È passato un anno dalla direttiva Renzi che invitava le amministrazioni dello Stato a declassificare (se necessario) e versare in anticipo agli archivi di Stato la documentazione relativa alle stragi terroristiche tra il ‘69 e l’84. Dopo le delusioni iniziali di troppe buste semivuote, sono arrivate alcune importanti sorprese positive, nientemeno che dai militari. Sono stati versati all’Archivio Centrale dello Stato cospicui fondi documentali da parte dell’Aeronautica e dell’Arma, documentazione proveniente sia dagli uffici centrali che da quelli periferici. Parliamo di ben 325 buste da parte dell’aviazione, tutto materiale su Ustica, ovviamente, e 110 (per un totale di alcune migliaia di pagine, di cui circa 5000 su piazza Loggia) dai Carabinieri, sia in formato digitale che cartaceo (avere a disposizione quest’ultimo è importante, per i ricercatori, per poter meglio valutare le carte; il digitale, inoltre, offre meno garanzie di autenticità). È una novità importante, segnale concreto di un cambiamento culturale. Gli Stati Maggiori e tutto ciò che è “militare”, infatti, non sono tenuti a versare le carte all’Acs (hanno un loro archivio storico autonomo). Dunque c’è stata una deroga alla legge, la rinuncia a un privilegio, per andare nella direzione della “total disclosure” auspicata dalla direttiva.
Tra i tasti dolenti, si registra che il Ministero Affari Esteri (anch’esso titolare di un proprio archivio storico) finora ha operato in modo lacunoso e deludente; da più parti si è levata la richiesta di una maggiore proattività da parte delle ambasciate sui temi più brucianti: oltre a Ustica, le molte storie di terroristi latitanti e i legami di Gelli e P2 con Argentina e Uruguay. Latita ancor di più il ministero dell’Interno. Pochi versamenti (tra cui buste della Criminalpol con semplici informazioni sui feriti). Si attende, per esempio, un più ampio versamento delle carte dell’ex Ucigos, ora Direzione centrale polizia di prevenzione, che sul terrorismo ha investigato. Molto grave che l’Acs abbia ricevuto le carte del famigerato Ufficio Affari Riservati dell’Interno (quelle ritrovate in via Appia nel 1996, per intenderci) soltanto fino al 1965: lì ci sono sicuramente — lo sappiamo dalle perizie effettuate per conto della magistratura e da fonti giornalistiche — carte che riguardano la strage di piazza Fontana.
Il bilancio un anno dopo? All’Acs sono arrivate la bellezza di 497 buste. Sommando i versamenti della direttiva Prodi del 2008 fanno 641 (grazie a due governi di centrosinistra, va sottolineato: hanno ancora qualche significato, le vecchie categorie di Bobbio). Non mancano le “tensioni interpretative” circa l’ampiezza della declassifica da operare (l’Interno si attiene a criteri più restrittivi), ma sono comunque stati soprattutto il Dis e gli “uffici speciali” (costituiti con la riforma dei Servizi del 2007 presso le amministrazioni che producono e conservano materiale sensibile per la sicurezza) a darsi da fare (“Avevano la coda di paglia?”, scherza un’archivista di lungo corso).
La grande enfasi posta sulla declassifica, accompagnata da aspettative quasi sempre eccessive, ha paradossalmente adombrato l’importanza di un più celere e regolare versamento di carte non riservate. Tanto più che nel luglio 2014 sono stati apportati due piccoli ma preziosi emendamenti al Codice dei Beni culturali: termini di versamento anticipati da quaranta a trent’anni, e abolito l’infido comma che prevedeva la possibilità di impedire la consultazione di documenti versati anzitempo. “Pecettature” a parte (nomi, sigle o sezioni di testo temporaneamente coperti per motivi di sicurezza, si può vedere tutto. L’Archivio Centrale dello Stato merita un plauso: pur con un budget ridotto ai minimi storici, si è impegnato perché ogni versamento, anche cospicuo, fosse ordinato e inventariato celermente per la consultazione e ha messo online tutti gli inventari per agevolare i ricercatori (ma — per garantire il massimo rispetto del codice deontologico — i documenti, anche digitali, si consultano nella sala studio).
Due i punti davvero critici, che richiedono un intervento politico. 1) Occorre ampliare l’ambito della direttiva: limitarla, com’è stato fatto, solo ad alcuni fatti criminali, porta a paradossali smembramenti di fondi e fascicoli, e rischia di lasciar fuori materiale rilevante, solo perché non legato “nominalmente” a una certa strage. Meglio lavorare su estremi cronologici. 2) Servono criteri di sorveglianza sulla selezione delle carte: basterebbe la partecipazione al processo almeno di un archivista dello Stato (come nelle commissioni di scarto dei tribunali). Finora, infatti, i soggetti che hanno prodotto le carte, hanno fatto da sé le selezioni. Per esempio, le migliaia di pagine versate dai Servizi (solo in formato digitale) sono state selezionate da loro medesimi. Con alle spalle una storia come la nostra, chi garantisce i cittadini che tirino fuori tutto? Sappiamo già che ci saranno dei buchi (troppi gli episodi noti di distruzione, nascondimento o dispersione di documenti), ma commissioni “miste” potrebbero esorcizzare, in futuro, lo spettro di una scelta troppo discrezionale da parte dei soggetti produttori. Certo è arduo che passi questa linea di trasparenza estrema. E intanto, che si fa?
Questo mare di carte è comunque un grande passo avanti. Il compito del “controllo democratico” ora tocca davvero ai cittadini: storici, giornalisti, ricercatori, cittadini, parlamentari impegnati in commissioni d’inchiesta, magistrati o poliziotti in pensione, semplici interessati. Solo investendo tempo a studiare con pazienza queste carte, mettendole in relazione con gli atti giudiziari, si potranno formulare valutazioni definitivesui versamenti, valorizzarli, scovare elementi di conoscenza nuovi, oppure denunciare, a ragion veduta, eventuali manipolazioni, lacune significative, operazioni di “falsa trasparenza”. Servono tempo, pazienza, fatica. Oltre gli appelli, è tempo di mobilitare quell’intelligenza delle cose e degli avvenimenti di cui parlava Aldo Moro in uno dei suoi ultimi discorsi.
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Cpl, Baruffi e Ghizzoni “Bene l’incontro fra Di Bari e Cantone” – comunicato stampa 08.05.15
«Fermo restando i doverosi accertamenti in corso da parte della magistratura, non possiamo che appoggiare qualunque iniziativa venga intrapresa per non pregiudicare i livelli occupazionali di un’azienda così radicata nel nostro territorio.» Questo il commento dei deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni, dopo l’annuncio di un prossimo incontro, giovedì 14 maggio, fra il prefetto di Modena Di Bari e il commissario anticorruzione Raffaele Cantone sul caso della Cpl. Ecco la dichiarazione dei due parlamentari modenesi:
“Valutiamo positivamente l’annunciato incontro fra il prefetto di Modena, Michele Di Bari, e il commissario anticorruzione, Raffaele Cantone per fare il punto sulla vicenda della cooperativa Cpl, così da consentire l’adozione di tutte le misure necessarie alla salvaguardia dei livelli occupazionali dell’azienda. È di queste ore infatti la notizia della recessione dei primi contratti pubblici che la cooperativa ha in essere, dopo l’esclusione dalla white list antimafia, a seguito dell’inchiesta che ha coinvolto gli ex vertici dell’azienda. Evidenti le conseguenze sull’occupazione: già ieri Cpl ha annunciato l’apertura della procedura di cassa integrazione ordinaria per 120 dei suoi 1800 dipendenti. Una piccola porzione, certo, ma comunque un segnale piuttosto chiaro di quanto potrebbe accadere nell’immediato futuro, se l’azienda non sarà messa in condizione di poter continuare a lavorare. Auspichiamo quindi che quanto verrà deciso da prefetto e commissario possa aiutare a garantire gli attuali livelli occupazionali di Cpl, dando al contempo la necessaria chiarezza alle stazioni appaltanti sulle procedure da intraprendere nei confronti dell’azienda. Ricordiamo, del resto, che Cpl ha già messo mano profondamente ai propri organi direttivi dimostrando fin da subito la propria netta volontà di trasparenza e di discontinuità con la precedente gestione. Fermo restando dunque i doverosi accertamenti in corso da parte della magistratura, non possiamo che appoggiare qualunque iniziativa venga intrapresa per non pregiudicare il futuro di un’azienda così radicata nel nostro territorio e dei suoi lavoratori.”
“Buona scuola, gli universitari: “No a una laurea solo per insegnare”, di Cinzia Gubbini – LaRepubblica.it 04.05.15
E’ una delle misure ipotizzate per sconfiggere la piaga del precariato: l’obiettivo è creare lauree magistrali specifiche. “Rischiamo di trovarci con nulla in mano”, è l’obiezione. E la pd Ghizzoni pernsa a una soluzione alla francese
Come si formeranno gli insegnanti del futuro? Anche questo è uno dei capitoli “spinosi” del disegno di legge della Buona Scuola, che mentre continua il suo iter parlamentare domani verrà contestato nelle piazze con uno sciopero convocato da tutte le sigle sindacali.
La via crucis degli insegnanti. Abilitazione e reclutamento sono i due punti cardine che fino a oggi hanno segnato la vita degli aspiranti docenti. Teoricamente, prima bisogna abilitarsi all’insegnamento e poi bisogna vincere un concorso. In realtà in questi anni le regole sono cambiate molte volte. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è uno dei motori della protesta: precari che non hanno mai ottenuto il posto di lavoro, idonei che non hanno vinto il concorso, persone che insegnano solo in virtù della laurea sempre a rischio di essere “cancellati”. Senza contare il fiorire di neologismi come Tfa, Pas, Ssis che segnano altrettanti tentativi di formare con corsi specifici in modo adeguato chi deve insegnare.
Gli universitari: no alla laurea “professionalizzante”. Nel ddl Buona Scuola l’abilitazione e il reclutamento sono contenuti nell’articolo 21, ovvero nella deleghe al governo. Si danno quindi solo degli indirizzi. L’obiettivo è quello di creare delle lauree magistrali dedicate proprio a chi vorrebbe fare l’insegnante. L’impostazione del governo non piace, però, alle organizzazioni degli universitari che proprio oggi hanno convocato una conferenza stampa a Roma per presentare le loro posizioni. La preoccupazione è che una laurea “professionalizzante” da un lato divida la figura dell’insegnante da quella del ricercatore universitario “svilendo anche le competenze dell’insegnante e la didattica stessa”; dall’altro si teme che il futuro laureato con relativa abilitazione all’insegnamento si ritrovi con un pugno di mosche in mano qualora non riuscisse a superare un concorso.
Il “jolly” del reclutamento “alla francese”. Il dibattito va avanti da mesi, ma proprio in queste ore di “aggiustamenti” intorno al ddl Scuola sembra spuntare l’asso dalla manica. Il “jolly” potrebbe essere l’emendamento firmato da Manuela Ghizzoni del Pd, vicepresidente della Commissione Cultura. “Il nostro è un emendamento che cambia completamente lo schema previsto dal governo – dice Ghizzoni – non vogliamo più sentire parlare di abilitazione e di reclutamento: le due cose devono viaggiare insieme, o avremo sempre sacche di precariato”. La soluzione immaginata da Ghizzoni è un reclutamento “alla francese”, ovvero un “concorso-corso”. Funzionerebbe così: ai concorsi per la scuola possono presentarsi persone in possesso della laurea magistrale che abbiano al proprio attivo almeno 36 crediti in discipline pedagogiche. Chi vince il concorso ottiene un contratto di apprendistato che lo inserisce direttamente nell’organico scolastico con un contratto di apprendistato di tre anni. In quei tre anni il vincitore è un “quasi insegnante” in formazione, che gradualmente si avvicina all’insegnamento. “Il cambio di mentalità è evidente – dice Ghizzoni – non è più il futuro insegnante che con i suoi soldi deve investire nella formazione per ottenere l’abilitazione, ma è lo Stato che dice: io investo su di te, e stanzia i soldi per la sua formazione”. La proposta, che per ora è solo un emendamento, trova orecchie attente tra gli universitari: “L’emendamento – osserva Alberto Campailla di Link Coordinamento universitario – va nella direzione del superamento della separazione netta tra abilitazione e reclutamento. Restano però alcuni dubbi da affrontare al più presto: il futuro di chi ha ottenuto una abilitazione con i Tfa universitari, e come verrà assunto stabilmente il futuro “apprendista”, ci sarà una valutazione? Rimane necessario un confronto ampio e profondo, che fin’ora è stato negato”.
I dubbi delle opposizioni. Ma quante possibilità ci sono che l’emendamento venga discusso? Il dibattito sul ddl Buona Scuola va avanti con i tempi contingentati come hanno sottolineato gli esponenti del Movimento 5 Stelle, che per protesta hanno deciso di non partecipare più ai lavori della Commissione: “Trattare qualche emendamento nei corridoi non è serio – ha detto Gianluca Vacca del M5S – senza contare che innanzitutto bisogna discutere che cosa ne sarà dei precari di oggi, che qualcuno sta pensando di buttare a mare”. Anche Sinistra Ecologia e Libertà contesta: “Il tempo irrisorio dedicato al dibattito parlamentare. Per noi questi temi andrebbero stralciati perché richiedono un dibattito disteso”, dice Annalisa Pannerale. Tra l’altro Sel non si fida dei cambiamenti promessi sul ddl: “Non vorremmo che fossero solo un modo per svilire la protesta della piazza contro un testo che ha molti punti critici”.
Puglisi: “Sì all’emendamento, possibile soppressione della delega”. Intanto però anche Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del Pd, dice: “L’emendamento Ghizzoni è interessante e affronta un nodo che il Pd ha sempre sostenuto: bisogna superare la divisione tra abilitazione e reclutamento. Non c’è dubbio che l’emendamento sarà discusso in aula”. Anzi, secondo Puglisi c’è addirittura la possibilità che la questione della formazione degli insegnanti esca dalle deleghe al governo: “Se verificheremo una significativa convergenza su questo tema, si potrebbe pensare di sopprimere la delega e inserire il modello proposto da Ghizzoni direttamente nel ddl”. Una disponibilità dettata anche da un aspetto di “convenienza”: l’emendamento prevede che dal secondo anno gli insegnanti in apprendistato possano coprire le supplenze, una delle “croci” nella programmazione del reclutamento degli insegnanti.
Scuola, Ghizzoni “Ancora al lavoro per migliorare la riforma” – comunicato stampa 05.05.15
“Il lavoro parlamentare di miglioramento del testo della riforma prosegue con il medesimo atteggiamento ovvero l’ascolto delle ragioni di tutta la comunità educante (e quindi docenti, famiglie, studenti, ma anche i territori e i cittadini tutti) e con l’aspirazione di garantire autonomia realmente responsabile alle scuole”: la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, ribadisce l’impegno dei parlamentari Pd per migliorare gli aspetti della riforma più discussi, compresi quelli oggetto delle proteste odierne. Ecco la sua dichiarazione:
“Le ragioni di uno sciopero vanno sempre ascoltate, poi spetta alla politica assumere delle decisioni, ma l’ascolto è un pre-requisito fondamentale di qualsiasi provvedimento. Questa riforma della scuola arriva dopo mesi di dibattito: il solo Partito democratico, ad esempio, ha organizzato centinaia e centinaia di incontri su tutto il territorio. E da quel confronto sono scaturiti effetti operativi: rispetto alle linee guida presentate a settembre, ad esempio, non c’è più traccia di una progressione di carriera dei docenti legata solo al merito. L’impegno di modifica e di miglioramento della proposta sta continuando, come deve essere, in Parlamento. Il Pd, in Commissione Istruzione alla Camera, sta svolgendo un lavoro serio di modifica del testo, frutto anche della necessaria interlocuzione con tutti i soggetti coinvolti. Domenica mattina, infatti, è stato approvato un importante emendamento che corregge la precedente impostazione del ddl: il Pof, Piano dell’offerta formativa, il documento più importante che riguarda la vita e la missione della scuola, viene elaborato dal Collegio dei docenti e approvato dal Consiglio di istituto. Ribadisco, quindi, che il lavoro parlamentare prosegue, sulla base dell’impianto generale avanzato dal Governo, ma con il medesimo atteggiamento ovvero l’ascolto delle ragioni di tutta la comunità educante (e quindi docenti, famiglie, studenti, ma anche i territori e i cittadini tutti) e con l’aspirazione di garantire autonomia realmente responsabile alle scuole. E tutto questo lavoro avviene con particolare attenzione a due temi, importanti, oggetto anche delle proteste odierne: i docenti precari che da anni lavorano nella scuola e le funzioni del dirigente scolastico, che non è “l’uomo solo al comando”, bensì il responsabile della leadership educativa. A lui spetta il buon andamento, e quindi il governo, della comunità scolastica che ha, collegialmente, la missione di istruire, educare e rendere pronti all’esercizio critico i nostri giovani. Insieme, come sempre, possiamo costruire una buona riforma per il futuro dei nostri figli e del Paese”.
“La rivincita del Paese che dice “sì”, di Mario Calabresi – La Stampa 04.05.15
Sono passati ormai tre giorni dalla manifestazione violenta di venerdì a Milano, ma contati i danni, puliti i vetri, cancellate le scritte, coperti i negozi distrutti e rimosse le auto bruciate, ci si rende conto che sta accadendo qualcosa di più: quell’ondata di distruzione e di negatività è stata il detonatore di una reazione d’orgoglio.
L’abbiamo vista nella gente che è scesa per la strada a pulire, in quella che ieri manifestava in positivo, nei discorsi che si ascoltano per la strada e perfino nella stragrande maggioranza dei commenti sui social network. Non è solo una reazione dei milanesi, ma di molti italiani che sentono crescere la stanchezza verso l’idea che si debba sempre dire no, che l’unico pensiero lecito e corretto sia sostenere che ogni tentativo di cambiamento sia sbagliato, negativo, da rifiutare. Sembra emergere finalmente quell’orgoglio che impedisce, per amor proprio e per amore dei propri figli oltre che del proprio Paese, di denigrare ogni cosa e di autodenigrarci. Ma saremo pure capaci di fare qualcosa, ma ci sarà pure un motivo per cui continuano a venire da tutto il mondo a visitarci, per cui abbiamo eccellenze nella manifattura, nell’artigianato, nel lusso?
Viviamo da troppo tempo dentro la crisi, sei anni sono un periodo lunghissimo e quasi senza precedenti che ha fiaccato gli animi e la voglia di reagire, che ha paralizzato le iniziative e gli slanci. E su questo è cresciuta la pianta del pessimismo, dello scetticismo continuo e assoluto.
Ma viviamo anche da troppo tempo nella dittatura della critica ossessiva, che quando non lascia alcuno spazio alla speranza diventa autolesionismo.
Poi c’è un momento in cui ci si rende conto, come svegliandosi da un incubo, che dipende anche da noi, da quello che saremo capaci di fare, dalla quantità di innovazione e cambiamento che riusciremo a mettere in circolo.
Ci rendiamo conto che non possiamo assistere immobili alla partenza dei figli e dei nipoti, che se siamo ragazzi non possiamo avere solo la prospettiva di emigrare. E pensare che di campanelli d’allarme ne suona uno ogni giorno: quando scopriamo che lo scorso anno se ne sono andati all’estero 2400 medici, esattamente la metà di quelli che si sono specializzati, come possiamo pensare che abbia senso continuare a fare le stesse cose? Non solo la partenza di questi giovani è uno sperpero notevole di soldi pubblici (avete idea di quanto possa costare alla collettività formare un solo medico, dalla scuola elementare alla specializzazione, per poi regalarlo a un altro Paese che beneficia della sua preparazione? Stime approssimative sostengono oltre mezzo milione di euro) ma è anche la dimostrazione che il sistema sanitario non funziona, che incapace di riformarsi e fare tagli sceglie la strada più semplice, lasciare fuori le nuove generazioni dei medici. Invece di tagliare sprechi ed errori si taglia il futuro.
Ci si deve rendere conto che il futuro non è già scritto e non è qualcosa di predestinato.
Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio.
Lo abbiamo già fatto tante volte, risollevandoci dalle macerie esattamente settant’anni fa alla fine della guerra, o trovando la forza di uscire dalla stagione del terrorismo e delle stragi 35 anni fa.
Credo che il Paese sia a un nuovo punto di svolta, non per forza legato alla politica, e si ha la sensazione che molti cittadini si rendano conto che non possono più stare a guardare il declino, a farsi ipnotizzare dalla spirale della negatività, dall’avvitarsi di un Paese che resta pieno di risorse. Sono quei ragazzi che aprono nuove attività, che scommettono sulla loro fantasia, che continuano a studiare nonostante gli si dica che non serve a nulla. Sono quelli che si tappano le orecchie quando gli ripetono che «non si può fare», quelli che vedono uno spazio dove le convenzioni e gli occhiali del passato negano che esista.
Sono quelle donne e quegli uomini di ogni età che a Milano si sono rimboccati le maniche e che ieri hanno camminato a lungo per dire che non vogliono buttare via la loro città e l’occasione rappresentata da Expo.
Ma sono perfino quei turisti che hanno affollato Torino in questo fine settimana con un record storico di presenze, a dimostrazione che fare investimenti anche in tempo di crisi e avere vista lunga paga sempre, come dimostra il successo strepitoso del nuovo Museo Egizio. E poi c’erano la Sindone, l’autoritratto di Leonardo, il Museo del Cinema, ma soprattutto un sistema città che ha creduto nella scommessa di Expo e ci si è legato. Le strade piene di turisti non significano che la crisi sia finita ma certo aiutano a rialzare la testa e soprattutto segnalano una voglia di ricominciare. Ai cultori del No, vorrei segnalare che se questo accade è anche merito della tanto detestata alta velocità che porta in tre quarti d’ora a Milano e che sta aiutando Torino ad uscire dalla sua marginalità geografica.
Sono segnali, che certamente verranno gelati da una miriade di cattive notizie in cui siamo campioni, ma se saremo capaci di tenerceli stretti e di coltivarli, chissà che non diventino una pianta robusta, capace di dare i suoi frutti. E allora forse scopriremo che anche quei ragazzi incappucciati che hanno distrutto senza sosta hanno ottenuto un risultato, ma è il contrario di quello che volevano: hanno svegliato la nostra voglia di vivere, di non arrenderci.
“Le parole della democrazia”, di Giulio Ferroni – Il Sole 24 Ore 03.05.15
La padronanza della lingua costituisce naturalmente la base di ogni sviluppo civile, di ogni svolgimento di pensiero e di conoscenza, di ogni condivisione, di ogni rapporto con gli altri soggetti e con l’orizzonte comune. E dato che ci è toccato in sorte di nascere e vivere in Italia, la lingua italiana deve necessariamente essere il fondamento di ogni educazione e di ogni ambito scolastico. Nonostante il fatto che di educazione linguistica e delle sue modalità (al centro di una didattica democratica) si parli da molti anni, il livello linguistico dei nostri giovani appare oggi particolarmente depresso: ricadono ormai nei luoghi comuni le lamentele sull’impoverimento del linguaggio delle giovani generazioni, che all’università? si riscontra perfino in quei giovani che, per aver scelto facoltà? umanistiche o specificamente letterarie, sembrerebbero dover avere, rispetto ad altri, maggiori disponibilità ad un buon uso del linguaggio. Questo impoverimento tocca in modo particolare il lessico, con la diffusa ignoranza di tanti termini “colti”, anche abbastanza diffusi e banali (e lasciamo perdere il lessico dell’antico linguaggio poetico, ormai del tutto defunto): ma agisce naturalmente in profondità? anche sulla grammatica e la sintassi; e spesso capita che, pur entro forme grammaticali e sintattiche corrette, viene a perdersi l’articolazione logica, l’ordine e l’equilibrio razionale dell’argomentazione. La prevalenza ubiqua di un parlato eterogeneo fa si?che anche nella costruzione dello scritto prevalga l’elasticita e lo scoordinamento, che vengano meno le forme sintattiche complesse: si dissolve l’ipotassi e spariscono modi verbali come il congiuntivo. (…)
Sempre più necessaria appare una educazione alla parola: il che non significa restaurare forme linguistiche ingessate, ritornare all’elegante italiano colto degli elzeviristi, ma ritrovare la ricchezza della lingua, la proprietà? lessicale, la misura logica dei suoi procedimenti, il suo valore di scambio civile, la continuità con ciò che essa è stata, con gli usi che ne ha fatto chi ci ha preceduto. In primo luogo vanno collocate la disposizione argomentativa, lo sviluppo ragionato del pensiero e la sua stessa narrabilità. Argomentazione e narrazione sono necessari fondamenti della democrazia: la lingua si impara e si trasmette insistendo sulla sua forza di contatto e di scambio, in un esercizio di argomentazione e di narrazione che il docente, argomentando e narrando, può suscitare e stimolare, a diversi livelli e nei diversi ordini di scuola, nei bambini e nei ragazzi. Oggi si parla frequentemente del valore dell’argomentazione come fondamento della democrazia: si riscopre il rilievo civile della retorica, si rinvia alle formule del grande Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e di Lucie Olbrecths-Tyteca; e si sottolinea il valore didattico della narrazione, anche nelle situazioni scolastiche più difficili. Sono tutte cose che passano per un esercizio attivo della lingua, che non può peraltro prescindere da una verifica delle sue forme: per questo la grammatica tradizionale e la vecchia desueta analisi logica continuano ad essere più?produttive delle classificazioni e degli schemi della moderna linguistica, certo determinanti dal punto di vista scientifico, ma non produttivi per ciò?che riguarda l’abitudine al corretto esercizio della lingua, ad una padronanza concreta delle sue strutture. Il rilievo dell’argomentazione e della narrazione, anche per la scrittura, rendono giustizia al valore del vecchio tema, contro cui negli anni passati è stata condotta una battaglia, degna di miglior causa. Non si tratta di tornare ad un’idea di tema come svolgimento di un ordine di pensiero gia prefissato e standardizzato (con studenti disposti ad atteggiare tatticamente il proprio pensiero in corrispondenza alla presunta morale del docente), ma di far leva sulla vasta area di possibilita? suggerita dalla stessa parola tema: partendo da parole-temi, da ambiti di significato da interrogare nella scrittura, argomentando e narrando, appunto.
In mezzo agli usi linguistici correnti, alle varie forme del linguaggio giovanile, alla pressione dei media e della pubblicità, la resistenza della scuola resta essenziale e imprescindibile: solo ad essa puo?essere affidata un’adeguata gestione della lingua, una salvaguardia della specificità logica, emozionale, culturale dell’italiano, della sua stessa forza di lingua del dialogo, dell’arte e della scienza. Dovremmo essere capaci di rilanciarla e di viverla come lingua della cittadinanza e della democrazia. Sempre piu? urgente un investimento nel suo insegnamento come lingua seconda: la gestione della lingua italiana al piu?alto livello possibile da parte degli immigrati deve essere un dato davvero essenziale, per una loro effettiva integrazione nel Paese dove hanno scelto di vivere e che non può?privare i suoi cittadini, e in particolare quelli meno privilegiati e in piu?difficili condizioni, di una padronanza della lingua, necessario strumento di piena partecipazione ad una comunità?civile. Ma in questo ambito credo che ci sia ancora tanto lavoro da fare, sia nell’organizzazione che nella formazione degli insegnanti.
Per una educazione alla parola non astratta, ma in atto, resta determinante il confronto con i temi e le situazioni delle letterature, con le dirette pratiche di lettura di opere relativamente complesse (della complessità? adatta ogni volta al livello scolastico in questione). L’esercizio della lettura, e della lettura di qualità, capace di mettere in gioco i sentimenti e l’interesse di vita dei ragazzi, dovrebbe porsi come base spontanea della formazione linguistica: lettura come esperienza diretta, non vincolata dall’ossessione dell’analisi e della scomposizione, dalla sua funzionalità ad esercizi strutturali, a messa in campo di tassonomie e classificazioni. In tempi di crisi del libro e della lettura, il contrasto alla sua disaffezione puo? giungere solo da una capacità del docente di dare evidenza al rapporto dei libri con la vita, ai modi in cui possono parlare del presente anche e soprattutto quando sembrano venire da molto lontano: dando così evidenza al diverso e all’impossibile, al destino e al senso dell’esperienza.
Brano tratto da Giulio Ferroni, La scuola impossibile, Salerno editrice, Roma, pagg. 124, € 12,00
“Elogio del Carpi, manca solo un bicchiere di lambrusco”, di Gianni Mura – La Repubblica 03.05.15
Carpi diem. Un gioco di parole, come Carpi dies che obbligherebbe a due cambi di lettera. Non un errore. Per l’errore, ho già dato lunedì scorso scambiando lo stadio del Torino con quello della Juve. Sbagliare è seccante e quasi sempre accade per eccessiva sicurezza. Per i trapezisti è peggio. Per un giornalista, fare pubblica ammenda e affibbiarsi un 2 è doveroso. Non regge, visto che lo stadio delle bombe-carta non è di recente costruzione, il ragionamento sugli impianti nuovi che non riescono a limitare le violenze. Non regge, almeno, in relazione al derby di Torino. Di stadio si parla invece a Carpi. Il Cabassi ha 4.200 posti e per giocare in A ne servono 20mila. In B ne servirebbero 10mila ma si ottiene facilmente una deroga. Stadio nuovo oppure si chiede ospitalità? Più pratica la seconda soluzione (Modena o Parma). Anche perché il proprietario, Stefano Bonacini, ha già anticipato che mai si farà il passo più lungo della gamba.
Quattro promozioni in sei anni. L’arrivo in A con largo anticipo e dopo una sola stagione in B. Alla faccia di Lotito, dicono gli striscioni, ma forse Lotito porta buono e il treno dei suoi desideri all’incontrario va. Perché non solo il Carpi è in A, ma può arrivarci pure il Frosinone. I numeri del Carpi fanno impressione: 5 milioni stanziati per la stagione in corso, 2,5 il monte ingaggi dell’intera rosa (la Juve, sui 120), 100mila l’euro al più pagato (Jerry Mbakogu, già richiesto all’estero, costo sugli 8 milioni). Per potenziare l’attacco si è pescato tra i dilettanti, a Este, e per 11mila euro è arrivato Kevin Lasagna, nome che sembra inventato ma è vero. I calciatori più giovani a Carpi guadagnano 20mila euro, al Milan ci sono panchinari che superano i 2 milioni. Questo spiega un po’ di cose, delle piccole squadre ma anche delle grandi decadute. E mentre dall’Asia arrivano a comprare le squadre italiane, da Carpi vanno in Asia ad aprire negozi di maglieria, di jeans in Cina, in Giappone, in Vietnam. La rinascita, anche sportiva, tende a far dimenticare che in questa zona appena tre anni c’è stato un forte terremoto che ha provocato 38 milioni di danni. Non ci sarà nei bilanci sociali. Non siamo il Sassuolo né il Chievo, dicono i dirigenti. Il modello potrebbe essere l’Empoli che però può contare su un vivaio migliore.
E allora? Allora, materiale prelevato da servizi apparsi su Repubblica, Stampa e Gazzetta, ecco quel che dichiara il patron Bonacini: «La società è la stessa dai tempi della D: tre dirigenti e due impiegati. Non serve gonfiare gli organici con manager in giacca e cravatta e non serve snaturare le persone. Se Castori vorrà andare a San Siro con la tuta e le scarpe da calcio, come adesso, lo faccia pure. Siamo l’unica squadra di serie B a non avere la divisa ufficiale». E lo sarete anche di A, voglio sperare. Azzardo un 7,5 anticipato. Il ds Cristiano Giuntoli per rinforzare la squadra ha speso in tutto 100mila euro. Castori è alla nona promozione in carriera. Ha 60 anni, ha pagato con una lunga squalifica una rissa sul campo del Lumezzane, da squalificato ha fatto da consulente alla squadra dei ragazzi di San Patrignano. A Carpi aveva firmato un contratto da 50mila euro, più altri 70 come premio-salvezza. Con la promozione è salito di 30. E’ salito fino alla A con le sue gambe, senza ascensori o spintarelle. Frase tipica: «Il possesso palla mi annoia». Curiosità alimentari: a fine partita i suoi mangiano pastasciutta e crostata e sopra ci bevono Fanta. Ma perché Fanta sulla pastasciutta, abbinamento da 3? «Segreti del metabolismo», risponde Castori. Io al suo posto mi farei ispirare da uno dei due gruppi ultrà, i Gdl (Guidati dal Lambrusco). Un bicchierozzo non può far male. Oltre che bevitori, i Gdl sono di sinistra. Di destra invece gli Irriducibili, che dovrebbero essere allergici allo stadio Cabassi: si trova in via Marx, prosecuzione di via Lenin.
Papa Francesco, per restare da quelle parti, ha attaccato il maschilismo e perorato la parità di retribuzione alle donne. Voto 8. Secondo me, si veste da papa perché in un certo senso è obbligato. Me lo vedo più a suo agio con un camicione largo, da contadino. Altro voto alto (7,5) a chi ha modificato il testo dell’inno nazionale cantato dai bambini all’inaugurazione dell’Expo. “Siam pronti alla morte” scandito da bambini di 6/7 anni mi ha sempre fatto un effetto strano, da revival dei Balilla. “Siam pronti alla vita” è meno cupo ed è più giusto. L’ultimo voto però è basso. Titolo a una colonna sulla Gazzetta: “Entella, 3 turni a Masi per macabre offese”. Masi è l’allenatore in seconda, per insultare la terna ha fatto riferimento all’arbitro Colosimo, di recente scomparso in un incidente. Quando si smetterà di usare i morti per insultare i vivi sarà un bel giorno. E tre turni di squalifica sono pochi. Masi 0,5.
