"Chi ha paura della patrimoniale?", di Nicola Cacace
Dopo il banchiere cattolico Pellegrino Capaldo, l’industriale Carlo De Benedetti, il presidente dei commercialisti Claudio Siciliotti e Giuliano Amato, è stato Luigi Abete, come presidente di Assonime a tornare sul tema patrimoniale, «componente essenziale della necessaria riforma tributaria» (Il Sole 24 Ore del 22 giugno). Patrimoniale, parola tabù per il centrosinistra parlamentare che attribuisce alla sua incauta evocazione la causa prima di passate sconfitte. Tabù condiviso anche da Abete che dice: «Non la si deve chiamare patrimoniale, bensì Ctc, contributo per trasparenza e crescita», definizione irrisa da Roberto Perotti che scrive il giorno dopo (il Sole 24 Ore, 23 giugno): «Alcuni vogliono finanziare la riforma con una patrimoniale, anche se si illudono di chiamarla con altro nome». I fautori della patrimoniale partono dalla doppia constatazione che l’Italia è l’unico grande Paese europeo senza una imposta sui patrimoni e che “se il convento è povero, i frati sono ricchi”, avendo l’Italia il terzo debito pubblico del mondo, 1800 miliardi, 120% del Pil, ma anche una delle più grandi ricchezze private delle famiglie, (immobiliare e finanziaria), stimata …
