Tutti gli articoli relativi a: economia

"Anche Moody’s declassa l’Italia", di Bianca Di Giovanni

L’agenzia ha abbassato il rating dei titoli di Stato da Aa2 ad A2. Palazzo Chigi minimizza. Bersani: una mazzata, ora il governo va cambiato. Tremonti in giornata aveva detto: Spagna meglio di noi perché va al voto anticipato. Italia declassata. Confermando le previsioni della vigilia l’agenzia di rating Moody’s ha rivisto al ribasson il suo giudizio sui titoli italiani. Il rating (voto) è passato da Aa2 a A2. Un taglio di tre posizioni, che pone l’Italia al pari di Malta, sotto l’Estonia e la slovacchia. Secondo gli analisti della cosiddetta “seconda sorella” tra le agenzie di rating, anche le prospettive (outlook) del nostro Paese sono negative. «Il rischio di default dell’Italia è remoto- scrivono gli americani – Ma la vulnerabilità di questo Paese è aumentata». «La notizia del declassamento di Moody’s é una mazzata – commenta Pier Luigi Bersani – L’Italia é meglio di quel rating, ma se non c’é un cambiamento la sfiducia rischia di tirarci a fondo».Le ragioni del downgrading sono legate al rallentamento dell’economia mondiale, ma anche alle incertezze politiche che attraversa …

"L´ultimo strappo di Marchionne", di Massimo Giannini

Il divorzio tra Fiat e Confindustria si è dunque consumato. Sergio Marchionne, l´Amerikano, viola anche l´ultimo tabù, e porta il Lingotto fuori da Viale dell´Astronomia. Cioè fuori dal luogo fisico, ma anche istituzionale e sociale, dove la Fiat era sempre stata dal 1910, dai tempi del senatore Giovanni Agnelli fino a Vittorio Valletta e poi all´Avvocato. Lo «strappo», anche solo per questo, si può davvero definire storico. Per un secolo Fiat e Confindustria sono state una cosa sola. La prima sceglieva i presidenti della seconda. Un unico, vero Potere Forte, che condizionava i governi e ne orientava le politiche. Questa «cinghia di trasmissione» subì una prima rottura con l´elezione di Antonio D´Amato nel 2000, sull´onda di una Vandea dei «piccoli padroncini» che Agnelli patì e salutò a modo suo, con una delle frasi che resteranno negli annali della Repubblica: «Hanno vinto i berluschini». Ma undici anni e molte polemiche dopo, c´è voluto il super-manager italo-svizzero-canadese a compiere la rottura definitiva. Una rottura che, al di là della portata simbolica, ha un profondo significato politico ed …

"La crisi finirà solo quando cambieremo l'economia", di Paolo Mastrolilli

Bisogna cambiare, ora. Anche se non volessimo, la «Terza rivoluzione industriale» è già cominciata, e la crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Un modello che richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio, ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione. Così scrive Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro, intitolato appunto «The Third Industrial Revolution: How Lateral Power Is Transforming Energy, the Economy, and the World». Durante un’intervista fatta ad agosto, ci aveva anticipato i contenuti con queste parole: «Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda rivoluzione industriale, in cui poco alla volta abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito». Questo ci ha esposto a crisi ricorrenti: «Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo soldi nel mercato e diciamo che vogliamo tagliare le spese. Ma la ripresa si …

"Perché la disoccupazione mondiale crea pantano morale e speranza", di Giulio Sapelli

I dati sulla disoccupazione diffusi all’inizio del 2011 dall’Istituto internazionale del lavoro erano preoccupanti (210 milioni), ma si inserivano in una visione ottimistica dell’andamento ciclico dell’economia mondiale. I disoccupati nel mondo, nel pieno della crisi, sono aumentati — in meno di sei mesi — di oltre 8 milioni. Quello che però conta è che ora essi si presentano in gran parte sotto l’aspetto di disoccupazione strutturale di lunga durata, ossia una condizione sociale destinata a modellare sotto il suo peso le stesse forme morali delle società mondiali. E questo va al di là del numero dei disoccupati Paese per Paese. Mi spiego. Se si guarda al rapporto tra disoccupati di lungo periodo e disoccupati in generale, si vedrà che la Spagna, con il numero di disoccupati più alto in Europa — il 21,2% — ha una percentuale di disoccupazione strutturale di lungo periodo — il 40% — che è minore del 47% della Germania, che pure è una delle nazioni che ha abbastanza resistito all’avvento della disoccupazione totale, facendo registrare un tasso del 7%. Questo …

"Welfare, diritti sociali, utilità sociale. Solo parole, o un imperativo costituzionale ancora vincolante per il legislatore?", di Giovanna De Minico *

Welfare, diritti sociali, utilità sociale. Solo parole, o un imperativo costituzionale ancora vincolante per il legislatore? La dimensione solidaristica della nostra Repubblica, impegnata a compensare le diverse fortune iniziali delle persone, operava ora come limite alla ricerca egoistica del profitto (articolo 41 della Costituzione), ora come fine ultimo dell’uguaglianza sostanziale (articolo 3). Si pensi ai sussidi ai ragazzi capaci nello studio ma privi di mezzi per provvedervi o agli incentivi all’imprenditore per consentire ai lavoratori un’esistenza dignitosa. Esempi significativi di welfare che rischiano di diventare archeologia giuridica in seguito al disegno di legge di revisione costituzionale (AC 4144), che prevede la soppressione dell’utilità sociale, valvola compensativa della lucratività con le istanze sociali. Pertanto, la sua eliminazione farebbe arretrare le domande sociali rispetto alle aspettative di profitto dell’imprenditore. Questo disegno di legge giace presso la prima Commissione della Camera. I rischi per il welfare provengono, però, anche da altra fonte: precisamente, dall’annunciato disegno di revisione degli articoli 53, 81 e 119 della Costituzione. Questo atto, in nome della prevalenza del diritto europeo su quello interno, introduce …

"L’Inps va in rosso. Le pensioni salvate dai precari", di Enrico Marro

L’Inps va in rosso: quest’anno spenderà 283 miliardi di euro e chiuderà con un deficit d’esercizio di 2,9 miliardi contro una previsione di un attivo di 365 milioni. I conti sono tenuti in piedi dai precari, dalle entrate per le gestioni temporanee e dai lavoratori dipendenti che con i datori di lavoro versano all’Istituto il 33% della retribuzione lorda. I conti sono, invece, penalizzati dai fondi speciali e da quelli degli autonomi. In calo gli assegni erogati nei primi 8 mesi del 2011 rispetto al 2010. La crisi morde, anche per i conti dell’Inps. Secondo l’assestamento del bilancio 2011, varato dal presidente Antonio Mastrapasqua e ora all’esame del Consiglio di indirizzo e vigilanza, quest’anno l’ente di previdenza, che spenderà per pensioni e prestazioni varie 283 miliardi di euro, chiuderà con un deficit d’esercizio di 2,9 miliardi contro una previsione di un attivo di 365 milioni contenuta nel budget originario e contro un deficit di 1,3 miliardi nel 2010. Si tratta del secondo esercizio in rosso, dopo che dal 2000 al 2009 i risultati erano sempre …

«L'Italia cambi timoniere per salvarsi», di Romano Prodi

Prima dell`inizio delle ferie estive avevo scritto, con una certa sorpresa per molti, che in presenza di foltissime tensioni economiche e finanziarie della zona Euro, una crisi di governo sarebbe stata inopportuna. Mi sembrava infatti pericoloso restare senza un timoniere nel mezzo della tempesta, tenuto conto dell`incapacità di decisione dei governi europei e di una speculazione determinata a colpire con sempre maggiore violenza i mercati più deboli. Poi è arrivato agosto. La speculazione e le incertezze politiche sono aumentate di intensità e, in aggiunta, le previsioni e i dati sulla crescita sono stati ovunque corretti al ribasso. Il deterioramento della situazione e il peggioramento delle previsioni hanno toccato in particolar modo l`Italia, che si trova ora al fondo delle classifiche mondiali. Di fronte a questo stato di fatto la reazione del governo italiano non è stata, sotto alcun aspetto, all`altezza della situazione. Le successive manovre economiche si sono distinte per la loro insufficienza, frammentarietà e contraddittorietà. Proposte di aumenti fiscali si sono susseguite in modo confuso e, nella maggior parte dei casi, sono state cambiate …