorni di assenza da parte dell´alunno».
Alla Gandhi il 10% delle famiglie (dalle materne alle medie inferiori) è seguita dagli assistenti sociali. Insegnare qui è come sperimentare una didattica da laboratorio, accettare la sfida sapendo che sarà tutta in salita. «Se non ci fosse l´impegno del Comune che ci mette a disposizione i mediatori culturali e gli insegnanti per fare ore in più ai ragazzi che arrivano ad anno scolastico iniziato dalla Cina o per quelli che pur vivendo qui non conoscono la lingua, non sapremmo come fare» confessa Testi. La buona volontà non basta, bisogna macinare ore di lezione e chiede aiuto ai traduttori. «Prima almeno avevamo un insegnante in più che si occupava proprio di questi alunni e faceva lezioni specifiche. Oggi quella figura è stata tagliata – racconta il preside – La circolare Gelmini prevede la commissione accoglienza, noi ce l´abbiamo da tre anni. Il vero nodo è sui fondi: non c´è modo di fare programmazione perché io non so nemmeno quanto mi daranno quest´anno e i 25mila euro che dovevano arrivare due anni fa li stiamo ancora aspettando. Le insegnanti hanno svolto tutte le lezioni e per ora non sono state pagate per quel progetto. La novità è forse questa?» chiude ironico il preside.
Nel diario di bordo di Anelia Cassai, tre anni di navigazione ad insegnare italiano fra questi banchi, ogni pagina è il racconto di cosa sia l´integrazione: «A volte mi preoccupo nel vedere certi ragazzi appena arrivati dalla Cina che non sanno una parola della nostra lingua, si guardano persi intorno, stanno cinque ore seduti ai banchi e muovono quasi solo gli occhi. Poi comincia un “ciao”, un “professoressa” e il muro piano piano si rompe. Spesso cominciamo facendo scrivere temi in cinese o nelle altre lingue d´origine, poi li facciamo tradurre e li leggiamo in classe in modo che tutti capiscano chi è il nuovo compagno o la nuova compagna che sta zitta, viene da paesi lontani, non sa l´italiano, ma conosce altre cose che possono arricchire tutti. Me compresa».
La Repubblica Firenze 13.01.10