Alessandria ha intestato una via a Bettino Craxi, prima città del Nord a rendere omaggio allo statista condannato per tangenti, in anticipo persino sulla sua Milano. Per assicurarsi l’astensione del Pd, la maggioranza di centrodestra ha intitolato strade anche a Nilde Iotti e a Norberto Bobbio. La lottizzazione puntuale delle salme non ha tralasciato il partito radicale, che avrà via Adelaide Aglietta. Un componente della Commissione toponomastica, ex missino, è riuscito ad andare addirittura oltre l’«arco costituzionale» della Prima Repubblica, ottenendo un riconoscimento per Giorgio Almirante: gli verrà dedicata una rotonda. Siamo alla pacificazione nazionale, ottenuta attraverso quei morti che da vivi non poterono o non vollero realizzarla. Stupisce l’assenza di notabili democristiani, ma forse dipenderà dal fatto che quelli non ancora sistemati nello stradario godono di discreta salute.
La Stampa 13.01.10
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In Italia lavora la metà delle donne
Le occupate sono il 47,2% della popolazione. 47,2 contro 70,3. Non la metà, ma quasi. Sono le percentuali di donne e uomini italiani che hanno un lavoro secondo l’Istat. Nel rapporto «Noi Italia. Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo» viene indicato come nel mercato del lavoro ci siano ancora molte differenze di genere: le donne occupate sono appunto il 47,2% della popolazione di riferimento (impressionante il gap con la media Ue dello stesso anno: 57,2%), gli uomini il 70,3%. Ovviamente sono escluse da questa statistica le casalinghe, lavoro a tutt’oggi non riconosciuto come tale. I dati sono del 2008, anno in cui è cominciata la crisi nel nostro Paese: dunque il tasso di occupazione ha segnato una battuta d’arresto dopo un lungo periodo di crescita (era occupato il 58,7% della popolazione nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni), mentre per la prima volta dopo oltre un decennio la disoccupazione è tornata ad aumentare (6,7% rispetto al 6,1 del 2007).
SETTORE PUBBLICO – Nel rapporto si parla di pubblica amministrazione e anche di lavoro nero. Con un altro dato inquietante: nel sud Italia, viene spiegato, «quasi un lavoratore su cinque può essere considerato irregolare». Per quanto riguarda il settore pubblico, nel 2008 rappresentava il 14,4% della forza lavoro, un punto percentuale in meno rispetto al 2000. Un valore, scrive l’Istat, che colloca il nostro Paese nella parte bassa della graduatoria europea, al 23° posto.
PICCOLE IMPRESE – Sul fronte privato, la dimensione media delle imprese italiane resta molto piccola: circa 4 addetti per impresa. In Europa è superiore soltanto a quella di Portogallo e Grecia (dati 2007). Al contrario, in Italia ci sono 66 imprese ogni mille abitanti, valore tra i più elevati in Europa, e il tasso di imprenditorialità è pari al 32,2%, valore quasi triplo rispetto alla media europea. Dunque piccole imprese ma diffuse in modo capillare. Ma anche qui si registra una grossa differenza tra nord e sud: tra le imprese del sud la solvibilità di quelle che ricorrono a finanziamenti bancari risulta «sistematicamente inferiore rispetto al centro-nord». Questo si riflette sui livelli dei tassi d’interesse, mediamente superiori di circa un punto percentuale indipendentemente dalla durata del prestito.
MEZZOGIORNO – Il divario tra sud e centro-nord è evidente anche nella produzione di ricchezza: qui emerge «l’insufficienza della produzione del Mezzogiorno, dove tutte le regioni sono costrette a importare beni e servizi a sostegno di consumi e investimenti per una quota del Pil spesso superiore a 20 punti percentuali», evidenzia l’Istat. In generale, l’indice di ricambio nel mondo del lavoro ha sfiorato, nel 2008, quota 120%: in altri termini, le persone potenzialmente in uscita dal mercato del lavoro sono il 20% in più di quelle potenzialmente in entrata. Questo squilibrio pone il nostro Paese al primo posto in Europa, a molta distanza dalla media comunitaria. I paesi Ue che insieme all’Italia presentano indici di ricambio superiori a 100 sono sei: Danimarca, Grecia, Repubblica Ceca, Finlandia, Spagna, Bulgaria. In Italia, inoltre, il Mezzogiorno si colloca su posizioni molto distanti rispetto al resto del Paese: l’indice di ricambio, al 1° gennaio 2009, è pari al 91,9% contro il 140,2% del centro-nord.
ANZIANI LONGEVI – Infine l’anagrafe. Come si sa il nostro è un Paese di vecchi e questo dato viene riconfermato: abbiamo 143 anziani ogni 100 giovani. Un dato (aggiornato al gennaio 2009) che ci colloca al secondo posto in Europa, dopo la Germania. La regione più anziana è la Liguria, la più giovane la Campania. E se siamo agli ultimi posti in Europa per la natalità, svettiamo invece per la longevità. Nel 2008, il tasso di natalità, 9,6 nati per mille abitanti, era tra i più bassi a livello comunitario mentre il tasso di mortalità 9,8 per mille, è prossimo a quello medio europeo. Con una vita media di 84 anni per le donne e di 79 anni per gli uomini. L’Italia si colloca tra i paesi a bassa fecondità, con 1,41 figli per donna nel 2008: si tratta comunque del livello più alto registrato negli ultimi dieci anni e va attribuito soprattutto alla componente straniera.
NUOVI ITALIANI – E per quanto riguarda gli immigrati, nel 2008 le concessioni di cittadinanza italiana sono state poco meno di 40mila. Un dato in crescita contenuta rispetto al 2007, dopo un forte incremento registrato nel 2006. I cittadini stranieri in possesso di un valido permesso di soggiorno erano nel 2007 poco più di due milioni, mentre al 1° gennaio 2009 la popolazione residente straniera era di quattro milioni di persone, il 6,5% della popolazione residente in Italia. Quasi il doppio rispetto al 2001. Circa il 51% degli stranieri possiede un titolo di studio fino alla licenza media, il 38,4% ha un diploma di scuola superiore e il 10,5% una laurea.
da www.corriere.it
"Licei, verso slittamento delle iscrizioni. Ci sarà tempo fino al 27 marzo", di Salvo Intravaia
Avranno ancora tre mesi di tempo i ragazzini della scuola media per scegliere come proseguire gli studi al superiore. E’ ormai quasi certo infatti che la data di scadenza delle iscrizioni subirà un doppio slittamento, rispetto alla canonica data di fine gennaio, con scadenza il 26 marzo. I tecnici del ministero lo hanno comunicato venerdì pomeriggio ai sindacati. Ma solo per la scuola secondaria di secondo grado, che il prossimo anno vedrà ai nastri di partenza la riforma Gelmini. La scadenza per formalizzare le iscrizioni nella scuola dell’infanzia, alla scuola primaria e nella secondaria di primo grado sarà diversa: il 27 febbraio 2010. E’ la prima volta che le iscrizioni a scuola in Italia seguiranno due velocità.
I tempi per varare i tre Regolamenti (sui licei, gli istituti tecnici e gli istituti professionali) che riguardano la riforma della scuola superiore si stanno allungando oltre ogni previsione e per ragioni organizzative non è possibile fare slittare ulteriormente le iscrizioni. Il rischio è di rinviare ancora di un anno l’entrata in vigore della riforma. Ipotesi esclusa categoricamente dallo stesso ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, e concetto ribadito dal premier due giorni fa. La riforma si farà, insomma, e partirà a settembre.
Ma gli ostacoli da superare sono ancora parecchi. Lo scorso mese di dicembre il Consiglio di stato, che deve esprimere un parere obbligatorio, ha rinviato al mittente i tre documenti chiedendo chiarimenti. Ma non solo. Per vedere la luce i Regolamenti dovranno ottenere i pareri delle commissioni parlamentari di Camera e Senato, dovranno essere quindi approvati in via definitiva dal Consiglio dei ministri, essere sottoscritti dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ottenere la registrazione da parte della Corte dei Conti ed essere pubblicati in gazzetta.
Intanto, le associazioni di insegnanti dopo avere espresso un giudizio sulla riforma stanno agendo sottobanco per evitare che le ore destinate alla proprie materie vengano ridotte. E’ il caso degli insegnanti di Scienze o di Diritto, che lamentano una perdita di peso all’interno di alcuni curricula. Ma sono state un po’ tutte le associazioni a fare pressing sui deputati della maggioranza per evitare tagli alle proprie ore, come i docenti di Latino che vedranno calare le loro lezioni allo scientifico. In effetti, quella messa in campo dai docenti delle diverse discipline è una guerra tra poveri, perché la riforma Gelmini del superiore prevede un taglio generalizzato di ore in tutti gli indirizzi. E per incrementare o recuperare qualche ora di una materia occorrerà sacrificarne un’altra.
Quali saranno le opzioni per i 500 mila ragazzini dei terza media? In tutto 6 licei (classico, scientifico, delle scienze umane, musicale e coreutica, linguistico e artistico), 11 indirizzi per gli istituti tecnici (amministrativo, finanza e marketing; turismo; meccanica, meccatronica ed energia; trasporti e logistica; elettronica ed elettrotecnica; informatica e telecomunicazioni; grafica e comunicazione; chimica, materiali e biotecnologie; sistema moda; agraria e agroindustria; costruzioni, ambiente e territorio) e 6 indirizzi per gli istituti professionali (servizi per l’agricoltura e lo sviluppo rurale; servizi per la manutenzione e l’assistenza tecnica; servizi socio-sanitari; servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera; servizi commerciali; produzioni artigianali e industriali).
Ma che scuola troveranno gli alunni? Quali materie saranno chiamati a studiare? E per quante ore settimanali? Tutte domande che, al momento, non hanno una risposta definitiva e che stanno gettando nella confusione migliaia di famiglie, alunni e scuole. Negli anni scorsi di questi tempi, infatti, i prof delle scuole superiori avevano già fatto partire il cosiddetto Orientamento: una specie di campagna acquisti presso le scuole medie di città e provincia per accaparrarsi il maggior numero di alunni possibile. Ma, quest’anno, sono tutti al palo. Le stesse istituzioni scolastiche non sono ancora in grado di definire la propria offerta formativa perché i documenti su cui basare le scelte per il prossimo anno non ci sono. Solo dopo tutti questi passaggi a livello centrale, gli insegnanti e i dirigenti scolastici avranno in mano i documenti ufficiali e potranno muoversi per disegnare, in base alle esigenze degli alunni e dei territori, i singoli Piani dell’offerta formativa.
Le scuole, secondo quanto annunciato dal ministero, potranno infatti “personalizzare” piani orario e curricula sfruttando il 20 per cento del monte ore annuo. Opzione che le scuole intendono cogliere per evitare il brusco passaggio dal vecchio al nuovo. Solo dopo avere operato e ponderato le diverse opzioni, i presidi potranno presentare alle famiglie la propria offerta. Quanto tempo servirà per portare a termine tutte queste operazioni? Ce la faranno le famiglie a scoprire per tempo cosa offrono i diversi licei, i singoli istituti tecnici e gli istituti professionali della città?
www.repubblica.it
"L'eterno ritorno", di Massimo Giannini
La “fase due” del governo, che contemplava la “rivoluzione fiscale” e le “grandi riforme nell’interesse del Paese”, corre sullo stesso binario dal quale si è mossa la terza legislatura berlusconiana. All’indomani del trionfo del 13 aprile 2008 il primo atto dell’esecutivo fu il Lodo Alfano. Oggi, venti mesi dopo, il primo atto della “ripartenza” è un decreto legge che sospende i processi del presidente del Consiglio. Nella parabola del Cavaliere non esiste un nuovo inizio, ma solo un eterno ritorno. Oggi, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare quella che, ad un parziale e sommarissimo esame, appare come l’ennesima “ghedinata”, benché concepita molto meglio delle precedenti.
Il provvedimento ha una tortuosa discendenza giuridica. Congelerà i procedimenti penali nei quali il pm abbia chiesto e ottenuto, durante il dibattimento, “contestazioni suppletive” a carico dell’imputato (Berlusconi rientra nella fattispecie, avendone subite sia nel processo Mills che in quello sui diritti tv Mediaset). La norma “sospensiva”, studiata come sempre dagli avvocati-parlamentari del premier, si renderebbe necessaria per consentire allo stesso imputato, sottoposto ai nuovi addebiti, di scegliere il rito abbreviato (che in base al codice attuale gli sarebbe permesso solo nella fase precedente, cioè nell’udienza preliminare). Il tutto, sulla base di un principio di “parità” di trattamento del cittadino di fronte alla legge fissato dalla Corte costituzionale in una sentenza pubblicata giusto il 14 dicembre scorso, passata inosservata ma foriera di effetti “straordinari” (nel senso letterale, cioè “non ordinari”).
È sulla base di questa sentenza, infatti, che Berlusconi può sperare in un via libera al decreto da parte del presidente della Repubblica. Volendo seguire le sue false promesse di riconciliazione disseminate in queste ultime settimane, verrebbe da chiedere al premier perché non ha anticipato a Giorgio Napolitano l’intenzione di presentare questo provvedimento nel suo incontro al Quirinale di due sere fa. Oppure, volendo seguire le sue eversive minacce di strumentalizzazione formulate in questi ultimi mesi, si potrebbe chiedere al premier perché oggi gli torna utile la pronuncia di quel “covo di comunisti” rinchiusi nel palazzo della Consulta, e se anche quella costituzionale, stavolta, si possa definire “giustizia a orologeria”. Ma mettiamo da parte la correttezza istituzionale e la coerenza personale, che è materia indisponibile nel presidente del Consiglio.
Mai come in questo caso, di fronte ad una vicenda così delicata, ci rimettiamo alla saggezza del Capo dello Stato. Al suo ruolo di custode delle regole e di garante delle istituzioni. Sta a lui valutare se una misura “straordinaria” come questa (sia pure finalizzata a colmare una lacuna dell’ordinamento vigente già rilevata dalla Consulta) possieda effettivamente i requisiti di “necessità e urgenza” richiesti dalla Costituzione. Sta a lui giudicare se una sospensione dei processi, che consenta all’imputato di esercitare anche in fase dibattimentale il diritto al rito abbreviato, si possa raggiungere anche attraverso la semplice “fisiologia” della procedura penale (cioè le decisioni dei singoli giudici, attraverso le istanze di remissione), oppure attraverso il ricorso alla legislazione ordinaria (cioè le decisioni del Parlamento, attraverso un disegno di legge).
Ma di questo provvedimento, nel frattempo, possiamo denunciare senz’altro la rovinosa conseguenza politica. Ancora una volta, il Paese e il Parlamento sono paralizzati dalla permanente ossessione giudiziaria del presidente del Consiglio. Le istituzioni sono ostaggio della sua costante emergenza processuale. In questo clima (come dimostra il surreale annuncio sulle tasse e su due sole aliquote Irpef) per il governo non esiste un’altra “agenda”. Non esistono altre “priorità”. Soprattutto, non esistono “riforme”. Com’è logico e giusto, di fronte all’ennesima forzatura del Cavaliere il Pd chiude tutte le porte al confronto. Anche quelle poche che erano state aperte, con troppa fretta e troppa approssimazione.
Bersani, legittimamente, aveva detto: discutiamo di tutto, a patto che il premier rinunci alle leggi “ad personam”. È successo l’esatto contrario, ed ora l’opposizione annuncia l’ostruzionismo, com’è suo dovere in una democrazia degna di questo nome. Così finisce il gigantesco equivoco del “dialogo”, che in realtà era solo una colossale trappola. Così svaniscono i propositi gandhiani del premier. A prenderla sullo scherzo, torna in mente un vecchio film di Massimo Troisi: pensavo fosse amore, invece era un calesse. Ma nell’Italia berlusconiana, ormai, non c’è proprio niente da ridere.
La Repubblica 13.01.10
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“Carta di riserva per il dialogo”, di MARCELLO SORGI
Dopo un mese e passa di promesse di dialogo tra governo e opposizione, la rottura maturata ieri sulla giustizia non deve meravigliare. Berlusconi non solo non ha rinviato i provvedimenti depositati in Parlamento per garantirsi il salvacondotto penale, ma allo stesso scopo ha cominciato a studiare un decreto legge – da portare oggi al Consiglio dei ministri – basato su una sentenza della Corte Costituzionale che prevede, a certe condizioni, la sospensione di tre mesi dei processi.
Era scontato che Bersani, su questo terreno, non potesse concedergli nulla.
L’accelerata di ieri del Pd è dipesa anche dall’ipotesi del decreto. Il premier vi si è accostato quando ha saputo che nei prossimi due mesi dovrebbe comparire ben ventitré volte al Palazzo di giustizia di Milano. Un calendario considerato incompatibile con gli impegni di governo, e determinato, forse, dai numerosi rinvii chiesti finora dal Cavaliere. Ma il Pd si stava preparando alla svolta anche prima, lamentando che, come altre volte, il governo avesse preparato fuori dalle Camere il testo del suo maxiemendamento. La versione definitiva del «processo breve», il contestato taglio dei tempi dei procedimenti penali, è stata scritta materialmente a Palazzo Grazioli.
Nelle ultime legislature, questo di considerare il lavoro delle commissioni parlamentari e dei singoli deputati e senatori come un optional, da correggere un minuto prima del voto con un testo governativo blindato, è un malvezzo al quale i governi, non soltanto l’attuale di centrodestra, si sono purtroppo abituati. Da parte di Palazzo Chigi, esservi ricorso anche su una materia controversa come questa, dà l’idea dell’importanza che il premier attribuisce al proprio salvataggio.
Tra governo e opposizione, e tra governo e magistratura, si andrà quindi a uno scontro di fortissima intensità, destinato ad occupare quasi interamente la campagna elettorale per le elezioni regionali. Dopo le quali invece, dovrebbe tornare in discussione il destino delle grandi riforme di cui fino a tre giorni fa si parlava con ottimismo. Ieri i toni del leader del Pd non lasciavano sperare che dopo una contrapposizione come quella che si prepara il dialogo possa riprendere tanto facilmente. Eppure, la sensazione, che riguarda, sia Berlusconi, sia Bersani, è che entrambi alla fine si tengano una carta di riserva.
Il Cavaliere ha voluto dare una spinta ai due testi giacenti in Parlamento – «processo breve» e «legittimo impedimento» -, e non ha escluso il ricorso al decreto, perché, con tre colpi in canna, si sente più sicuro di centrare il suo obiettivo. Se anche uno solo di questi provvedimenti dovesse andare in porto, però, non è detto che insisterebbe sugli altri due. Anzi, potrebbe fermarsi, e una volta superate le elezioni regionali, verificare se da parte del centrosinistra esista ancora la disponibilità a un diverso tipo di intesa. Ad esempio, com’è emerso negli ultimi giorni, sul ripristino per via costituzionale dell’immunità parlamentare.
Quanto a Bersani, la faccia dura all’annuncio della svolta era dovuta. Ma il «mettersi di traverso» del Pd non si sa ancora se preluda a un ostruzionismo parlamentare, o a una dura opposizione, ma senza ostruzionismo. Sicura, al momento, è soprattutto l’irritazione del centrosinistra per il metodo seguito dal centrodestra e per il confronto promesso e negato. E in una battaglia parlamentare senza esclusione di colpi, verrà quel che verrà.
Non è facile, certo, parlare di tregua, nel giorno stesso in cui viene dichiarata guerra. Ma al di là delle leggi del Cavaliere, la giustizia e i rapporti tra il potere politico e quello giudiziario interessano molto anche il centrosinistra. Sono troppi anni che le riforme mancate tengono il Paese inchiodato a una transizione infinita. Che l’opposizione lasci Berlusconi e la maggioranza ad ingoiare da soli il loro rospo, è comprensibile. Mentre è difficile credere che anche stavolta, la politica, nel suo complesso, non si giochi la posta più alta.
La Stampa 13.01.10
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“Dimezzato lo stop ai procedimenti e arriva il via libera del Quirinale”, di LIANA MILELLA
Napolitano esige la modifica, mediazione di Letta e Fini. I processi congelati per 45 giorni e non per tre mesi. Berlusconi insiste per le tre leggi ad personam. Il braccio di ferro si scioglie a sera. Grazie alla mediazione di Fini e alla pazienza di Letta che, per una giornata, sale e scende le scale del Quirinale. Alla fine è decreto che, seppure per soli 45 giorni e non per i tre mesi che pretendeva Berlusconi, fermerà comunque i suoi dibattimenti.
Il Cavaliere ha vinto a metà, e ora resiste a chi lo pressa per fargli abbandonare subito, addirittura già oggi, il processo breve. Ma lui vuole tirare diritto ed è pronto alla sfida, convinto com’è che tre leggi ad personam, tutte nello stesso momento, tra Senato e Camera, non sono troppe per mettere a tacere i suoi incubi giudiziari. Processo breve, legittimo impedimento, adesso il decreto che congela i processi per un mese e mezzo. Avanti, anche a costo di vivere un’altra giornata di fuochi d’artificio tra palazzo Chigi e Quirinale come il 12 gennaio 2010 che passerà alla storia dei tormentati rapporti tra gli inquilini dei due palazzi come quello in cui, per l’ennesima volta, Napolitano ha posto un freno a un premier che vuole usare la legislazione a suo uso e consumo.
È mattina presto quando i giornali consegnano al presidente della Repubblica la notizia che Berlusconi vuole trasformare in un decreto legge una sentenza della Consulta fresca del 14 dicembre 2009, scritta da Giuseppe Frigo, sponsorizzato per l’incarico di alto giudice appena pochi mesi fa dall’avvocato del premier Niccolò Ghedini. L’ha annunciato lo stesso Cavaliere nel vertice sulla giustizia. L’ha presentato a tutti i venti presenti come lo strumento per consentirgli di bloccare i casi Mills e Mediaset per tre mesi, giusto fino alle elezioni. Passaggio semplice: la Corte dice che se il pm ha contestato all’imputato una nuova accusa durante il dibattimento costui ha il diritto di chiedere il rito abbreviato e di farlo godendo di una sospensione congrua per pensarci bene. Legge retroattiva, naturalmente, senno non servirebbe a capo del governo, ma neppure ai tanti che magari si trovano nelle sue stesse condizioni. Legge che riguarda appieno le inchieste milanesi in cui, sia per Mills che per Mediaset, c’è stata una nuova accusa mossa dalla procura.
Ma lo stesso Berlusconi, che pure ha incontrato Napolitano lunedì sera, non gli ha detto nulla, probabilmente per non rovinare subito il clima del primo incontro dopo l’aggressione di Milano. Il presidente non gli ha chiesto nulla sulla giustizia, lui ha taciuto. Ma adesso il telefono di Letta squilla di buon ora. Lo staff del presidente, a suo nome, chiede chiarimenti. E il sottosegretario alla presidenza, l’uomo delegato ai rapporti con il Colle, capisce che la cosa migliore è salire subito da Napolitano con in mano il testo del decreto.
Il faccia a faccia è franco, nello stile asciutto che contraddistingue i rapporti tra i due. Il presidente chiede spiegazioni innanzitutto per l’inspiegabile silenzio del premier su una notizia, di assoluto rilievo, che poi è comparsa sui giornali. E poi sul contenuto. Sul quale pone dei paletti preventivi, visto che tocca proprio a lui, al capo dello Stato, firmare i decreti. Letta dettaglia il testo e poi lo lascia al Quirinale. Napolitano con lui è esplicito: solo dopo un’attenta lettura e solo dopo un riscontro meticoloso e puntuale sull’effettiva corrispondenza tra il decreto e la sentenza della Consulta, sulla congruità tra atto governativo e massima della Corte, farà conoscere la sua posizione e le sue osservazioni.
Letta torna a palazzo Chigi. Dove, quando è fine mattinata, giunge un alto là. Il testo così com’è non va bene. Va modificato. Il presidente lo firma solo se le sue correzioni saranno accolte. Innanzitutto quella sulla durata della sospensione, da tre mesi a 45 giorni. Berlusconi si ferma. Il decreto, che fino a quel momento veniva dato per certo per il Consiglio dei ministri di oggi, viene frenato. Si studiano soluzioni alternative, come inserire la norma in uno dei decreti in scadenza, il milleproroghe o quello sulle procure disagiate, ma balza subito all’occhio che la materia è disomogenea. Poi si scandaglia la via di infilarlo come emendamento al processo breve o al legittimo impedimento. Ma i tempi sarebbero troppo lunghi e la norma stessa inutile per gli scopi di un Berlusconi che vuole gestirsi in tutta tranquillità, con i dibattimenti congelati, la sua campagna elettorale.
E qui interviene il presidente della Camera che media tra le richieste del Colle e le pretese del premier. Gianfranco Fini s’incontra con Giulia Bongiorno, alle prese nella commissione Giustizia, che presiede, col legittimo impedimento. I due esaminano il testo che, nel frattempo, Ghedini si è precipitato a sottoporle. Decidono che, riveduto e corretto, alla fin fine attua una sentenza della Consulta. Tra le norme ad personam non può ottenere la palma di quella peggiore, anche se è stata prodotta solo perché c’è di mezzo Berlusconi, il quale d’improvviso riscopre l’importanza della Consulta, che pure ha accusato di essere un’emissaria dei comunisti per la bocciatura del lodo Alfano. Il testo ritorna al Quirinale dove Napolitano decide di dare un segnale di pacificazione. E dà il via libera. Ora resta da scrivere la storia prossima ventura del processo breve. Che pure i finiani vorrebbero veder fermato, ma a cui il Cavaliere non rinuncia.
La Repubblica 13.01.10
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“È l’unico modo per difendermi”, di Ugo Magri
In cambio del via libera al decreto, il Pdl può rinunciare al processo breve
Tutto quanto sta scuotendo il Palazzo, compreso il decreto «blocca-processi» che il governo mette in campo, risulta inspiegabile senza un’occhiata al foglio che da giorni Berlusconi si gira e si rigira tra le mani. Porta un’intestazione: «Udienze già fissate avanti al Tribunale di Milano nei processi cosiddetti Mills e Diritti Mediaset».
Sono incolonnate e suddivise per mese. Si incomincia con venerdì prossimo (Mills), poi viene lunedì 18 (Diritti), quindi si salta al 25 gennaio (ancora Diritti), di lì a venerdì 29 e a sabato 30 (Mills). Fino al giorno delle elezioni regionali, che si terranno il 28 marzo e come sempre saranno un referendum sul Cavaliere, il quale se perde si mette nei guai, vincere resta la sua condanna, di qui ad allora dunque sono ben 23 le convocazioni del premier davanti ai giudici: 5 volte entro gennaio, 9 a febbraio, altrettante in marzo prima delle elezioni… Ecco come e perché nasce il dramma politico di queste ore.
Berlusconi si trova nell’insostenibile posizione di giocare a rimpiattino coi magistrati per i prossimi tre mesi, inventandosi volta a volta impegni di governo che ne giustifichino l’assenza. O viceversa, deve prendere il coraggio a due mani e presentarsi davanti ai giudici, come farebbe qualunque cittadino senza responsabilità di governo. Un dilemma di cui si discute animatamente nello staff del Cavaliere, poiché ciascuno dei due corni comporta rischi politici mortali. Berlusconi, se cedesse all’istinto, sceglierebbe decisamente il colpo di teatro. Senza preavviso, andrebbe almeno una volta in Tribunale a difendersi. Confida in privato che «sarebbe l’occasione buona per far sentire la mia voce, per spiegare al Paese come stanno davvero le cose e dimostrare a tutti tanto l’infondatezza delle accuse, quanto la persecuzione di cui sono vittima».
Abile come nessuno nella comunicazione, tenterebbe di rovesciare i ruoli, ergendosi a giudice di chi prova a condannarlo. Ma soprattutto, contrasterebbe l’immagine data finora, di premier costretto a inventarsi lunghi viaggi oltremare o improbabili tagli di nastro pur di sottrarsi alla giustizia. Però Ghedini sconsiglia il blitz in Tribunale. Da avvocato, gli vengono i brividi al solo pensiero dei guasti che uno show provocherebbe sul piano processuale. Altro conto sarebbe frequentare le udienze, tutte però, non una soltanto. Come fece ad esempio Andreotti. Ma Giulio era già senatore a vita.
Berlusconi, viceversa, non se lo può permettere, e lui stesso lo riconosce: «Dicono che mi dovrei difendere nei processi e non dai processi. D’accordo. Allora prendo il calendario in mano, e ne devo dedurre che dovrei smettere di governare…». Mostra il foglio ai suoi interlocutori: «Visto? Ci sono settimane addirittura con 3 udienze. Ma per partecipare ai processi bisogna studiarsi prima le carte. Ho fatto portare da Ghedini ad Arcore tutti i faldoni, occupano un tavolo intero… E allora, per essere davvero presente in Tribunale, io non dovrei fare altro nella vita». Ecco il dilemma impossibile del premier: scappare (non può più) o difendersi (nemmeno).
Ed ecco perché, misurando l’impraticabilità dell’una e dell’altra via, è spuntato fuori dal suo cilindro questo coniglio del decreto «blocca-processi», Napolitano permettendo e con la mediazione di Fini (i due co-fondatori del Pdl si vedranno domani a pranzo): per Berlusconi, sarebbero tre mesi garantiti di tregua pre-elettorale. Qualcuno dice che in contraccambio il governo affonderebbe il «processo breve», cruccio del Colle. Può essere. Ma il premier non pare del tutto convinto. In mente ha un altro piano: far approvare il «processo breve» dal Senato in prima lettura, e poi tenerlo in caldo alla Camera fin dopo le Regionali, un po’ come «pistola puntata» contro i giudici, sempre pronta all’uso.
Nel frattempo sarà andato avanti il «legittimo impedimento». E soprattutto, la Corte di Cassazione si sarà pronunciata sulle due condanne all’avvocato Mills. Anche qui, occhio alla data scritta sul foglietto: 25 febbraio. L’aspettativa del premier è che la Suprema Corte spazzi via l’intero processo. A via del Plebiscito coltivano la «ragionevole speranza». A quel punto, getta avanti lo sguardo Berlusconi, «potremo fare le riforme della giustizia con serenità, dopo le Regionali. E avremo quasi 3 anni di tempo, senza elezioni di mezzo, per riscrivere la Costituzione».
La Stampa 13.01.10
"Vertenza Sardegna. Il 5 febbraio l'isola si ferma contro l'emergenza crisi", di Davide Madeddu
La Sardegna rischia di chiudere per crisi: 4mila persone in cig,125mila disoccupati e 12mila che sopravvivono grazie agli ammortizzatori in deroga. A febbraio sciopero generale. La mappa delle aziende in difficoltà. La Sardegna chiude. E per evitare il tracollo scende in piazza con uno sciopero generale. Il sogno industriale degli anni 60 e 70 che hanno segnato il rilancio economico dell’isola è ormai alla fine. Le grosse industrie, e di conseguenza le piccole e medie che attorno a esse hanno iniziato a lavorare chiudono. Le vicende che hanno caratterizzato lo stabilimento Alcoa di Portovesme non sono che un tassello di un mosaico più grande che riguarda l’intera Sardegna. A Portovesme ci sono in ballo i 2000 posti di Alcoa, la vertenza potrebbe arrivare a una svolta a fine settimana, altrettanti posti di lavoro legati allo stabilimento Eurallumina, azienda controllata dalla russa Rusal dove i lavoratori sono in cig da un anno, e l’intero indotto. «Piccole e medie imprese che – spiega Roberto Puddu della Camera del Lavoro – lavorano nelle manutenzioni, nei service e garantiscono continuità produttiva alle grosse aziende».
LA CRISI NEI TERRITORI La crisi industriale non si ferma al Sulcis Iglesiente. A Villacidro, dove la Keller costruisce o rimette in sesto le carrozze per i treni, il timore è di finire in cassa integrazione perché l’azienda, a causa della soppressione della tratta Golfo Aranci Civitavecchia, non riesce a garantire consegne rapide delle commesse. Nella vicina Furtei, sempre nel Medio Campidano, è stata chiusa la miniera d’oro della canadese Sgme i lavoratori, in cig, sono mobilitati per avere un futuro almeno con i piani di ripristino ambientale delle aree degradate. Nel nuorese, a Ottana, 1500 dipendenti dei gruppi industriali, Equipolymers in testa, sperano in una soluzione. La tensione sale nel nord. Da cinque giorni vivono accampati nella torre aragonese di Porto Torres e chiedono interventi istituzionali affinché la loro fabbrica non venga chiusa: sono i dipendenti della Vinyls di Porto Torres, che opera nel petrolchimico. La crisi si ripercuote sul resto dell’economia sarda. «La cassa integrazione è salita del 300% – fa sapere Giampaolo Diana, consigliere regionale Pd – Ci sono 4mila persone in cig, 125mila disoccupati e 12mila che sopravvivono grazie agli ammortizzatori in deroga». E l’emergenza sembra destinata a crescere: almeno 5-6mila i posti a rischio. Una situazione ben nota anche ai sindacati confederali regionali che per il 5 febbraio hanno convocato lo sciopero generale della Sardegna. O meglio, rimarcano Enzo Costa, Mario Medde e Francesca Ticca, rispettivamente segretari di Cgil, Cisl e Uil, «vertenza Sardegna», perchè le diverse emergenze che si registrano nelle varie province fanno parte di un unico sistema. Per oggi è prevista
L’Unità 13.01.10
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E in Sicilia è subito sciopero, di FABIO POZZO
Epifani: «Non esiste nessun’altra attività che possa dare lavoro. Laggiù non c’è altro»
«Riabilitare lo stabilimento di Termini è da pazzi», dice Marchionne. Parole che investono la Sicilia come un ciclone: in fabbrica è subito sciopero. Nel reparto montaggio la prima squadra di operai incrocia le braccia alle 7.30.
I sindacati non ci stanno. Non credono alle parole dell’ad di Fiat Group, per il quale non è conveniente produrre auto in Sicilia. «È il posto fisico che è sbagliato, niente a che vedere con la qualità dei lavoratori», spiega il manager. «La verità è che la Fiat vuole produrre in Italia solo 900 mila auto e le vuole produrre solo al Nord», tuona il presidente della Regione, Raffaele Lombardo.
Marcia indietro. «Marchionne affronta la questione in modo non veritiero. Parla di equilibrio tra domanda e offerta? Bene, in Italia si producono 600 mila auto e se ne vendono un milione. La Fiat dunque aumenti la produzione, dato che l’Italia è all’ultimo posto in Europa nel rapporto tra produzione-consumi», puntualizza il segretario della Fiom di Termini, Roberto Mastrosimone.
«In Italia dobbiamo tornare a produrre almeno 1,3 milioni di auto: questa è la nostra realtà, qual è quella di Marchionne?», gli fa eco il numero uno della Uilm, Antonino Regazzi, che propone agli altri sindacati uno sciopero di due ore dei lavoratori dell’intero gruppo, da farsi entro fine mese. Si deciderà domani, nell’ambito della riunione delle sigle di categoria. Nel frattempo, oggi gli operai di Termini si fermeranno per otto ore, con presidio davanti all’Assemblea regionale siciliana, convocata nel pomeriggio proprio sulla crisi del sito Fiat.
Sono i livelli d’occupazione a preoccupare. Che accadrà quando la Fiat cesserà di produrre la Ypsilon a Termini, nel 2012? «Non c’è nessun’altra attività che può dare lavoro, in un’area dove non c’è altro. Se quella prospettiva dovesse finire, non ci sarebbe davvero che disperazione e disoccupazione», è la fotografia che scatta Guglielmo Epifani. «I lavoratori precari della Fiat non possono essere abbandonati così come non è accettabile che lo stabilimento cessi la sua attività» ribadisce il leader della Cgil, che parla di «rigidità della Fiat ingiustificata».
Lombardo, alla fine, sbotterà: «Adesso basta. Marchionne dica la verità sul perché del suo accanimento contro lo stabilimento di Termini. Il popolo siciliano vuole lasciarsi alle spalle l’assistenzialismo e la mafia. Vogliamo una Sicilia produttiva e non vogliamo nessun aiuto dalla Fiat, ma, al contrario, vogliamo noi aiutare la Fiat. Vogliamo produrre automobili moderne e ad alta tecnologia. Siamo l’unica Regione che è pronta ad investire in totale 400 milioni di euro in infrastrutture e innovazione tecnologica». Chiede l’imepgno del governo, Lombardo. E si appella al ministro Claudio Scajola anche il sindaco di Termini, Salvatore Burrafato: «Subito il tavolo di confronto tra azienda e sindacati». La speranza è che Roma stemperi l’incubo.
La Stampa 13.01.10
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“Quelle frasi sono una provocazione” e gli operai in mensa decidono lo stop, di Emanuele Lauria
Una giornata di alta tensione nello stabilimento siciliano, alla vigilia della manifestazione di oggi. Dal salone dell´auto di Detroit alla sala mensa dello stabilimento Fiat di Termini Imerese la distanza non è poi così lunga. E quando il volto di Sergio Marchionne, lunedì sera, è comparso in un monitor della fabbrica siciliana, davanti agli operai riuniti in assemblea, sono partiti fischi e improperi. Sul video, in sovrimpressione, le parole del manager che ribadiva la chiusura di Termini. Dal vivo le urla delle tute blu, sedate solo dopo qualche minuto dai sindacalisti. È in quel preciso momento, nella pancia della vecchia Sicilfiat, che è partita l´ultima rivolta dei dipendenti. E così ieri mattina, nel reparto montaggio, agli operai non è servita neppure la lettura dei quotidiani per decidere gli scioperi spontanei, a rotazione, delle squadre di lavoro. In cento hanno incrociato le braccia per un´ora. Attività solo rallentata, in vista dello stop di otto ore programmato per oggi, con la manifestazione di Fiom, Fim e Uilm davanti alla sede dell´Assemblea regionale siciliana. Gli operai dello stabilimento Fiat e dell´indotto partiranno con sei pullman e con auto private alla volta di Palermo. E ora Roberto Mastrosimone, sindacalista della Fiom e leader storico delle proteste termitane, teme «che la situazione possa degenerare». Mastrosimone, davanti ai cancelli dello stabilimento, dice che «questa gente, già in fibrillazione per la prospettiva di perdere il posto di lavoro, è stufa delle provocazioni. È stufa di sentirsi dire un giorno sì e l´altro pure che Termini non ha speranze. O che il problema della Sicilia è quello di essere troppo lontana dalla Lombardia. Sia chiaro: il sindacato farà di tutto per mantenere l´ordine. Ma della tensione crescente non possiamo essere noi i responsabili».
Termini, in questo martedì di freddo pungente, è divisa fra rabbia e rassegnazione. Nello stabilimento della Magneti Marelli va in scena un´assemblea dei 134 dipendenti. «Con Fiat è inutile discutere – dice Vincenzo Polizzi, 35 anni, manutentore – L´azienda ha già deciso: si chiude. Ora faccia qualcosa la politica. Dov´è Berlusconi, per cui ho votato? Dove sono i palermitani Alfano e Schifani? Dov´è Gianfranco Micciché, che era vicesindaco di Termini Imerese fino a qualche settimana fa? Loro, come siciliani, non si sentono offesi da Marchionne?». Anche la moglie di Polizzi lavorava nell´azienda dell´indotto Fiat. «È stata licenziata l´anno scorso, fra poco potrebbe toccare a me – dice – Ci tocca campare in quattro con un unico reddito da 1.300 euro al mese. Sa cos´ha chiesto la mia bambina di 8 anni a Babbo Natale? il lavoro per i papà del paese. Nella mia cittadina, Trabia, vivono 250 famiglie di operai Fiat. La chiusura dello stabilimento sarebbe una tragedia. In Sicilia vengano pure i cinesi o gli indiani: basta che ci garantiscano una stabilità d´impiego».
Storie familiari di ansia e incertezza. Francesco Conte, 46 anni, lavora alla Lear che fabbrica sedili, il fratello più piccolo è impiegato alla Bienne Sud, dove si verniciano i paraurti: «Marchionne? Dalle sue parole traspare una punta di razzismo. Non ci venga a raccontare che non siamo produttivi, che mantenere Termini costa troppo. Le spese di trasporto sono cresciute perché a partire dal 2005 hanno trasferito altrove le fabbriche dell´indotto. Oggi le fiancate delle Ypsilon le portano da Melfi. Ogni Tir ne può contenere solo quattro, si rende conto della spesa?». Il futuro è un´incognita, in Sicilia altre vertenze come quella dell´Italtel di Carini segnano la fine del sogno dell´industrializzazione. Ma le tute blu di Termini non si arrendono. «Non ci resta che la lotta – prosegue Conte – Siamo troppo lontani dalla pensione e tornare a fare gli agricoltori è impossibile. Come competere, oggi, con gli extracomunitari che raccolgono le arance per 20 euro a giornata?».
La Repubblica 13.01.10
Bersani: "Sul processo breve ci metteremo di traverso con tutte le nostre forze”
Bersani attacca:”E’ un’amnistia per i colletti bianchi. Non si può, per le esigenze di una persona, mettere a repentaglio un sistema”. FInocchiaro: “Ostruzionismo se non si torna in commissione”. I magistrati: “Metteranno la giustizia in ginocchio”
“Se la maggioranza e il governo procederanno sul processo breve come e’ stato annunciato in questi giorni il Pd si metterà di traverso con tutte le sue forze”. A lanciare la sfida e’ il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Parlando a margine di una conferenza stampa sulla criminalità organizzata, Bersani ha sottolineato che “dopo la decisione di ieri, di governo e maggioranza, stiamo entrando in un tunnel pericolosissimo. E se queste scelte sul processo saranno confermate noi – promette il segretario – ci metteremo di traverso con tutte le nostre forze”.
Il presidente del sindacato delle toghe, l’ANM, Luca Palamara proprio oggi ha parlato di una “norma che mette la giustizia in ginocchio. Non si darà giustizia alle vittime, e si rischia di dare impunità a chi ha commesso delitti”.
Questo perché come ha spiegato il leader del PD “il processo breve non solo disarticolerebbe il sistema giudiziario ma si risolverebbe in una vera e propria amnistia per i colletti bianchi. Non si può, per le esigenze di una persona, mettere a repentaglio un sistema. Questo paese avrebbe le condizioni politiche per un percorso di modernizzazione del nostro sistema, anche perche’ – ragiona Bersani – c’e’ un’opposizione pronta a discutere di riforme istituzionali secondo i propri paletti e le proprie idee. Se Berlusconi pensa di essere uno
statista – ammonisce il segretario del Pd – ora e’ il momento di dimostrarlo. Non si puo’ pensare, perche’ e’ evidente anche a un bambino, di parlare contemporaneamente di processo breve e di riforme. A questo punto, se intende andare avanti su questa strada, la destra si assuma le sue responsabilità: una rersponsabilita’ molto seria in un momento cruciale per il nostro paese. Ed e’ una responsabilità a cui chiamiamo tutti o perlomeno qualcuno nella maggioranza, la quale deve sapere che, se prosegue su questa strada, noi ci metteremo di traverso con
tutte le nostre forze”.
La pausa natalizia insomma, secondo Bersani, non ha portato consiglio al premier. “I temi della ripresa sono in tutto il mondo i problemi dell’economia, del lavoro, del sociale, non certo astratti discorsi sulle aliquote. Solo noi apriamo
l’agenda dell’anno su queste cose qui”. E sull’eventualità di una battaglia che includa anche il referendum risponde: “Io dico che ogni giorno ha la sua pena. Non voglio parlare di cose futuribili. Oggi abbiamo di fronte una battaglia parlamentare, e continuo a pensare che una maggioranza responsabile non possa pensare di scardinare un intero sistema giudiziario”.
E a proposito di battaglia parlamentare Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo PD a Palazzo Madama, annuncia l’ostruzionismo se il testo non tornerà in Commissione: “Qui in Senato siamo già di traverso, abbiamo chiesto che il provvedimento torni in commissione perché questi emendamenti presentati dalla maggioranza introducono delle parti assolutamente nuove rispetto al testo discusso in commissione. Abbiamo presentato dieci tra pregiudiziali e sospensive e se non verrà accolta la nostra richiesta di tornare in commissione faremo ostruzionismo e presenteremo centinaia e centinaia di emendamenti”.
Giustizia, il Pd denuncia: cercano cavilli per bloccare i processi del Premier
“Le parole del sottosegretario Caliendo sono la conferma che l’esecutivo sta impegnando le proprie energie nella ricerca di tutti i cavilli possibili per consentire l’immediato blocco dei processi del Premier, anche ricorrendo ad artificiose interpretazioni degli effetti delle pronunce della Corte costituzionale che riguardano norme processuali penali”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti commenta l’annuncio del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo di un nuovo intervento legislativo conseguente alla sentenza della Corte costituzionale del 14 dicembre. “Le ragioni per un nuovo decreto non possono essere quelle evidenziate oggi da Caliendo per il semplice fatto che le sentenze della Corte costituzionale sono immediatamente efficaci ‘erga omnes’ e non abbisognano di arzigogoli giuridici. Evidentemente il Governo ha in mente di strumentalizzare la sentenza della Corte costituzionale che amplia i diritti dell’imputato per bloccare i processi del premier. Tutto questo evidenzia l’assoluta mancanza di rispetto nei confronti del lavoro parlamentare e il continuo ricorso a provvedimenti ‘ad personam’.
www.partitodemocratico.it
Verona – Incontro pubblico – Scuola: Manovra Gelmini. Indietro tutta!
Foyer del Teatro Nuovo, in Via Cappello, a Verona
I Consiglieri provinciali di minoranza, Lorenzo Dalai e Franca Rizzi, in collaborazione con l’Associazione culturale “La Provincia che Vorrei” organizzano un incontro con l’on. Manuela Ghizzoni sulla riforma della scuola superiore.
