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“Riforma superiori, si va verso il braccio di ferro”, di Alessandro Giuliani

Ha tutta l’aria di trasformarsi in un estenuante braccio di ferro – con Miur e Governo da una parte e i sindacati, opposizione politica, precari e studenti dall’altra – la decisione di far partire la riforma della scuola secondaria superiore già dal prossimo anno scolastico. Quando tutto faceva indurre a pensare che i giochi fossero fatti, con l’amministrazione incurante dei pareri, comunque autorevoli, espressi di recente dal Cnpi, dalle organizzazioni sindacali e dalle parti sociali, a rimettere tutto in discussione è stato il Consiglio di Stato: un organo super partes che nel sospendere il giudizio ha fatto emergere a chiare lettere dei “nodi” irrisolti (eccesso di delega da parte del provvedimento, invasione dell’autonomia scolastica, passaggio poco graduale) e dato un improvvisa dose di vitalità al folto popolo dei contrari. Negli ultimi giorni alle critiche immediate di Flc-Cgil, Gilda e Cobas si è aggiunto l’invio di una lettera ai vertici del Miur sottoscritta dagli altri maggiori sindacati della scuola ( la Cisl Scuola , la Uil Scuola e lo Snals-Confsal): con questa azione i tre leader – Francesco Scrima, Massimo Di Menna e Marco Paolo Nigi – hanno chiesto al ministro Gelmini, ma anche al capo di gabinetto, al capo dipartimento per l’Istruzione e al capo dipartimento per la programmazione economica del Miur, di sollecitare un incontro urgente al fine di verificare gli interventi che si intendono adottare per informare ed orientare le scuole in merito all’avvio del prossimo anno scolastico: ciò perché i sindacalisti ” non rilevano alla data odierna certezza sui tempi e sulle modalità di riordino del secondo ciclo di istruzione “.Oltre che agli appunti mossi dal consiglio di Stato (” che ha evidenziato l’esigenza di correttivi sull’impianto dei regolamenti “), i tre sindacati sinora apparsi più concertativi sembrano dare peso all’allungamento dei tempi delle risposte sulle bozze di riforma che sarebbero dovuti giungere tre settimane fa dalle Commissioni parlamentari. Cisl Scuola, la Uil Scuola e lo Snals-Confsal fanno inoltre rilevare al Ministero che ” ricevono quotidianamente dalle scuole e dal personale non poche segnalazioni sulle difficoltà in merito alla definizione dei Piani dell’offerta formativa ed alle informazioni da fornire alle famiglie ed agli studenti coinvolti nella scelta degli indirizzi e dei settori in cui proseguire gli studi. Tale incertezza – concludono – rischia di ingenerare forte confusione “.Chi invece sembrerebbe avere in tasca delle certezze, o quasi, sono i Cobas; che per lunedì pomeriggio, 21 dicembre, si sono dati appuntamento davanti al ministero dell’Istruzione per un brindare all’”assai concreta possibilità” di rinvio della riforma delle superiori e fare in modo che la protesta e la lotta riescano a “ rigettare in blocco – dice il portavoce Enrico Bernocchi – l’intero pacchetto di ‘Riforma’, ivi compresi i tagli previsti per tutti gli ordini e gradi di scuola ”.L’interpretazione dei Cobas, sull’ormai certo rinvio delle nuove superiori, ha trovato spazio anche in Parlamento: il 16 dicembre la capogruppo democratica nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni e il responsabile Scuola del partito, Giovanni Bachelet, hanno emesso un comunicato con cui hanno fatto sapere che ” il Governo ha accolto un ordine del Giorno del Pd che raccomanda l’uso di una parte delle somme dello scudo fiscale per compensare i mancati risparmi dovuti al rinvio del riordino della scuola superiore : ormai anche il Governo – hanno detto i due onorevoli del Pd senza giri di parole – riconosce che risulta sempre più evidente l’impossibilità di far entrare in vigore dal prossimo anno il previsto riordinamento della scuola secondaria superiore “.Il testo dei due parlamentari dell’opposizione è stato però subito smentito: attraverso una nota, divulgata pochi minuti dopo quella del Pd, il Miur ha precisato che ” le affermazioni di Manuela Ghizzoni e di Giovanni Bachelet sul rinvio della riforma dell’istruzione superiore, che rimane confermata per l`anno scolastico 2010-2011, e sull`utilizzo delle risorse ricavate dallo scudo fiscale sono destituite di qualsiasi fondamento “. Intanto fonti interne al Ministero dicono che per il ministro Gelmini sarebbe pronto a far slittare di un altro mese, a fine marzo, la scadenza per le iscrizioni al primo anno superiore. Il braccio di ferro è solo all’inizio.

Tecnica della scuola, 17 dicembre 2009

“Ricerca, sbloccati i fondi Mussi. Ma i posti saranno solo 900”, di Rosaria Amato

Manuela Ghizzoni (Pd): “Non c’è il cofinanziamento, i rettori sono scoraggiati dai tagli operati dal governo, e temono i costi del turnover”. L’ultima tranche dei fondi per la ricerca previsti dal regolamento Mussi, 40 milioni di euro, sono stati sbloccati dal ministero dell’Università e della Ricerca. Come aveva annunciato il ministro Mariastella Gelmini il 14 novembre, i fondi verranno trasferiti ai rettori in via amministrativa: il provvedimento non è previsto pertanto dalla Finanziaria 2010, approvata oggi. Ma la norma non soddisfa i ricercatori precari: “I concorsi risultano più che dimezzati rispetto alle previsioni, a causa dell’assenza del cofinanziamento”, dice Francesco Cerisoli, presidente dell’Associazione Precari della Ricerca-Apri. I posti banditi a concorso dovrebbero essere circa 900.

Inizialmente era previsto un cofinanziamento da parte delle università, e si era parlato a lungo di 4000 posti. Ma, nelle ultime settimane, molti rettori si sono tirati indietro: i tagli ai finanziamenti non lasciano molto spazio a nuove assunzioni, in tanti pensano all’utilizzo dei fondi per l’ordinaria amministrazione, o comunque pensano di bandire un numero inferiore di concorsi rispetto a quello previsto. Le assunzioni a tempo indeterminato implicano stipendi da pagare per anni, a fronte di trasferimenti sempre più risicati da parte del governo.

“Chiediamo al ministro Gelmini – dice Cerisoli – che fine abbiano fatto i 4000 posti da ricercatore sbandierati da mesi nelle interviste e nei comunicati stampa. Se questo è il “ricambio generazionale” annunciato dalla Gelmini, siamo di fronte ad un evidente fallimento della politica del ministro”.

“I posti non erano mai stati 4000, erano 2000. – rileva Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, che più volte nel corso dei lavori parlamentari aveva sollevato la questione dei fondi Mussi, anche con delle interrogazioni – Sarebbero diventati 4000 con il cofinanziamento delle università. Non ho ancora visto il provvedimento, ma deduco che il governo abbia fatto la scelta di finanziarne la metà, e che quindi non ci siano le quote cofinanziate”.

Colpa delle università, dunque? No, replica Ghizzoni: “E’ una responsabilità di questo governo, che ha messo i rettori in condizioni di tagliare, e quindi li ha messi nell’impossibilità di agire sul turnover. A pagare sono sempre i precari, l’anello più debole della catena”.
La Repubblica 17.12.09

“Aria calda e aria fritta”, di Mario Deaglio

Può darsi – anche se appare assai difficile – che, dopo le inaspettate dimissioni della presidente della Conferenza sul clima, i leader dei principali Paesi del mondo riescano ancora a stringersi la mano davanti alle telecamere di Copenhagen e a mettere la loro firma su un accordo di compromesso. Anche in questo caso ci troveremo di fronte a un risultato deludente: dopo i netti contrasti di questi giorni, un’eventuale intesa di facciata dell’ultima ora sarà poco più che «aria fritta», per usare una classica espressione italiana, o «aria calda», per usare l’analoga espressione inglese, del tutto appropriata a una conferenza sul clima.

Il messaggio che uscirà da Copenhagen pochi giorni prima del Natale sarà la fine, almeno temporanea, del «buonismo», o, se si preferisce, del buon senso, in materia climatica. E’ tramontata la speranza che l’evidenza dei dati scientifici e dei mutamenti facilmente verificabili si sarebbe imposta sugli egoismi e sulle miopie dei principali Paesi del pianeta; che i capi di questi Paesi, impauriti dall’arretramento dei ghiacci e dall’avanzamento dei deserti, si sarebbero solennemente impegnati a ridurre entrambi con l’adozione di misure adeguate. Al contrario, gli egoismi nazionali sono addirittura esplosi, e si è passati rapidamente dai discorsi sui principi e sul lungo periodo al litigio sui soldi (molto pochi in questo momento di crisi) disponibili nel breve periodo per arrestare questa minaccia planetaria.

Il clima sembra così essersi trasformato in un gioco a somma negativa in cui tutti escono con la faccia rossa. Primo fra tutti il governo danese, al quale la conferenza è scappata di mano, alimentando le accuse dei Paesi poveri di volerne «pilotare» le conclusioni in favore dei Paesi ricchi. I secondi a soffrirne sono indubbiamente i climatologi: grazie a uno sfortunato «incidente» sono state messe in rete le comunicazioni di posta elettronica di diversi scienziati, dai quali appare possibile che certi risultati siano stati «addomesticati» per dare maggior evidenza al fenomeno del riscaldamento globale, anche se questo non significa necessariamente che il riscaldamento stesso non esista. I non addetti ai lavori hanno così appreso che i dati «esatti» sulle temperature medie sono frutto di una «lavorazione statistica» e che i dati sulle temperature non sono, in definitiva, molto più precisi di quelli sui prezzi o sulla produzione. Se è vero che la crisi finanziaria dovrebbe insegnare un po’ di umiltà agli economisti, la crisi climatica che stiamo vivendo dovrebbe indurre gli addetti ai lavori a minori certezze e a una minore supponenza.

I peccati che si possono imputare ai meteorologi sono però, tutto sommato, ben più leggeri delle accuse che sono piovute sul capo dei politici dei Paesi ricchi. I Paesi emergenti li accusano di aver drammatizzato i dati sul clima per introdurre una sorta di «colonialismo climatico»: dopo avere allegramente inquinato il mondo per duecento anni, le grandi potenze dell’Occidente agiterebbero ora lo spettro del riscaldamento globale per frenare la gigantesca espansione produttiva della Cina, del Brasile e dell’India e bloccare così l’erosione del loro potere economico.

I Paesi ricchi avrebbero favorito il trasferimento nei Paesi poveri delle lavorazioni industriali più inquinanti e cercherebbero oggi di aiutare ancora una volta le proprie multinazionali, che hanno sviluppato le tecnologie del disinquinamento ambientale, a espandere la loro attività in tutto il mondo. Gli africani, poi, si sono espressi con particolare durezza denunciando di essere vittime di un nuovo tipo di sfruttamento in quanto i loro territori sono trattati troppo spesso prima come fonti di materiali da sfruttare senza alcun riguardo all’inquinamento e poi come pattumiere ecologiche in cui depositare i rifiuti di queste stesse materie prime lavorate altrove. Si tratta di accuse non infondate ma rivolte più al passato che al futuro. I Paesi emergenti dovrebbero rendersi conto che, indipendentemente dagli inquinamenti passati, il mondo non può permettersi di aumentare la quantità di materiali inquinanti immessi nell’ambiente. Agli africani occorrerebbe poi chiedere sommessamente perché, essendo indipendenti ormai da mezzo secolo, non usano meglio la loro indipendenza e continuano a peggiorare la situazione con guerre feroci tra di loro invece di svolgere azioni più coerenti per la difesa dei propri interessi comuni.

Mentre l’attenzione mediatica era concentrata su quanto stava accadendo nelle strade di Copenhagen, dove polizia e manifestanti si sono scontrati con particolare durezza, gli scontri più gravi avvenivano quindi nel chiuso delle stanze in cui si svolge la Conferenza. Quello che doveva essere un momento di unione e di solidarietà rischia di trasformarsi in momento di confusione, di polemiche, di ripicche. Da queste divisioni interne potrebbe derivare un altro ostacolo alla continuazione dell’attuale esperimento di globalizzazione: gli imprenditori europei, costretti a imponenti investimenti per rispettare i rigidi vincoli climatici decisi a Bruxelles hanno buon gioco a chiedere un «dazio ecologico» sulle importazioni provenienti da Paesi che non impongono simili vincoli e le relative spese. Per evitare di cadere in un baratro ad un tempo economico ed ecologico, tutti dovrebbero fare un passo indietro: si tratta di una splendida occasione per il presidente Obama, fresco di un (discusso) premio Nobel per la pace di dimostrare di avere veramente la statura di un leader mondiale.

La Stampa, 17 dicembre 2009

“Azzerata la cooperazione. Il governo italiano taglia i fondi”, di Umberto De Giovannangeli

Il «delitto» si è consumato. La partita si è chiusa. La Finanziaria «blindata » ha azzerato la Cooperazione allo Sviluppo. «Il voto di fiducia sulla Finanziaria ha spazzato via le proposte di emendamenti presentate in favore della Cooperazione allo sviluppo e vara un’altra Finanziaria all’insegno del suo azzeramento, nonostante le mozioni di maggioranza ed opposizione accettate dal Governo due mesi fa alla Camera, dove quest’ultimo si impegnava a riallineare la Cooperazione italiana alla dimensione europea». A denunciarlo è Maria Egizia Petroccione, portavoce del Cini (Coordinamento Italiano NetworkInternazionali). «Sulla Legge 49/87 sono previsti solo 326 milioni di euro, in termini reali, è il valore più basso dopo il 1996».

TRACOLLO ASSOLUTO Le assicurazioni del ministro degli Esteri, Franco Frattini, le promesse magnificate dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si sono dissolte come neve al sole di fronte a «Mister Tagli», al secolo Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Siamo alla Caporetto della Cooperazione. Al de profundis degli aiuti allo sviluppo. «Ci si allontana dunque sempre di più dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – rimarca la portavoce del Cini – se per il 2009 il rapporto Aps/Pil italiano sarà intorno allo 0,15%, nel 2010 non solo non si raggiungerà lo0,51%manon si toccherà neppure lontanamente la soglia dello 0,42% necessaria a far sì che l’Ue raggiungo l’obiettivo collettivo dello 0,56%». Le uniche novità per il mondo della Cooperazione allo sviluppo rispetto al testo della Finanziaria presentato in ottobre sono legate alla ripartizione del gettito dello scudo fiscale che ha permesso la reintroduzione del 5 per mille nel 2010, con un tetto massimo di 400 milioni di euro. Non viene però stabilizzato – avverte il Cini – lo stanziamento di 130 milioni di euro al ministero dell’Economia che consentirebbe di pagare circa metà del contributo italiano per il 2010 alla Banca Mondiale (410 milioni di euro su 825 milioni).

MAGLIA NERA IN EUROPA Resta invariato il quadro del ministero degli Affari Esteri: dei 326 milioni di euro stanziati, 123 milioni sono già impegnati per pagare le seconde e terze annualità delle iniziative deliberate nel 2008 e 30 milioni di euro saranno necessari per coprire le spese di funzionamento. La Direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Mae, potrà disporre quindi di soli 173 milioni di euro nel 2010 contro i 193 milioni dello scorso anno, «veramente troppo poco – rimarca Petroccione – per attribuire al ministero per gli Affari Esteri le competenze d’indirizzo della politica di Cooperazione allo sviluppo. Altro che Italia «generosa». Ma quale Italia che rispetta gli impegni presi nei consessi internazionali. La realtà è tutt’altra. Nell’anno contraddistinto dalle dichiarazioni internazionali sulla lotta alla fame, le risorse per il 2010 sono insufficienti per versare l’arretrato di 270 milioni di euro che, con la fine di quest’anno, l’Italia avrà maturato verso la Convenzione di Londra sull’aiuto alimentare per i Paesi in via di sviluppo, anche se la settimana scorsa al Senato il Governo aveva accettato di avviarne il progressivo ripianamento. «Per non disattendere completamente il dispositivo della mozione di metà ottobre, il Governo dovrà chiarire entro fine mese, in un atto di responsabilità e trasparenza, quali impegni internazionali in termini di Cooperazione allo sviluppo potrà onorare con le risorse finanziarie a disposizione», conclude la portavoce del Cini. Onorare gli impegni. Responsabilità. Trasparenza. Parole troppo grandi per una Finanziaria che ha «killerato» la Cooperazione allo sviluppo.

L’Unità, 17 dicembre 2009

“L’assalto ai giornalisti”, di Giuseppe D’Avanzo

Nemmeno il più ostinato pessimismo poteva attendersi che sarebbe durato un sol giorno lo sbigottimento e il dolore per il volto insanguinato di Silvio Berlusconi. Poche ore per sbarazzarsi, come di un ostacolo ingombrante, di ogni solidarietà umana, pensiero autocritico, reciproco invito a evitare il dissolversi di ogni legame comunitario, ad accettare una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune.

Il volto di Berlusconi, contorto dalla sofferenza inflittagli dalla violenza di un matto, avrebbe potuto (e dovuto) sollecitare ciascuno di noi a sentirsi communis, “colui che condivide un carico”, e tutti noi communitas allegata da un dovere, da un debito, dalla promessa di un reciproco dono (munus) che nessuno può tenere per sé. Quando è durato quest’incanto? Dieci ore, quindici? Appena i luoghi pubblici (il Parlamento, i talk-show televisivi) si sono riaperti, è ritornata la notte abitata dallo spirito di intolleranza, esclusione, violenza che appaiono il segno distintivo di questa cultura di governo. Chi ha armato la mano del matto? Chi è il mandante? Di chi è la colpa? E quindi chi deve essere sorvegliato, punito, imbavagliato, espulso? Quali sono i giornali, i giornalisti, i social network che devono ammutolirsi? Quali regole e controlli dare alle manifestazioni pubbliche? Quali sono i “padri” di quella “cultura responsabile del clima d’odio” da mettere all’indice (e c’è chi già elenca, incauto: Gobetti, Bobbio, Gramsci, Dossetti)?

Sono domande che ripropongono con un’eco funesta “una lotta politica recitata come una parodia dell’eterna guerra civile”. Esaltato da un rancore cieco, da un’inimicizia assoluta e irreparabile, il coro berlusconiano – animato in Parlamento da Fabrizio Cicchitto e, in Rai, da Bruno Vespa – elimina ogni differenza tra la critica legittima e l’aggressione violenta, tra il disaccordo ragionato e la destabilizzazione. Trasforma l’avversario politico in un criminale, il dissenziente in un terrorista. Il mestiere d’informare di Repubblica diventa “disegno eversivo”, minaccia per il legittimo governo del Paese, un intero gruppo editoriale – il nostro – agenzia ostile all’interesse nazionale, più o meno un’association politico-criminelle.

I toni, gli argomenti che si ascoltano hanno molto in comune a una caccia alle streghe. Chiunque in questi mesi si è sottratto alla nobilitazione dell’esistente, al racconto unidimensionale e autocelebrativo del soggetto centrale unico, detentore della verità e del potere, viene iscritto in una black list. Accade al Gruppo Espresso, al Fatto, a Santoro e ad Annozero, ai pubblici ministeri che hanno avuto la sventura di incontrare sulla loro strada il capo del governo o qualche suo amico. Per tutti si annunciano adeguati castighi.

Si distingue in questo lavoro prepotente Bruno Vespa, dimentico di quanta solidarietà e comprensione abbia circondato il premier. Estrapola, da un lungo ragionamento, una frase di Marco Travaglio e lo indica all’opinione pubblica come il mandante morale della violenza subita da Berlusconi. Con un’ipocrita sfrontatezza lo chiama al telefono, durante la trasmissione, per chiedergli se ha qualcosa da dire in quel processo ingiusto, improvvisato alle spalle di un imputato ignaro e assente, non sostenuto da alcuno dei presenti. È la mossa più barbarica cui si è assistito in queste ore. Il metodo e il giornalismo di Marco Travaglio sono discutibili come quelli di chiunque altro – e qui sono stati discussi con severità – , ma egli è soltanto un giornalista. Non ha alle spalle un partito o un’organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il Paese, è un’irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione, essere l’interprete migliore del monito pacificatorio del presidente della Repubblica.

La violenza e l’intolleranza di queste ore smascherano l’insincerità dei falsi pacificatori e ripropongono il paradigma di una politica che si alimenta non di unità, ma di divisione; non di ordine, ma di disordine. È un dispositivo di governo che giustifica e potenzia se stesso nell’eccitare i conflitti più aggressivi che circolano nella società, tra la società e lo Stato, nello Stato. Lungo queste continue “linee di frattura” che di volta in volta individuano un “nemico” (quanti ne possiamo contare dall’inizio della legislatura, dai “negri”, ai “froci”, ai “fannulloni”?), si potenzia un progetto politico che pretende di esercitare la sovranità senza limiti, in nome del “potere costituente del popolo”, con una “decisione” che lascia indistinto il diritto e l’arbitrio, l’eccezione e la regola. Il pazzo gesto di Massimo Tartaglia, rafforzato dalle emozioni che hanno smosso, appare al coro berlusconiano un’eccellente occasione per rilanciare l’obiettivo di ridurre i poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella figura di un premier che può fare a meno di ogni contrappeso, di ogni controllo di garanzia, di ogni soggezione alla legge. La follia di un uomo diventa addirittura l’opportunità per riscrivere il pactum societatis che definisce le condizioni del nostro stare insieme. Non si comprende che cosa c’entri il gesto di un matto con la necessità di una riforma costituzionale. Si comprende benissimo come, in questa metamorfosi della nostra democrazia, l’informazione possa essere un inciampo da rimuovere, un attore da minacciare, un “nemico” da indicare con nome, cognome e società di appartenenza alla vendetta del “popolo sovrano”. Già lo si è letto, purtroppo: “In una democrazia non spetta ai giornali giudicare chi governa”. Al contrario, noi crediamo che, quale che sia l’idea di democrazia che si ha in testa, tutti i modelli prevedono l’esistenza di uno spazio al quale i cittadini accedono attraverso lo scambio di informazioni e il confronto degli argomenti, per farsi un’opinione delle questioni di interesse generale.
Alimentare di informazioni la sfera pubblica, arricchirla di notizie, ragioni e argomenti è il nostro lavoro. Piaccia o non piaccia al piduista Cicchitto, al servizievole Vespa, al coro che si dice “della libertà”, continueremo a farlo.

La Repubblica, 17 dicembre 2009

“Bankitalia, per le famiglie ricchezza in calo del 2%”, di Stefano Lepri

Per la prima volta nel 2008 la ricchezza complessiva netta delle famiglie italiane è diminuita, -1,9%. La grande crisi produce anche questo; in termini di potere d’acquisto i nostri beni vanno indietro di cinque anni. E già va meno peggio di altri paesi, dove hanno perso di valore anche le case; per noi tutto il danno è dal lato delle attività finanziarie, a causa del crollo delle quotazioni nelle Borse. Nel primo semestre 2009, stima la Banca d’Italia, il calo si è arrestato.
Normalmente ogni anno le ricchezze nette (mobili e immobili meno debiti) si accrescono per il flusso di nuovo risparmio. Nel 2008 gli 88 miliardi di euro tesaurizzati sono stati inghiottiti dai 521 miliardi di riduzione di valore dei beni già posseduti. E’ il primo calo dal 1995, anno in cui la Banca d’Italia ha cominciato le rilevazioni. In tutto la ricchezza netta ammontava nel 2008 a 8.284 miliardi, ovvero circa 348.000 euro a famiglia, di cui circa 196.000 in abitazioni.
I patrimoni, si sa, sono più diseguali dei redditi, perché si ereditano. Il 10% più ricco delle famiglie detiene ben il 44% della ricchezza (con una media quindi di un milione e mezzo di euro ciascuna) mentre alla metà più povera tocca soltanto il 10% (media di 70.000 euro). Lo squilibrio, invariato negli ultimi anni, è il motivo per cui gli economisti consigliano di tassare anche i patrimoni; ma le imposte sui patrimoni appaiono impopolari.
E’ in leggero aumento, invece, come già negli anni precedenti a partire dal 2000, la quota di coloro che non possiedono altro che debiti, al 3,2% nel 2008. Al netto, la cifra di 8.284 miliardi di ricchezza totale risulta dalla differenza fra 9.089 miliardi di attività e 805 miliardi di debiti. Al valore delle attività, le abitazioni contribuiscono con poco più della metà, gli oggetti di valore appena per l’1,3%, il denaro contante per l’1%, i depositi bancari e postali per circa il 10%, i titoli per un po’ più dell’8%.
La crisi ha convinto a tenere più soldi in banca. Per prudenza, si capisce. L’incremento dei depositi è stato piuttosto forte, da 592,5 miliardi nel 2007 a 638,1 nel 2008. Anche i «soldi sotto il materasso» ovvero i contanti, mostrano un aumento sensibile. Praticamente tutto il calo nel valore dei beni posseduti, come è comprensibile, si concentra nelle azioni e nei fondi di investimento.
Nel confronto internazionale la ricchezza media degli italiani (pari a 7,6 volte il reddito lordo annuale) è in linea con Francia e Gran Bretagna, un po’ maggiore di quella della Germania, e nettamente superiore al Nord America (4,9 volte il reddito negli Usa, 5,4 nel Canada). Come è abbastanza noto, rispetto ad altri popoli gli italiani hanno una più spiccata preferenza per il «mattone» e allo stesso tempo sono più restii a indebitarsi (debiti pari al 74% del reddito disponibile annuo, contro 100% in Germania e Francia e assai di più nei apesi anglosassoni.
Commentando i nuovi dati della Banca d’Italia, i sindacati hanno messo in rilievo le disuguaglianze sociali. «E’ la fotografia di un paese cristallizzato» dichiara Agostino Megale, segretario confederale della Cgil, chiedendo «una politica economia e fiscale rivolta a contenere il peggioramento delle condizioni delle persone che si collocano nelle fasce di reddito medie e basse». La Uil lamenta che al contempo l’Italia sia «il paese con i salari più bassi d’Europa».

La Stampa, 17 dicembre 2009

“Le leggi per la Rete”, di Stefano Rodotà

L´Italia ha scoperto la Rete. Appena ieri era divenuta evidente per tutti la forza di Internet quando proprio da lì era partita l´iniziativa che era riuscita a portare in piazza un milione di persone per il “No B Day”.

Si materializzava così una dimensione della democrazia inedita per il nostro paese. Pochi giorni dopo quell´immagine appare rovesciata. Internet diventa il luogo che genera odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova interpretazione travolge quella precedente: il “No B Day” è presentato come un momento d´incubazione dei virus che avrebbero reso possibile l´aggressione a Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita alla violenza. Conclusione: la proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete , secondo un abusato copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a riflettere più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione politica e sociale a fatto d´ordine pubblico, limitando libertà e diritti.

Per fortuna, all´interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la pericolosità di questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini ha detto parole sagge: «Guai a promuovere provvedimenti illiberali. Le leggi già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete ». E la finiana fondazione FareFuturo evoca la “sindrome cinese”, la deliberata volontà di impedire che Internet possa rappresentare uno strumento di democrazia. Questi moniti, insieme a molti altri, sembrano aver trovato qualche ascolto, a giudicare almeno dalle dichiarazioni più prudenti del ministro Maroni.

Il tema della violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la questione della democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che sottopongono a controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una particolare eccezione per l´India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici sono distratti, che si sono arresi di fronte all´hate speech, al linguaggio dell´odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati per intervenire quando la libertà d´espressione si fa reato nel nuovo mondo digitale?

Vi è una vecchia formula che ben conoscono coloro i quali si occupano seriamente di Internet: quel che è illegale offline, è illegale anche online. Tradotto nel linguaggio corrente, questo vuol dire che Internet non è uno spazio privo di regole, un far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si applicano le norme che regolano la libertà di espressione e che già escludono che essa possa essere considerata ammissibile quando diventa apologia di reato, istigazione a delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo terreno dove sia costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di Internet non hanno impedito alla polizia postale e alla magistratura di intervenire per reprimere comportamenti illegali. Le conseguenze di questa impostazione sono chiare: no alla censura preventiva, comunque incompatibile con i nostri principi costituzionali; no a forme di repressione affidate ad autorità amministrative o riferite a comportamenti non qualificabili come reati; no ad accertamenti e sanzioni non affidati alla competenza dell´autorità giudiziaria.

Considerando più da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben consapevoli del fatto che le proposte di introdurre “filtri” all´accesso a determinati siti sollevano un radicale problema di democrazia. Chi stabilisce quali siano i siti “consentiti”? Qual è il confine che separa i contenuti liberamente accessibili e quelli illeciti? Il più grande spazio pubblico mai conosciuto dall´umanità rischia di essere affidato, all´arbitrio politico, che inevitabilmente attrarrebbe nell´area dei comportamenti vietati tutto quel che si configura come dissenso, pensiero minoritario, opinione non ortodossa. E la proposta di vietare l´anonimato in rete trascura il fatto che proprio l´anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È di questi giorni la denuncia di associazioni americane per la tutela dei diritti civili che accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti sociali come Facebook e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di opposizione. Non è la privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua stessa libertà, e dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.

Certo, i gruppi che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto. Ma bisogna conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente inaccettabili, ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società, che richiede attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva, pericolosa e inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di aggirare questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti fondamentali, ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi, dando così permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via via che si allontana l´occasione che li ha generati.

Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia, quella che induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of Rights o che ha spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass Sunstein, a proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o contenuti debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l´esistenza di siti con contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi immediatamente.

La Repubblica, 17 dicembre 2009