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"Perchè deve dimettersi", di Massimo Giannini

Basta guardare le foto della trucida serata in costume al Foro Italico. Quel festino buzzurro, dedicato agli dei dell’Olimpo, è in realtà il penoso Satyricon di una pseudo «classe dirigente» cafona, disonesta e irresponsabile. Quel rito ruffiano e villano riflette le miserie di una certa destra romana e laziale, ma amplifica una certa idea predatoria della politica che domina l’intera scena italiana. In quel rozzo carnasciale capitolino, anche Renata Polverini è ormai una maschera tragicomica. Per questo, neanche lei merita di rimanere al suo posto un minuto di più. La Sprecopoli all’amatriciana che travolge la Regione è
uno scandalo infinito. Magari più triviale nella forma: le tuniche bianche della Magna Grecia e le ostriche da «Pepenero», i villoni zotici al Circeo e le residenze a Tenerife, le escort discinte e i Suv neri. Ma uguale, nella sostanza, a tanti altri esplosi in questi ultimi mesi (da Lusi a Bossi): soldi pubblici per pagare vizi privati. Con un’aggravante in più: di fronte al saccheggio sistematico perpetrato dall’intero gruppo dirigente del glorioso Partito delle Libertà, di tutto si può parlare fuorchè della solita, autoassolutoria «mela marcia».
Nella Gotham City laziale, a fare carne di porco dei fondi di partito, non c’è solo «er Batman» di Anagni. Franco Fiorito, nell’intervista rilasciata ieri a questo giornale, chiama in causa tutto il vertice consiliare, da Miele a Battistoni. L’inchiesta farà il suo corso, la magistratura accerterà le colpe e deciderà le pene. Ma le cifre parlano da sole. Dopo due anni di allegra gestione del «federale» ciociaro, dalle casse del Pdl sono spariti 6 milioni di euro: in cassa ne restano solo 400 mila.
La Regione Lazio è una formidabile macchina macina-soldi e moltiplica-poltrone: 15 assessori, 71 consiglieri regionali, 17 gruppi consiliari, 16 commissioni permanenti, 3 commissioni speciali. I consiglieri laziali percepiscono uno stipendio base, più cinque indennità specifiche, che porta il totale a 13.321 euro al mese: il doppio di quello dei consiglieri lombardi. Il gruppo del presidente della Regione, con solo 13 eletti, incassa 2,6 milioni di rimborsi elettorali dallo Stato.
Ora la governatrice, sommersa dal fango auto-prodotto dal suo quartier generale, costringe la giunta a tagliare del 30 per cento i trasferimenti al Consiglio regionale, a ridurre il numero di commissioni e a limitare il parco delle auto blu. Ma dov’era Polverini in questi anni, mentre il suo avido «inner circle» si distribuiva privilegi, favori e prebende di ogni tipo? Dov’era, mentre i suoi assessori si spartivano vitalizi per 1 milione l’anno, e il suo fotografo personale lucrava dalla Regione contratti da 75 mila euro l’anno? Dov’era, anche lei, se non ai coattissimi Toga Party di Carlo De Romanis?
Tre giorni fa, la governatrice ha avuto comunque il coraggio tardivo di scoperchiare il verminaio di fronte agli italiani. In una drammatica seduta del Consiglio regionale, Polverini ci ha messo finalmente la faccia e ha chiesto scusa ai cittadini. Ha parlato di una enorme «catastrofe politica». Ha evocato un cancro estirpato (il suo, per il quale le dobbiamo i nostri auguri più sinceri) e un cancro da estirpare (il gigantesco malaffare che dilaga nel Pdl e nella sua Giunta). «O si cambia, o si va tutti a casa», ha tuonato con un impeto che finora l’aveva scossa solo in qualche intemperanza rissaiola sulla piazza di Genzano o alla fiera del peperoncino di Rieti.
Ma poi si è fermata lì. Il «cambiamento » tanto invocato non c’è stato per niente. O è stato solo di purissima facciata. Un taglietto qua e là, qualche incarico in meno e qualche macchina di servizio in garage. Niente di più. Così ieri la governatrice ha rilanciato l’ennesimo e ormai grottesco «penultimatum ». «Serve una svolta, o me ne vado». Ma non se n’è andata. Forse non se ne va. Dopo aver legato a suo tempo con Gianfranco Fini e poi «trescato» con Pierferdinando Casini, ora deve discutere niente meno che con Silvio Berlusconi, preoccupato dalle impatto negativo di una sua eventuale uscita di scena sugli equilibri nel partito e sulle prospettive nel Lazio.
È la solita farsa italiana, dove prevale la regola del «tutti colpevoli nessun colpevole». «L’antipolitica siamo noi», ha gridato la governatrice ai suoi, livida di rabbia e indignazione. Giustissimo. Ma allora bisogna trarne qualche doverosa conseguenza, se non si vuole che tutto (sprechi, scandali e guarentigie dell’esecrata Casta) finisca sempre e solo per ingrassare la piena del grillismo o dell’astensionismo.
Ed è anche la solita destra berlusconiana, dove l’impunità è la regola e la responsabilità (oggettiva o soggettiva) non esiste. «Cultura di governo», «nuovo blocco sociale »: quante se ne sono scritte e sentite, in questi anni, sul presunto capolavoro del Cavaliere, capace di far risorgere dalle ceneri della Dc, il «grande partito di massa dei moderati».
Eccoli all’opera, i sedicenti «moderati» del Lazio. Famelici e cinici. Uniti non dal valore della militanza, ma solo dal colore dei soldi. Un disastro, del quale Polverini non può non portare il peso politico. Non ha mai controllato e comunque non controlla più la sua Giunta e i suoi consiglieri.
E se Fiorito, davanti ai Pm, parla del «sacco della Pisana» come di un vero e proprio «sistema», allora nessuno si può chiamare fuori. Meno che mai chi, consapevole o meno, siede al vertice della cupola affaristica.
Come ci fu ai tempi di Piero Marrazzo (sia pure per ragioni completamente diverse), c’è oggi a maggior ragione un nodo politico che va tagliato, perché non si può più sciogliere. L’unico strumento per farlo sono le dimissioni. Immediate. «Vanno cacciati i mercanti dal Tempio del Pdl», ha urlato sdegnata la governatrice. Esca lei per prima, da quel finto «tempio » trasformato in un postribolo.

La Repubblica 20.09.12

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“Il toga party del centrodestra”, di FRANCESCO MERLO

Ricordate Berlinguer in braccio a Benigni, l’effetto simpatia, la politica ingentilita nell’incontro tra il leader e l’artista? Ebbene, paragonate quelle immagini con le foto della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, accanto allo schiavetto dell’antica Grecia, una specie di Antinoo e di Aspasia.
RIFLETTETE quindi sull’effetto degradazione, sulla politica ridotta a bava trimalcionesca nell’incontro tra la leader della destra e il simulacro dell’artista, la donna capo che Berlusconi proprio in queste ore avrebbe voluto lanciare come suo successore e che precipita invece nel ridicolo di questa mascherata che fa da sfondo alla più colossale ruberia di danaro pubblico nella Roma della seconda repubblica.
Video e foto di questo ricevimento in costume che il festeggiato De Romanis, vestito da Ulisse, ha definito «sobrio e misurato», vanno molto al di là del cattivo gusto, del kitsch che in fondo è stato studiato da Gillo Dorfles come stile. Qui siamo nella pacchianeria grottesca e casuale, una vera sarabanda di puttanate, uno spettacolo di trivialità senza alcun nesso se si esclude l’idea che «semo romani» e dunque «semo pure greci». I grecoromani sono duemila, alcuni però vestiti da maiali con le mani che acchiappano cosce mentre le “puellae” in tunica si leccano i musi e finalmente la scrofa prende il posto della lupa capitolina. Direbbe forse Marcuse che l’Ergon metafisico del generone romano ha la meglio anche sull’Eros romantico da ammucchiata.
E lo sgangherato Vulcano, che sembra la controfigura dello Zampanò di Fellini mentre spezza le catene, è un consigliere comunale, un Paravia nientemeno, oggi con Storace, rampollo degli imprenditori degli ascensori. E ci sono pure l’assessore regionale Stefano Cetica, ex segretario della Polverini stessa, e Annagrazia Calabria, la più giovane deputata Pdl. Chi fa Mercurio e chi fa Plutone con una Olimpia Colonna nel ruolo della Medusa, e noi speriamo che questo ramo caduto sia anche cadetto.
Nella linfa della Roma carnascialesca ci sono i produttori televisivi come Aurelia Musumeci e i cosiddetti “public relation” come Olimpia Valentini di Laviano: «Ho un brutto vizio da pr e mi diverto a fare le campagne elettorali ». Come si vede, l’impiastricciata e gelatinosa antropologia, quella dai mestieri vaghi e imprendibili che altrove produce “i creativi”, a Roma subito si degrada nel galoppino elettorale e nel portaborse.
E nel video del cosiddetto backstage della festa tutti comunicano il loro divertimento emettendo suoni gutturali. C’è un omone grande e grosso che grufola e potrebbe essere Menelao o forse il divino porcaro Ermeo. Qualcuno più che a un antico greco somiglia a un turco o a un mongolo con i baffi spioventi. Costumisti e truccatori sembrano le sole persone normali, i gladi sono di plastica, il peplum ha i merletti appiccicaticci, la colla svela la natura dozzinale della scena, e c’è pure una cornucopia da dove fuoriesce una rosa che non sembra neppure una rosa tanto è brutta, e infatti viene stritolata da una mano di donna stretta tra due maiali e con le unghia laccate di un orribile blu opaco. La festa è così tamarra che ai suoi tempi non riuscì neppure a guadagnarsi la vetrina di Dagospia, solo un trafiletto sul Messaggero con la foto della Polverini e ovviamente un servizio su “Parioli Pocket”, che è
la rivista di riferimento degli aspiranti semivip della capitale.
Così diventa persino banale la Crapulopoli del Lazio, con i suoi conti correnti coperti, le cene, le case, le auto di lusso e il peculato. È vero che er Batman, l’ex capogruppo ed ex tesoriere del Pdl Francone Fiorito, assistito e ispirato dall’avvocato Taormina, il quale è un altro Batman ma delle cause perse, da ieri racconta ai magistrati «quel gran giro de quatrini» trascinandosi dietro tutti, ma proprio tutti, perché «la guera è guera» e, come si dice tra legionari non solo ciociari, «camerata, camerata / fregatura assicurata».
Ma rubare è quasi un dettaglio in questa sciagura etica ed estetica che è l’abuso dei simboli, dei miti e della storia antica, l’idea di patacca che la destra italiana ha della romanità e dell’antichità classica. Per capire quanto sia importante questo ciarpame nell’attuale
decadenza è bene sapere che il momento magico del miserabile suk della memoria è previsto il 27 e 28 ottobre con una grandiosa celebrazione della battaglia di Ponte Milvio e del miracolo di Costantino. Il sindaco Alemanno e il suo cerimoniere acculturato Broccoli stanno organizzando, riservatamente «per fare una sorpresa ai romani», una straordinaria festa celebrativa dell’identità cristiana di Roma con l’idea di stupire e forse pure di istupidire il mondo: «L’esperienza più eccitante mai vista, un monumento alla Romanità, qualcosa che i bambini delle scuole ricorderanno per il resto della loro vita». E benché il programma sia ancora top secret, Marco Perina, vicepresidente del XX Municipio, me lo illustra con fierezza vanitosa. Dunque «a Saxa Rubra, perché è li che in realtà nel 212 è avvenuta la battaglia e non sul Ponte Milvio, il 27 ottobre verrà ricostruito un castrum, un accampamento romano con macchine da guerra, tende, e ovviamente i centurioni, i decurioni…».
E l’indomani mattina verrà messa in scena la battaglia e «finalmente nei cieli dei colli fatali, al tramonto, un fascio di potentissime luci scriverà “in hoc signo vinces” mentre l’imperatore Costantino… ». Lo interrompo: lui in carne ed ossa? «Ma no che c’entra, un figurante…, leverà in alto la croce con il cerchio, che si chiama Chi-rò».
Infine Perina, che intanto si è infiammato, mi annunzia che «Costantino dopo aver trionfato sul pagano Massenzio passerà con i suoi uomini il Ponte Milvio». Gli chiedo se è per questo che il ponte è stato ripulito dai lucchetti dell’amore e Perina, vinta l’iniziale reticenza, ammette questo secondo miracolo: «Beh, certo non c’entravano molto con Costantino. E però i lucchetti non sono tanto male. Vedrai che li rimetteranno».
Ecco dunque che si capisce meglio perché questa foto della Polverini con il suo Antinoo riccioluto racconta l’epoca molto più dei verbali giudiziari, dello scandalo dei soldi pubblici finiti a ostriche, del costo della casta ciociara, dell’antropologia impresentabile der Batmàn che non è il popolo del Lazio che assedia Roma ma è la sua schiuma. La festa in (mal)costume sul viale delle Olimpiadi e sulla scalinata di Valle Giulia per divertire il vicepresidente del gruppo consiliare del Pdl non è stata insomma lo sfogo del solito burino pittoresco, non è l’assalto del Viterbese e del Frusinate che sfidano la capitale. C’è invece tutto il degrado politico e umano di una sottocultura che è stata per troppi anni vincente in Italia, la stessa del sindaco Alemanno che si traveste da spazzaneve, da vigile urbano, da idraulico, da spazzino e da stradino. E ogni 21 aprile presenzia alle sfilate del Natale di Roma, dà il via ai legionari e ai carri che percorrono i Fori imperiali, accende la miccia dei fuochi d’artificio al Circo Massimo, promuove la ricostruzione di un accampamento a villa Celimontana e due siparietti pastorali in onore del dio Pale che ricordano la pagliacciata di Bossi in onore del dio Po con il rito dell’ampolla.
Il presidente della commissione cultura di Roma Federico Mollicone organizza ogni anno il grande carnevale — un milione e mezzo di euro — e anche il sindaco Alemanno e sua moglie Isabella indossano i costumi presi in affitto al teatro dell’Opera per partecipare alla festa in maschera che la nobiltà romana organizza in piazza Colonna.
Dietro questo bisogno di nascondersi, di guardarsi allo specchio e di riconoscersi nella parodia del passato c’è lo spavento di un ceto sociale che, arrivato al potere come ruota di scorta del carro di Berlusconi, ha surrogato la legittimità con i baffi posticci, con le parrucche, con l’identità urlata e frullata dove Cesare si confonde con Pericle, dove la toga diventa tirso e viceversa, e la romanità è una specie di opera dei pupi, una fiction, uno show televisivo sì, ma di Teletuscolo… Eppure persino la sinistra si era illusa che a lungo andare questa destra potesse generare nel mondo berlusconiano una certa qualità sociale e culturale, nel nome degli Ugo Spirito e di Gentile, di Marcello Piacentini e della sociologia di Gaetano Mosca, e ancora della prosa Longanesi e della terza pagina di Monatnelli, con Ionesco, Junger, Rosario Romeo, a Nicola Abbagnano a Mario Praz. E invece abbiamo er Batman al quale dobbiamo lo scandalo della verità: non era, come pensavamo noi, solo un mondo inadeguato, quello della Polverini e di Alemanno. Ci sono pure i ladri e non soltanto i pessimi amministratori. Ma è soprattutto il mondo dei figli degenerati dei gladiatori di cartapesta, che almeno si limitano a molestare i turisti al Colosseo.

La Repubblica 20.09.12

"Perchè deve dimettersi", di Massimo Giannini

Basta guardare le foto della trucida serata in costume al Foro Italico. Quel festino buzzurro, dedicato agli dei dell’Olimpo, è in realtà il penoso Satyricon di una pseudo «classe dirigente» cafona, disonesta e irresponsabile. Quel rito ruffiano e villano riflette le miserie di una certa destra romana e laziale, ma amplifica una certa idea predatoria della politica che domina l’intera scena italiana. In quel rozzo carnasciale capitolino, anche Renata Polverini è ormai una maschera tragicomica. Per questo, neanche lei merita di rimanere al suo posto un minuto di più. La Sprecopoli all’amatriciana che travolge la Regione è
uno scandalo infinito. Magari più triviale nella forma: le tuniche bianche della Magna Grecia e le ostriche da «Pepenero», i villoni zotici al Circeo e le residenze a Tenerife, le escort discinte e i Suv neri. Ma uguale, nella sostanza, a tanti altri esplosi in questi ultimi mesi (da Lusi a Bossi): soldi pubblici per pagare vizi privati. Con un’aggravante in più: di fronte al saccheggio sistematico perpetrato dall’intero gruppo dirigente del glorioso Partito delle Libertà, di tutto si può parlare fuorchè della solita, autoassolutoria «mela marcia».
Nella Gotham City laziale, a fare carne di porco dei fondi di partito, non c’è solo «er Batman» di Anagni. Franco Fiorito, nell’intervista rilasciata ieri a questo giornale, chiama in causa tutto il vertice consiliare, da Miele a Battistoni. L’inchiesta farà il suo corso, la magistratura accerterà le colpe e deciderà le pene. Ma le cifre parlano da sole. Dopo due anni di allegra gestione del «federale» ciociaro, dalle casse del Pdl sono spariti 6 milioni di euro: in cassa ne restano solo 400 mila.
La Regione Lazio è una formidabile macchina macina-soldi e moltiplica-poltrone: 15 assessori, 71 consiglieri regionali, 17 gruppi consiliari, 16 commissioni permanenti, 3 commissioni speciali. I consiglieri laziali percepiscono uno stipendio base, più cinque indennità specifiche, che porta il totale a 13.321 euro al mese: il doppio di quello dei consiglieri lombardi. Il gruppo del presidente della Regione, con solo 13 eletti, incassa 2,6 milioni di rimborsi elettorali dallo Stato.
Ora la governatrice, sommersa dal fango auto-prodotto dal suo quartier generale, costringe la giunta a tagliare del 30 per cento i trasferimenti al Consiglio regionale, a ridurre il numero di commissioni e a limitare il parco delle auto blu. Ma dov’era Polverini in questi anni, mentre il suo avido «inner circle» si distribuiva privilegi, favori e prebende di ogni tipo? Dov’era, mentre i suoi assessori si spartivano vitalizi per 1 milione l’anno, e il suo fotografo personale lucrava dalla Regione contratti da 75 mila euro l’anno? Dov’era, anche lei, se non ai coattissimi Toga Party di Carlo De Romanis?
Tre giorni fa, la governatrice ha avuto comunque il coraggio tardivo di scoperchiare il verminaio di fronte agli italiani. In una drammatica seduta del Consiglio regionale, Polverini ci ha messo finalmente la faccia e ha chiesto scusa ai cittadini. Ha parlato di una enorme «catastrofe politica». Ha evocato un cancro estirpato (il suo, per il quale le dobbiamo i nostri auguri più sinceri) e un cancro da estirpare (il gigantesco malaffare che dilaga nel Pdl e nella sua Giunta). «O si cambia, o si va tutti a casa», ha tuonato con un impeto che finora l’aveva scossa solo in qualche intemperanza rissaiola sulla piazza di Genzano o alla fiera del peperoncino di Rieti.
Ma poi si è fermata lì. Il «cambiamento » tanto invocato non c’è stato per niente. O è stato solo di purissima facciata. Un taglietto qua e là, qualche incarico in meno e qualche macchina di servizio in garage. Niente di più. Così ieri la governatrice ha rilanciato l’ennesimo e ormai grottesco «penultimatum ». «Serve una svolta, o me ne vado». Ma non se n’è andata. Forse non se ne va. Dopo aver legato a suo tempo con Gianfranco Fini e poi «trescato» con Pierferdinando Casini, ora deve discutere niente meno che con Silvio Berlusconi, preoccupato dalle impatto negativo di una sua eventuale uscita di scena sugli equilibri nel partito e sulle prospettive nel Lazio.
È la solita farsa italiana, dove prevale la regola del «tutti colpevoli nessun colpevole». «L’antipolitica siamo noi», ha gridato la governatrice ai suoi, livida di rabbia e indignazione. Giustissimo. Ma allora bisogna trarne qualche doverosa conseguenza, se non si vuole che tutto (sprechi, scandali e guarentigie dell’esecrata Casta) finisca sempre e solo per ingrassare la piena del grillismo o dell’astensionismo.
Ed è anche la solita destra berlusconiana, dove l’impunità è la regola e la responsabilità (oggettiva o soggettiva) non esiste. «Cultura di governo», «nuovo blocco sociale »: quante se ne sono scritte e sentite, in questi anni, sul presunto capolavoro del Cavaliere, capace di far risorgere dalle ceneri della Dc, il «grande partito di massa dei moderati».
Eccoli all’opera, i sedicenti «moderati» del Lazio. Famelici e cinici. Uniti non dal valore della militanza, ma solo dal colore dei soldi. Un disastro, del quale Polverini non può non portare il peso politico. Non ha mai controllato e comunque non controlla più la sua Giunta e i suoi consiglieri.
E se Fiorito, davanti ai Pm, parla del «sacco della Pisana» come di un vero e proprio «sistema», allora nessuno si può chiamare fuori. Meno che mai chi, consapevole o meno, siede al vertice della cupola affaristica.
Come ci fu ai tempi di Piero Marrazzo (sia pure per ragioni completamente diverse), c’è oggi a maggior ragione un nodo politico che va tagliato, perché non si può più sciogliere. L’unico strumento per farlo sono le dimissioni. Immediate. «Vanno cacciati i mercanti dal Tempio del Pdl», ha urlato sdegnata la governatrice. Esca lei per prima, da quel finto «tempio » trasformato in un postribolo.
La Repubblica 20.09.12
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“Il toga party del centrodestra”, di FRANCESCO MERLO
Ricordate Berlinguer in braccio a Benigni, l’effetto simpatia, la politica ingentilita nell’incontro tra il leader e l’artista? Ebbene, paragonate quelle immagini con le foto della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, accanto allo schiavetto dell’antica Grecia, una specie di Antinoo e di Aspasia.
RIFLETTETE quindi sull’effetto degradazione, sulla politica ridotta a bava trimalcionesca nell’incontro tra la leader della destra e il simulacro dell’artista, la donna capo che Berlusconi proprio in queste ore avrebbe voluto lanciare come suo successore e che precipita invece nel ridicolo di questa mascherata che fa da sfondo alla più colossale ruberia di danaro pubblico nella Roma della seconda repubblica.
Video e foto di questo ricevimento in costume che il festeggiato De Romanis, vestito da Ulisse, ha definito «sobrio e misurato», vanno molto al di là del cattivo gusto, del kitsch che in fondo è stato studiato da Gillo Dorfles come stile. Qui siamo nella pacchianeria grottesca e casuale, una vera sarabanda di puttanate, uno spettacolo di trivialità senza alcun nesso se si esclude l’idea che «semo romani» e dunque «semo pure greci». I grecoromani sono duemila, alcuni però vestiti da maiali con le mani che acchiappano cosce mentre le “puellae” in tunica si leccano i musi e finalmente la scrofa prende il posto della lupa capitolina. Direbbe forse Marcuse che l’Ergon metafisico del generone romano ha la meglio anche sull’Eros romantico da ammucchiata.
E lo sgangherato Vulcano, che sembra la controfigura dello Zampanò di Fellini mentre spezza le catene, è un consigliere comunale, un Paravia nientemeno, oggi con Storace, rampollo degli imprenditori degli ascensori. E ci sono pure l’assessore regionale Stefano Cetica, ex segretario della Polverini stessa, e Annagrazia Calabria, la più giovane deputata Pdl. Chi fa Mercurio e chi fa Plutone con una Olimpia Colonna nel ruolo della Medusa, e noi speriamo che questo ramo caduto sia anche cadetto.
Nella linfa della Roma carnascialesca ci sono i produttori televisivi come Aurelia Musumeci e i cosiddetti “public relation” come Olimpia Valentini di Laviano: «Ho un brutto vizio da pr e mi diverto a fare le campagne elettorali ». Come si vede, l’impiastricciata e gelatinosa antropologia, quella dai mestieri vaghi e imprendibili che altrove produce “i creativi”, a Roma subito si degrada nel galoppino elettorale e nel portaborse.
E nel video del cosiddetto backstage della festa tutti comunicano il loro divertimento emettendo suoni gutturali. C’è un omone grande e grosso che grufola e potrebbe essere Menelao o forse il divino porcaro Ermeo. Qualcuno più che a un antico greco somiglia a un turco o a un mongolo con i baffi spioventi. Costumisti e truccatori sembrano le sole persone normali, i gladi sono di plastica, il peplum ha i merletti appiccicaticci, la colla svela la natura dozzinale della scena, e c’è pure una cornucopia da dove fuoriesce una rosa che non sembra neppure una rosa tanto è brutta, e infatti viene stritolata da una mano di donna stretta tra due maiali e con le unghia laccate di un orribile blu opaco. La festa è così tamarra che ai suoi tempi non riuscì neppure a guadagnarsi la vetrina di Dagospia, solo un trafiletto sul Messaggero con la foto della Polverini e ovviamente un servizio su “Parioli Pocket”, che è
la rivista di riferimento degli aspiranti semivip della capitale.
Così diventa persino banale la Crapulopoli del Lazio, con i suoi conti correnti coperti, le cene, le case, le auto di lusso e il peculato. È vero che er Batman, l’ex capogruppo ed ex tesoriere del Pdl Francone Fiorito, assistito e ispirato dall’avvocato Taormina, il quale è un altro Batman ma delle cause perse, da ieri racconta ai magistrati «quel gran giro de quatrini» trascinandosi dietro tutti, ma proprio tutti, perché «la guera è guera» e, come si dice tra legionari non solo ciociari, «camerata, camerata / fregatura assicurata».
Ma rubare è quasi un dettaglio in questa sciagura etica ed estetica che è l’abuso dei simboli, dei miti e della storia antica, l’idea di patacca che la destra italiana ha della romanità e dell’antichità classica. Per capire quanto sia importante questo ciarpame nell’attuale
decadenza è bene sapere che il momento magico del miserabile suk della memoria è previsto il 27 e 28 ottobre con una grandiosa celebrazione della battaglia di Ponte Milvio e del miracolo di Costantino. Il sindaco Alemanno e il suo cerimoniere acculturato Broccoli stanno organizzando, riservatamente «per fare una sorpresa ai romani», una straordinaria festa celebrativa dell’identità cristiana di Roma con l’idea di stupire e forse pure di istupidire il mondo: «L’esperienza più eccitante mai vista, un monumento alla Romanità, qualcosa che i bambini delle scuole ricorderanno per il resto della loro vita». E benché il programma sia ancora top secret, Marco Perina, vicepresidente del XX Municipio, me lo illustra con fierezza vanitosa. Dunque «a Saxa Rubra, perché è li che in realtà nel 212 è avvenuta la battaglia e non sul Ponte Milvio, il 27 ottobre verrà ricostruito un castrum, un accampamento romano con macchine da guerra, tende, e ovviamente i centurioni, i decurioni…».
E l’indomani mattina verrà messa in scena la battaglia e «finalmente nei cieli dei colli fatali, al tramonto, un fascio di potentissime luci scriverà “in hoc signo vinces” mentre l’imperatore Costantino… ». Lo interrompo: lui in carne ed ossa? «Ma no che c’entra, un figurante…, leverà in alto la croce con il cerchio, che si chiama Chi-rò».
Infine Perina, che intanto si è infiammato, mi annunzia che «Costantino dopo aver trionfato sul pagano Massenzio passerà con i suoi uomini il Ponte Milvio». Gli chiedo se è per questo che il ponte è stato ripulito dai lucchetti dell’amore e Perina, vinta l’iniziale reticenza, ammette questo secondo miracolo: «Beh, certo non c’entravano molto con Costantino. E però i lucchetti non sono tanto male. Vedrai che li rimetteranno».
Ecco dunque che si capisce meglio perché questa foto della Polverini con il suo Antinoo riccioluto racconta l’epoca molto più dei verbali giudiziari, dello scandalo dei soldi pubblici finiti a ostriche, del costo della casta ciociara, dell’antropologia impresentabile der Batmàn che non è il popolo del Lazio che assedia Roma ma è la sua schiuma. La festa in (mal)costume sul viale delle Olimpiadi e sulla scalinata di Valle Giulia per divertire il vicepresidente del gruppo consiliare del Pdl non è stata insomma lo sfogo del solito burino pittoresco, non è l’assalto del Viterbese e del Frusinate che sfidano la capitale. C’è invece tutto il degrado politico e umano di una sottocultura che è stata per troppi anni vincente in Italia, la stessa del sindaco Alemanno che si traveste da spazzaneve, da vigile urbano, da idraulico, da spazzino e da stradino. E ogni 21 aprile presenzia alle sfilate del Natale di Roma, dà il via ai legionari e ai carri che percorrono i Fori imperiali, accende la miccia dei fuochi d’artificio al Circo Massimo, promuove la ricostruzione di un accampamento a villa Celimontana e due siparietti pastorali in onore del dio Pale che ricordano la pagliacciata di Bossi in onore del dio Po con il rito dell’ampolla.
Il presidente della commissione cultura di Roma Federico Mollicone organizza ogni anno il grande carnevale — un milione e mezzo di euro — e anche il sindaco Alemanno e sua moglie Isabella indossano i costumi presi in affitto al teatro dell’Opera per partecipare alla festa in maschera che la nobiltà romana organizza in piazza Colonna.
Dietro questo bisogno di nascondersi, di guardarsi allo specchio e di riconoscersi nella parodia del passato c’è lo spavento di un ceto sociale che, arrivato al potere come ruota di scorta del carro di Berlusconi, ha surrogato la legittimità con i baffi posticci, con le parrucche, con l’identità urlata e frullata dove Cesare si confonde con Pericle, dove la toga diventa tirso e viceversa, e la romanità è una specie di opera dei pupi, una fiction, uno show televisivo sì, ma di Teletuscolo… Eppure persino la sinistra si era illusa che a lungo andare questa destra potesse generare nel mondo berlusconiano una certa qualità sociale e culturale, nel nome degli Ugo Spirito e di Gentile, di Marcello Piacentini e della sociologia di Gaetano Mosca, e ancora della prosa Longanesi e della terza pagina di Monatnelli, con Ionesco, Junger, Rosario Romeo, a Nicola Abbagnano a Mario Praz. E invece abbiamo er Batman al quale dobbiamo lo scandalo della verità: non era, come pensavamo noi, solo un mondo inadeguato, quello della Polverini e di Alemanno. Ci sono pure i ladri e non soltanto i pessimi amministratori. Ma è soprattutto il mondo dei figli degenerati dei gladiatori di cartapesta, che almeno si limitano a molestare i turisti al Colosseo.
La Repubblica 20.09.12

Sisma: Ghizzoni, apertura scuole mezzo miracoloo

“A quattro mesi dal sisma abbiamo fatto un mezzo miracolo. – Lo ha detto la deputata modenese Manuela Ghizzoni (Pd), presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, intervenendo a Fiuggi all’assemblea nazionale della UIL scuola. – Il terremoto ha causato gravi danni all’edilizia scolastica, tuttavia lunedì le lezioni sono regolarmente iniziate e, nella maggior parte dei casi, nelle scuole ristrutturate in tempi velocissimi grazie al concorso della intera comunità. La scuola che riapre – sottolinea Ghizzoni – rappresenta la volontà di voler andare avanti, superando l’emergenza terremoto, ma senza dimenticarne la lezione che dobbiamo trarne: la sicurezza e la prevenzione come priorità della nostra azione. Inaugurare l’anno scolastico secondo il calendario stabilito é stato possibile grazie alla decisione di mettere la scuola come priorità della ricostruzione e per la realizzazione di un coinvolgimento generale: possiamo ben dire di aver compiuto un mezzo miracolo e non solo per merito delle risorse che sono arrivate con il decreto Terremoto, ma soprattutto grazie al concorso di tutti i livelli istituzionali e al senso civico dei cittadini. Si crede nella scuola e tutti ci lavorano. – ha concluso la presidente Ghizzoni – Una lezione importante in questa tragedia”.

"Il “sistema Lazio” divorato dai camerati di merende", di Mattia Feltri

La mirabile di sintesi è di uno che ci è cresciuto in mezzo: «Sono passati dal me ne frego d’opposizione al me ne frego di tutto. Anzi, me frego tutto». Potrebbe finire qui la storia della destra romana arrivata al Campidoglio (con Gianni Alemanno nel 2008) e in Regione (con Renata Polverini nel 2010) dopo un’esistenza ai margini politici ed esistenziali. Un’occasione irripetibile rottamata da sé in una gestione non indimenticabile della cosa pubblica e nello spettacolare e impadellato saccheggio dei denari regionali. Lo chiamavano sistema laziale poiché sindaco e governatrice provengono dai ranghi missini, e c’era qualcosa di particolarmente evocativo – i colli fatali e paccottiglia varia – e particolarmente affascinante nella rivincita dei fuoriusciti dalle catacombe, grazie anche a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Ma se davvero era un sistema, e i dubbi abbondano, era un sistema basato su una persona: Andrea Augello.
Cinquantuno anni, prodotto del Msi, senatore del Pdl, gran galantuomo, gran conoscitore della capitale e della politica, Augello è stato il superbo organizzatore della campagna elettorale di Alemanno e Polverini. Oggi ci va giù con la schiettezza di chi è amareggiato: «Il sindaco non ha dato segnali di discontinuità reale». E sui camerati di merende: «E’ andato tutto ben al di là di quello che potevamo temere, conoscendo i personaggi. È un capitolo che conclude l’illusione di riprendere in mano la faccenda con strumenti ordinari. Ne servono di straordinari, bisogna sospendere il presepe di cariche nel partito, formare una squadra stretta come in campagna elettorale, cercare di giocarsi la partita nel tempo che rimane, se basterà». Non basterà, e lo sa anche Augello sebbene non lo dica. Negli occhi dei romani si riflette una classe dirigente crassa, sventata, famelica, inesperta. «Quelli di sinistra – dicono oggi i ragazzi della destra irriducibile di Colle Oppio sono stati abituati sin da ragazzi a gestire qualcosa, e quando rubano lo fanno con stile, con contegno, e non radono al suolo come abbiamo fatto noi».
La semina era cominciata a inizio anni 90 in una convivenza anche aspra fra destra sociale e destra protagonista, due anime di pretesa durezza e purezza, e fiorita nel più produttivo associazionismo, nelle periferie, all’università. Poi è arrivata la vendemmia, e s’è alzato il gomito. Questo popolo prima emarginato, pervaso di rabbia e senso d’inferiorità, ha dato sfogo a un bulimia monumentale, ha trasformato le occasioni conviviali – cioè la sede dell’affare e della congiura da Giulio Cesare fino a La Russa-Gasparri-Matteoli che si vedevano dal Caccolaro per tramare contro Gianfranco Fini – in una crapula liberatoria. «Sembriamo quelli che uscivano dai lager digiuni da così tanto che s’abbuffavano fino a morire d’indigestione», dice un anonimo ex An. E non è stato nemmeno uno show sfavillante, tutta roba minore, foto su Parioli Poket, ristoranti del viterbese. Non gli pareva vero – spifferano in comune – di ricevere telefonate di amici degli amici che caldeggiavano Andrea Carandini («E’ un piacere sapere che soffre»), uno da cui erano sempre stati snobbati. Un orizzonte semplicemente contenuto fra il senso di rivincita e lo champagne tracannato dalla scarpetta.
«No! Mi rifiuto! Quelli non sono di destra! Col cavolo! Sono solo ladri! Sapete quanto ci soffro? ». L’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ora leader della Destra, se la cava così sebbene Franco Fiorito fosse stato suo uomo. E non importa se lui fu il prequel del sistema Lazio conquistando la Regione, e un prequel dissolto nella storiaccia dello spionaggio ad Alessandra Mussolini. Storace rivendica la bontà (controversa) della sua presidenza, e della Polverini dice che è «un bravissimo governatore e l’altro giorno si è dimostrata tosta. Abbiamo tagliato 20 milioni di spese in poche ore». È convinto sia un segnale sufficiente. Anche per la destra «rovinata da Gianfranco Fini». Su Alemanno il giudizio è sanguinoso: «In quattro anni non si ricorda una sola sua opera degna di menzione». Forse perché il sistema Lazio non è mai cominciato. E intanto la destra romana sta finendo.

La Stampa 19.09.12

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“Lazio, con Polverini decuplicati i soldi al Consiglio”, di Jolanda Bufalini e Angela Camuso

Il cataclisma politico che si è abbattuto su Renata Polverini e sul Pdl del Lazio è ben lontano dall’essere finito. Tanto che per i vertici nazionali del partito è ancora allarme rosso, l’inchiesta potrebbe allargarsi ad altri esponenti Pdl, e preferiscono tenersi defilati lasciando la patata bollente a Renata Polverini. Ieri è stato interrogato Francesco Angelucci, commercialista del gruppo Pdl mentre quasi certamente oggi si svolgerà l’interrogatorio di Fiorito. Intanto emergono nuovi particolari sulla frenetica attività immobiliare dell’ex sindaco di Anagni: 4 o 5 case a Roma, altrettante ad Anagni, una a Tenerife che, rivela un servizio del Tg di Mentana su la 7, Fiorito l’avrebbe ereditata dal padre. Ma è proprio nella località spagnola che Francone ha scelto di aprire 5 dei 12 conti personali alimentati dai soldi deio contribuenrti. La casa a Punta Rossa, la località più esclusiva del Circeo, è stata acquistata con un mutuo acceso con la filiale Unicredit di piazza dell’Industria a l’Eur. Un bel conto su cui arrivavano le tre indennità cumulate dal capogruppo, che è anche presidente della commissione bilancio e tesoriere, oltre che il contributo per le relazioni con l’elettorato. Entrate che gli consentivano di staccare assegni dalle cifre molto importanti, ce n’è uno di 36.000 euro di cui non si conosce il destinatario. Negli affari Fiorito avrebbe coinvolto anche la mamma, Anna Tintori, cointestataria di un conto ad Anagni, sempre presso la filiale Unicredit. La signora, però, non avrebbe mai fatto alcuna operazione. Tutti motivi di preoccupazione che hanno portato, ieri, una parte di ex An (La Russa, Meloni, Rampelli) a riunirsi a lungo alla Camera. Intanto la presidente che ha incassato il sostegno di Alfano e l’incoraggiamernto di Berlusconi ha chiesto che il capogruppo Pdl alla Regione lasci l’incarico: «Battistoni è coinvolto, suo malgrado, nella vicenda giudiziaria e il partito dovrebbe essere liberato da questi problemi». Alla Pisana, intanto, è in corso la guerra dei numeri.
I NUMERI DEI TAGLI
Polverini ha annunciato 20 milioni di tagli ma il taglio vero si limiterebbe a 10 milioni perché altri 10 sono relativi al progetto ora abbandonato di costruire una nuova palazzina. Sostiene il capogruppo Pd Esterino Montino: «l’anno prossimo non ci sarà un’altra palazzina da definanziare».
CONSULENZE E ASSESSORI
Non solo, le consulenze di cui si avvale la giunta, costano 50 milioni l’anno di cui 30 per la sola sanità. Costano 5 milioni ogni anno gli assessori esterni, privi di mandato elettorale ma beneficiati con un vitalizio e, sostiene Vincenzo Maruccio, capogruppo Idv, «Polverini li ha nominati con un decreto e con un decreto potrebbe revocarli». Fra le proposte dell’opposizione, inoltre, c’è l’abolizione delle indennità di funzione, non prevista dall’odg Polverini.
CORRESPONSABILITÀ
Un altro capitolo riguarda l’estraneità della «zarina» alle allegre malefatte della sua maggioranza, intanto perché è lei stessa consigliere e poi perché Polverini era in Aula, durante la sessione di bilancio 2011, quando fu bocciata la proposta di dimezzare le 20 commissioni, operazione che si sta facendo adesso sull’onda dello scandalo. Un po’ di conti li fa l’ex presidente del consiglio regionale del
Lazio, Guido Milana: nel 2009 i contributi ai gruppi consiliari erano di 1.836.150, oggi sono di 9.217.000 per soli sei mesi. Il bilancio del consiglio nel 2009 era di 70 milioni, nel 2011 è di 13 milioni. Il contributo ai gruppi consiliari, dunque, è aumentato di 10 volte. E su questo generoso largheggiare Francone Batman Fiorito ha costruito la sua fortuna in capitali e, forse, in beni immobili . Ma il problema non finisce qui. Solo tre gruppi: Radicali, Pd e Sel hanno pubblicato on line il loro bilancio. Si può leggerli con l’amaro in bocca ma, almeno, si tratta di conti certificati. Fra i conti di cui non si sa nulla c’è quello della Lista Polverini, ora la presidente promette che lunedì il bilancio sarà certificato on line.
In tutta fretta si sta approvando la riduzione dei consiglieri da 70 a 50. Ma il Lazio è stato capofila delle regioni che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro il provvedimento previsto dalla spending review. Infine c’è il gigantesco capitolo delle società partecipate, Enzo Foschi (Pd), propone all’opposizione di dimettersi dai CdA, come si è fatto per le commissioni.

L’Unità 19.09.12

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"Il “sistema Lazio” divorato dai camerati di merende", di Mattia Feltri

La mirabile di sintesi è di uno che ci è cresciuto in mezzo: «Sono passati dal me ne frego d’opposizione al me ne frego di tutto. Anzi, me frego tutto». Potrebbe finire qui la storia della destra romana arrivata al Campidoglio (con Gianni Alemanno nel 2008) e in Regione (con Renata Polverini nel 2010) dopo un’esistenza ai margini politici ed esistenziali. Un’occasione irripetibile rottamata da sé in una gestione non indimenticabile della cosa pubblica e nello spettacolare e impadellato saccheggio dei denari regionali. Lo chiamavano sistema laziale poiché sindaco e governatrice provengono dai ranghi missini, e c’era qualcosa di particolarmente evocativo – i colli fatali e paccottiglia varia – e particolarmente affascinante nella rivincita dei fuoriusciti dalle catacombe, grazie anche a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Ma se davvero era un sistema, e i dubbi abbondano, era un sistema basato su una persona: Andrea Augello.
Cinquantuno anni, prodotto del Msi, senatore del Pdl, gran galantuomo, gran conoscitore della capitale e della politica, Augello è stato il superbo organizzatore della campagna elettorale di Alemanno e Polverini. Oggi ci va giù con la schiettezza di chi è amareggiato: «Il sindaco non ha dato segnali di discontinuità reale». E sui camerati di merende: «E’ andato tutto ben al di là di quello che potevamo temere, conoscendo i personaggi. È un capitolo che conclude l’illusione di riprendere in mano la faccenda con strumenti ordinari. Ne servono di straordinari, bisogna sospendere il presepe di cariche nel partito, formare una squadra stretta come in campagna elettorale, cercare di giocarsi la partita nel tempo che rimane, se basterà». Non basterà, e lo sa anche Augello sebbene non lo dica. Negli occhi dei romani si riflette una classe dirigente crassa, sventata, famelica, inesperta. «Quelli di sinistra – dicono oggi i ragazzi della destra irriducibile di Colle Oppio sono stati abituati sin da ragazzi a gestire qualcosa, e quando rubano lo fanno con stile, con contegno, e non radono al suolo come abbiamo fatto noi».
La semina era cominciata a inizio anni 90 in una convivenza anche aspra fra destra sociale e destra protagonista, due anime di pretesa durezza e purezza, e fiorita nel più produttivo associazionismo, nelle periferie, all’università. Poi è arrivata la vendemmia, e s’è alzato il gomito. Questo popolo prima emarginato, pervaso di rabbia e senso d’inferiorità, ha dato sfogo a un bulimia monumentale, ha trasformato le occasioni conviviali – cioè la sede dell’affare e della congiura da Giulio Cesare fino a La Russa-Gasparri-Matteoli che si vedevano dal Caccolaro per tramare contro Gianfranco Fini – in una crapula liberatoria. «Sembriamo quelli che uscivano dai lager digiuni da così tanto che s’abbuffavano fino a morire d’indigestione», dice un anonimo ex An. E non è stato nemmeno uno show sfavillante, tutta roba minore, foto su Parioli Poket, ristoranti del viterbese. Non gli pareva vero – spifferano in comune – di ricevere telefonate di amici degli amici che caldeggiavano Andrea Carandini («E’ un piacere sapere che soffre»), uno da cui erano sempre stati snobbati. Un orizzonte semplicemente contenuto fra il senso di rivincita e lo champagne tracannato dalla scarpetta.
«No! Mi rifiuto! Quelli non sono di destra! Col cavolo! Sono solo ladri! Sapete quanto ci soffro? ». L’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ora leader della Destra, se la cava così sebbene Franco Fiorito fosse stato suo uomo. E non importa se lui fu il prequel del sistema Lazio conquistando la Regione, e un prequel dissolto nella storiaccia dello spionaggio ad Alessandra Mussolini. Storace rivendica la bontà (controversa) della sua presidenza, e della Polverini dice che è «un bravissimo governatore e l’altro giorno si è dimostrata tosta. Abbiamo tagliato 20 milioni di spese in poche ore». È convinto sia un segnale sufficiente. Anche per la destra «rovinata da Gianfranco Fini». Su Alemanno il giudizio è sanguinoso: «In quattro anni non si ricorda una sola sua opera degna di menzione». Forse perché il sistema Lazio non è mai cominciato. E intanto la destra romana sta finendo.
La Stampa 19.09.12
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“Lazio, con Polverini decuplicati i soldi al Consiglio”, di Jolanda Bufalini e Angela Camuso
Il cataclisma politico che si è abbattuto su Renata Polverini e sul Pdl del Lazio è ben lontano dall’essere finito. Tanto che per i vertici nazionali del partito è ancora allarme rosso, l’inchiesta potrebbe allargarsi ad altri esponenti Pdl, e preferiscono tenersi defilati lasciando la patata bollente a Renata Polverini. Ieri è stato interrogato Francesco Angelucci, commercialista del gruppo Pdl mentre quasi certamente oggi si svolgerà l’interrogatorio di Fiorito. Intanto emergono nuovi particolari sulla frenetica attività immobiliare dell’ex sindaco di Anagni: 4 o 5 case a Roma, altrettante ad Anagni, una a Tenerife che, rivela un servizio del Tg di Mentana su la 7, Fiorito l’avrebbe ereditata dal padre. Ma è proprio nella località spagnola che Francone ha scelto di aprire 5 dei 12 conti personali alimentati dai soldi deio contribuenrti. La casa a Punta Rossa, la località più esclusiva del Circeo, è stata acquistata con un mutuo acceso con la filiale Unicredit di piazza dell’Industria a l’Eur. Un bel conto su cui arrivavano le tre indennità cumulate dal capogruppo, che è anche presidente della commissione bilancio e tesoriere, oltre che il contributo per le relazioni con l’elettorato. Entrate che gli consentivano di staccare assegni dalle cifre molto importanti, ce n’è uno di 36.000 euro di cui non si conosce il destinatario. Negli affari Fiorito avrebbe coinvolto anche la mamma, Anna Tintori, cointestataria di un conto ad Anagni, sempre presso la filiale Unicredit. La signora, però, non avrebbe mai fatto alcuna operazione. Tutti motivi di preoccupazione che hanno portato, ieri, una parte di ex An (La Russa, Meloni, Rampelli) a riunirsi a lungo alla Camera. Intanto la presidente che ha incassato il sostegno di Alfano e l’incoraggiamernto di Berlusconi ha chiesto che il capogruppo Pdl alla Regione lasci l’incarico: «Battistoni è coinvolto, suo malgrado, nella vicenda giudiziaria e il partito dovrebbe essere liberato da questi problemi». Alla Pisana, intanto, è in corso la guerra dei numeri.
I NUMERI DEI TAGLI
Polverini ha annunciato 20 milioni di tagli ma il taglio vero si limiterebbe a 10 milioni perché altri 10 sono relativi al progetto ora abbandonato di costruire una nuova palazzina. Sostiene il capogruppo Pd Esterino Montino: «l’anno prossimo non ci sarà un’altra palazzina da definanziare».
CONSULENZE E ASSESSORI
Non solo, le consulenze di cui si avvale la giunta, costano 50 milioni l’anno di cui 30 per la sola sanità. Costano 5 milioni ogni anno gli assessori esterni, privi di mandato elettorale ma beneficiati con un vitalizio e, sostiene Vincenzo Maruccio, capogruppo Idv, «Polverini li ha nominati con un decreto e con un decreto potrebbe revocarli». Fra le proposte dell’opposizione, inoltre, c’è l’abolizione delle indennità di funzione, non prevista dall’odg Polverini.
CORRESPONSABILITÀ
Un altro capitolo riguarda l’estraneità della «zarina» alle allegre malefatte della sua maggioranza, intanto perché è lei stessa consigliere e poi perché Polverini era in Aula, durante la sessione di bilancio 2011, quando fu bocciata la proposta di dimezzare le 20 commissioni, operazione che si sta facendo adesso sull’onda dello scandalo. Un po’ di conti li fa l’ex presidente del consiglio regionale del
Lazio, Guido Milana: nel 2009 i contributi ai gruppi consiliari erano di 1.836.150, oggi sono di 9.217.000 per soli sei mesi. Il bilancio del consiglio nel 2009 era di 70 milioni, nel 2011 è di 13 milioni. Il contributo ai gruppi consiliari, dunque, è aumentato di 10 volte. E su questo generoso largheggiare Francone Batman Fiorito ha costruito la sua fortuna in capitali e, forse, in beni immobili . Ma il problema non finisce qui. Solo tre gruppi: Radicali, Pd e Sel hanno pubblicato on line il loro bilancio. Si può leggerli con l’amaro in bocca ma, almeno, si tratta di conti certificati. Fra i conti di cui non si sa nulla c’è quello della Lista Polverini, ora la presidente promette che lunedì il bilancio sarà certificato on line.
In tutta fretta si sta approvando la riduzione dei consiglieri da 70 a 50. Ma il Lazio è stato capofila delle regioni che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro il provvedimento previsto dalla spending review. Infine c’è il gigantesco capitolo delle società partecipate, Enzo Foschi (Pd), propone all’opposizione di dimettersi dai CdA, come si è fatto per le commissioni.
L’Unità 19.09.12
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"Non perdete altro tempo", di Pier Paolo Baretta e Cesare Damiano

Era Marchionne che doveva convocare il governo? Viste le iniziali incertezze dell’esecutivo (ma sabato Monti vedrà l’ad Fiat) poteva venire questo sospetto. L’annuncio da parte del Lingotto dell’abbandono del piano Fabbrica Italia, che prevedeva 20 miliardi di investimento nel nostro paese, non è stato nient’altro che la conferma di una preoccupazione presente tra le forze politiche e sociali. Le conseguenze di questa scelta non sono immaginabili, perché si può andare dal ridimensionamento della presenza del settore auto nel nostro paese, alla sua tendenziale scomparsa. Per questo, come Partito democratico, abbiamo chiesto da tempo di passare dai tavoli di crisi aperti al ministero delle attività produttive, ad interventi veri e propri di politica industriale. Per comprendere la situazione, non rinchiudiamoci all’interno di una visione esclusivamente nazionale od europea del problema e domandiamoci se c’è un crollo del mercato dell’auto a livello mondiale. Si deve innanzitutto registrare come l’andamento dei principali mercati europei non sia uniforme. Infatti, mentre la Germania ed il Regno Unito segnano rispettivamente un +0,7% ed un +2,7%, la recessione riguarda l’Italia (-20%), la Spagna (-8,2%) e la Francia (-14,4%).

Molto diversa si presenta la situazione mondiale dove, nei primi sei mesi del 2012, è stato stimato (Focus2move) che siano stati venduti 40,5 milioni di autovetture e veicoli leggeri, con un incremento del 6,7% rispetto ai primi sei mesi del 2011. Al primo posto si colloca la Cina con 9,5 milioni di vetture vendute (+2,9%) ed al secondo posto gli Stati Uniti con 7,3 milioni di vetture (+14,8%). Tassi di crescita importanti registrano anche l’India (+12,3%) e la Russia (+14,6%), sia pure con mercati di 1,4 milioni di vetture ciascuna.

Questi dati sono la conseguenza dei differenti tassi di crescita dei diversi paesi e dell’impatto che ha la crisi economica sul vecchio continente e indicano anche il peso sempre più consistente che l’auto avrà nel mercato mondiale: alcuni esperti del settore si sono spinti ad affermare che, alla fine di questo secolo, il parco circolante di veicoli passerà dagli attuali 700 milioni a tre miliardi di vetture. Non sappiamo se sarà vero, ma il trend è molto chiaro. Si tratta di numeri che segnalano anche la diversa ubicazione geografica che assumeranno questi mercati rispetto alla posizione nella quale si sono storicamente sviluppati. L’Europa è ancora oggi al primo posto come parco circolante con 234 milioni di vetture, seguita dagli Usa con 135 milioni e dal Giappone con 58 milioni: tuttavia, i tassi di crescita di questi paesi sono vicini allo zero ed il mercato riguarda solamente la sostituzione delle vetture, mentre i paesi dell’area Bric hanno certamente un parco circolante molto più modesto, ma tassi di crescita superiori al 5% (per la Cina e l’India il tasso è a due cifre), proprio perché sono ancora nella fase della “prima motorizzazione”. Perciò è inevitabile una riorganizzazione delle produzioni, che in parte è già stata realizzata, ma che deve ancora completarsi soprattutto per la sovrabbondanza di capacità produttiva che interessa in modo particolare l’Europa. Per quanto riguarda la Fiat, è utile ricordare quali siano state le richieste dell’azienda per avviare il progetto Fabbrica Italia: dalle pesanti condizioni di lavoro accettate dalla maggioranza dei lavoratori con i referendum di Pomigliano, di Mirafiori e della Bertone, alla discutibile rottura del sistema di relazioni sindacali, fino all’uscita dalla Confindustria e dal Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. In questo percorso l’azienda si è assunta precisi impegni pubblici nei confronti dei lavoratori e del paese che non possono essere dimenticati, nonostante le attuali condizioni negative del mercato, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione.

La sfida che l’azienda deve decidersi a compiere è quella di saper competere in un mercato dell’auto sofisticato e maturo come quello europeo: la partita si gioca sulla qualità e sul valore aggiunto di innovazione che l’azienda saprà inserire nei nuovi modelli. Una scelta che richiede investimenti e il pieno utilizzo di quelle competenze tipiche di chi ha alle spalle più di cento anni di storia: la dote che la Fiat ha portato alla Chrysler per concludere l’accordo da posizioni di forza. Internazionalizzare la produzione al fine di cogliere le migliori opportunità offerte dal mercato mondiale, è buona cosa. Delocalizzare nei paesi di confine alla ricerca del minore costo del lavoro vuol dire, in molti casi, rinunciare alla qualità delle produzioni.

Il governo può svolgere un ruolo fondamentale: stimolare e sostenere l’innovazione, predisporre un piano nazionale dei trasporti e della mobilità e concordare con l’Europa le scelte di politica industriale più idonee per consentire la riorganizzazione del settore. Sarebbe un grave errore sottovalutare il peso economico che l’auto può esercitare nel superamento della crisi e come stimolo allo sviluppo.

da Europa Quotidiano 19.09.12

"Non perdete altro tempo", di Pier Paolo Baretta e Cesare Damiano

Era Marchionne che doveva convocare il governo? Viste le iniziali incertezze dell’esecutivo (ma sabato Monti vedrà l’ad Fiat) poteva venire questo sospetto. L’annuncio da parte del Lingotto dell’abbandono del piano Fabbrica Italia, che prevedeva 20 miliardi di investimento nel nostro paese, non è stato nient’altro che la conferma di una preoccupazione presente tra le forze politiche e sociali. Le conseguenze di questa scelta non sono immaginabili, perché si può andare dal ridimensionamento della presenza del settore auto nel nostro paese, alla sua tendenziale scomparsa. Per questo, come Partito democratico, abbiamo chiesto da tempo di passare dai tavoli di crisi aperti al ministero delle attività produttive, ad interventi veri e propri di politica industriale. Per comprendere la situazione, non rinchiudiamoci all’interno di una visione esclusivamente nazionale od europea del problema e domandiamoci se c’è un crollo del mercato dell’auto a livello mondiale. Si deve innanzitutto registrare come l’andamento dei principali mercati europei non sia uniforme. Infatti, mentre la Germania ed il Regno Unito segnano rispettivamente un +0,7% ed un +2,7%, la recessione riguarda l’Italia (-20%), la Spagna (-8,2%) e la Francia (-14,4%).
Molto diversa si presenta la situazione mondiale dove, nei primi sei mesi del 2012, è stato stimato (Focus2move) che siano stati venduti 40,5 milioni di autovetture e veicoli leggeri, con un incremento del 6,7% rispetto ai primi sei mesi del 2011. Al primo posto si colloca la Cina con 9,5 milioni di vetture vendute (+2,9%) ed al secondo posto gli Stati Uniti con 7,3 milioni di vetture (+14,8%). Tassi di crescita importanti registrano anche l’India (+12,3%) e la Russia (+14,6%), sia pure con mercati di 1,4 milioni di vetture ciascuna.
Questi dati sono la conseguenza dei differenti tassi di crescita dei diversi paesi e dell’impatto che ha la crisi economica sul vecchio continente e indicano anche il peso sempre più consistente che l’auto avrà nel mercato mondiale: alcuni esperti del settore si sono spinti ad affermare che, alla fine di questo secolo, il parco circolante di veicoli passerà dagli attuali 700 milioni a tre miliardi di vetture. Non sappiamo se sarà vero, ma il trend è molto chiaro. Si tratta di numeri che segnalano anche la diversa ubicazione geografica che assumeranno questi mercati rispetto alla posizione nella quale si sono storicamente sviluppati. L’Europa è ancora oggi al primo posto come parco circolante con 234 milioni di vetture, seguita dagli Usa con 135 milioni e dal Giappone con 58 milioni: tuttavia, i tassi di crescita di questi paesi sono vicini allo zero ed il mercato riguarda solamente la sostituzione delle vetture, mentre i paesi dell’area Bric hanno certamente un parco circolante molto più modesto, ma tassi di crescita superiori al 5% (per la Cina e l’India il tasso è a due cifre), proprio perché sono ancora nella fase della “prima motorizzazione”. Perciò è inevitabile una riorganizzazione delle produzioni, che in parte è già stata realizzata, ma che deve ancora completarsi soprattutto per la sovrabbondanza di capacità produttiva che interessa in modo particolare l’Europa. Per quanto riguarda la Fiat, è utile ricordare quali siano state le richieste dell’azienda per avviare il progetto Fabbrica Italia: dalle pesanti condizioni di lavoro accettate dalla maggioranza dei lavoratori con i referendum di Pomigliano, di Mirafiori e della Bertone, alla discutibile rottura del sistema di relazioni sindacali, fino all’uscita dalla Confindustria e dal Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. In questo percorso l’azienda si è assunta precisi impegni pubblici nei confronti dei lavoratori e del paese che non possono essere dimenticati, nonostante le attuali condizioni negative del mercato, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione.
La sfida che l’azienda deve decidersi a compiere è quella di saper competere in un mercato dell’auto sofisticato e maturo come quello europeo: la partita si gioca sulla qualità e sul valore aggiunto di innovazione che l’azienda saprà inserire nei nuovi modelli. Una scelta che richiede investimenti e il pieno utilizzo di quelle competenze tipiche di chi ha alle spalle più di cento anni di storia: la dote che la Fiat ha portato alla Chrysler per concludere l’accordo da posizioni di forza. Internazionalizzare la produzione al fine di cogliere le migliori opportunità offerte dal mercato mondiale, è buona cosa. Delocalizzare nei paesi di confine alla ricerca del minore costo del lavoro vuol dire, in molti casi, rinunciare alla qualità delle produzioni.
Il governo può svolgere un ruolo fondamentale: stimolare e sostenere l’innovazione, predisporre un piano nazionale dei trasporti e della mobilità e concordare con l’Europa le scelte di politica industriale più idonee per consentire la riorganizzazione del settore. Sarebbe un grave errore sottovalutare il peso economico che l’auto può esercitare nel superamento della crisi e come stimolo allo sviluppo.
da Europa Quotidiano 19.09.12