“E’ ora di uccidere il cattivismo”, di Paolo Di Paolo
L’altra faccia del disincanto e della frustrazione è la rabbia. Non quella che spinge a un riscatto, che fa correre a denti stretti verso un obiettivo, che precede un cambiamento. È un’altra rabbia: un’aggressività cieca che trascina tutto, cerca un bersaglio, si sfoga. Ma il bersaglio è soltanto un pretesto, perché quella rabbia viene da lontano. È sempre eccessiva, sproporzionata: come si vede in certe liti tra automobilisti, o in fila alla banca. Ha in sé lampi di violenza. La più futile delle questioni – l’auto del dirimpettaio parcheggiata male, i rumori dalla casa accanto – la accende, la fa esplodere con furia perfino omicida, come nel lodigiano qualche giorno fa e come sempre più spesso, in un condominio qualunque, in un bar, per la strada. È sempre stato così? La convivenza umana è fatta anche di questo? Forse sì, risponderebbero Poe, Dostoevskij o Camus. Ma la rabbia e l’intolleranza dei singoli passano oggi anche per uno spazio diverso: infinitamente va- sto; potente come un contagio. Dietro una maschera, un nome fittizio, l’uomo della folla …
