“Da Dante alla Costituzione, l’Italia migliore”, di Toni Jop
Storicamente scoscesi di un collettivo, il nostro, che fa una dannata fatica a riconoscersi come tale, e più sono visibili le crepe che corrono nel nostro presente italiano, attraversando i territori della cultura e della politica, sfidando il preconcetto della identità semplice, univoca. Così, il gran lavoro svolto da un saltimbanco di rango, come Benigni, in questi anni recenti appare insieme una indicazione di percorso e uno sguardo piantato in uno specchio che tuttavia spesso vorremmo evitare. Una lezione e uno specchio: in fondo, stanno qui, in questa oscillazione, la natura della sua arte, il senso del suo parlare, il linguaggio del suo corpo instabile; non c’è gran differenza, a ben vedere, tra questo Benigni che dopo aver visitato la Divina Commedia, agli albori della nostra lingua e se vogliamo del collettivo che ha comunque marcato, si tuffa nella Costituzione, nella «bellezza» assoluta della carta dei principi che ci tengono assieme e ci difendono dalla prepotenza, e il vecchio, vibrante Arlecchino che medita di mangiare una mosca, perché la fame è tanta, costituente di un …
