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Camera. Franceschini: Il gruppo PD farà comunque certificare il suo bilancio

Il Pd “farà comunque certificare” i bilanci dei propri gruppi parlamentari da una società di revisione esterna. Lo ha annunciato nell’Aula della Camera il capogruppo del Pd Dario Franceschini, ricordando come siano stati proprio i democratici a sollevare la questione in una lettera, inviata a Gianfranco Fini il 6 aprile scorso. “Allora chiedevamo di avviare con la massima sollecitudine un’iniziativa che porti all’introduzione di nuove regole certe riguardanti i bilanci dei gruppi parlamentari”.

Secondo le anticipazioni dell’Ansa, dalla bozza del nuovo regolamento di Montecitorio non ci sarà alcuna società di certificazione a sorvegliare i bilanci dei gruppi parlamentari alla Camera. Sarebbe dunque bocciata in partenza la proposta fatta dal presidente Gianfranco Fini sulla necessità di organismi esterni di controllo. Domani il voto della giunta parlamentare.

Secondo le nuove regole, “entro trenta giorni dalla propria costituzione, ciascun gruppo approva uno statuto”, che “indica l’organo competente ad approvare il rendiconto e l’organo responsabile per la gestione amministrativa e contabile del Gruppo”. Inoltre viene esplicitato che i “contributi” della Camera “sono destinati dai Gruppi esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili, nonché al fine di garantire il funzionamento degli organi e delle strutture dei Gruppi”.

"Basta egoismi, la sfida è il governo", di Claudio Sardo

Le primarie devono servire per rendere più democratiche e partecipate le scelte decisive, per rafforzare il progetto di governo, per conquistare energie e consensi nella società. Non possono trasformarsi in un conflitto distruttivo, in una prova di autolesionismo collettivo. Nel popolo del Pd e del centrosinistra – tanto più in quella parte abituata a cantare e a portare la croce, tra i volontari che faticano e magari vengono additati come pezzi della nomenclatura – cresce un grande timore. Che le primarie possano produrre divisione anziché unità, confusione anziché chiarezza, egoismi anziché condivisione, discredito anziché innovazione. E che in questo modo il Pd e il centrosinistra consumino la loro credibilità come forza di governo prima ancora che il vantaggio virtuale assegnato dai sondaggi.

Sia chiaro, dalla scelta delle primarie non si torna indietro. Per mille motivi, anche perché priverebbe l’elettorato progressista di qualcosa che viene percepito quasi come un diritto. Sì, nell’Italia dei partiti personali e privi di democrazia interna, il carattere aperto e scalabile del Pd è considerato un diritto generale. Ma è bene che sia così, in attesa che il seme della democrazia venga esportato e che il Pd sappia darsi regole stabili in grado di potenziare la propria autonomia rispetto alle oligarchie divenute egemoni nella seconda Repubblica.

Oggi la questione non sta tanto nelle regole. Perché le regole, di per sè, avrebbero negato molte cose di queste primarie, persino la candidatura di Renzi. Dalla competizione, così come si è delineata nella realtà, non è serio, né possibile retrocedere. Si apra dunque la sfida davanti agli elettori di centrosinistra disposti a sostenere un progetto di governo per l’Italia. Ma i candidati – i tre che si contendono il primato e gli aspiranti outsider che ambiscono a salire sul palcoscenico – sono chiamati a un supplemento di responsabilità. È in gioco il governo dell’Italia. Per di più in un momento drammatico, con una crisi economica e sociale senza precedenti nel dopoguerra. Si decide qui il prossimo decennio e una parte rilevante del destino dell’Europa.

E, siccome è una sfida collettiva, nessuno può guardarsi l’ombelico. Non si può far finta che si tratti del congresso del Pd, non si può correre con l’obiettivo esclusivo di ritagliarsi una spazio di minoranza, o di corrente, o addirittura di testimonianza. Al contrario bisognerebbe fare un solo partito dalla base di queste primarie. Abbiamo già vissuto l’esperienza suicida dell’Unione. Queste primarie servono per costruire la sola, plausibile alternativa a un nuovo governo Monti, oggi preferito dalle oligarchie, da Berlusconi che sa di non poter vincere, e da Grillo che spera così di dimostrare che i partiti sono tutti uguali. Chi, per dolo o per colpa, agisce per trasformare le primarie in una corsa sgangherata, in una corrida di dilettanti, in un conflitto autoreferenziale (benché supportato dal voto popolare), porterà acqua al mulino degli avversari del centrosinistra. E sarà artefice di una sconfitta. Perché è chiaro che il Monti-bis dopo le elezioni sarebbe una sconfitta del Pd.

L’Untà 19.09.12

"Basta egoismi, la sfida è il governo", di Claudio Sardo

Le primarie devono servire per rendere più democratiche e partecipate le scelte decisive, per rafforzare il progetto di governo, per conquistare energie e consensi nella società. Non possono trasformarsi in un conflitto distruttivo, in una prova di autolesionismo collettivo. Nel popolo del Pd e del centrosinistra – tanto più in quella parte abituata a cantare e a portare la croce, tra i volontari che faticano e magari vengono additati come pezzi della nomenclatura – cresce un grande timore. Che le primarie possano produrre divisione anziché unità, confusione anziché chiarezza, egoismi anziché condivisione, discredito anziché innovazione. E che in questo modo il Pd e il centrosinistra consumino la loro credibilità come forza di governo prima ancora che il vantaggio virtuale assegnato dai sondaggi.
Sia chiaro, dalla scelta delle primarie non si torna indietro. Per mille motivi, anche perché priverebbe l’elettorato progressista di qualcosa che viene percepito quasi come un diritto. Sì, nell’Italia dei partiti personali e privi di democrazia interna, il carattere aperto e scalabile del Pd è considerato un diritto generale. Ma è bene che sia così, in attesa che il seme della democrazia venga esportato e che il Pd sappia darsi regole stabili in grado di potenziare la propria autonomia rispetto alle oligarchie divenute egemoni nella seconda Repubblica.
Oggi la questione non sta tanto nelle regole. Perché le regole, di per sè, avrebbero negato molte cose di queste primarie, persino la candidatura di Renzi. Dalla competizione, così come si è delineata nella realtà, non è serio, né possibile retrocedere. Si apra dunque la sfida davanti agli elettori di centrosinistra disposti a sostenere un progetto di governo per l’Italia. Ma i candidati – i tre che si contendono il primato e gli aspiranti outsider che ambiscono a salire sul palcoscenico – sono chiamati a un supplemento di responsabilità. È in gioco il governo dell’Italia. Per di più in un momento drammatico, con una crisi economica e sociale senza precedenti nel dopoguerra. Si decide qui il prossimo decennio e una parte rilevante del destino dell’Europa.
E, siccome è una sfida collettiva, nessuno può guardarsi l’ombelico. Non si può far finta che si tratti del congresso del Pd, non si può correre con l’obiettivo esclusivo di ritagliarsi una spazio di minoranza, o di corrente, o addirittura di testimonianza. Al contrario bisognerebbe fare un solo partito dalla base di queste primarie. Abbiamo già vissuto l’esperienza suicida dell’Unione. Queste primarie servono per costruire la sola, plausibile alternativa a un nuovo governo Monti, oggi preferito dalle oligarchie, da Berlusconi che sa di non poter vincere, e da Grillo che spera così di dimostrare che i partiti sono tutti uguali. Chi, per dolo o per colpa, agisce per trasformare le primarie in una corsa sgangherata, in una corrida di dilettanti, in un conflitto autoreferenziale (benché supportato dal voto popolare), porterà acqua al mulino degli avversari del centrosinistra. E sarà artefice di una sconfitta. Perché è chiaro che il Monti-bis dopo le elezioni sarebbe una sconfitta del Pd.
L’Untà 19.09.12

"Boom di madri costrette ad abbandonare il lavoro", di Flavia Amabile

È fin troppo scontato in un Paese come l’Italia dove alle donne spettano i record di precarietà e disoccupazione anche in tempi normali. La crisi sta colpendo senza pietà soprattutto loro e soprattutto le più deboli: quelle con almeno due figli, quelle che non hanno la laurea, le straniere. È l’amaro scenario disegnato dal rapporto di Save the Children «Mamme nella crisi» presentato ieri.

Le speranze di poterle aiutare sono poche, ha ammesso la ministra al Welfare e alle Pari Opportunità Elsa Fornero. Pur condividendo e capendo, ha ricordato a tutti la difficile situazione dei conti, il debito da restituire e quindi ha escluso iniziative forti, ad ampio raggio. Qualcosa però è allo studio per le donne che soffrono di più ha assicurato – si tratta di «aree di intervento mirate, circoscritte per massimizzare le probabilità di riuscire».

La ministra avrebbe voluto anche introdurre cinque giorni di paternità obbligatoria. «Ma come le paghiamo? Ogni giorno costa 70 milioni di euro». Lo stesso vale per eventuali misure sulla social card e sulla non autosufficienza: per il momento sono in fase di solo di studio perché non si sa come pagarle.

E, quindi, la situazione resta quella che è. Nel 2010 ad avere un lavoro è una donna su due (il 50,6%) se non ha figli, cifra molto al di sotto della media europea pari al 62,1%. Ma scende al 45,5% già al primo figlio (sotto i 15 anni) per perdere quasi 10 punti (35,9%) se i figli sono 2 e toccare quota 31,3% nel caso di 3 o più figli.

Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009 800 mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni per andare via in occasione o a seguito di una gravidanza, anche grazie al meccanismo delle «dimissioni in bianco». Le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per costrizione, che erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009 diventando l’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro.

Anche le donne che hanno avuto la fortuna di conservare un posto di lavoro nonostante la crisi, sono andate incontro a problemi. Nel 2010 è diminuita l’occupazione qualificata, tecnica e operaia. È cresciuta la bassa specializzazione: dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center. Aumenta il part-time, «ma non quello scelto dalle donne» – precisa Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat. È dovuto quasi esclusivamente all’aumento del part-time accettato per la mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno, con una percentuale nel 2010 del 45,9% sul totale dell’occupazione a tempo ridotto, quasi il doppio della media Ue (23,8%).

Vita sempre più difficile per le mamme di origine straniera: già all’arrivo del primo figlio subiscono un aumento notevole dell’indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane, e le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà con una percentuale del 28,5% contro il già gravoso 22,8% della media dei minori in Italia.

Poche speranze anche per le donne senza laurea. Il loro tasso di occupazione è molto inferiore a quello dei coetanei di sesso maschile: 37,2% contro il 50,8%. E, quindi, è inevitabile che dei 3 milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% viva ancora con i genitori. Calano le nascite di 15mila unità tra il 2008 e il 2010 e nessuno offre aiuti. Nel 2009, la spesa per la protezione sociale per famiglie e minori raggiungeva appena l’1,4% del Pil, rispetto ad una media europea del 2,3%. Ovvio che solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%, con una forte penalizzazione del sud.

La Stampa 19.09.12

"Boom di madri costrette ad abbandonare il lavoro", di Flavia Amabile

È fin troppo scontato in un Paese come l’Italia dove alle donne spettano i record di precarietà e disoccupazione anche in tempi normali. La crisi sta colpendo senza pietà soprattutto loro e soprattutto le più deboli: quelle con almeno due figli, quelle che non hanno la laurea, le straniere. È l’amaro scenario disegnato dal rapporto di Save the Children «Mamme nella crisi» presentato ieri.
Le speranze di poterle aiutare sono poche, ha ammesso la ministra al Welfare e alle Pari Opportunità Elsa Fornero. Pur condividendo e capendo, ha ricordato a tutti la difficile situazione dei conti, il debito da restituire e quindi ha escluso iniziative forti, ad ampio raggio. Qualcosa però è allo studio per le donne che soffrono di più ha assicurato – si tratta di «aree di intervento mirate, circoscritte per massimizzare le probabilità di riuscire».
La ministra avrebbe voluto anche introdurre cinque giorni di paternità obbligatoria. «Ma come le paghiamo? Ogni giorno costa 70 milioni di euro». Lo stesso vale per eventuali misure sulla social card e sulla non autosufficienza: per il momento sono in fase di solo di studio perché non si sa come pagarle.
E, quindi, la situazione resta quella che è. Nel 2010 ad avere un lavoro è una donna su due (il 50,6%) se non ha figli, cifra molto al di sotto della media europea pari al 62,1%. Ma scende al 45,5% già al primo figlio (sotto i 15 anni) per perdere quasi 10 punti (35,9%) se i figli sono 2 e toccare quota 31,3% nel caso di 3 o più figli.
Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009 800 mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni per andare via in occasione o a seguito di una gravidanza, anche grazie al meccanismo delle «dimissioni in bianco». Le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per costrizione, che erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009 diventando l’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro.
Anche le donne che hanno avuto la fortuna di conservare un posto di lavoro nonostante la crisi, sono andate incontro a problemi. Nel 2010 è diminuita l’occupazione qualificata, tecnica e operaia. È cresciuta la bassa specializzazione: dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center. Aumenta il part-time, «ma non quello scelto dalle donne» – precisa Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat. È dovuto quasi esclusivamente all’aumento del part-time accettato per la mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno, con una percentuale nel 2010 del 45,9% sul totale dell’occupazione a tempo ridotto, quasi il doppio della media Ue (23,8%).
Vita sempre più difficile per le mamme di origine straniera: già all’arrivo del primo figlio subiscono un aumento notevole dell’indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane, e le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà con una percentuale del 28,5% contro il già gravoso 22,8% della media dei minori in Italia.
Poche speranze anche per le donne senza laurea. Il loro tasso di occupazione è molto inferiore a quello dei coetanei di sesso maschile: 37,2% contro il 50,8%. E, quindi, è inevitabile che dei 3 milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% viva ancora con i genitori. Calano le nascite di 15mila unità tra il 2008 e il 2010 e nessuno offre aiuti. Nel 2009, la spesa per la protezione sociale per famiglie e minori raggiungeva appena l’1,4% del Pil, rispetto ad una media europea del 2,3%. Ovvio che solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%, con una forte penalizzazione del sud.
La Stampa 19.09.12

"Anti-corruzione, legge sul binario morto", di Liana Milella

Anti-corruzione in dirittura d’arrivo… sul binario morto. Anche se il vice presidente del Csm Michele Vietti dice che «va approvata subito, come ha raccomandato Napolitano». Invece al Senato, come già a Montecitorio, la maggioranza si lacera. Il leghista Roberto Calderoli preconizza che «non andrà da nessuna parte» e vede più facile perfino il cammino della riforma elettorale. Pdl e Pd «non potrebbero essere più lontani di così», come fotografa il Pd Felice Casson uscendo dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia.
Nonostante gli annunci del premier Mario Monti e del Guardasigilli Paola Severino di appena una settimana fa — «l’anticorruzione è una priorità» — al primo vaglio importante esplodono i contrasti. Il Pdl, con il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli, vuole togliere il traffico d’influenze illecite, il Pd è contrario, Severino pure. Il Pd riparla di necessario ricorso alla fiducia (Silvia Della Monica) e il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi non la esclude. La capogruppo Pd Anna Finocchiaro punta i piedi: «Si voti il ddl com’è uscito dalla Camera».
A palazzo Madama si snoda una giornata molto difficile. Che fa dire a Severino: «Ho più volte ribadito che agli atteggiamenti puramente critici sull’asserita genericità delle fattispecie penali dovessero seguire suggerimenti per una loro migliore delimitazione.
Ma finora, nonostante le mie sollecitazioni in particolare sul traffico di influenze, nessuno l’ha fatto. Credo che le conclusioni ognuno possa trarle da solo». Il ministro della Giustizia parla dei mal di pancia del Pdl, ripropone la sua apertura alle modifiche, ma a patto che migliorino il testo votato alla Camera a metà giugno e non certo cancellino reati per lei fondamentali nella famosa «piramide dell’anti-corruzione».
Il Pdl fa l’opposto. Berselli fissa per giovedi 27 settembre il termine per gli emendamenti e annuncia il suo no al traffico d’influenze «perché il governo avrebbe dovuto prima presentare una legge sulle lobby». Pare l’annuncio della rottura, anche se c’è chi, alla Camera, ritiene che il momento della mediazione politica debba ancora arrivare. Enrico Costa butta lì un laconico «staremo a vedere». Il falco Luigi Vitali plaude alla demolizione. Il capogruppo Fabrizio Cicchitto ricorda che a Montecitorio «la mediazione non ci fu per via della fiducia » e ora al Senato «riemergono le questioni».
A questo punto si scatena lo stato maggiore del Pd. Finocchiaro: «Sarebbe grave svuotare e peggiorare un testo che era un punto d’equilibrio». Andrea Orlando: «Intervenga Severino e si faccia garante». Della Monica: «L’asse Pdl-Lega riporterà il ddl alla versione del Senato». Donatella Ferranti: «Sarebbe una schizofrenia, va approvato senza se e senza ma». Casson: «Inserirò il conflitto d’interessi». Anche Luigi li Gotti (Idv) vuole modifiche importanti sui nuovi reati, ma vuole che il ddl diventi alla fine legge.

La Repubblica 19.09.12

"Anti-corruzione, legge sul binario morto", di Liana Milella

Anti-corruzione in dirittura d’arrivo… sul binario morto. Anche se il vice presidente del Csm Michele Vietti dice che «va approvata subito, come ha raccomandato Napolitano». Invece al Senato, come già a Montecitorio, la maggioranza si lacera. Il leghista Roberto Calderoli preconizza che «non andrà da nessuna parte» e vede più facile perfino il cammino della riforma elettorale. Pdl e Pd «non potrebbero essere più lontani di così», come fotografa il Pd Felice Casson uscendo dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia.
Nonostante gli annunci del premier Mario Monti e del Guardasigilli Paola Severino di appena una settimana fa — «l’anticorruzione è una priorità» — al primo vaglio importante esplodono i contrasti. Il Pdl, con il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli, vuole togliere il traffico d’influenze illecite, il Pd è contrario, Severino pure. Il Pd riparla di necessario ricorso alla fiducia (Silvia Della Monica) e il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi non la esclude. La capogruppo Pd Anna Finocchiaro punta i piedi: «Si voti il ddl com’è uscito dalla Camera».
A palazzo Madama si snoda una giornata molto difficile. Che fa dire a Severino: «Ho più volte ribadito che agli atteggiamenti puramente critici sull’asserita genericità delle fattispecie penali dovessero seguire suggerimenti per una loro migliore delimitazione.
Ma finora, nonostante le mie sollecitazioni in particolare sul traffico di influenze, nessuno l’ha fatto. Credo che le conclusioni ognuno possa trarle da solo». Il ministro della Giustizia parla dei mal di pancia del Pdl, ripropone la sua apertura alle modifiche, ma a patto che migliorino il testo votato alla Camera a metà giugno e non certo cancellino reati per lei fondamentali nella famosa «piramide dell’anti-corruzione».
Il Pdl fa l’opposto. Berselli fissa per giovedi 27 settembre il termine per gli emendamenti e annuncia il suo no al traffico d’influenze «perché il governo avrebbe dovuto prima presentare una legge sulle lobby». Pare l’annuncio della rottura, anche se c’è chi, alla Camera, ritiene che il momento della mediazione politica debba ancora arrivare. Enrico Costa butta lì un laconico «staremo a vedere». Il falco Luigi Vitali plaude alla demolizione. Il capogruppo Fabrizio Cicchitto ricorda che a Montecitorio «la mediazione non ci fu per via della fiducia » e ora al Senato «riemergono le questioni».
A questo punto si scatena lo stato maggiore del Pd. Finocchiaro: «Sarebbe grave svuotare e peggiorare un testo che era un punto d’equilibrio». Andrea Orlando: «Intervenga Severino e si faccia garante». Della Monica: «L’asse Pdl-Lega riporterà il ddl alla versione del Senato». Donatella Ferranti: «Sarebbe una schizofrenia, va approvato senza se e senza ma». Casson: «Inserirò il conflitto d’interessi». Anche Luigi li Gotti (Idv) vuole modifiche importanti sui nuovi reati, ma vuole che il ddl diventi alla fine legge.
La Repubblica 19.09.12