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“Un vecchio modello di sviluppo”, di Irene Tinagli

Gli ultimi dati sulla disoccupazione in Italia mostrano una situazione molto drammatica. Di fronte a questo quadro tutti si chiedono quando la crisi finirà.

Ma pochi si chiedono come. Si cerca una ripresa, una qualsiasi, senza chiederci se questa sarà davvero l’occasione per ristrutturare l’economia e il sistema produttivo italiano. Perché dietro ai dati drammatici di questi giorni non c’è solo la crisi congiunturale mondiale esplosa l’anno scorso, ma una crisi più lenta e profonda del sistema economico-produttivo italiano che si protrae ormai da quasi trent’anni e su cui nessuno è mai intervenuto. Già dalla fine degli Anni Settanta, in Italia come in tutte le economia avanzate, si era cominciato a parlare di processi di deindustrializzazione. Eppure mentre in altri Paesi come l’Inghilterra o la Svezia tali processi sono stati avviati con determinazione e accompagnati con politiche economiche e sociali conseguenti, in Italia tutto questo non è avvenuto.

Checché se ne dica, l’Italia alla fine era ed è ancora un Paese molto industriale, non è un caso se oltre il 60% dei 500 mila posti di lavoro persi quest’anno vengono dall’industria (quasi l’80% se si includono le costruzioni). I tanto menzionati servizi avanzati, quelli che in altri Paesi hanno trainato l’ingresso nella nuova economia e il dispiegarsi della cosiddetta economia della conoscenza o della creatività, in Italia non si sono mai sviluppati pienamente. Anche per questo la domanda di laureati e di profili altamente qualificati in Italia non è mai decollata negli ultimi anni, registrando variazioni minime e tenendosi sempre sotto il 10% della domanda espressa dalle imprese. Il settore dei servizi in Italia è cresciuto, sì, ma meno che altrove, e solo in pochi casi si è trattato di aziende e sistemi davvero all’avanguardia e di respiro internazionale in grado di generare occupazione di qualità e valore aggiunto.

Basta pensare che nel mercato del lavoro italiano la richiesta di competenze linguistiche è più bassa nei servizi (18%) che nell’industria (20%) – e questo includendo tra i servizi anche tutto il settore turistico! La maggior parte del nostro settore dei servizi è ancora dominato da piccole aziende di livello medio-basso, ben lontana dello sviluppo vertiginoso di servizi professionali legati al design, ingegneria, architettura, oppure settori come l’informatica e l’elettronica, l’entertainment multimediale, la ricerca tecnologica e biomedica che si è visto in altre realtà. In altri Paesi questi settori hanno visto lo sviluppo di vere e proprie multinazionali, che assumono e formano competenze di altissimo livello e che operano su scale globali. Settori e aziende che certo non hanno impedito a questi Paesi di soffrire la crisi dell’ultimo anno, ma che hanno consentito loro di trasformare veramente le economie nazionali e locali nel corso degli ultimi venti anni, rendendole più dinamiche e più capaci poi di cavalcare le riprese che seguono alle crisi. L’Italia resta invece il regno dei piccoli studi professionali o dei professionisti a partita Iva e forfettino. Individui che, da soli e col sistema burocratico e fiscale italiano difficilmente riusciranno a crescere e sfondare sul mercato globale e che saranno sempre scoperti di fronte a ogni colpo di vento.

La ripresa, se e quando avverrà, li farà tornare a galla, ma difficilmente potranno veleggiare spediti nel mare dell’economia mondiale, che sarà sempre più dominato da chi ha saputo investire davvero nelle competenze, nei saperi, in tecnologie e professionalità. Questo è il prezzo che l’Italia paga per essere rimasta attaccata a modelli produttivi e occupazionali vecchi e inadeguati, e per non aver mai affrontato davvero problemi cruciali come, per esempio, la liberalizzazione delle professioni e dei servizi, la gestione di nuove forme di lavoro e della fiscalità ad esse collegata, la riorganizzazione della ricerca e dell’Università, l’emergere delle industrie culturali e creative su scala globale. Finché l’Italia non affronterà di petto tali questioni sarà costretta ad aspettare sempre di uscire dalle crisi a traino, e mai come locomotore.
La Stampa 18.12.09

Stretta sugli spot delle pay tv Pd: «Un regalo a Mediaset»

Paolo Gentiloni l’ha definito «un regalo di Natale del governo a Mediaset». Di certo è una norma che non farà contenta Sky, che sta trovando sempre più clienti da quando in Italia si va spegnendo il segnale analogico. Si parla della stretta che il governo sembra intenzionato a varare sugli spot delle pay tv. Il Consiglio dei Ministri ha approvato infatti lo schema di decreto legislativo di recepimento della nuova direttiva Ue in materia di tv e servizio audiovisivi. Uno dei punti chiave è proprio la «riduzione graduale dei tetti di affollamento orario per tutti i canali a pagamento, sia satellitari che terrestri, nel prossimo triennio (16% dal 2010, 14% dal 2011, e, a regime, 12% a decorrere dal 2012)». Il ministero ha sottolineato che «il provvedimento, che verrà inviato alle commissioni parlamentari per il parere di competenza, è pienamente conforme con la disciplina comunitaria». La riduzione degli affollamenti, sottolinea ancora il ministero, è «finalizzata a garantire il consumatore-utente della pay tv» ed è stata tra l’altro «chiesta dalla Fieg».

«Il “decreto Mediaset” approvato oggi dal Consiglio dei Ministri consente alle reti del premier di incrementare la loro quota pubblicitaria che già raggiunge il 64% della torta tv» ha dichiarato l’onorevole Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Partito Democratico. «I canali sulla piattaforma SKY subiranno invece una riduzione di un terzo della pubblicità in tre anni: il primo caso di rateizzazione del conflitto di interessi», ha spiegato Gentiloni. La decisione del Cdm, ha voluto però sottolineare il consigliere di amministrazione Mediaset, Gina Nieri «colpisce noi come Sky: non è che non risentiamo di questa misura perché siamo l’azienda del presidente del Consiglio». Il taglio riguarderebbe infatti anche le attività pay di Mediaset, «un elemento in crescita – ha aggiunto Nieri – e dunque, se le indiscrezioni saranno confermate, si tratta di una riduzione che certo non ci fa piacere. È troppo facile gridare, come al solito al conflitto di interessi. E Sky sappia che le regole valgono anche per loro».

Il decreto prevederebbe poi un «obbligo di investimento del 10% in favore delle opere europee realizzate da produttori indipendenti riferito a tutti gli introiti annui delle emittenti» e inoltre «viene mantenuto il principio della previsione di sottoquote in favore della cinematografia italiana». Il decreto introduce «nuove disposizioni in materia di inserimento di prodotti (il cosiddetto product placement), recependo fedelmente quanto stabilito dalla direttiva Ue e dunque ponendo il divieto di inserimento per taluni prodotti, quali il tabacco e i suoi derivati, e nei programmi per bambini. Attenzione, particolare, infine, per la tutela dei minori con «l’introduzione di una disciplina più rigida di quella vigente».
L’Unità 18.12.09

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“Scuola, il balletto delle iscrizioni”, di Paola Fabi

Superato il trauma delle iscrizioni dello scorso anno, rinviate di un mese per elementari e medie, ora si ricomincia con la secondaria superiore. I ragazzi dovrebbero essere iscritti alla prima superiore entro la fine di febbraio 2010, ma le osservazioni critiche del consiglio di stato agli schemi di regolamento presentati dal ministro Gelmini e approvati dal consiglio dei ministri, hanno riaperto la possibilità di uno slittamento del termine della scelta degli studenti.

In pratica i giudici di palazzo Spada hanno mandato un “avvertimento” al Miur (non si tratta infatti del parere definitivo che dovrebbe arrivare prima della pausa natalizia): il testo, secondo il consiglio, andrebbe oltre la delega data al governo. Il primo dubbio riguarda obiettivi specifici di apprendimento, l’articolazione delle cattedre e la definizione degli indicatori per la valutazione che, secondo i giudici, non dovrebbero essere introdotti attraverso un semplice decreto ministeriale ma con l’approvazione di una legge. Sotto osservazione anche i cosiddetti “curricoli” imposti dal ministero dell’istruzione (il 20% al primo biennio, il 30% nel secondo biennio e il 20% nel quinto anno) e che andrebbero a cozzare con l’autonomia scolastica (già poco applicata, in verità). Scetticismo anche sui nuovi piani di studio e sui programmi ministeriali e forti perplessità sulla revisione degli organi collegiali che si trasformerebbero in dipartimenti composti da insegnanti scelti dai collegi dei docenti.

Il ministero fino a ieri aveva taciuto sui rilievi del consiglio e risposto solo alle opposizioni che avevano proposto un rinvio della riforma. La Gelmini aveva emesso un risentito comunicato stampa contro Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet, rispettivamente capogruppo in commissione cultura di Montecitorio del Pd e presidente del Forum istruzione del partito, smentendo uno slittamento che i due parlamentari democratici associavano a un ordine del giorno accolto dal governo per finanziare la mancata approvazione della riforma con alcuni fondi dello scudo fiscale.

Ma non solo, la commissione cultura della camera aveva proseguito l’esame dei regolamenti e il presidente Aprea aveva presentato una proposta di parere sui tre schemi con la previsione di concludere i lavori della commissione entro e non oltre il 14 gennaio 2010. Questo «per consentire al governo di procedere agli adempimenti conseguenti, in tempi utili all’avvio del nuovo anno scolastico». La stessa Valentina Aprea che, poco dopo a Ilsussidiario.net, ha detto che, in effetti, a viale Trastevere si sta valutando l’ipotesi di rinviare le iscrizioni a marzo.
Europa quotidiano 18.12.09

“L’agonia del lavoro domina il Natale, ma il Paese parla d’altro”, di Rinaldo Gianola

A una settimana da Natale il bollettino della crisi italiana è un elenco interminabile di aziende in difficoltà e di lavoratori in lotta, spesso disperati perchè non vedono la strada per uscire da un lunghissimo tunnel. La gravità della situazione dovrebbe portare il tema del lavoro e del rilancio economico in primo piano nell’agenda del governo e della politica. I telegiornali e i talk show dovrebbero sentire l’impegno morale, prima ancora che professionale, di piazzare i volti e le voci dei lavoratori nei titoli di testa, come si fa con le notizie più importanti. Non si può continuare a vendere fumo, non si può continuare a dire che la crisi è finita e stiamo meglio degli altri quando ogni giorno si moltiplicano le notizie di aziende in difficoltà, di tagli occupazionali, di ristrutturazioni. I precari sono già stati cacciati e nessuno se ne ricorda. Le donne hanno pagato e sono tornate a casa. Ora, dicono le statistiche, non si iscrivono più alle liste di disoccupazione, tanto hanno perso la speranza di un’occupazione stabile. I “garantiti” col posto fisso hanno potuto usufruire della cassa integrazione, ma in molte imprese, anche grandi, sta finendo il periodo di copertura delle 52 settimane. Adesso, nei prossimi mesi, anche se il pil darà qualche segnale di ripresa, arriverà il peggio per l’occupazione. L’impatto più negativo della crisi sul mercato del lavoro è atteso per l’anno prossimo, forse si estenderà fino al 2011. Gli ultimi dati statistici, in Italia e in Europa, a questo proposito lasciano poche speranze. Nel terzo trimestre di quest’anno, dice l’Istat, l’Italia ha perso oltre 500mila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non andava così male dal 1992. Per recuperare i posti che sono andati smarriti non si può pensare che una crescita economica dello 0,5 o dell’1% possa fare miracoli dopo aver accusato un arretramento del 5-6% negli ultimi due anni. Il dramma sociale è una questione europea, non solo italiana. Tra il marzo 2008 e l’ottobre di quest’anno in Europa sono scomparsi oltre 6 mili di posti di lavoro. Nell’Unione i disoccupati sono circa 22 milioni, di cui più di un quarto sono giovani. In questi giorni che portano al Natale sembra che l’emergenza economica e sociale si stia accentuando. Il tessuto imprenditoriale soffre, è in difficoltà, la crisi in questa fase sembra colpire con più forza quelle imprese che avevano finora resistito mentre nella grande «fabbrica diffusa» del Nord est sono artigiani, piccole imprese. autonomi a mostrare segni di cedimento. E in molti casi, se non si lanciano velocemente consistenti salvagente, il rischio è che la coda della recessione porti alla cessazione di tante imprese. Quasi ci fosse un regista cinico dietro questa crisi italiana, nei prossimi giorni che portano al Natale ci saranno una serie di incontri e annunci che potrebbero drammatizzare ulteriormente il momento. Uno dei passaggi chiave sarà la presentazione del piano Fiat da parte dell’amministratore delegato Sergio Marchionne la prossima settimana. L’incontro fissato per il 22 dicembre, alla vigilia della pausa natalizia e mentre alcune fabbriche sono in cassa integrazione, potrebbe portare la conferma della chiusura, o meglio della cessazione di Termini Imerese come impianto produttore di auto. L’attesa e la tensione sono molto alte anche per Pomigliano e gli altri stabilimenti del Mezzogiorno. Ma non è solo l’auto a preoccupare. Da Marghera all’hinterland milanese, dalle aziende meccaniche dell’Emilia Romagna fino all’accaio di Taranto, le aree di difficoltà sono sempre più estese. In questa congiuntura le sollecitazioni dei sindacati affinchè il governo dia una mano ai redditi di lavoratori e pensionati, con un organico intervento fiscale, sono andate deluse. Così come il pd ha proposto invano un piano di interventi a favore di artigiani e imprese, e di sostegno ai ceti più deboli buttati fuori dal mercato del lavoro. Ma, dialogo o non dialogo, toni bassi o alti, il governo è andato avanti spedito sulla Finanziaria senza nemmeno discutere un articolo con l’opposizione. Un mese fa Tremonti fece l’elogio pubblico del posto fisso. Era solo una battuta ad effetto per conquistare un titolo di Minzolini al tg1, niente di più.
L’Unità 18.12.09

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In un anno bruciati 500mila posti di lavoro, di Roberto Mania
In un anno si sono persi più di mezzo milione di posti di lavoro. E non è finita. Mentre i mercati finanziari hanno ricominciato a crescere e l´economia ha arrestato la sua discesa, per quanto la ripresa si prospetti molto lenta, l´occupazione continua, ininterrottamente, a calare come non accadeva dal 1992. Lo dice l´Istat nella sua ultima indagine sulle forze lavoro, relativa al terzo trimestre del 2009.
Un insieme di dati che disegnano la nuova fase della crisi con la diminuzione degli occupati (-2,2%) e l´incremento della disoccupazione (8,2%, mai così alto dal 2004), in particolare. Con l´inizio della perdita di posti di lavoro anche tra gli assunti, a cominciare da quelli delle piccole imprese, con contratti standard a tempo indeterminato (-110 mila unità) e non più soltanto tra gli atipici (-220 mila contratti a termine e – 42 mila collaboratori) e i più giovani; con l´aumento di chi cerca lavoro soprattutto nelle regioni del nord industriale; con il lavoro autonomo (-136 mila) e quello straniero (il cui tasso di disoccupazione è passato dal 6,9 al 10,6%), infine, che non sono più in grado di tamponare l´emorragia del settore manifatturiero e l´espulsione dei lavoratori italiani.
Nuove direzioni, dunque, in una economia chiaramente segnata da una ripresa senza lavoro, ma anche alcune conferme. Come quella del costante aumento delle persone che si scoraggiano e non cercano più lavoro, al centro-sud, si sa, ma, ora, pure al nord, dove la percentuale cresce di più: +2,8%, con un picco addirittura del 4,4% nell´area del nord-est. Riguarda le donne, da sempre costrette in parte a ritirarsi dal mercato del lavoro per dedicarsi alla famiglia, ma adesso anche gli uomini. In tutto sono quasi 15 milioni le persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni che sono fuori dalle statistiche sul mercato del lavoro. Proprio l´esercito degli “inattivi” spiega perché – secondo l´analisi dell´Isae, l´Istituto di studi e analisi economica del ministero dell´Economia – il tasso di disoccupazione sia ancora contenuto, anche rispetto alla media del 9,8% nella zona euro.
E i dati sull´occupazione in calo e la disoccupazione in crescita non possono non essere aggravati dalla massa di lavoratori in cassa integrazione. Nella settimana in cui i rilevatori dell´Istat hanno effettuato le interviste, sono stati 281 mila i lavoratori occupati a dichiarare di non aver lavorato: un numero più di cinque volte superiore alle 52 mila unità di un anno fa.
D´altra parte lo racconta anche la cronaca che la crisi da finanziaria sta trasformandosi in sociale. Con la ricomposizione dei mercati mondiali le aziende devono ristrutturasi, cioè tagliare e anche chiudere. Come hanno deciso i giapponesi della Yamaha, campione del mondo: chiusura dello stabilimento di Lesmo (Monza). Quattro operai, nonostante la neve, sono saliti sul tetto dello stabilimento per protesta e il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha convocato per oggi aziende e sindacati. Protesta sul tetto, e produzione bloccata, anche a Pomigliano dove la Fiat non intende confermare un centinaio di contratti a termine. A Fabriano e Nocera Umbra prosegue la lunga agonia della Antonio Merloni (6 mila persone coinvolte, indotto compreso) in amministrazione controllata ma senza compratori. E gli operai si ribellano anche alla Fincantieri: blocco del cantiere contro la decisione dell´azienda di non pagare per intero il premio di efficienza (750 euro).
La Repubblica 18.12.09

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La disoccupazione sale all’8,2% Persi in un anno 500 mila posti, di Luciano COstanti
Mezzo milione di senza lavoro in più, un tasso di disoccupazione che galleggia intorno all’8%. Gli ultimi rilevamenti di Istat e Confindustria, se non sono speculari, si avvicinano di molto disegnando una situazione che resta assai difficile anche se poi il Centro Studi di viale dell’Astronomia assicura che la rirpesa è avviata e non deraglierà».
Entrando nel dettaglio, l’istituto di statistica dice che il tasso di disoccupazione ad ottobre ha raggiunto l’8,2%, il peggiore dato dal 2004. Una percentuale che significa che il numero dei disoccupati, ad ottobre appunto, è arrivato a quota 2.039.000 unità. E’ il peggior calo dal 1992. Più in particolare, nel terzo trimestre di quest’anno l’occupazione è scesa di 508.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2008 (-2,2%) mentre è calata di 120.000 rispetto al secondo trimestre dell’anno in corso. L’emorragia si è fatta sentire soprattutto al Nord che ha perso 274.000 posti, 196.000 al Sud, mentre il Centro è riuscito a contenere le perdite: 38.000 unità. Secondo l’Istat il risultato deriva «da un’ulteriore caduta dell’occupazione autonoma, dei dipendenti a termine e dei collaboratori, cui si aggiunge una significativa flessione dei dipendenti a tempo indeterminato. Il calo dell’occupazione si è concentrato soprattutto nel settore dell’industria in generale (386.000 posti) con un picco nell’industria in senso stretto (307.000)». In discesa il tasso di occupazione che passa dal 59% al 57,5%. Aumentano le persone in cerca di lavoro che nel trimestre hanno raggiunto quota 1.814.000 e 2.039.000 a ottobre.
I dati che ieri sono usciti dal Centro Studi di Confindustria non si distaccano molto da quelli dell’Istat anzi ne costituiscono una sostanziale conferma. Dunque, alla fine di quest’anno il tasso di disoccupazione si attesterà al 7,6%, all’8,7% nel 2010 e salirà al 9% nel 2011. Tra il 2008 il 2009 si sono persi 470.000 posti e altri 195.000 sono a rischio tra il 2010 e il 2011: dipenderà dalla capacità di riassorbimento dei cassintegrati. Se essa fosse del 70%, i posti che andrebbero perduti salirebbero a 665.000; se fosse del solo 40%, si arriverebbe a una perdita di 770.000 posti. A dimostrazione che la ripresa sarà «lenta, faticosa, in salita e ostacolata da venti contrari». Comunque, secondo le previsioni di Confindustria, «all’Italia saranno necessari quattro anni, cioè fino al 2013, per tornare ai livelli di Pil pre-crisi, dopo una perdita che nel biennio di recessione ha riportato l’economia italiana indietro di quasi otto anni». Il Pil, secondo le stime di Confindustria raggiungerà il -4,7% nel 2009 per poi entrare in territorio positivo l’anno prossimo (+1,1%) e consolidarsi nel 2011 (+1,3%). La «nottata sta passando» dice il Centro Studi di viale dell’Astronomia ribadendo l’identico concetto espresso un mese fa, «ma il Paese deve cambiare passo investendo sulla ricerca e sul capitale umano e concentrando le risorse su obiettivi prioritari». Emma Marcegaglia annuncia per gennaio l’elaborazione di una agenda delle priorità (”Progettare futuro”) per i prossimi cinque anni che entro marzo sarà presentata al governo e alle parti sociali. «Partiremo dalle esigenze delle imprese – spiega il presidente di Confindustria – per cercare di avere una visione a medio termine e chiamare tutti a confrontarci».
Il Messaggero 18.12.09

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Ora la crisi morde anche i garantiti, di L.Ci.
Iniziano a soffrire anche i “garantiti”. La rilevazione sulle forze di lavoro aggiornata al terzo trimestre 2009 contiene per la prima volta il segno meno, rispetto allo stesso periodo del 2008, anche alla voce “dipendenti permanenti a tempo pieno”. Una categoria che fino a metà anno era riuscita complessivamente a resistere all’impatto della recessione, anche grazie alla cassa integrazione: a fine settembre invece la perdita era di 92.000 unità, in percentuale lo 0,7 per cento, concentrata nelle piccole imprese.
Resta comunque ben più pesante il bilancio per i lavoratori con contratto a termine, fin dall’inizio i più investiti dalla crisi. Per loro la contrazione, rispetto al terzo trimestre 2008, è di 207.000 posti (-11,1 per cento) a cui si aggiungono altri 14.000 contratti a tempo determinato e orario parziale che sono venuti meno. Per arrivare agli oltre 500.000 posti persi complessivamente bisogna poi aggiungere 178.000 lavoratori indipendenti, nelle cui file si trovano 42.000 collaboratori continuativi o occasionali: il mondo del lavoro precario nelle sue varie sfaccettature continua quindi a pagare il prezzo maggiore. E questo fenomeno si interseca almeno in parte con il rilevante aumento del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), cresciuto di oltre quattro punti al 23,5.
Un’altra indicazione significativa di quel che sta accadendo nel mondo del lavoro si può ricavare osservando che la quasi totalità delle “nuove” 284.000 persone in cerca di occupazione hanno una precedente esperienza lavorativa: in buona parte quindi si può trattare di persone che hanno perso recentemente il posto. Guardando invece alle differenze geografiche si nota subito la discreta tenuta dell’occupazione al Centro, dove il calo percentuale sempre rispetto al 2008 è dello 0,8 per cento contro il 2,3 del Nord e il 3 del Sud. Un andamento che l’Istat spiega con l’apporto del terziario, decisamente meno colpito dalla crisi rispetto all’industria, e con quello degli stranieri. Complessivamente questi ultimi, a differenza degli italiani, fanno segnare ancora un aumento dell’occupazione.
Il Messaggero 18.12.09

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“Quei giovani dimenticati dal lavoro”, di Tito Boeri

È salito a 781.000 il conto dei posti di lavoro distrutti dall´inizio della recessione in Italia. Come documentato ieri dall´Istat, si tratta per un terzo di contratti a tempo determinato.

Per quasi due terzi, invece, si tratta di contratti a progetto e lavori ai confini tra il lavoro autonomo e il lavoro alle dipendenze. Sono sempre i lavoratori temporanei, duali, a pagare il conto più salato anche se cominciano a registrarsi riduzioni di posti di lavoro tra i contratti a tempo indeterminato e sono quasi mezzo milione i cassintegrati a zero ore, come si può calcolare sulla base dei dati sulle ore di Cassa Integrazione dell´Inps. Questa crisi è già costata in termini occupazionali più di quella, pesantissima, del 1992-3. Anche per questo i consumi in Italia stentano a ripartire. Il miglioramento della congiuntura sin qui è stato in gran parte legato alla domanda estera. Dobbiamo ora sperare che il Bundestag approvi rapidamente i tagli fiscali proposti dai liberali tedeschi e farci trainare dalle esportazioni verso la Germania. Nel frattempo dovremmo concentrare le poche risorse disponibili nell´offrire coperture assicurative a chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo, mettendo dei soldi nelle tasche di chi non può che spenderli. La ripresa non cancella il problema: se il 2010 sarà sicuramente migliore del 2009, è comunque destinato a lasciarci in eredità un mercato del lavoro ancora a lungo molto difficile.
Mai una crisi era stata così diseguale nel colpire i giovani. La disoccupazione tra chi ha meno di 25 anni è balzata dal 18 al 27 per cento in solo un anno e mezzo. Il rischio di essere disoccupato è di 3,5 volte più elevato per chi è in questa fascia di età che per il resto della popolazione. Non c´è altro paese dell´Ocse in cui lo svantaggio relativo sul mercato del lavoro dei giovani sia così forte, nonostante sia sempre più basso (e minore che altrove) il numero di coloro che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro. Non è colpa della demografia, ma del mercato della lavoro duale. Il fatto nuovo di questa crisi è proprio il licenziamento massiccio dei giovani. È un problema sociale nuovo, cui non siamo minimamente preparati. I dati Istat ci dicono che solo il 10 per cento di chi ha perso il lavoro è oggi coperto da sussidi di disoccupazione e indennità di mobilità. Questo significa che l´estensione della Cassa Integrazione “in deroga” a lavoratori in passato non coperti da questi trattamenti è stato soprattutto un modo per prorogare i trattamenti a chi già li riceveva, lasciando fuori i soliti disoccupati di serie B.
Molto opportunamente l´Istat ha in questi giorni reso pubblici anche i dati sui salari netti percepiti da diverse categorie di lavoratori. Questi dati ci dicono che chi ha un contratto a tempo determinato guadagna un quarto in meno di chi ha un contratto a tempo indeterminato e ha la stessa età e lo stesso titolo di studio. Difficilmente potrà recuperare più in là questo svantaggio iniziale percependo salari più alti perché i lavoratori temporanei ricevono meno formazione (circa il 40% in meno) sul posto di lavoro degli altri. Una carriera lavorativa iniziata nel mercato del lavoro duale è così destinata ad offrire a 65 anni una pensione del 30 per cento inferiore a quella di un lavoratore con le stesse caratteristiche che abbia avuto la fortuna di iniziare fin da subito con un contratto a tempo indeterminato.
Solo in Italia questi rischi – perdere il lavoro, trovarsi senza lavoro e senza alcun aiuto dello Stato, essere pagato molto poco, essere condannato a pensioni al di sotto della soglia di povertà, non ricevere formazione – sono tutti inesorabilmente concentrati sui giovani. È un problema e che è stato sin qui colpevolmente ignorato dal governo, convinto che i costi sociali della crisi tra i giovani fossero marginali perché sono comunque aiutati dalle loro famiglie. Si sbaglia perché la disoccupazione tra i giovani non è più solo tra chi è in attesa di entrare nel mercato e vive ancora coi genitori. Si tratta sempre più di persone che hanno perso un lavoro magari trovandosi a centinaia (migliaia nel caso dei lavoratori immigrati) di chilometri dalla loro famiglia.
Chi oggi vuole davvero affrontare i problemi di coesione sociale nel nostro Paese non può perciò continuare a ignorare i problemi dei giovani. Come può esserci coesione sociale in un Paese che non dà speranze ai giovani?

La Repubblica, 18.12.2009

Ghizzoni: la maggioranza si divide sulla cittadinanza. Pdl e Lega Nord spaccati in Commissione

“La maggioranza e’ profondamente divisa sui valori e lo abbiamo visto oggi in commissione Cultura alla Camera dove la traballante solidita’ ha vacillato profondamente davanti alle condizioni poste al parere sulla cittadinanza per sanare il problema dei minori stranieri. Se questo e’ il preludio di quanto potra’ accadere in Aula, bhe’, allora c’e’ da allacciarsi le cinture di sicurezza perche’ ci sara’ da ballare. Per noi affermare i diritti dei minori migranti e’ una battaglia di civilta’ e spiace che sia stata liquidata con tanta superficialita’ in commissione affari costituzionali”. Cosi’ la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della
Camera, Manuela Ghizzoni commenta il voto della commissione Cultura e della commissione Affari costituzionali sulla cittadinanza.

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Cittadinanza/ Pd: Testo Bertolini è arretramento diritti. Amici: Unità maggioranza non regge, in Aula massima libertà. “E’ un arretramento dei diritti che viene imposto con uno strappo del tutto immotivato alla normale dialettica parlamentare visto che si tratta di un terreno su cui
si sarebbe potuti arrivare a stabilire un rapporto positivo tra maggioranza ed opposizione”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionale della Camera, Sesa Amici,
commenta il voto in commissione sulla cittadinanza. “Il Pdl – prosegue – si presenterà in aula con un testo che è un oggettivo arretramento dei diritti e che arriva addirittura a peggiorare la normativa vigente che introduce un vero e proprio percorso ad ostacoli per gli stranieri che non agevola di certo l’acquisizione della cittadinanza né l’attuazione di serie politiche di integrazione. Quanto accaduto in commissione Cultura è la prova che le difficoltà politiche della maggioranza non sono superabili con accordi e accordicchi e che il tentativo di arrivare con un testo blindato non regge alla prima prova dei fatti. Auspichiamo che nel corso del dibattito in Aula su un tema così rilevante, com’è il tema della cittadinanza, prevalga la
piena libertà di espressione dei deputati e non logiche di appartenenza”.

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CITTADINANZA: ZACCARIA(PD),SAREMO FANALINO DI CODA IN EUROPA
”Abbiamo votato contro il mandato al relatore, presenteremo una relazione di minoranza ed un testo alternativo”. Cosi’ il deputato del Pd, vicepresidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Roberto Zaccaria commenta il voto in commissione sulla cittadinanza. ”La Bertolini – aggiunge – si e’ schiacciata sulle posizioni leghiste senza aprire alcun confronto ed anzi liquidando con sdegno il parere della commissione Cultura ispirato dall’on. Granata. E’ un atteggiamento di totale chiusura ed e’ la plastica dimostrazione che per tenere il rapporto con la Lega il Pdl non da’ neanche spazio alla propria dialettica interna. Quel testo – conclude – e’ e resta una provocazione, un arretramento sul piano dei diritti civili che porta il nostro paese a divenire il fanalino di coda di tutta Europa in tema di cittadinanza”. (ANSA).

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IMMIGRATI: COSCIA(PD), SU CITTADINANZA BERTOLINI INSOFFERENTE DIALETTICA =
”E’ la Bertolini che non sa di che cosa sta parlando: la commissione Cultura e’ tradizionalmente attenta ai temi dei diritti di cittadinanza dei minori stranieri e lo dimostra il nostro voto che impegnava la relatrice a riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia, o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani residenti legalmente in Italia da almeno cinque anni. Si tratta di una condizione piu’ che ragionevole e questi atteggiamenti di stizza verso ogni forma di dialettica, interna od esterna che sia, sono il segnale che l’equilibrio della maggioranza e’ sempre piu’ fragile e che le divisioni sono sempre piu’ profonde”. Lo ha affermato la deputata del Pd componente della commissione Cultura della Camera, Maria Coscia, commentando la reazione di ”sdegno’ della relatrice Bertolini davanti alle condizioni espresse dalla commissione Cultura sul testo sulla cittadinanza.

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IMMIGRATI: SARUBBI(PD), SU CITTADINANZA VINCERA’ BUON SENSO =
”Almeno meta’ del Pdl ha capito che negare la cittadinanza ai bambini e’ una follia: il voto
bipartisan di oggi fa sperare che alla fine il buonsenso avra’ la meglio sulle tattiche politiche”. Cosi’ Andrea Sarubbi (Pd) commenta la decisione, da parte della Commissione cultura della Camera, di chiedere alla relatrice una modifica del testo base sulla cittadinanza. La Commissione cultura infatti, chiamata a esprimersi sulla proposta Bertolini, ha deciso di condizionare il parere favorevole all’apertura allo ius soli temperato, in linea con
quanto proposto dal disegno di legge Sarubbi-Granata. ”La motivazione, che ha trovato d’accordo tutta l’opposizione e parte della maggioranza, -spiega Sarubbi- e’ data dall’assoluta mancanza di riconoscimento del ruolo fondamentale che assume la scuola nel processo di integrazione dei ragazzi stranieri. La spaccatura che si e’ creata nel Pdl dimostra che la tattica politica e la propaganda crollano quando ci si trova di fronte ai problemi veri delle persone: penso in particolare a quegli 862 mila ragazzi nati qui, o arrivati in tenera eta’, che frequentano le nostre scuole, giocano con i nostri figli, e che reclamano per questo il diritto di essere in tutto uguali ai loro compagni. Quello che e’ successo oggi in Commissione Cultura -conclude Sarubbi- ci deve spingere a guardare con maggiore fiducia anche al dibattito in Aula”.

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CITTADINANZA. TURCO (PD): IN AULA PESSIMA LEGGE, DIMENTICA MINORI
“Purtroppo arriva in Aula una pessima legge che dimentica il problema fondamentale, che sono i seicentomila ragazzi adolescenti italiani di fatto, ma stranieri di nome e per la legge”. E’ quanto dichiara Livia Turco, responsabile del Forum Immigrazione del Pd, in merito alla legge sulla cittadinanza approvata oggi in commissione Affari costituzionali. “Il testo Bertolini-continua Turco- non corregge questa anomalia tutta italiana, che colpisce gli adolescenti e i
ragazzi. Ci batteremo strenuamente perche’ non passi un testo che rischia addirittura di peggiorare la situazione esistente per cio’ che riguarda i minori”.

“Cinema e fiction, ultima fermata. Il governo all’attacco finale”, di Gabriella Gallozzi

Per il cinema e la fiction indipendenti è l’ultimo colpo di scure: un ddl che abbroga la norma che stabilisce delle quote di cinema italiano nei n etwork e obbliga a reinvestire la pubblicità nelle produzioni nazionali. Ultima mazzata del governo contro quei «parassiti» del mondo del
cinema. Vi ricordate le sparate di Brunetta contro gli autori? E quelle di Bondi contro l’intero mondo dello spettacolo «genuflesso» davanti al presidente Napolitano? Come se non bastassero i drammatici tagli al Fus che hanno messo in ginocchio l’intero settore ecco arrivare sul piatto – questa mattina in Consiglio dei Ministri – un decreto legge trasformato in corsa in disegno di legge che ridisegnerà le regole della tv. E pure quelle di Internet
Ovviamente a vantaggio del nostro premier.
La questione che allarma oltremodo i produttori, soprattutto quelli indipendenti, infatti, è quella che riguarda la cosidetta legge 122, delle quote tv, introdotta da Veltroni nel ‘97 a tutela del prodotto audiovisivo italiano ed europeo. La norma in questione stabilisce che i network tv debbano trasmettere una quota fissa di fiction e film di produzione italiana
ed europea. E, inoltre, prevede che siano reinvestite nelle produzioni nazionali una parte degli introitipubblicitari. Ma ora il disegno di leggedel governo mira ad abrogare
questa norma, riducendo drasticamente gli «obblighi» delle tv nei confronti
di cinema e fiction, abbassando drasticamente le quote. «Se questo avvenisse – spiega Walter Veltroni – l’intera industria culturale italiana andrebbe a gambe all’aria. Nonostante
gli sforzi degli ultimi anni che, anche grazie alle fiction, hanno portato ad una rinascita del settore ». Aiutato, in questo caso dalla stessa legge che «feci introdurre io – prosegue Veltroni – quando ero ministro dei Beni culturali. C’è da augurarsi che il governo rimuova questo articolo e tuteli la nostra industria culturale che è anche parte del Pil».
Il colpo di man del governo prende le mosse dalla discussa direttiva europea, «Tv senza frontiere» sulle quote pubblicitarie, nata a tutela dei cittadini contro i trust. «Questo era
l’obiettivo originario della direttiva – spiega Beppe Giulietti dell’associazione Articolo 21 – ma in un’Europa in cui le destre hanno preso il potere, le cose sono andate lentamente
cambiando. Tanto più in Italia, unico paese d’Europa a vivere un tale conflitto di interessi, col monopolio di Berlusconi nel settore televisivo».
Prendendo la palla al balzo, nel tradurre in legge la direttiva, il governo
ha voluto «strafare». Assestando qua e là qualche punto a favore di
Mediaset. Per esempio, abbassando i tetti pubblicitari, per le tv a pagamento.
Sky, che fin qui può trasmettere spot per il 18% ogni ora, come Canale 5 o La 7, si vedrebbe limitata la quota al 12%.Mentre potrebbe salire la percentuale per le altre tv grazie all’applicazione del cosiddetto «product placement»: la messa in bella mostra dei marchi di fabbrica di qualunque oggetto figuri in questo o quel programma.
Insomma, dice Vincenzo Vita del Pd, «si tratta di una vera controriforma. Un abuso, un “eccesso di delega”, come si dice tecnicamente, attraverso il quale il governo vuol sovvertire le leggi vigenti. Se tutto questo andasse in porto sarebbe qualcosa di incredibile». Tanto incredibile che il disegno di legge ha suscitato giudizi negativi all’interno dello stesso
schieramento di governo. Luca Barbareschi del Pdl e Paolo Gentiloni del Pd hanno espresso il loro disappunto in una nota congiunta: «Riteniamo inaccettabile che la proposta
di decreto legislativo sulla tv possa tra l’altro azzerare le norme a sostegno della produzione indipendente – scrivono i due parlamentari in una nota -. Sarebbe inaccettabile sia nel metodo, visto che si tratta di un evidente eccesso di delega, sia nel contenuto, visto che il decreto sarebbe un colpo durissimo ad un settore strategico della nostra industriaculturale ».
L’Unità 17.12.09

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Un colpo di spugna che uccide la rinascita del cinema italiano, di G. Gallozzi
Il presidente dei produttori dell’ANICA Riccardo Tozzi, ha scritto una lettera al governo italiano “così si mette in ginocchio il settore dell’audiovisivo”

«Se di fatto, come previsto nel disegnodi legge del governo, venisse resa
inefficace la norma a sostegno della produzione nazionale, salterebbe tutta l’industria italiana dell’audiovisivo ». A lanciare l’allarme è Riccardo Tozzi, presidente dei produttori dell’Anica che, ieri, insieme all’Associazione dei produttori televisivi (Apt), ha inviato unalettera- appello al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che avrebbe espresso, lui stesso, «perplessità» sul disegno di legge. «In questi ultimi anni – prosegue Tozzi – questa normativa è stata alla base della ripresa sana del cinema e della fiction italiane, riavvicinando
il pubblico alle produzioni nazionali. Cancellarla in questo modo, con un colpo di spugna, senzauna riflessione approfondita con tutte le categorie del settore, sarebbe un vero atto
di rottura da parte del governo. E vanificherebbe in un solo colpo anni di lavoro, oltre che mettere in ginocchio definitivamente l’intero settore ».
Contro il disegno di legge che questa mattina sarà portato in Consiglio dei ministri si è schierato anche un membro del governo: Luca Barbareschi del Pdl che ha espresso tutto il
suo disappunto in una nota congiunta con Paolo Gentiloni del Pd. Un appello bipartisan, dunque, accolto favorevolmente dall’opposizione.
«Chiunque abbia a cuore le
sorti dell’industria cinematografica e dell’audiovisivo non può che condividere l’appello-denuncia lanciato dall’onorevole Barbareschi e dall’onorevole Gentiloni contro la ventilata ipotesi governativa di procedere ad una riduzione delle quote di produzione nazionale
prevista dalla normativa vigente», dicono Vincenzo Vita, senatore del Pd, e Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. «Se ciò dovesse accadere – continuano Vita e
Giulietti in una nota – sarebbe una vera e propria pugnalata alle spalle delle industrie del settore già duramente colpite dai continui tagli al Fus. L’associazione Articolo 21 metterà a disposizione di tutte le associazioni del cinema e dell’ audiovisivo il proprio sito ed i propri
legali per tutte le iniziative che decideranno di promuovere».
Intanto, ieri, dopo la generale levata di scudi, il governo avrebbe dato lo stop al «capitolo» del ddl relativo all’abbassamento dei tetti pubblicitari per le pay tv. Staremo a vedere.
L’Unità 17.12.09

“Ghizzoni e Relacci: ‘Il governo impedisce la discussione sui restauratori'”

“E’ un fatto gravissimo. Il Governo oggi si rifiuta di venire in Commissione per la risoluzione sulla questione dei restauratori e questo, di fatto, impedisce che la discussione possa avere luogo”, lo denunciano Ermete Realacci e Manuela Ghizzoni (PD) primi firmatari della risoluzione presentata a commissioni riunite dalle Commissione VIII e VII della Camera dei Deputati.

“L’assenza del Governo”, aggiungono Realacci e Ghizzoni, “è particolarmente grave vista anche l’ampia convergenza tra maggioranza e opposizione che si sta registrando sulla vicenda dei restauratori e vista l’urgenza della questione che per effetto delle nuove norme rischia di vedere esclusi migliaia di professionisti dalla possibilità di accesso al titolo di restauratore, depauperando il settore della forza lavoro oggi attiva nel settore e cancellando in un colpo solo un’intera generazione restauratori”.

“Ci auguriamo vivamente”, aggiungono i due esponenti del PD, “che il Governo cambi atteggiamento perché ci troviamo di fronte ad un rischio paralisi del settore e questo nonostante il nostro paese possa vantare una storia e una cultura del restauro di altissimo livello e di figure di straordinaria qualità ed esperienza.

“La professione di restauratore”, conclude Realacci che sul tema nei mesi scorsi ha presentato anche un’interrogazione parlamentare e una mozione in attesa di essere calendarizzata in Aula, “costituisce un patrimonio di sapere e di eccellenza inestimabile e garantisce all’Italia uno stabile primato mondiale nell’attività di restauro, conservazione e tutela del patrimonio storico-artistico, non solo nazionale, e rappresenta inoltre uno dei cardini della trasmissione della tradizione e del saper fare tipico degli antichi mestieri”.

17 dicembre 2009