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“Jobs act, le donne vittime di violenza potranno assentarsi tre mesi dal lavoro”, di Anna Gadda, Sabina Ortelli e Marta Pietrobelli – 27esima ora Corriere.it 17.03.15


 

 

 

 

 

 

La violenza di genere entra nell’agenda dell’attuale Governo e diventa materia di intervento politico nell’ambito delle disposizioni che regolano i rapporti di lavoro.

Il Decreto attuativo del Jobs Act sui temi di conciliazione lavoro-famiglia introduce il congedo per le donne vittime di violenza di genere che intraprendono percorsi di protezione. Le lavoratrici dipendenti del pubblico e del privato che subiscono violenza, per motivi legati allo svolgimento di tali percorsi, hanno diritto ad astenersi dal lavoro per un periodo di tre mesi, anche non continuativo, interamente retribuito. È inoltre prevista la possibilità di trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, nonché l’opportunità di essere nuovamente trasformato, a seconda delle esigenze della lavoratrice, in rapporto di lavoro a tempo pieno. Il Decreto dà altresì la facoltà alle collaboratrici a progetto di sospendere il rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento dei suddetti percorsi di protezione.

Attraverso il Jobs Act, la violenza di genere esce dalla specificità e settorialità a cui è solitamente relegata per contaminare altre politiche a partire dalla disciplina che regola i rapporti di lavoro. Acquisisce una maggiore rilevanza sociale, entra a far parte dei discorsi pubblici e politici e diventa «mainstreaming»: le sue diverse implicazioni in molteplici settori, livelli e ambiti incominciano, quindi, a essere valutate e prese in esame. Questa disposizione contribuisce a rendere maggiormente visibile il fenomeno della violenza di genere e, in particolare, quella domestica che, risiedendo nell’intima sfera delle relazioni famigliari, fatica a emergere. Può inoltre favorire la percezione, la comprensione e la rappresentazione del fenomeno a livello culturale.

Di certo il Decreto attuativo costituisce un importante passo in avanti nelle azioni di contrasto alla violenza nei confronti delle donne e l’introduzione del diritto al congedo lavorativo può essere considerato un ulteriore tasselloverso la tutela dei diritti umani contro ogni forma di discriminazione fondata sul genere. Tuttavia, pone alcune questioni su cui le istituzioni devono e dovranno interrogarsi.

Innanzitutto, il Governo, in linea con la Convezione di Istanbul e la legge n. 119/2013 (conosciuta come legge sul «Femminicidio»), riconosce i Centri antiviolenza e le Case rifugio, solitamente associazioni del terzo settore, come i principali soggetti che si occupano di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne. Infatti, accanto ai servizi sociali del Comune, individua proprio i Centri antiviolenza e le Case rifugio come i soggetti certificatori dei percorsi di protezione per accedere alle agevolazioni previste. Attraverso questa scelta, il Decreto attribuisce la stessa funzione a soggetti diversi per natura, storia e ruolo. Di fatto equipara associazioni del privato sociale agli Enti pubblici, affidando loro le stesse responsabilità e gli stessi compiti e insabbiando questioni di merito sulle funzioni e competenze di ciascun soggetto.

Ma chi tra i numerosi soggetti che si occupano di violenza di genere può essere considerato Centro antiviolenza e Casa rifugio? Se il Decreto rimanda all’art. 5bis della legge n. 119/2013 per l’individuazione di soggetti che possono promuovere Centri antiviolenza e Case rifugio, ad oggi non esiste una banca dati univoca dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio riconosciute sul territorio nazionale: a livello istituzionale il Dipartimento per la Pari Opportunità fornisce un elenco sulla base di dati forniti dall’Arma dei Carabinieri, mentre le Regioni e altre realtà locali, pubbliche e del privato sociale, ne individuano altri. E se per un verso non è semplice riconoscere quali sono i Centri antiviolenza, dall’altro trattasi di un’operazione ancora più complessa per le Case rifugio. Siamo di fronte a realtà con diversi approcci, differenti mission ed esperienze eterogenee nate da movimenti femministi, realtà religiose e del privato sociale. Il 27 novembre 2014 grazie all’Intesa in sede di Conferenza tra Stato e Regioni, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 febbraio 2015, sono stati individuati specifici requisiti minimi che i Centri antiviolenza e le Case rifugio devono soddisfare. Tuttavia, ad oggi, risulta poco chiaro se, come e quando questi requisiti diventeranno vincolanti. Di certo spetterà alle singole Regioni costituire un elenco preciso e puntuale dei soggetti che rispondono a tali requisiti minimi, pur con non poca difficoltà vista la frammentazione delle esperienze. Questo passaggio risulterà fondamentale non solo per l’individuazione di quei soggetti in grado di certificare il percorso di protezione, ma anche per garantire un’attenta ripartizione delle risorse previste dalla legge n. 119/2013.

A questo punto, emergono alcuni quesiti.

Da un lato viene da chiedersi come sia possibile affidare il potere di certificare la condizione di una donna che ha subito violenza al fine di accedere al congedo lavorativo a soggetti del privato sociale o a realtà religiose che, ad oggi, risultano essere non solo non accreditati/e, ma nemmeno individuati/e con precisione e coerenza a livello locale, regionale e nazionale. Quei Centri antiviolenza, che hanno esperienze pluriventennali e che negli anni hanno operato anche in assenza di risorse e supporto da parte delle istituzioni, sottolineano costantemente come il definire percorsi di accompagnamento per le donne che subiscono violenza sia frutto di un lavoro che necessita di professionalità e competenze specifiche. Come, quindi, si può avere la garanzia che quei soggetti certificatori, siano essi i servizi sociali dei Comuni, Centri antiviolenza o Case rifugio, risultino adeguatamente attrezzati per una tale incombenza?

Dall’altro, perché un Centro antiviolenza e una Casa rifugio dovrebbero assumersi un tale compito/ruolo di «certificatore»? Il certificare questo tipo di percorsi comporta responsabilità e oneri di cui non è detto che le operatrici, molto spesso volontarie, vogliano farsi carico. Come, quindi, bilanciare la richiesta di una funzione pubblica con la natura propria di ciascun Centro antiviolenza e Casa Rifugio?

Altro aspetto che riteniamo debba essere precisato riguarda il ruolo del sistema socio-sanitario. I servizi socio-sanitari che, per eccellenza, sono gli interlocutori che possono motivare l’astensione dal lavoro risultano esclusi dal provvedimento: potranno, dunque, constatare che la donna subisce violenza, ma non certificare i percorsi di protezione?

E ancora, quando il legislatore parla di percorsi di protezione, a cosa si riferisce? Il provvedimento riguarda solo le donne che sono ospitate in Case rifugio o è esteso anche alle donne che seguono percorsi di fuoriuscita dalla violenza che non necessariamente implicano la protezione?

Ultimo quesito, non meno rilevante, riguarda l’impatto che questo Decreto avrà sulla tutela dell’anonimato e della segretezza delle donne, richiesta anche dalla Convenzione di Istanbul. Se fino ad oggi segretezza e anonimato sono stati garantiti dai soggetti che operano all’interno di un sistema condiviso, come si configura l’impegno del datore di lavoro nel gestire informazioni così sensibili?

Sicuramente l’aver introdotto il tema della violenza di genere all’interno di un provvedimento sul lavoro è un passo in avanti per le politiche pubbliche del Paese, da cui non si deve e non si può tornare indietro. Tuttavia, date le complessità che l’applicazione di un tale provvedimento può comportare si rende sempre più urgente un confronto attento, approfondito, costante e condiviso sulle dirette e concrete implicazioni che la costruzione di una politica pubblica ha e avrà tra i diversi soggetti coinvolti. Tenendo presente che la legge n. 119/2013, l’Intesa Stato-Regioni e ora il Jobs Act definiscono una politica pubblica sulla base di approcci e metodologie sviluppate al di fuori del sistema istituzionale, come si conciliano i diversi interessi coinvolti? Fino a che punto quei soggetti che da sempre hanno operato nel privato sociale sono disposti a condividere esperienze e responsabilità con le istituzioni? E le istituzioni, data la recente attenzione al tema, sono consapevoli della complessità della gestione del fenomeno della violenza nei confronti delle donne?

Liberazione, Ghizzoni “Rete nazionale dei luoghi della memoria” – comunicato stampa 17.03.15

 

Nel giorno in cui tornano i ragazzi che hanno partecipato al “Treno per Auschwitz”, la Commissione Cultura della Camera dei deputati ha approvato, all’unanimità con la sola astensione della Lega, la risoluzione sul 70esimo anniversario della Liberazione, a prima firma della deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni. “E’ proprio la memoria dei luoghi (che gli studenti modenesi hanno vissuto nei campi in Polonia, ma che ogni giorno possiamo incontrare nel campo di Fossoli e a Villa Emma) – commenta Manuela Ghizzoni – il punto di partenza per la realizzazione di un sistema che sappia intrecciare storie del territorio e delle persone alle grandi vicende nazionali”. Ecco la sua dichiarazione:

 

«Oggi i ragazzi modenesi saliti sul “Treno per Auschwitz” tornano a casa, certamente diversi e più consapevoli per aver conosciuto  “fisicamente” i luoghi dove l’orrore dello sterminio si vede e si vive ancora. In questa stessa giornata, in Commissione Cultura alla Camera, abbiamo approvato – con il voto favorevole di tutti i gruppi e la sola astensione della Lega – la risoluzione sul 70esimo anniversario della Liberazione, che mi vede prima firmataria insieme a 24 deputati del Pd. In essa si impegna il Governo anche alla creazione di una rete nazionale per la conoscenza e la valorizzazione dei luoghi della memoria, vale a dire i luoghi della Resistenza, della deportazione politica e razziale e delle stragi nazifasciste. La coincidenza dei due eventi sembra caricare di un ulteriore significato l’obiettivo del nostro intervento, rivolto soprattutto a costruire con azioni e strumenti un nuovo “lessico della memoria”, a vantaggio soprattutto delle giovani generazioni che dovranno conservarla e trasmetterla. E’ proprio la memoria dei luoghi (che gli studenti modenesi hanno vissuto nei campi in Polonia, ma che ogni giorno possiamo incontrare nel campo di Fossoli e a Villa Emma) il punto di partenza per la realizzazione di un sistema che sappia intrecciare storie del territorio e delle persone alle grandi vicende nazionali. E il Governo si è assunto l’impegno di farlo con la promozione di studi e ricerche sulle storie della Resistenza, dell’antifascismo, della Shoah, con la creazione di banche dati, archivi e cataloghi delle stragi nazifasciste, con la realizzazione di un Centro nazionale di documentazione multimediale rivolto ai giovani, con la promozione di progetti per le nuove generazioni che puntino sull’attualità dei temi della Resistenza e li trasformino in occasioni di dialogo e pace e contrasto ad ogni forma di razzismo. Tutto perché il 70esimo anniversario della lotta per la Liberazione, che celebriamo quest’anno, diventi il punto di partenza per portare a sintesi nazionale gli sforzi e i progetti che sono stati attuati fino ad ora a livello locale».

Di seguito il testo definitivo della risoluzione che accoglie le sollecitazioni e e le interpretazioni emerse nel corso della discussione in Commissione Cultura

Risoluzione

  1. 8-00100 Ghizzoni ed altri

approvata dalla VII Commissione il 17 marzo 2015

La VII Commissione,

premesso che:

l’Italia si appresta a celebrare il Settantesimo anniversario della Resistenza e della Guerra di liberazione;

l’azione e gli interventi che saranno promossi per affrontare questo appuntamento – ricco di significato per la storia recente della Nazione – dovrebbero svolgersi secondo il sapiente intreccio di storia e memoria che, secondo gli indirizzi storiografici più attuali e avvertiti, non possono essere considerati come sovrapponibili. Fare storia, in senso attivo, significa infatti sottoporre a continua ricerca le conoscenze, saper adottare prospettive nuove, riuscire ad illuminare gli angoli lasciati in ombra, mentre l’azione di memoria rende partecipi di un processo che è di conoscenza, ma anche di presa in carico e di responsabilità. È, peraltro, dalla combinazione di passione civile e di rigore scientifico e culturale  – cioè di storia e memoria – che può costruirsi un orizzonte comune in cui la conoscenza del passato costituisce fonte di un progetto futuro;

la ricorrenza del Settantesimo della Liberazione dovrebbe diventare propulsore di ricerche che si muovano ancor più verso un orizzonte nazionale, in grado di valorizzare quanto già svolto a livello locale, per non disperdere il patrimonio di informazioni e studi che in questi anni, data la peculiarità della nostra storia, si è accumulato su temi e fenomeni specifici. Dovrebbe quindi diventare una occasione per portare a sintesi, con una prospettiva nazionale, gli sforzi che a carattere locale sono già stati compiuti;

è necessario attribuire un significato storico alla ricorrenza, perché diventi occasione di rivisitare criticamente i grandi fenomeni storici – sottraendoli alle dispute del dibattito politico – quali, ad esempio, il rapporto tra Resistenza armata e le diverse forme di resistenza civile non armata, o gli spostamenti forzati di popolazioni con l’esito drammatico delle diverse deportazioni che hanno dato luogo, in Italia più che altrove, ad un intreccio corposo tra Resistenza e deportazione, che è stato studiato nei due singoli versanti, ma che occorre indagare anche là dove si compongono;

le ricerche, la divulgazione e gli interventi didattici messi in campo nel Settantesimo – e ispirati alla rigorosa tutela della libertà di studio e di ricerca – dovranno riuscire a rappresentare il significato profondo dell’antifascismo e dell’esperienza resistenziale, per trasferire la ricchezza progettuale di quel portato nel nostro presente dando nuovo slancio alla ricerca e all’agire civico;

le celebrazioni dovrebbero costituire non il fine ma il “mezzo per”, cioè dovrebbero farsi punto di partenza per dare impulso alla ricerca rigorosa, non agiografica o retorica, di quanto è accaduto, sia per aprire nuove piste di lavoro, sia per rileggere le vicende con occhi diversi. La distanza che separa da quegli avvenimenti permette di poterli osservare in modo laico, ma non per questo meno partecipe;

Alcuni ambiti sembrano, in questa prospettiva, emergenti:

  1. la ricerca storica della Resistenza nel Mezzogiorno, relativa ai territori italiani liberati dagli Alleati: sono conosciute le 4 giornate di Napoli, mentre sono molti gli episodi non noti, e quindi da indagare, che hanno attraversato i territori del Centro e del Sud d’Italia per contrastare le azioni di repressione, di violenza inaudita – eccidi e stragi – e di razzie di impianti industriali e produttivi oltre. La conoscenza limitata di questi fenomeni ha determinato una visione parziale, quando non frantumata, della storia più recente del Paese;
  2. il tema delle stragi nazifasciste, affrontato troppo spesso come indagine di storia locale, e quindi strettamente connessa ad un territorio, piuttosto che in modo sistematico e complessivo, come sarebbe invece necessario per comprendere la strategia di cui le singole stragi, attuate nel corso del conflitto, sono parte. In questi ultimi anni, grazie al sensibile impegno delle procure militari, i procedimenti penali a carico dei responsabili di molte stragi nazifasciste, sono stati aperti nelle aule dei tribunali, anche per l’impegno delle istituzioni e delle comunità dei territori coinvolti e per l’opera di sensibilizzazione e collaborazione dell’ANPI e delle altre Associazioni partigiane; ma molti procedimenti rischiano di restare senza esito e i fascicoli ritrovati nel cosiddetto «Armadio della vergogna» potrebbero essere richiusi di nuovo. A questo proposito, sul prolungato occultamento di tali fascicoli sono di grande interesse le relazioni conclusive della relativa Commissione Bicamerale d’inchiesta, che però il Parlamento in seduta plenaria non discusse: le valutazioni e le proposte della Commissione potrebbero contribuire a colmare un vuoto vergognoso della nostra storia recente, anche per riparare tardivamente alla memoria personale e collettiva delle migliaia di vittime (la stima oscilla tra 15 – 20.000). L’indagine storica, che non vuole formulare giudizi, può raggiungere una «verità aperta» e fornire la comprensione complessiva del fenomeno, così come può contribuire concretamente alla formazione civile delle nuove generazioni. A tal fine occorrerebbe affrontare sia una indagine quantitativa, mappando geograficamente sul territorio il fenomeno, sia qualitativa ricostruendo, là dove possibile, i profili umani e intellettuali delle vittime nonché le ripercussioni sulle comunità. Le storie di vita, quando sono una scelta metodologica praticabile, permettono di rompere la rigidità delle interpretazioni e di dare corpo ad una storia che rischia di apparire lontana e astratta. Il tema delle stragi, inoltre, richiama una necessaria riflessione sulla violenza, in particolare quella esercitata sui civili, che è stata la cifra della guerra nel XX secolo e che ha avuto strascichi carichi di altrettanta violenza nella difficile transizione dalla dittatura alla democrazia. In particolar modo nei territori dove l’occupazione è stata più brutale, vendette e rappresaglie sono avvenute nel primo dopoguerra contro sacerdoti, civili e appartenenti alla RSI;
  3. nel suo complesso, portare alla luce agenti storici dell’antifascismo e della Resistenza armata e non armata, lasciati ai margini della ricostruzione dei grandi eventi, quali – ad esempio — i civili, le donne, i deportati razziali e politici, gli IMI (internati militari italiani): i molteplici modi e le forme di opposizione al regime fasciata e all’occupazione nazista espresse dalle azioni di questi soggetti, ma anche le loro vicende di deportazione, godono ancora oggi di studi limitati e parziali. La biografia, la definizione del percorso di vita, raccolta con l’obiettivo di costruire di una banca dati aperta a sempre nuove acquisizioni, può costituire lo strumento di analisi su cui poi innescare un lavoro di ricostruzione storiografica. Analoga luce va portata sulle scelte e sulle vicende personali e collettive di coloro i quali sostennero il regime fascista e collaborarono con gli occupanti, al fine di restituire un quadro interpretativo non ideologico e complessivo;
  4. la fisicità dei luoghi che sono stati teatro di fatti cruenti legati all’antifascismo, alla deportazione razziale e politica, al movimento resistenziale e alla Guerra di Liberazione mantiene, nel tempo, una capacità evocativa che è in grado di rende visibile ciò che non lo è, cioè la storia, e al contempo di preservarla tenacemente contro l’oblio. Sono elementi simbolici della comunità, inseriti in un territorio specifico, che finiscono per caratterizzarlo in maniera forte con la loro presenza. Nei luoghi ci si riconosce, il passato e il presente si saldano. Per questo la loro importanza va oltre la conoscenza dei fatti cui rimandano, perché la loro funzione non è solo storica ma identitaria. Molti luoghi di «memoria» restano inscritti esclusivamente in un contesto locale, alcuni lo travalicano e appartengono alla storia del nostro Paese per la funzione che ebbero nel corso della Seconda Guerra, per quello che rappresentarono successivamente. È chiaro che il luogo di memoria nasce dal lavorio del tempo, ma soprattutto dalla volontà degli uomini e delle donne che, prendendosi cura delle pietre, intendono custodire la memoria delle storie che esse racchiudono. Oggi è urgente definire un lessico della memoria, a partire dalla individuazione dei luoghi legati al secondo conflitto: per essi andrebbe dedicato uno strumento di conoscenza di base, quale la schedatura con parametri uniformi per tutto il territorio, garantendo quindi la possibilità di riconoscere tali luoghi e renderli rintracciabili; al contempo si dovrà ricostruire, per quanto possibile, una mappa di ciò che non c’è più. L’obiettivo è di salvare ciò che resta e conoscere ciò che si è perso. Sui luoghi, che permettono l’incontro fruttuoso tra la ricerca, la divulgazione e il lavoro pedagogico, bisogna investire perché sono una risorsa per la storia e un monito per la memoria. A tale proposito, il criterio per la individuazione dei “luoghi della memoria” potrebbe essere la contemporanea presenza di reperti e vestigia degli eventi – o strutture moderne che ne siano testimonianza – e di istituzioni, enti ed organismi attivi nella tutela di tale patrimonio e nella promozione continuativa di ricerche e di attività di divulgazione;

la lotta di Liberazione fu un movimento collettivo, somma di tante scelte individuali di donne e uomini comuni che si impegnarono per affermare i principi di libertà ed indipendenza a fronte di sofferenze e, spesso, fino al sacrificio personale. I protagonisti di quelle esperienze fondative della Repubblica meritano riconoscimento, così come la loro memoria è degna per essere trasmessa alle nuove generazioni, insieme ai valori e ai principi della Carta Costituzionale;

impegna il Governo, fermo restando il rigoroso rispetto del principio costituzionale della libertà di ricerca e di insegnamento, nei limiti delle attribuzioni istituzionali:

a promuovere gli studi e le ricerche sull’esperienza storica della opposizione al fascismo, della Resistenza e della Liberazione, a partire dalle memorie dei territori per giungere alle grandi vicende nazionali;

a valorizzare la memoria della Resistenza morale al fascismo, manifestata in forme non violente, anche attraverso la promozione di specifici progetti di ricerca;

a dare impulso agli studi e alle ricerche dell’esperienza resistenziale delle donne, dei civili, dei sacerdoti, degli internati militari italiani, degli appartenenti alle forze armate operanti nell’ambito delle formazioni partigiane e dei ricostituiti reparti combattenti a fianco delle truppe alleate in Italia e all’estero, nonché di coloro i quali si schierarono con il regime, anche al fine di realizzare banche di dati – progressivamente implementabili su dati il più possibile uniformi – utili ad intrecciare le vicende personali alla storia generale;

a conservare, nell’ambito della più vasta storia della Resistenza, la memoria delle vittime della Shoah, in particolare sostenendo luoghi e iniziative di trasmissione culturale e educativa rivolte alle giovani generazioni;

a promuovere la ricerca storica sull’antifascismo e sulla Resistenza nel Mezzogiorno d’Italia;

a contribuire fattivamente alla realizzazione e alla digitalizzazione dell’Atlante Nazionale delle Stragi Nazifasciste ’43-’45, promosso dall’ANPI e dall’INSMLI grazie anche al sostegno finanziario del Governo della Repubblica Federale Tedesca, che le collochi sul territorio nazionale e connetta le biografie delle vittime – da raccogliere in un Albo Nazionale, come già avvenuto in altri Paesi europei – e dei carnefici al contesto locale e al quadro storiografico generale;

nell’ambito della “violenza ai civili” e dell’indagine sulla transizione dalla dittatura fascista alla vita democratica, promuovere ricerche sugli eventi violenti agiti contro sacerdoti, civili e appartenenti alla RSI avvenuti nel primo dopoguerra, nonché indagini sulla continuità dell’apparato burocratico statale dall’epoca fascista a quella democratica, anche alla luce dell’amnistia, che ricomprese i reati politici, promulgata dal primo governo post-fascista;

a promuovere la realizzazione di un Centro nazionale di documentazione, informazione e comunicazione multimediale, particolarmente indirizzato alle giovani generazioni e volto a diffondere la conoscenza delle vicende storiche della Resistenza;

a favorire la creazione della rete dei luoghi della memoria al fine di agevolarne la salvaguardia, la conoscenza, la valorizzazione – avvalendosi anche del Centro nazionale di documentazione, informazione e comunicazione multimediale –  e la creazione di uno specifico programma di identità visiva;

a sostenere materialmente i luoghi simbolici della suddetta rete – individuati dal MIBACT mediante i criteri citati al punto d) delle premesse – e che potrebbero rappresentare i lemmi del “lessico della memoria”,  da implementare ed arricchire:

  • luoghi simbolici della deportazione (come Binario 21 a Milano); luoghi di concentramento e di transito (quali, ad esempio, la Risiera di San Sabba, il campo di Fossoli di Carpi, Borgo San Dalmazzo); luoghi della rete di salvataggio e di protezione (come, ad esempio, Villa Emma di Nonantola);
  • luoghi e percorsi della Resistenza (come, ad esempio, l’Istituto Alcide Cervi, la Borgata Paraloup (CN), i percorsi della Linea Gotica, quelli delle Repubbliche partigiane dell’Ossola e di Montefiorino, l’ambito d’azione della formazione Gruppo Patrioti della Maiella); luoghi di reclusione e di violenza (come il Museo di Via Tasso a Roma e l’Hotel Regno di Milano);
  • luoghi delle stragi di civili (quali le Fosse Ardeatine, il Parco regionale di Monte Sole, Sant’Anna di Stazzema, Boves…);

ad assicurare all’Archivio Centrale dello Stato le risorse e le collaborazioni per il riordino, l’inventariazione e la digitalizzazione del consistente materiale documentale relativo al riconoscimento della qualifica di partigiano o di patriota, quali intervento prodromico al conferimento di una attestazione di riconoscimento e di gratitudine a quanti hanno contribuito alla lotta di Liberazione;

a promuovere azioni che mettano in luce la Resistenza e l’antifascismo quali radici dell’unità europea, da portare oggi a compimento;

utilizzare il patrimonio etico, storico e culturale antifascista per promuovere progetti che contrastino oggi nuove forme di razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo;

a sostenere programmi e progetti che partendo dalla conoscenza del conflitto passato consentano di far riflettere le nuove generazioni sull’attualità, sulla gestione dei conflitti attraverso il confronto verbale e, dunque, mediante la promozione di percorsi di dialogo e pace.

 

(8-00100) «Ghizzoni, D’Ottavio, Gribaudo, Coscia, Ascani, Blazina, Bossa, Carocci, Coccia, Crimì, Incerti, Malisani, Malpezzi, Manzi, Narduolo, Orfini, Pes, Piccoli Nardelli, Rampi, Rocchi, Andrea Romano, Paolo Rossi, Sgambato, Ventricelli».

 

il link al testo originale presentato in Commissione

banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.Asp?idAtto=30300&stile=7&highLight=1&paroleContenute=%27RISOLUZIONE+IN+COMMISSIONE%27

 

 

 

Cispadana, parlamentari “Opera necessaria, pretendiamo correttezza” – comunicato stampa 17.03.15

 

 

La Cispadana era e resta un’opera cruciale per l’Emilia-Romagna, e quindi a maggior ragione la sua realizzazione deve avvenire nella massima correttezza. Per questo non ci basta che la magistratura faccia il suo pur essenziale lavoro, chiediamo anche al ministro che venga in Parlamento a chiarire quanto sta succedendo”: i parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari intervengono sui dubbi sollevati dall’inchiesta della procura di Firenze attorno alla Cispadana. Ecco la loro dichiarazione:

 

«La Cispadana è un’infrastruttura utile, necessaria e attesa dai territori che attraverserà, e quindi, a maggior ragione, la sua realizzazione deve avvenire nella massima correttezza. Come parlamentari Pd siamo i primi a voler conoscere la verità attorno ai sospetti sollevati dall’inchiesta della procura di Firenze. Non ci basta che la magistratura faccia il suo pur essenziale lavoro. Ci uniamo a chi nel Pd ha già chiesto che il ministro Lupi venga in Parlamento a chiarire quanto sta succedendo. A parte i profili penali, di cui per l’appunto si occupano gli inquirenti, emergono nell’indagine altri profili che attengono alla gestione buona e trasparente delle grandi opere e a un modus operandi che, francamente, sconcerta. A questi dubbi devono arrivare risposte puntuali e inequivocabili. In particolare, attendiamo dal ministro risposte chiare sull’opera che riguarda più da vicino il nostro territorio, la Cispadana. Vogliamo sapere se le notizie di stampa corrispondano al vero e soprattutto quali tempestivi e inequivocabili atti il Governo intenda assumere per accertare, mentre la magistratura continua il suo lavoro, eventuali illeciti e per assicurare la piena correttezza procedimentale e la massima trasparenza. La Cispadana era e resta un’opera cruciale per l’Emilia-Romagna e per le nostre zone in particolare, che sono gravate da una viabilità non più adeguata alle esigenze di mobilità della popolazione e di collegamento di un distretto industriale di valenza internazionale. Come territorio modenese dobbiamo sentirci parte lesa se verrà dimostrato che condotte improprie o addirittura illegali hanno gettato un’ombra sull’infrastruttura fino a rallentarne la realizzazione. L’impegno del Pd per la legalità è fuori discussione: sarà, infatti, grazie soprattutto al nostro partito se, questa settimana, il Senato varerà il disegno di legge anti-corruzione, presentato dall’attuale presidente del Senato Grasso, atteso da anni nel nostro Paese»

“Contro il racket lavoro paziente non chiacchiere”, di Lionello Mancini – Il Sole 24 Ore 16.03.15

Da alcune settimane, si rincorrono interrogativi sullo stato di salute dell’antimafia in Sicilia, ma non solo.
Come distinguere l’impegno per la legalità dagli sbandieramenti di convenienza e dalle parole ispirate, ma inutili? Come riconoscere – in sostanza – le iniziative che modificano la realtà, dagli slogan che “bucano” i media, ma non spostano gli equilibri consolidati del malaffare?
Un primo criterio per tentare una risposta, è quello che individua i fatti distinguendoli dalle chiacchiere.
Ad esempio, per le imprese che hanno ottenuto il rating di legalità, le chiacchiere “stanno a zero”. Il sito dell’Antitrust ne indica 391, il che significa che già oggi è possibile contare migliaia tra imprenditori, manager e dipendenti che praticano (non predicano) un’idea di azienda moderna e strategica, che hanno scelto come operare nel mercato e si sono assunti l’impegno volontario di conservare le tre stellette oppure di migliorare la valutazione indipendente della loro solidità, biennio dopo biennio.
Altri fatti di cui pochissimo (giustamente) si parla, sono quelli ascrivibili al lavoro quotidiano delle associazioni antiracket. Forse non tutti hanno un’idea esatta di cosa significhi portare un commerciante o un imprenditore a denunciare un’estorsione.
È un percorso che inizia avvicinando con cautela una persona sfinita, sfiduciata, che non dorme la notte per paura di non farcela o che succeda qualcosa alla sua famiglia. Questa persona va convinta che ha di fronte non ragazzini volenterosi ma interlocutori fidati, a loro volta ascoltati dalle istituzioni pronte ad agire senza esporre inutilmente (magari in forma di eroe) chi denuncia.
La fiducia non si compra: il lavoro sotterraneo può durare mesi e non è detto che produca il coraggio per il passo finale, che si concretizza in un’aula di tribunale piena di persone che affiancano l’imprenditore che dovrà puntare il dito e far condannare l’estorsore.
Il tutto – attenzione – non nella comoda Milano (dove il silenzio è la regola) ma nelle zone più controllate dalle cosche in Calabria, Sicilia, Campania. Se di questi fatti i media non parlano fino agli arresti, significa che il meccanismo ha funzionato: se invece finiscono sui giornali, vuol dire che c’è scappato il morto.
Ci sono poi i fatti dell’Associazione costruttori, che ha applicato per la prima volta il nuovo Codice etico, dichiarando decaduto il presidente di una sede provinciale del Sud, già sospeso perché rinviato a giudizio per bancarotta. Una decisione netta dei probiviri nazionali dell’Ance, che ha trasportato dalle buone intenzioni scritte sulla carta alla realtà un confine reputazionale severo, non mancando di suscitare reazioni molto forti (anche di tipo legale) da parte dell’interessato e dei suoi sodali.
Si potrebbe continuare con altri fatti, tutti ben distinguibili dalle chiacchiere.
Ma c’è un ulteriore discrimine utile a rispondere alla domanda iniziale: quello che invita a distinguere le pagliuzze dalle travi di evangelica memoria (Luca 6,41).
Anche nel fronte schierato per la legalità esistono persone, enti, associazioni, categorie professionali, onestamente impegnati a riflettere sui propri risultati e i propri limiti; poi ci sono quelli che si limitano a lamenti e critiche – anche non fondate, a volte feroci – su tutto ciò che non derivi dal proprio impegno.
Un atteggiamento manicheo, furbesco, purtroppo diffuso. Lo stesso che auto-giustificava pratiche a dir poco opache con vibranti richiami allo “Stato assente” perché “facesse la sua parte”. Ci sono voluti decenni per riportare ciascuno al suo, anche se è ovvio che nei momenti di crisi si riaffaccino vecchie abitudini non del tutto debellate: così i giornalisti infilzano imprenditori e politici, questi se la prendono con giornalisti e magistrati, i quali ultimi scuotendo il capo ribadiscono che la categoria “società civile” è un’invenzione (loro esclusi, ovviamente).
Fatti, umiltà, tenacia, spirito autocritico: la risposta è dentro questo perimetro.

“C’è Del Duca nell’Unità!”, di Paola Severini Melograni – Il Sole 24 Ore 15.03.15

Ormai è quasi fatta, la Guido Veneziani Editore si è aggiudicata quel che rimane (il marchio e poco più, certamente i debiti) della testata più iconica della sinistra italiana: «l’Unità». Era difficile immaginare che i resti dell’antico polo italiano del giornalismo rosa («Stop», «Intimità», «Vero», «Miracoli»…) potessero, con una offerta spericolata, tentare di rianimare il foglio fondato da Antonio Gramsci il 12 febbraio del 1924 e scomparso la scorsa estate dopo aver compiuto novant’anni.
Solo negli ultimi dieci anni della sua vita di giornale di partito, dal 2003 al 2012 (poi affiancato da «Europa», che diventa organo del Pd nel 2007 fino al 2012), «l’Unità» ha succhiato dalle tasche dei contribuenti circa 54 milioni di euro, per un esborso medio, a copia, di 100 euro (cifre pubbliche). Intanto, nello stesso periodo, cresce e prospera la Guido Veneziani Editore, erede dell’impero di Cino Del Duca (la presse du coeur), venduto nel 1994 a Quadratum e poi passato alla Gve nel 2007.
Dunque, il lungo viaggio iniziato dal garibaldino Giosuè Del Duca in occasione dell’ultima battaglia di Digione del 1871 (combattuta agli ordini dell’ “Eroe dei Due Mondi”) si conclude, quasi 150 anni dopo, col recupero de «l’Unità», vessillo di una rivoluzione solo sognata e mai realizzatasi nel nostro Paese.
Piccolo, anzi piccolissimo commerciante di provincia, Giosuè – nato a Montedinove, in provincia di Ascoli Piceno – pagherà amaramente le sue convinzioni garibaldine con continui rovesci finanziari. Cosicché Pacifico (detto Cino), il maggiore e il più intelligente dei suoi quattro figli, dovrà lasciare gli studi, per cominciare a lavorare a soli 13 anni. Cino, nato nel 1899, è però già uno straordinario imprenditore di se stesso: farà di tutto per mantenersi e aiutare la famiglia, girando le Marche come fattorino, piazzista di libri e soprattutto di romanzi popolari a dispense, fino a quando, compiuti i diciotto anni, non sarà costretto a partire per la Grande Guerra. Tornato decorato e assunto dalle Ferrovie, a causa della sua militanza socialista si guadagnerà un confino ad Agropoli (nel 1921) e un licenziamento – perché sovversivo – già nel 1923.
Si trasferirà quindi prima a Pavia e poi a Milano, dove dal ’24 al ’29 lavorerà per un altro editore, Lotario Vecchi, sempre vendendo dispense porta a porta, fino a quando nel 1929, coinvolgendo tutta la sua famiglia (un comportamento tipicamente marchigiano), creerà “La Moderna” (poi Casa Editrice Universo), con una tipografia di proprietà.
Il rivoluzionario, divenuto imprenditore e padroncino (ben quaranta operai), resterà comunque antifascista. Cino riesce a sfruttare un settore – quello dell’editoria rosa e per ragazzi – in cui è possibile realizzare profitti senza chinarsi platealmente a Mussolini. Del Duca non ha i soldi per pagare giornalisti e scrittori famosi, e quindi se li inventa: «Si offre la pubblicazione a Giovani Abilissimi Scrittori». Grazie a quest’annuncio, ne scoprirà moltissimi: giovani, e non solo scrittori, ma anche disegnatori e dirigenti.
La prima a rispondere all’appello è una donna, Luciana Peverelli, che lo accompagnerà per mezzo secolo in questa avventura, dirigendo le sue creature più importanti: «il Monello», rivista destinata ai ragazzi (titolo ispirato da Chaplin), «l’Intrepido» (prodotto per i più grandicelli) e, nel Secondo Dopoguerra, «Stop»,il vero padre del giornalismo gossip italiano.
All’inizio, però, la Peverelli esordisce con un libro a dispense, «Cuore Garibaldino», un romanzone chiaramente ispirato all’epopea di Giosuè Del Duca. Poi i veri colpi di genio, i primi giornali per ragazzi, non “confessionali” (giacché allora esistevano già il governativo «Corrierino», figlio del «Corriere della Sera», il cattolico «Giornalino», nonché il fascistissimo «Giornalino dei Balilla», mentre stava per arrivare, nel ’37, il cattolicissimo «Vittorioso»).
«Il Monello» nasce nel ’33, «l’Intrepido» nel ’35; vivranno fino agli anni Novanta, formando generazioni di ragazzi (compresa chi scrive), mentre la presse du coeur , attraverso il fotoromanzo, assolverà a un compito educativo importantissimo: non solo divertendo, ma insegnando addirittura a «vivere la modernità» a milioni di donne, dall’educazione sentimentale all’igiene personale.
Nel ’38, dopo il fallimento della sua casa editrice italiana, Cino Del Duca si trasferisce in Francia, dove riesce a stampare e a diffondere i suoi giornali anche sotto il regime di Vichy, conducendo un doppio gioco pericolosissimo che gli varrà, a guerra finita, la Legion d’Onore, la Croce di Guerra e la Medaille de la Reconnaissance Française. La sua nuova impresa era stata battezzata «Les Editions Mondiales», e mondiale lo sarebbe diventata davvero: nel Dopoguerra, «Nous Deux» in Francia, come «Grand Hotel» in Italia, tireranno un milione e duecentomila copie ciascuna.
Nel 1956 il cuore socialista di Del Duca si getta in una nuova avventura, stavolta italiana: la creazione di un quotidiano di centro-sinistra. Nasce «il Giorno» – diretto da Gaetano Baldacci –, promosso con un altro marchigiano, Enrico Mattei. Ma la loro alleanza si romperà presto.
Il 19 settembre 1957, Del Duca – sganciatosi da «il Giorno» – acquista «Franc-Tireur», ex giornale clandestino nato nel ’41, e lo trasforma in «Paris-Journal», con un lancio in grande stile. Un “rital”, come vengono chiamati con disprezzo gli italiani in Francia, che penetra e sconvolge il mondo dell’informazione quotidiana. «Il miliardario con il cuore a sinistra, il Re della stampa rosa», s’impadronisce di una grande fetta della stampa quotidiana. È il salto di qualità mai riuscito in Italia. Subito dopo, Del Duca diviene produttore cinematografico, lasciandoci alcuni tra i film più significativi della storia del cinema: L’Avventura di Antonioni, Il Bell’Antonio di Bolognini e Accattone di Pasolini.
Cino del Duca muore alla vigilia del ’68. Forse sorriderebbe (nella scheda segnaletica della polizia fascista era scritto proprio così: «espressione sorridente, segno della sua sicurezza»), pensando alla paradossale conclusione della nostra storia: «l’Unità» inghiottita dal polo rosa dell’editoria, erede della presse du coeur dello spericolato Del Duca, che nel suo campo fu un eccellente imprenditore, a differenza degli ultimi amministratori del giornale che ora verrà finalmente rilanciato da un imprenditore che ha dimostrato di essere altrettanto coraggioso e capace.

“Buona Università, legge di stabilità e riduzione tasse universitarie”, di Matteo Napoli – Controcampus.it 10.03.15

 Universitari

Dopo la Buona Scuola arriva la Buona Università, ma di cosa si tratta? Cosa cambia nell’Università Italiana? Ecco tutto quello che devi sapere sulla riforma dell’Università nell’intervista a all’On. Manuela Ghizzoni

Tra proposte e nuovi modelli Isee ed Iseeu, ecco tutti gli aggiornamenti sulla questione tasse universitarie e sulla Buona Università in progetto. Sarà cambio di passo? Intervista esclusiva all’On. Manuela Ghizzoni.In attesa della prossima Legge di Stabilità e della così detta Buona Università, non si ferma il dibattito parlamentare intorno alla riduzione delle tasse universitarie. 

Dopo la Buona Scuola arriva la Buona Università? Il Governo conferma la disponibilità a “rottamare le rigidità” del sistema tasse universitarie. Pronto un piano per la Buona Università.

Molti i temi sul piatto del nuovo progetto riforma di Buona Università: orientamento, diritto allo studio, finanziamenti, valutazione, didattica e, ovviamente, contribuzione studentesca.

Buona Università e Tasse Universitarie: quanto costa studiare in Italia

Quando il dubbio diventa certezza. Studenti italiani i più tartassati d’Europa? Sembrerebbe di sì. Almeno se facciamo fede alle recenti stime Flc-Cgil, che, per il solo quinquennio 2009-2014, calcola un aumento complessivo delle tasse universitarie del 75%, per una tassazione media nazionale  di oltre 1.500 euro annui a studente. Tra le più alte d’Europa. Un’ipertrofia galoppante, con una geografia tutta sua. A far registrare i picchi più alti, ancora una volta, sono gli atenei del Nord Italia: dai 1.802 euro a studente del Politecnico di Milano ai 1.614 della Statale. Più economiche, invece, le rette nelle università del Sud. A Potenza, l’Università della Basilicata chiede 490 euro l’anno a studente, mentre a Catanzaro (Magna Grecia) la contribuzione si aggira intorno ai 532 euro.

Dura tax, sed tax. Così il Bel Paese, già maglia nera europea quanto a capacità di sfornare laureati, incassa l’ennesima sberla “comunitaria”. Prima di noi, come analizza il rapporto Education at a Glance, rilasciato dall’Ocse nel 2014, c’è solo il Regno Unito, coi suoi oltre 4.500 euro (media “comparativa”) l’anno in tasse agli studenti seguito da paesi d’oltreoceano come Giappone, Stati Uniti, Australia. Tornando in Europa, i paesi scandinavi sono, invece, i più virtuosi. Studiare non costa nulla. Lo sanno bene Danimarca e Svezia, dove chi desidera laurearsi riceve indistintamente una borsa di studio mensile di 900 euro, perché (per quanto “anomalo” possa suonare alle nostre latitudini) lo studio  è considerato, a tutti gli effetti, un lavoro. A costo zero anche le università di Cipro, Malta, Ungheria, Repubblica Ceca e Grecia. In Germania, invece, le tasse sfiorano soglie vicine ai mille euro annui. In Belgio non superano i 653 euro l’anno, in Spagna sforano al massimo i 1.100, mentre in Francia si oscilla da un minimo di 200 euro a un massimo di 1.400. Ma a mettere la ciliegina su questa cartella clinica tutt’altro che esaltante dei costi e delle tasse universitarie tricolore è ancora l’Ocse, per la quale la nostra Università “vanterebbe” la percentuale più bassa di studenti con borse di studio (il 20%) unitamente alla percentuale più bassa (ex equo con la Spagna) di residenze universitarie (solo il 2%).

Riduzione Tasse Universitarie, Ultime News dalla Commissione Cultura

Una proposta di legge, quella relativa alla riduzione delle tasse universitarie, che, ricordiamolo, era entrata nella fase più “calda” del suo iter parlamentare qualche mese fa (7 Maggio 2014), quando il Sottosegretario all’Istruzione,Angela D’Onghia, aveva dato parere favorevole allaproposta di legge presentata dal deputato 5S Gianluca Vacca, in cui si chiede agli atenei italiani di ridurre la pressione fiscale nei confronti degli iscritti, per un risparmio sulle spese universitarie sostenute dalle famiglie stimato in un rotondo 20%.

Come è noto, fino al 2012 valeva per tutti gli studenti il principio per cui gli iscritti non dovevano superare il 20% di contribuzione al bilancio universitario (FFO). Oggi, invece, questo limite viene costantemente aggirato dacché dal conteggio sono stati estrapolati gli studenti fuori corso restati senza limite e, soprattutto, perché è stata ridotta la platea degli studenti (in corso) che devono mantenersi dentro il tetto del 20%. La ratio della proposta 5 stelle è, dunque, quella di ripristinare il limite del 20%, e di riportare in questo limite tutte le ulteriori spese che gli studenti sostengono presso l’università (biblioteche e altri servizi). Misure che, ovviamente, renderebbero indispensabile un controllo certificato dei bilanci degli atenei. perché, come spiega il deputato 5S Luigi Gallo, “già in presenza del limite gli studenti dovevano farsi carico dei ricorsi per ottenere un loro diritto, ovvero il rispetto di una limitazione della contribuzione stabilità per legge.”

Ma a destare interesse, in Commissione Cultura, è soprattutto la proposta di legge AC 2386, avanzata dal deputato PD Manuela Ghizzoni, che, proprio in merito al disegno pentastellato, parla di soluzione inadeguata e parziale, prevedendo, questa, l’abrogazione di una norma introdotta con la spending review, che sconta quindi il prezzo di caldeggiare il ritorno ad uno “status quo ante” palesemente fallimentare. Tesa a garantire agli studenti italiani un sistema di accesso all’università finalmente equo e attrattivo, la proposta-Ghizzoni si articola su alcune direttrici chiave:

  • esentare dalle tasse tutti gli studenti di famiglie con basso ISEE, cioè l’indicatore dipendente da reddito e patrimonio, indipendentemente dall’anzianità di iscrizione ma purché “attivi”, cioè abbiano conseguito un numero prefissato di crediti formativi universitari;
  • rendere contenuti e graduali gli incrementi di tassazione per gli studenti di famiglie con ISEE medio-basso;
  • fissare un limite massimo al gettito medio per studente in ogni ateneo (invece che al gettito totale), modulandolo territorialmente in rapporto al reddito medio familiare regionale;
  • applicare gradualmente il nuovo sistema e riservare una quota del finanziamento statale al sostegno dei bilanci universitari in relazione al numero degli studenti esenti e alla qualità delle strutture didattiche.

Questi, in sintesi, gli ultimissimi aggiornamenti. Di fatto il dibattito sulla caldeggiata riduzione delle tasse universitarie resta, in attesa di nuovi (e si spera risolutivi) tavoli di concertazione, ancora fermo colle quattro frecce.

Cosa cambia con la Buona Università e con il nuovo Isee

Anno nuovo, nuovi indicatori o meglio un indicatore “modulare”. Addio insomma all’ISEE “integrato”. Da Gennaio 2015 gli Italiani, infatti, hanno a disposizione ben sei tipologie di indicatori differenziati sulla base della prestazione agevolata richiesta. Uno di questi riguarda proprio gli universitari che chiedono di accedere alle prestazioni agevolate connesse al diritto allo studio, il cosiddetto Isee UniversitàMa come funziona l’Isee Università e come compilarlo? Si tratta, in pratica, di richiedere un Isee ad hoc, calcolato assumendo come riferimento il reddito del nucleo familiare dello studente “slegato” dalla residenza anagrafica dello stesso.

Studenti e famiglie impegnati nel pagamento delle tasse universitarie non dovranno fare alto che compilare la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu) Standard (non la mini). La Dsu per l’Isee Università, più precisamente, può consistere o nella compilazione del modulo MB.1 (sul nucleo familiare e la casa) o del modello MB.2 (quadro C) sulle prestazioni universitarie: in questo caso occorrerà precisare la presenza dei genitori nel nucleo familiare e l’autonomia dello studente. Nel caso particolare in cui nel nucleo familiare sia presente un solo genitore e l’altro risulti non coniugato e non convivente, andrà compilato anche il quadro D del modello. Per quelle prestazioni, invece, che afferiscono ai dottorati di ricerca, permangono  le regole generali che disciplinano l’Isee standard.

L’Isee Università va presentata all’Inps oppure alle segreterie dell’ateneo o l’ente per il diritto allo studio, che, entro quattro giorni dalla ricezione della Dsu, trasmetteranno in via telematica i dati al sistema informativo dell’Isee. Per maggiori chiarimenti, rimandiamo alla guida predisposta dal Ministero del Lavoro.

Scarica >> Istruzioni Isee Università e Tasse Universitarie 2015. Come richiedere e compilare

Manuela Ghizzoni

Ma quali sono, ad oggi, le principali novità sul tavolo della VII Commissione Cultura in merito al paventato alleggerimento delle tasse universitarie? Quali sono le novità della  Buona Università

Come si abbassa la pressione fiscale su studenti e famiglie? E come risolvere le sofferenze economiche dei nostri atenei? Le coperture previste basteranno alla bisogna?

Lo abbiamo chiesto ad una “insider”, lOn. Manuela Ghizzoni (PD), ex Presidente della VII Commissione Cultura della Camera e attuale Vicepresidente della stessa.

In tempi di Sblocca Italia, sono tante le questioni ancora da dirimere: tra queste lo spinoso tema della riduzione delle tasse universitarie. Ogni anno più esose, con rette spesso ampiamente sopra la media europea. I rettori puntano il dito contro sforbiciate ed amnesie del sistema politico. Dal 2009 l’università perderebbe ogni anno 1 miliardo di euro, obbligando de facto gli atenei a calcare la mano sulle tassazioni e a mettere la testa fuori dai tetti imposti dalla legge. Il Governo, invece, si trincera sotto la gonnella della crisi economica. On. Ghizzoni, quali e quante colpe ritiene sia possibile addebitare alla politica e quali/quante agli atenei?

“Attribuire delle colpe è un esercizio inutile, se fine a se stesso. Può servire, invece, per inquadrare il problema e i soggetti coinvolti. E il problema, rispetto alle tasse universitarie, c’è. Per far frequentare l’università ai figli, una famiglia italiana affronta costi alti, tra i più alti in Europa secondo le analisi OCSE. Da noi uno studente paga in tasse più del doppio che in Francia, mentre in molti Paesi nulla si paga. Peraltro, solo l’8% degli studenti italiani riceve una borsa di studio mentre i loro omologhi francesi, tedeschi o spagnoli sono tre volte di più. In molte università, poi, la tassazione non è distribuita equamente rispetto al reddito e al patrimonio delle famiglie degli studenti, col risultato che le più abbienti pagano relativamente poco e le meno abbienti relativamente molto. In più, la tassazione media per studente oscilla molto, introducendo pesanti disparità territoriali a cui non corrispondono adeguati sostegni alla mobilità. La combinazione tra questi fattori – tasse alte e non distribuite in modo equo, poche borse di studio, squilibri territoriali, bassa mobilità – scoraggia l’iscrizione all’università: le matricole sono diminuite del 14% tra il 2009 e il 2013. Le università hanno autonomia impositiva e, quindi, hanno responsabilità diretta sul grado di equità e progressività delle contribuzioni imposte agli studenti, ma sulla loro entità pesa, in generale, il progressivo definanziamento del sistema universitario da parte dello Stato: il Fondo di Finanziamento Ordinario – FFO – è drammaticamente diminuito, di ben il 21% negli ultimi sei anni (l’incremento di 150 milioni a regime, deciso nell’ultima legge di stabilità, è importante ma non compensa i precedenti tagli). In questi anni di perenne instabilità politica e governativa, si è messo mano al sistema contributivo studentesco con interventi iniqui, ragioneristici e frammentari (in particolare, lo ha fatto il Governo Monti nel 2012). Questa è una delle colpe. Ora, è tempo che le parti in gioco intervengano per riparare agli errori compiuti, soprattutto a fronte dei preoccupanti dati sulle immatricolazioni e – di converso – dell’obiettivo imposto dalla strategia europea 2020 di raggiungere il 40% di laureati tra i 30/34enni (in Italia l’attuale percentuale è lontanissima all’obiettivo: 22,4!). Ritengo che i contenuti della mia proposta di legge – AC 2386 – possano intervenire positivamente per risolvere alcuni dei problemi esposti. Ma perché questo accada, i soggetti coinvolti devono compiere un percorso condiviso, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi.”

La Sua proposta consiste, sinteticamente, in una rimodulazione delle tasse in base ad un indice che variabile in base alla regione dove si trova l’università, cui si accompagna una contemporanea introduzione di una fasciazione progressiva. 3 i cardini: assegnazione agli atenei statali di una quota aggiuntiva di finanziamento in proporzione al numero degli studenti esenti, importo medio regionalizzato della contribuzione studentesca non superiore ai 900 euro, ma soprattutto una No Tax Area fino a 20.000 euro di ISEE. Ci aiuta ad approfondire il contenuto della Sua proposta?

“Quanto anticipato nella domanda è giusto. La mia proposta, sinteticamente, riflette su questo possibile scenario:

  • esentare dalle tasse tutti gli studenti di famiglie con basso ISEE, cioè l’indicatore dipendente da reddito e patrimonio, indipendentemente dall’anzianità di iscrizione ma purché “attivi”, cioè abbiano conseguito un numero prefissato di crediti formativi universitari;
  • rendere contenuti e graduali gli incrementi di tassazione per gli studenti di famiglie con ISEE medio-basso;
  • fissare un limite massimo al gettito medio per studente in ogni ateneo (invece che al gettito totale), modulandolo territorialmente in rapporto al reddito medio familiare regionale;
  • applicare gradualmente il nuovo sistema e riservare una quota del finanziamento statale al sostegno dei bilanci universitari in relazione al numero degli studenti esenti e alla qualità delle strutture didattiche.

Questo impianto di proposta faciliterebbe il rispetto dei principi di equità e progressività che già ora la legge dispone in merito alla contribuzione studentesca (ma la legge, si sa, non sempre viene rispettata…); inoltre, fissare il limite nazionale ad un valore non lontano dall’attuale valore medio lascerebbe invariata la contribuzione totale ma la si distribuirebbe più equamente tra le famiglie italiane, sia all’interno di ciascun ateneo che tra i vari atenei. Inoltre, contribuzioni più eque incentiverebbero i giovani ad immatricolarsi e ad impegnarsi in formazione universitaria, che resta l’investimento più redditizio secondo l’OCSE. Queste azioni positive abbatterebbero anche lo “spread della conoscenza”, che è altrettanto pericoloso di quello tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi.”

Non solo il M5S, anche il Ministro Giannini, tempo addietro, si era detta disponibile ed interessata a convergere, almeno in linea di merito. Tanto che si era parlato di un nuovi tavoli tra gennaio e marzo. Secondo Lei, ci sono i margini per addivenire, magari in tempi non eccessivamente logoranti, ad un testo unico condiviso?

“Me lo auguro! Peraltro, da parte del sistema universitario sono arrivati segnali confortanti. Il rettore dell’università di Bologna, Ivano Dionigi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico – avvenuto alla presenza del primo ministro Renzi – ha detto che bisognerebbe azzerare le tasse per il conseguimento della laurea triennale (attingendo le risorse necessarie – ha aggiunto – dai risparmi che lo Stato recupera dal blocco degli scatti stipendiali dei professori!). All’università di Firenze, poi, grazie anche all’impegno costante delle organizzazioni studentesche presenti in Senato e nel CdA, dall’anno accademico in corso è stato introdotto un nuovo sistema di contribuzione che ricorda, nell’impianto, la proposta AC 2386. Non abbiamo lavorato insieme, ma siamo arrivati alle stesse conclusioni dopo un’analisi del contesto (che ho richiamato nella prima risposta). Quella di Firenze è una scelta incoraggiante, soprattutto se si considera che è stata assunta senza alcuna compensazione della quota di FFO. Dovremo studiarne gli esiti, in particolare per quanto riguarda la percentuale dei nuovi iscritti, le condizioni sociali delle loro famiglie, l’ammontare medio e complessivo del contributo studentesco. Informazioni utili per valutare la “fattibilità” del modello previsto nella proposta di legge e, soprattutto, per verificare se l’ammontare della quota di FFO prevista per la compensazione ai bilanci di ateneo sia adeguata. Ma la Commissione Istruzione e Università della Camera non è un semplice “servizio studi”: è la sede in cui si approntano leggi per risolvere problemi. Ora, per procedere nell’iter della proposta di legge AC 2386 occorre che il Governo passi dalla disponibilità all’impegno concreto nella discussione. Un impegno che non può più essere procrastinato.”

Una necessita, quella di calmierare le tasse universitarie, che ci riporta ovviamente al capitolo “risorse”. In questo senso l’aumento di 150 milioni del Fondo di finanziamento statale e di altrettanti del fondo per le borse di studio basterà a dare gambe alle novità previste dalla proposta? O serviranno altri e più consistenti investimenti per evitare, come mormorano gli scettici, che le promesse si risolvano nell’ennesimo spot ?

“L’incremento del FFO e del Fondo integrativo per le borse di studio sono decisioni molto utili e positive, che dopo gli anni di tagli draconiani non vanno assolutamente sottovalutate. Ma per dare gambe alla proposta sulla contribuzione universitaria occorre un impegno ancora maggiore, che può essere assunto progressivamente, nel corso di un triennio/quinquennio. Un impegno che ci aspettiamo sia preso a partire dalla prossima legge di stabilità.”