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“Università, più fondi per crescere”, di Juan Carlos de Martin – La Stampa 04.08.15

Ottimo articolo. Semplice nella prosa senza rinunciare a contenuti complessi. Lo consiglio a chi ha pregiudizi, ancora oggi, nei confronti del nostro sistema universitario. E a chi deve assumere – a breve – le decisioni per la prossima legge di stabilità: se ci interessano davvero il futuro è la crescita del Paese, allora non possiamo più permettersi di non incrementare i finanziamenti agli atenei.

La Stampa
Università, più fondi per crescere
Il primo dato è che l’università italiana è chiaramente sottofinanziata rispetto ai partner europei. Lo è da sempre, ma dal 2008 la situazione è ulteriormente peggiorata

juan carlos de martin

L’Università italiana deve migliorare? Deve essere valutata? Ha bisogno di nuove idee per il futuro? In tutti e tre i casi la risposta è un sonoro «sì», un «sì» sul quale concordano tutti, dai professori ai politici, dagli studenti, alla società civile. Esclamato «sì», però, il dibattito inizia subito a ingarbugliarsi, generando molto più calore che luce.

Il problema, infatti, sta a monte, ovvero, nell’analisi della situazione: qual è lo stato dell’Università italiana? Insufficiente, discreto, ottimo? I numeri e le statistiche cosa dicono, anche guardando al contesto internazionale? Solo partendo da una solida base fattuale è possibile condurre una discussione produttiva. E allora proviamo a mettere in fila alcuni dati essenziali.

Il primo dato è che l’università italiana è chiaramente sottofinanziata rispetto ai partner europei. Lo è da sempre, ma dal 2008 la situazione è ulteriormente peggiorata. Questo è un dato fondamentale per capire la situazione, un dato che non si può liquidare dicendo: «Sì, d’accordo, ma a parte quello…». No, non possiamo mettere da parte nulla; parlare di finanziamenti, infatti, è come chiedersi se il campione che rappresenta l’Italia alle Olimpiadi può permettersi scarpette da corsa o se deve invece correre con gli zoccoli. Chi direbbe nel giudicare un corridore: «Sì, va bene, ma a parte gli zoccoli…?» Nessuno.

Il secondo dato è che – nonostante il sottofinanziamento – la produzione scientifica italiana è al livello delle più ricche Francia, Inghilterra, Germania. Qualcosa evidentemente funziona nelle università italiane, come peraltro dimostrato anche dalle migliaia di giovani ricercatori che, costretti a emigrare, vengono assunti dalle migliori università straniere. Il terzo dato è che in Italia ci sono pochi laureati – non troppi. Così pochi che, se continuiamo così, presto saremo l’ultimo paese Ocse per quantità, scavalcati persino dalla Turchia.

Il quarto dato è che le università in Italia sono probabilmente un po’ meno di quante dovrebbero essere – non troppe come spesso si dice. In Italia, infatti, ci sono un milione 700 mila studenti. Questi studenti secondo la Commissione Europea dovrebbero frequentare una rete di università distribuite su tutto il territorio nazionale (e non solo in alcune regioni) e ciascuna università dovrebbe avere non più di 20 mila studenti per essere in linea con le migliori pratiche internazionali. Secondo questi parametri, in Italia dovrebbe esserci 85 università, ovvero, una ventina di più di quelle che ci sono in questo momento (non contando alcune piccolissime realtà).

Il quinto e ultimo dato, ovvero, le classifiche internazionali. È un dato storico incontestabile che l’Italia non ha mai avuto università «dominanti» come Oxford e Cambridge nel Regno Unito o Harvard e Stanford negli Usa. Il sistema universitario italiano, pur con numerosi atenei dalla storia prestigiosa, è sempre stato distribuito, non concentrato, un mix di vari livelli di qualità, gomito a gomito, a seconda dei dipartimenti, se non dei corridoi. E’ un difetto? Per le classifiche internazionali sì, visto che misurano le cosiddette «eccellenze» (peraltro suscitando molti e fondati dubbi metodologici). Ma se le classifiche misurassero invece il livello medio dei sistemi universitari nazionali, l’Italia reggerebbe tranquillamente il confronto con i principali paesi europei.

Dunque tutto bene? Certamente no. Come dicevo all’ inizio, infatti, tutti concordano sul fatto che la situazione è senza dubbio migliorabile. Potremmo innanzitutto portare il finanziamento alle università almeno alla media europea. Potremmo definire forme di valutazione di ricerca e didattica discusse e condivise dalla comunità accademica, non imposte dall’alto come adesso. Potremmo identificare modi per aiutare le sedi universitarie in difficoltà a migliorare, invece di tagliar loro i fondi, innescando una spirale perversa. Insomma, un dialogo serio e costruttivo sul futuro dell’università è possibile e urgente. Ma riusciremo a farlo solo se ci baseremo sui fatti e se rinunceremo alle scorciatoie. Come amava dire il grande giornalista americano H.L. Mencken: «Per ogni problema complesso esiste una risposta chiara, semplice – e sbagliata».

“Il libro di carta, i nativi digitali e la libraia di Messina”, di Roberto Napoletano – Il Sole 24 Ore – 02.08.15

«Vagavo da un anno per le scuole e sentivo che qualcosa non tornava. La relazione con i nativi digitali incalzava, e io continuavo a promuovere la lettura come venti anni fa. Mi sono interrogata più volte su quale fosse il mio ruolo, cosa poter dire a un nativo digitale per creare nella sua mente e nel suo cuore uno spazio al libro di carta, alla lettura tradizionale, lenta e profonda. Li ho guardati negli occhi i ragazzi, li vedevo agitare le loro dita svelte sulle tastiere dei telefonini, leggevo i loro commenti sulla rete, li spiavo per non arrendermi. Questo ho fatto in questi ultimi due anni mentre un pezzo di certezza storica del mercato crollava sotto l’effetto della crisi. Ma ciò che più mi angosciava era il sentire con assoluta chiarezza che mediare lettura come fatto fino a ora non potrà più funzionare per il futuro. Quest’anno rilancio. Ho intuito la direzione da intraprendere e resto a scuola, con coraggio, senza abbandonare il campo tra nativi digitali, io immigrata digitale prestata all’opera, in un mondo che è cambiato in maniera sostanziale e che ha bisogno di una misura tra vecchio e nuovo. La lettura di libri per esistere ha bisogno di un sostegno che possa integrare vecchie modalità e nuovi valori, ecco la sfida».
Questo estratto di una lettera lunga, ma piena di passione, che ha il ritmo della vita e non stanca mai, appartiene a Daniela Bonanzinga, 53 anni, entrata nella libreria di famiglia a Messina, in via dei Mille, esattamente trenta anni fa con in tasca una laurea in lettere conseguita in tre anni e mezzo e il desiderio coltivato da bambina di perdersi tra una pagina e l’altra, di trasmettere la forza viva della lettura, fare un ponte tra scuola e libreria, genitori e figli. Avere raccontato la settimana scorsa la storia di Elisabetta Balduzzi, la libraia di Voghera che è diventata editore, mi ha consentito di “viaggiare” grazie alla posta dei lettori da un capo all’altro del Paese con i mille racconti dei mille angoli delle librerie indipendenti, dove la fisicità del libro persiste e il fascino della lettura e del consiglio d’autore s’incrociano, preservano un incanto tipicamente italiano, in particolare della sua provincia, e di una certa borghesia.
Ringrazio tutti e non mi stancherò mai di ripetere che le librerie indipendenti sono il cuore e l’anima della cultura di questo Paese, ne custodiscono qualcosa di prezioso perché mettono insieme la profondità della conoscenza e le pulsioni dei territori e delle loro famiglie, il fascino discreto di tanti, piccoli scrigni che custodiscono valori e memoria, scienza e economia, letteratura, filosofia, emozione e tanto altro. Ho scelto, però, di raccontare la storia di Daniela Bonanzinga, libraia di Messina da sempre, perché mi intrigano il suo racconto, la sua storia e la sua voglia di futuro, l’ostinazione di volere continuare a far dialogare la scuola e la libreria, il desiderio assoluto di riuscire a parlare ai nativi digitali, farli entrare nel libro della storia. Si percepisce la determinazione a ripetere con loro l’esperimento di molti anni fa da lei stessa tenacemente perseguito con il progetto “la libreria incontra la scuola” (leggere con “il cervello emotivo”, cioè, leggo per conoscere, mi emoziono e, quindi, conosco) dove la lettura «è mediata da attività creative» che spingono gli studenti a esprimersi con il loro linguaggio, a restituire proprie interpretazioni, a tornare ad innamorarsi della lettura, e fa finalmente dialogare insegnanti, studenti e genitori.
L’esperimento è riuscito, cinema e teatri stracolmi di studenti-lettori, incontri con autori che scaldano i cuori del pubblico, emozionano e conducono così alla lettura, la libreria e la scuola che «per una volta viaggiano insieme» e toccano le coscienze. Ora Daniela si è messa in testa di parlare ai nativi digitali, e lo vuole fare a modo suo: «Direttore, mi sono detta, ma come possiamo pensare di imporre a questi ragazzi la nostra arroganza intellettuale da vecchi bacucchi? Dobbiamo ascoltare molto e poi parlare, dobbiamo dimostrare prima a noi stessi e poi agli altri che il “commercio fisico” del libro è una realtà importante…», è bello constatare che tutto ciò viene da una libraia di Messina, la porta della Sicilia, per una volta il modello del cambiamento non arriva dal Nord. Non lo dice, ma è come se volesse dire, fatemi entrare un’altra volta nel mondo della scuola e vedrete che cosa succederà. Non so se i nativi digitali potranno amare davvero il vecchio, caro libro di carta, ma la sfida dei valori merita di essere combattuta, per noi e, soprattutto, per i nostri figli. È bello, ripeto, che questa sfida parta da Messina, dalla centralissima via dei Mille, in una libreria che ha mezzo secolo di vita, con una libraia laureata in lettere e innamorata del suo mestiere come fosse il primo giorno. Risento la voce di Daniela: «Dobbiamo porci molte domande, invece che abbracciare finte verità, mi creda, a salvare il libro di carta potranno essere solo i ragazzini se li sapremo ascoltare». Mi sembra un buon inizio di una sfida temeraria e ho voglia di spronarla, speriamo che il tempo sia galantuomo e ripaghi tanto coraggio.

Bosco Albergati, domenica si parla della Resistenza con Manuela Ghizzoni – comunicato stampa – 01.07.15

Si parlerà della Resistenza e delle difficili scelte compiute da quella generazione di giovani, la sera di domenica 2 agosto, alla Festa Pd di Bosco Albergati grazie al libro “L’inverno di Diego – le quattro stagioni della Resistenza” di Roberto Baldazzini. A discuterne con l’autore la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni. Inizio alle ore 21.00. Per lo spettacolo, alla Tenda della Paninoteca Circus l’originale spettacolo di cabaret “La solita truffa” (ore 22.00).

“L’inverno di Diego – le quattro stagioni della Resistenza”: è questo il titolo del libro al centro dell’incontro pubblico organizzato per la sera di domenica 2 agosto presso la Festa Pd di Bosco Albergati, in corso di svolgimento nell’area di via Lavicchielle, a Cavazzona di Castelfranco Emilia. A confrontarsi sui temi legati alla Resistenza e alle difficili scelte compiute da quella generazione di giovani così magistralmente descritta nella graphic novel di Roberto Baldazzini, saranno lo stesso autore e la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Cultura della Camera. L’appuntamento promosso in collaborazione con l’Anpi di Castelfranco è fissato per le ore 21.00 nella piazza “Il centro della Terra”. Alla Sala conferenze, invece, la rassegna Boscobios, in collaborazione con Terra Nuova, presenta l’incontro dal titolo “Si scrive energia, si legge democrazia: esperienza di partecipazione attiva nella produzione e vendita di energia rinnovabile”. Si inizia alla ore 21.00. Stessa ora, ma alla Ludoteca, dalle ore 21.00, l’Associazione La Garisenda porta in scena lo spettacolo di burattini “Fagiolino e Sganapino sentinelle per un giorno”.

Per la pagina dello spettacolo, la tenda della Paninoteca Circus ospiterà l’originale spettacolo di cabaret dal titolo “La solita truffa” con Davide Dalfiume, Marco Dondarini, Luciano Manzalini e Maurizio Grano. L’inizio è fissato per le ore 22.00. Alla Balera, invece, dalle ore 21.00, si esibirà l’orchestra di Maurizio Guzzinati, mentre, dalle 21.30, al Bosco Latino è tempo di “Latin Dance”. Infine, In funzione i ristoranti della Festa.

“Istruzione, la sfida è generare valore”, di Giovanni Lo Storto – Il Sole 24 Ore 31.07.15

Avere più giovani e meno giovani laureati significa, per il Paese, costruire più progresso sociale ed economico. È un obiettivo ragionevole; che l’Europa ci indica ormai da anni. Purtroppo, non stiamo mettendo in campo politiche adeguate per conseguire questo risultato (che ci aiuterebbe anche ad uscire dalla crisi).
Occorre intervenire sul settore universitario (anche in questo blog abbiamo indicato diverse strade) e su quello del lavoro. Se no il rischio, come scrive Lo Storto, è di formare laureati che porteranno le loro competenze e talenti all’estero

Istruzione, la sfida è generare valore

di Giovanni Lo Storto*

Il mondo è cambiato. Anche quello del management lo è: chi ha più esperienza, magari decennale, si sta “abituando a essere sorpreso” dai giovani capaci di proporre nuove idee e progetti mostrando un video sui loro tablet e utilizzando forme e linguaggi inediti (o inauditi) fino a poco tempo fa. Dietro a questi cambiamenti, per così dire “formali”, si percepisce tuttavia una mutazione più profonda, perché quello che ci colpisce davvero, oltre alla tecnologia, è la capacità di essere efficaci. Ma come si acquisisce questa efficacia? È possibile apprenderla in qualche modo? Domande come queste pongono sfide complesse a chi si occupa di istruzione.

Se a livello specialistico il dibattito sul ruolo e le modalità dell’insegnamento universitario va avanti ormai da diversi anni, la discussione inizia a spostarsi a livello “popolare” in modo sempre più evidente. La prestigiosa New York Review of Books, in un lungo articolo a firma Andrew Delbanco pubblicato a inizio luglio, ha portato all’attenzione del grande pubblico lo stato dell’arte della ricerca statunitense sull’istruzione universitaria. Ne risulta un quadro preoccupante: non solo la carriera universitaria non sembra essere più garante della futura carriera professionale degli studenti, ma gli alti costi delle rette e svariati problemi strutturali (legati per esempio alla incapacità del sistema di istruzione statunitense di garantire uguali opportunità per tutti: gli studenti provenienti da famiglie abbienti sembrano avere più facilmente accesso a carriere remunerative dei loro colleghi meno fortunati) rischiano di far sì che l’esistenza stessa del college diventi un fattore che crea disuguaglianza nella società, piuttosto che un elemento propulsivo per la sua innovazione. Se questo accade negli Stati Uniti – con tutte le particolarità di quella grande nazione e del suo sistema di educazione superiore – non significa che in Europa possiamo dormire sonni tranquilli. Il sistema didattico ed educativo attraversa anni di profonda revisione e innovazione anche nel Vecchio Continente. Anche da noi, sono sempre più frequenti gli appelli – a ogni livello – a “cambiare l’educazione”. Intellettuali prestigiosi, europei o molto ascoltati da questa parte dell’Oceano (due nomi tra i tanti: Martha Nussbaum e Edgar Morin), si sono spesi a sostegno di una educazione che riconsiderasse il valore delle materie umanistiche o sottolineasse l’importanza di apprendere, negli anni della formazione, competenze di norma non affidate alla scuola o all’università. Si tratta di competenze quali “comprendere” e “conoscere” a livello non nozionistico, non subire l’incertezza ma essere in grado di negoziare con essa, saper ragionare ed essere disposti al confronto, e altre ancora. In una parola, è necessario oggi imparare a “vivere”. Ma questo significa superare l’insegnamento universitario? Gli Atenei, dunque, non servono più?

Niente di più sbagliato. Gli indicatori dimostrano che più laureati significa non solo, in astratto, innovazione e progresso ma, molto concretamente, un notevole progresso del Pil. Il rapporto “People First”, presentato da Confindustria nel marzo 2014, mostrava che se l’Italia portasse il suo grado di istruzione al livello dei Paesi più avanzati (meno del 24% degli italiani tra i 30 e i 34 anni è in possesso della laurea, ciò che rappresenta il peggior risultato nei paesi UE, contro una media europea del 38% – dati Eurostat, aprile 2015) , nell’arco di 10 anni, si avrebbe un progresso del Pil pari al 15%, ossia 234 miliardi in termini reali. Se l’Europa oggi ci chiede con forza di raggiungere la media entro il 2020, questo significa un gap del 16% da colmare in poco più di cinque anni. Un obiettivo che può sembrare terrificante, e che pure deve essere raggiunto per evitare che il nostro Paese accumuli ulteriore ritardo. Contaminazione tra i “mondi” dell’istruzione e del lavoro, educazione che non tenga conto soltanto delle nozioni tecniche e specialistiche devono così diventare le parole d’ordine di una Università che non soccomba al cambiamento, ma mutando essa stessa diventi laboratorio e incubatore di innovazione e crescita. Ma attenzione: negli ultimi anni abbiamo osservato crescere il numero dei laureati italiani che si trasferisce all’estero (quasi uno su quattro nel 2013, e in forte aumento rispetto al passato – dato Istat), mentre cresce da noi la percentuale di giovani (25-34) che, pur possedendo un titolo di istruzione superiore, svolge una mansione al di sotto della propria qualifica (erano il 30,5% nel 2012 – fonte Eurostat -, dato che rappresentava il quarto peggiore in Europa dopo Spagna, Cipro e Irlanda). A fronte di questo, la capacità di attrazione di studenti stranieri rimane tra le più basse al mondo (2% nel 2012 – fonte OCSE-Unesco, contro ad esempio il 6% di Germania e Francia, il 13% del Regno Unito e il 16% degli Stati Uniti), e se il numero di laureati stranieri che arrivano in Italia appare in crescita (3% nel 2013 secondo il XVI Rapporto Alma Laurea), occorre ancora verificare quanti di loro svolgano effettivamente mansioni adeguate al titolo conseguito. Dobbiamo stare attenti, in poche parole, che produrre più laureati da qui al 2020 e oltre non significhi soltanto ingrossare le fila dell’esodo, senza peraltro un adeguato “interscambio”. Agire sull’istruzione superiore dandole ulteriore impulso, quindi, ma di concerto con adeguati interventi sul sistema, che permettano di “trattenere” i talenti e attrarne di nuovi da noi.

*Direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli di Roma

Cpl, parlamentari Pd “Si attivi immediatamente la Cigs” – comunicato stampa – 31.07.15

I parlamentari modenesi del Partito democratico Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari intervengo all’ indomani dei recenti incontri, prima in Prefettura a Modena poi al Ministero del Lavoro a Roma, sul futuro della Cpl Concordia. Ecco la loro dichiarazione:

“Quello che emerge con chiarezza dai due recenti incontri sul futuro di Cpl è la condivisa volontà di salvaguardare un’azienda, che rappresenta, è sempre opportuno ricordarlo, un importante segmento nel tessuto economico della nostra provincia e una realtà produttiva di rango nazionale. Impegno ripetutamente espresso da tutte le parti coinvolte, Governo incluso, in questa delicata vicenda anche nelle ultime ore, che non possiamo che commentare in modo positivo. Detto ciò, pare altrettanto evidente come dalla riunione di giovedì scorso, 30 luglio al Ministero del Lavoro debba fare quanto prima seguito l’attivazione degli opportuni ammortizzatori sociali, che non potranno che essere, per noi, nazionali, considerando il profilo dell’azienda in questione. Impensabile che possano essere singoli tavoli regionali a farsi carico della vicenda: operando Cpl in ben 18 regioni italiane, la Cigs su base nazionale pare essere lo strumento più idoneo a rispondere alle attuali difficoltà della società. Auspichiamo che entro qualche giorno, così come lo stesso Ministero si è impegnato a fare, possano essere svolti gli approfondimenti del caso e soprattutto trovata una soluzione coerente e condivisa per superare le difficoltà tecniche emerse inaspettatamente e alla base dell’attuale ritardo nell’accoglimento della domanda. Resta per noi comunque chiaro come per il futuro dell’azienda sia altrettanto indispensabile poter tornare a pieno titolo sul mercato. Le scelte operate dall’azienda per segnare una netta discontinuità gestionale e riconosciute da Cantone, possono consentire il superamento in tempi ragionevoli dell’interdittiva antimafia che pone attualmente Cpl fuori dalla white list. Senza questo approdo si rischia di vanificare il positivo lavoro fatto sia dai commissari sia dai soci della cooperativa, impegnati a mettere in pratica tutte le azioni necessarie per avviare un nuovo corso rispetto al passato.

Dipendenti del Fermi, Muzzarelli al Governo “Serve intervento urgente, così non può continuare” – comunicato stampa – Provincia di Modena 30.07.15

«Non possiamo continuare a gestire e a sostenere i costi del personale del Fermi che non è più collegato con le nuove funzioni della Provincia. Con responsabilità garantiremo il regolare avvio dell’anno scolastico ma il Governo deve risolvere questo problema». E’ questo, in sintesi, il contenuto della lettera che Gian Carlo Muzzarelli, presidente della Provincia ha inviato al presidente del Consiglio Renzi e al ministro Madia, a proposito della situazione dei 55 dipendenti tra docenti e personale tecnico, amministrativo e ausiliario dell’istituto Fermi, tuttora dipendenti della Provincia.
«Vogliamo evitare – afferma Muzzarelli – di essere costretti, applicando le norme nazionali, a dichiarare in sovrannumero i 55 dipendenti dell’istituto Fermi ancora in carico alla Provincia. Vista l’attuale situazione finanziaria dell’ente, per scongiurare che ciò avvenga, il Governo deve intervenire».
La situazione dell’ente è stata illustrata nel corso di un incontro che si è svolto giovedì 30 luglio per informare il dirigente scolastico dell’istituto Maria Cristina Zanti su come la Provincia si stia impegnando per risolvere la situazione anche attraverso l’azione sul Governo dei parlamentari modenesi.
Come conferma, infatti, la deputata Manuela Ghizzoni «stiamo da tempo pressando il Governo affinché intervenga per risolvere questa situazione, alcuni passi avanti ci sono stati ma non è ancora sufficiente. Occorre salvaguardare un patrimonio professionale importante che opera all’interno di un istituto storico per tutto il territorio modenese».
Come prevede la legge, la messa in sovrannumero aprirebbe la procedura per la mobilità al fine di collocare i dipendenti presso altri enti o istituti, per Muzzarelli un’ipotesi da evitare ma che solo il Governo può scongiurare.
«Nessuno perderà il posto – aggiunge Muzzarelli – e continueremo a corrispondere gli stipendi, tuttavia non possiamo permetterci di continuare a sostenere una spesa di oltre due milioni e mezzo di euro all’anno, quanto costano alla Provincia i dipendenti, quando non abbiamo le risorse per le manutenzioni scolastiche o per chiudere le buche sulla viabilità provinciale».
Il problema del Fermi fa parte di un pacchetto di richieste al Governo da parte della Provincia per garantire il corretto funzionamento dell’ente, dopo i pesanti tagli alle risorse decisi con la legge di Stabilità, senza una conseguente riduzione delle competenze e passaggio del personale ad altri enti: oltre al Fermi, le richieste riguardano il passaggio dei dipendenti dei Centri per l’impiego e quelli della Polizia provinciale.

“L’Italia ha un tesoro. Da proteggere”, di Armando Torno – Il Sole 24 Ore 26.07.15

Hervé Barbaret, sino a qualche giorno fa amministratore generale del Louvre, sosteneva che ogni euro investito in cultura ne genera altri dieci sviluppando turismo, commercio e servizi. L’indotto economico di un teatro non è da meno. E così va detto di cattedrali e santuari, di siti archeologici. L’unico problema è che in Italia sovente ci si dimentica di tutto questo; anzi non manca chi crede che la cultura sia soltanto un costo (da tosare quando mancano i soldi per far quadrare i bilanci dello Stato) e, soprattutto, ha un difetto: “non si mangia”.
Eppure il nostro Paese è seduto su un tesoro unico al mondo. Abbiamo oltre 46mila beni architettonici, 4.588 musei e istituti similari (con 240 aree archeologiche e 501 monumenti o complessi monumentali), 12.700 biblioteche e ben 51 siti Unesco (dei 1.031 riconosciuti). Possediamo più teatri lirici di ogni altro Paese d’Europa e ci sono luoghi in Italia che in meno di un chilometro quadrato hanno visto più storia e causato più emozioni che intere regioni della Germania. Esempi? Basti ricordare la sola Valle dei Templi di Agrigento o Pompei (nonostante i recenti scioperi) o il Teatro greco di Siracusa (sulle cui gradinate si sedette Platone).
Il vero problema – ora che sono cominciate le grandi vacanze – è che questo immenso patrimonio, oltre che fatto conoscere ai flussi turistici di tutto il mondo, dovrebbe essere protetto con strumenti adeguati alle nuove tecnologie. Invece in Italia è possibile rubare senza problemi – come è avvenuto lo scorso anno a Modena – un quadro del Guercino, nella chiesa di San Vincenzo a due passi dal tribunale. Non c’era un sistema d’allarme? E, se fu istallato, perché non era attivo?
Abbiamo rivolto queste domande a Carlo Hruby, vicepresidente operativo della fondazione omonima che ha realizzato numerosi progetti di protezione in tutta Italia: dalla Sindone di Torino alle Biblioteche Vaticana e Ambrosiana, dalle Torri di Bologna alla Basilica Palladiana di Vicenza alla Lanterna di Genova. Oltre i dati positivi (nel 2014 si è registrato un più 6,2% di visitatori nei musei rispetto al 2013, mentre il turismo culturale è in crescita: nel 2013 c’è stato un 3,6% in più rispetto al 2012), le preoccupazioni di Hruby sono rivolte ai costi della “non sicurezza”. Ci confida: «Nel 2014 i carabinieri hanno recuperato 135.683 beni trafugati, per un valore stimato di circa 80 milioni di euro. Il dato dimostra l’eccellenza del lavoro della Forze dell’Ordine e, al tempo stesso, la debolezza delle protezioni adottate». Insomma, «protezione e valorizzazione sono due concetti strettamente legati». Più pubblico dovrebbe equivalere a maggior sicurezza.
Oggi le nuove tecnologie hanno messo a disposizione prestazioni che sino a qualche decennio fa si vedevano soltanto nei film di James Bond. I costi di istallazione? Sono inferiori senz’altro a quelli necessari per recuperare molte opere rubate (quando si riesce), ma sono anche alla portata di istituzioni non ricche per la forte evoluzione di elettronica e informatica. Del resto, qualcuno ricorderà i prezzi dei primi telefonini (e la loro ingombrante massa): paragonandoli a quelli odierni ci si può fare un’idea. Esistono analisi video che consentono controlli capillari altamente affidabili e che si possono utilizzare anche per protezioni antiterroristiche. Per esempio, il cosiddetto “Panic Disorder” rileva e segnala improvvise e anomale variazioni di velocità e/o accelerazione di soggetti all’interno di aree virtuali; il “Gate Flow” è in grado di conteggiare e conoscere le eventuali aggregazioni di persone che attraversano linee virtuali in una certa direzione. Sono due esempi, tra i numerosi possibili, che permettono di sorvegliare attivamente “a monitor spento”, giacché questi si accendono soltanto quando i sistemi video di analisi generano un allarme.
Informazioni da strillare in Italia dove – di nuovo dei dati di Carlo Hruby – «su 4.588 musei, l’80% non ha più di 5 addetti, solo 1,5% ne ha oltre 50; ma la cosa drammatica è che ben 1.571 musei non hanno personale e 903 un solo addetto». E ancora: «Nel 49% dei musei l’ingresso è gratuito, in un terzo di queste strutture l’incasso dalla vendita dei biglietti non supera i 20mila euro l’anno; solo nel 40% c’è del personale in grado di fornire informazioni in inglese». Inutile aggiungere che la maggior parte delle protezioni sono inefficaci, non attive o desuete. E questo in un Paese dove si inaugurino oltre 11mila mostre l’anno, ovvero 32 al giorno; una ogni 45 minuti. Un “mostrificio” ricchissimo e mal custodito. Se non in qualche caso eccezionale.