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"L’errore che D’Alema ha pagato per sempre", di Fabrizio Rondolino

Il 21 ottobre 1998 il segretario dei Ds arrivò a palazzo Chigi senza passare dalle elezioni. Come potrebbe capitare oggi a Renzi. Sicuri sia una buona idea?

Il 21 ottobre 1998 Massimo D’Alema, segretario del maggior partito della coalizione di centrosinistra che due anni prima aveva vinto le elezioni, giurò nelle mani del presidente della repubblica. Due giorni dopo la camera votò la fiducia al suo governo – il primo (e con ogni probabilità l’ultimo) guidato da un ex comunista.

L’ipotesi che Matteo Renzi sostituisca Enrico Letta a palazzo Chigi nelle prossime settimane – un’ipotesi sciagurata, è bene dirlo subito – ha riportato alle mente di molti osservatori e di qualche protagonista gli eventi di sedici anni fa. Eventi che, a giudizio dello stesso D’Alema, costituiscono il suo unico, vero, riconosciuto errore politico.

Le differenze, va sottolineato, sono anche più numerose delle somiglianze, a cominciare dal fatto che Letta non è stato scelto dagli elettori per guidare un governo di centrosinistra, ma è stato scelto dal presidente della Repubblica per dar vita ad una “grande coalizione” frutto dell’impasse elettorale. L’ipotetico gabinetto Renzi, dunque, e tanto più se allargato a Forza Italia con l’intento di fare insieme le rifome, sarebbe una semplice replica del governo attuale, e anzi ne rinvigorirebbe lo spirito iniziale (per un’ulteriore curiosa coincidenza, va tuttavia ricordato che D’Alema andò a palazzo Chigi dopo aver presieduto per un anno e mezzo la Bicamerale, naufragata, proprio come il programma costituente del governo Letta, per una repentina marcia indietro di Berlusconi in seguito ad un’iniziativa giudiziaria nei suoi confronti).

Nella rievocazione di quegli anni ha sempre prevalso la vulgata prodiana, e cioè il racconto del tradimento e dell’usurpazione – peccato originale di una sinistra che nel ventennio berlusconiano ha saputo soltanto perdere, anche quando ha vinto. Persino la recente avventura dei 101 franchi tiratori che hanno impedito l’ingresso di Prodi al Quirinale è citata come prova retroattiva degli intrighi dalemiani degli anni Novanta.

In quel periodo lavoravo con D’Alema: e dunque il mio giudizio, per quanto possa sforzarmi, resta parziale. Non ho tuttavia memoria di alcun intrigo: anzi. D’Alema fino all’ultimo cercò di portare Ciampi alla guida del governo (e questo è stato confermato dall’interessato in un suo libro), e soltanto di fronte al veto dello stesso Prodi e alla ferma contrarietà di Scalfaro a sciogliere le camere accettò infine la presidenza del consiglio.

Ma non è questo il punto. Per cogliere le affinità con la vicenda renziana di questi giorni bisogna sforzarsi di tornare allo spirito, all’atmosfera, al sentimento politico di quegli anni.

Massimo D’Alema era considerato l’architetto del “ribaltone” che mandò Berlusconi all’opposizione a pochi mesi dal trionfo elettorale e lo stratega della successiva vittoria dell’Ulivo. Aveva staccato Bossi dal Cavaliere, si era “inventato” con Nino Andreatta la candidatura di Prodi chiudendo un patto di ferro con i Popolari, aveva sfilato Dini al centrodestra. Ma, soprattutto, era percepito come l’uomo nuovo, il “rinnovatore”, il riformista che avrebbe finalmente modernizzato la sinistra e costruito un “Paese normale”. D’Alema piaceva alla Confindustria, incuriosiva gli americani, affascinava gli editorialisti, non spaventava i berlusconiani e, sebbene fosse notoria la sua antipatia per i giornalisti, godeva ogni giorno di un’assoluta centralità mediatica.

Quando al congresso dell’Eur, nel febbraio del ’97, propose una radicale riforma del mercato del lavoro e del Welfare, aprendo con la Cgil uno scontro che sembrava definitivo, molti furono certi di aver finalmente trovato il Blair italiano, cioè il leader capace di rompere la crosta conservatrice, consociativa e castale del Paese senza il timore di infrangere i tabù più consolidati della sinistra post-comunista.

D’Alema era più o meno percepito come oggi Renzi: non tanto, e non solo, come il capo della sinistra, ma prima di tutto come il rinnovatore dislocato sulla frontiera della modernità e proprio per questo capace di raccogliere un consenso trasversale.

Nei confronti del governo Prodi, D’Alema non si posizionò molto diversamente da come s’è posizionato Renzi con il governo Letta: da un lato pungolando e stimolando sull’innovazione programmatica, dall’altro aprendo un tavolo costituente con Berlusconi. L’obiettivo era quello di succedere a Prodi alle elezioni successive, e dopo aver portato a termine le riforme costituzionali. Il modello cui lavorava la Bicamerale era quello semipresidenziale, e nel nostro lavoro di staff l’attenzione era di conseguenza concentrata sulla costruzione di un “D’Alema presidente” eletto dal popolo.

Fu la doppia inversione di marcia di Berlusconi (che affondò le riforme) e di Bertinotti (che affondò il governo) a scompaginare i piani, e a creare le condizioni per una presa più ravvicinata di palazzo Chigi. Ricordo un D’Alema molto perplesso, e credo che senza le pressioni insistenti di Scalfaro e Cossiga il suo governo non sarebbe mai nato. Ma è anche vero che, quando l’occasione della presidenza del Consiglio si presentò concretamente sul tavolo, scattò un’altra serie di riflessioni. Da un lato pesò probabilmente l’orgoglio di una tradizione giunta finalmente al suo pieno riconoscimento pubblico: i “figli di un dio minore”, come D’Alema definì gli ex comunisti proprio nei giorni concitati della crisi, finalmente varcavano il portone di palazzo Chigi.

Ma, soprattutto, ci si convinse che dal governo si sarebbero potute fare, finalmente, le riforme fino ad allora soltanto predicate, e che proprio la guida dell’esecutivo avrebbe dato a D’Alema la legittimazione definitiva e il consenso necessari a cambiare l’Italia. I voti, insomma, sarebbero venuti dopo: e, in virtù dell’azione riformatrice del governo, sarebbero stati tanti, e convinti. Ho timore che qualche renziano coltivi in queste ore un’illusione dello stesso tipo.

Il primo governo D’Alema durò poco più di un anno, il secondo appena quattro mesi. A parte la guerra in Kosovo, di quei tempi si ricorda poco. «Quando ero presidente del Consiglio – dirà molti anni dopo D’Alema con l’usuale ironia – avevo una maggioranza ingovernabile, composta da squilibrati degni di attenzione psichiatrica che mi chiedevano di uscire dalla Nato e di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Questo ci ha limitato molto».

Quel che è certo, è che dopo quell’esperienza D’Alema non si è più ripreso: il suo profilo di innovatore è stato intaccato per sempre.

La questione, tutto sommato, è molto semplice: se vai al governo (o alla segreteria del partito) con i voti degli italiani, ti fai forte di quei voti per neutralizzare tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, ti ostacolano e ti logorano. Se invece è il ceto politico – cioè precisamente coloro che di mestiere ostacolano e logorano – a conferirti l’incarico, il tuo destino è segnato.

da www.europaquotidiano.it

"I fantasmi del ’98 e del 2008", di Claudio Sardo

Matteo Renzi ci sta seriamente pensando. La strada per Palazzo Chigi è aperta davanti a lui, solo che decida di percorrerla. Ma pesa il ricordo, anzi il fantasma, del ’98 quando cadde Romano Prodi e fu sostituito alla guida del governo da Massimo D’Alema.
Un trauma ancora vivo nella memoria del centrosinistra. Fosse per Renzi andrebbe subito a nuove elezioni: ieri l’ha persino confessato. Gli importerebbe di meno risvegliare l’altro fantasma dei democratici, quello del 2008, quando la vittoria di Walter Veltroni alle primarie del Pd accelerò l’agonia del governo dell’Unione e la fine della legislatura. Il problema è che, senza una riforma elettorale, le urne produrrebbero ingovernabilità e frammentazione. Il segretario del Pd non può permetterselo. Ieri, per rafforzare il proprio impegno sulla legge elettorale, ha detto che essa è indissolubilmente legata alla riforma del Senato: ma tutto ciò allunga i tempi della legislatura e richiede un quadro solido di governo.
Per Renzi il nodo è intricato. E la spinta a bruciare i tempi del governo è forte. In realtà, rispetto al ’98 e al 2008, il sindaco di Firenze ha un vantaggio: il suo margine
di manovra, dunque di scelta, è maggiore di quello che ebbero D’Alema e Veltroni. Soprattutto ha un’alternativa: fare un nuovo investimento su Enrico Letta e aiutarlo a definire con gli alleati un programma di governo per il 2014.
Insostenibile sarebbe invece far finta che il Pd possa rilanciarsi mentre disprezza il governo di cui è l’azionista di riferimento. Eppure quei fantasmi del passato ritornano. Deformati rispetto alla concreta vicenda storica. Perché la ricostruzione di quegli eventi è diventata nel tempo una delle più spietate armi di battaglia politica dentro il centrosinistra. Tuttavia, il ’98 e il 2008 assai difficilmente avrebbero potuto avere
esiti diversi. Prodi cadde la prima volta per una ferma volontà di Fausto Bertinotti, che aveva già tentato quell’anno di affondare il governo votando contro il Dpef e l’allargamento della Nato. E fu lo stesso Prodi a portare Cossiga nell’area di maggioranza, utilizzando in quelle due occasioni i voti Udr per neutralizzare la trappola di Rifondazione.
Poi però, quando perse per un voto alla Camera, si rifiutò di rivolgere un appello pubblico a Cossiga (che era pronto a votare per il governo). D’Alema, dal giorno dopo la sfiducia a Prodi, si mise al lavoro per un governo Ciampi. Lo ricorda nelle sue memorie lo stesso ex presidente della Repubblica. Anche Scalfaro – che si opponeva alle elezioni anticipate per l’order act già attivato in Kosovo e per le procedure dell’euro ancora in via di definizione – voleva un governo Ciampi. Prodi però visse come un affronto l’ipotesi di mettere il suo ministro del Tesoro alla guida di un governo-fotocopia di
quello che aveva portato l’Italia nell’euro. Per Prodi era come rimuovere la sua persona, e mettere la pietra tombale sull’Ulivo. Nell’impossibilità di andare subito al voto, lui stesso innestò una soluzione diversa. E, a chiudere il cerchio su D’Alema, furono a stretto giro i leader dell’Ulivo: la sola alternativa rimasta era un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato, Nicola Mancino, e tutti allora
preferirono quella che appariva come la scelta più forte, cioè un esecutivo guidato dal partito di maggioranza relativa. In seguito, lo stesso D’Alema ha detto che l’aver accettato quell’incarico è stato da parte sua un errore politico.
Eppure ancora oggi è complicato immaginare un esito diverso, a meno di non intendere che bisognava imporre il governo Ciampi anche a costo di allargare lo strappo con Prodi.
Pure nel 2008 il fantasma di Veltroni che sgambetta Prodi è figlio di una polemica postuma assai più che di una realistica analisi delle vicende che hanno portato alla nascita del Pd. Certo, il Partito democratico poteva e doveva nascere prima del 2007. Il mancato passaggio dalla lista Uniti nell’Ulivo al Pd prima delle elezioni del 2006 è la vera colpa storica del gruppo dirigente del centrosinistra: senza quel ritardo, sarebbe stata assai diversa la vita del secondo governo Prodi. Ma, quando i capi dei Ds e della Margherita si precipitano a fare il Pd, l’esecutivo nato dall’Unione (e da un sostanziale pareggio elettorale) è già boccheggiante. Dipende dai voti dei senatori a vita; la compatibilità tra la sinistra estrema e le forze di centro appare impossibile;
Mastella e Dini sono già in trattativa per fare il salto a destra. Il Pd nasce per salvare il centrosinistra dal naufragio dell’Unione. Il governo Prodi fa il massimo e dimostra ancora grande qualità:mala richiesta a Veltroni – allora la personalità dell’Ulivo che aveva il maggiore consenso popolare – era proprio quella di dare al Pd un’immagine e un profilo nuovi, che lo liberassero dall’insostenibile logoramento
quotidiano. Si può discutere se Veltroni fece bene a tentare l’accordo con Berlusconi su una riforma elettorale di tipo spagnolo: ma non si può addebitare a quel confronto la
caduta di Prodi. Peraltro, si dimentica che nel Comitato dei 45 (i promotori del Pd) Veltroni e Bindi furono i soli a votare contro le primarie a fine 2007. Veltroni disse allora che l’elezione di un segretario con le primarie avrebbe creato problemi al governo. Propose un reggente, ma gli dissero di no e gli chiesero di candidarsi.
Renzi non c’era. Ma queste cose le sa. E sa che, anche se oggi in tanti gli chiedessero in coro di andare a Palazzo Chigi (come fecero con D’Alema nel ’98 e come sostennero
Veltroni nel 2008), domani la responsabilità sarebbe soltanto sua. La partita comunque non riguarda la politologia: in gioco è il Paese, l’apertura di una fase nuova, la scelta del tempo migliore: perché la storia non si ripete.

da L’Unità

"Tutti giù dal carro di Letta", di Stefano Menichini

Poco credito nei Palazzi alla sopravvivenza del governo. Ma da cosa dipenderà se poi toccherà Renzi, e per quanto tempo?

Non è bello quando tutti salgono sul carro del vincitore, figurarsi quando tutti scendono dal carro del perdente. Che è ciò che sta succedendo col governo Letta, in misura eccessiva rispetto ai demeriti di un esecutivo che solo quattro mesi fa (rottura Berlusconi-Alfano) veniva dato per fortissimo e destinato a lunga vita.

I Palazzi della politica e dell’economia sono impietosi. Il cambio di linea decretato da Matteo Renzi giovedì li ha solo confermati in una convinzione maturata nell’ultimo mese: questo governo Letta è al capolinea. E siccome il Pd non pare disposto a maquillage tipo rimpasto, e lo stesso presidente del consiglio considera inaccettabile il mero galleggiamento, molti scommettono sulla caduta o sulle dimissioni.

Dunque si avvera la profezia agitata contro il sindaco durante le primarie? La convivenza di Renzi segretario e di Letta premier si rivela impossibile?

Questa è l’immagine che Renzi vuole smentire e allontanare da sé. Per lui sono oltremodo fastidiosi e dannosi i paragoni coi dualismi del passato (D’Alema-Veltroni, D’Alema-Prodi, Veltroni-Prodi) che lo associano ai momenti più infelici della storia dell’Ulivo. Per questo scarica sul governo la colpa della sua stessa debolezza. E attribuisce a chiunque altro tranne che a se stesso l’intenzione di staccare la spina: la minoranza Pd, gli altri partiti della coalizione. Tutta gente di cui di solito si disinteresserebbe, ma stavolta potrebbe servirgli a dire che si espone per rispondere a un appello, non a una pulsione personale (esattamente ciò che dissero D’Alema e Veltroni, appunto).

Su quale possa essere lo sbocco della crisi, risulterà decisiva non la pressione dell’establishment nazionale (che in teoria Renzi dovrebbe snobbare, avendogli dichiarato guerra) bensì l’esito del conflitto interno tra il Renzi che sente a un passo l’obiettivo della vita, e quello che sa che sarebbe meglio arrivarci spinto dal voto popolare (noi da Europa glielo ricorderemo spesso). Più decisivo ancora sarà l’orientamento di Napolitano.

E comunque alla fine, come sempre in politica, sarà una questione di tempi: un governo Renzi “solo per la riforma elettorale”, quindi a scadenza assai ravvicinata, potrebbe risultare vantaggioso al sindaco (e infatti: perché glielo dovrebbero far fare?). Un governo a più lunga gittata, di cui farsi carico in nome della promessa fatta agli italiani sulle riforme costituzionali, rappresenterebbe per Renzi un rischio proporzionato all’ambizione dell’operazione: cioè, enorme.

da www.europaquotidiano.it

"Il potere perduto dell’Europa", di Gianni Riotta

La diplomatica americana Victoria Nuland è nata nel 1961, ed aveva così solo tre anni quando, il 7 febbraio di 50 anni fa, i Beatles atterrarono nella sua città, New York, per suonare due giorni dopo, 9 febbraio, al leggendario Ed Sullivan Show televisivo. La Nuland è diventata famosa, già lo registra la sua pagina Wikipedia, per avere detto senza troppi riguardi «Si f… l’Unione Europea», liquidando con un «fuck the Eu» gli storici alleati a proposito della crisi in Ucraina.

Come cambia il mondo in mezzo secolo. Nel febbraio 1964, l’America ancora sotto choc per l’assassinio di John Kennedy, vede arrivare con gioia la band inglese, invitata dal presentatore Ed Sullivan. Due volte bloccato in aeroporto dalle fans di John, Paul, Ringo e George, Sullivan tratta con il loro manager, Epstein, una tournée tv in America. Siglano stringendosi la mano un contratto per 10.000 dollari, allora il salario medio annuo americano era 6000 dollari.

Le tre serate fanno la storia della tv, in sala solo 700 posti, l’ex vicepresidente Nixon invoca un biglietto per la figlia, il compositore Bernstein – ricorda il sito dell’Ed Sullivan Show – rimane fuori, mentre le ragazze urlano e sotto l’inquadratura di John Lennon appare la scritta «Ci spiace ragazze, è sposato». 73 milioni di spettatori, share del 60%, l’America si innamora dei Beatles.

Era ancora un’Europa capace di soft power, l’influenza sottile che passa attraverso la cultura, studiata nel saggio celebre di Joseph Nye tradotto da Einaudi: ai falchi di George W. Bush (tra cui proprio il marito della Nuland, Robert Kagan) Nye contrappone il soft power, accanto alla forza delle armi creare egemonia con arte, costume, moda. Nye lamenta l’arte perduta del soft power Usa, ma davanti al «si f… l’Europa» scandito mezzo secolo dopo la trionfale tournée dei ragazzi di Liverpool vien da chiedersi: e noi europei quando abbiamo perduto il nostro «Potere soffice»? Quando non siamo riusciti a darci una Costituzione condivisa? Quando abbiamo dimenticato il monito del vecchio Churchill, 19 settembre 1946, Zurigo «Dobbiamo costruire gli Stati Uniti d’Europa…»? Quando su Balcani, Ucraina, Medio Oriente, Iran, Siria, balbettiamo nella Babele delle lingue nazionali? Quando abbiam perduto l’occasione di avere al Consiglio di Sicurezza Onu un solo seggio, dall’altissimo prestigio morale e politico, per l’Unione?

Gli storici decideranno. Nel frattempo i politici minimizzano, in America un «f…» non si nega a nessuno, nel suo ultimo film su Wall Street Leonardo DiCaprio impiega la parolaccia per un record di 506 volte. Ma la verità è che Usa ed Europa sono ormai lontane. Durante la presidenza G.W. Bush tanti, tra gli europei e i democratici Usa, davano la responsabilità ai «neoconservatori» repubblicani. Sciocchezze. La presidenza Obama, che incanta gli europei fin dal discorso da candidato a Berlino, luglio 2008 «L’America non ha migliore amico dell’Europa», lascerà Washington e Bruxelles non più vicine di un pollice. Il patto sul libero commercio Atlantico non scatta, e non per mancanza di interessi, ma perché il negoziato langue burocratico, sterile, senza passione civile.

Nsa e spionaggio, Russia e Cina, shale gas e Ogm, ambiente, troppi attriti tra i partner del dopoguerra. Se non ci offendiamo per il «vaffa» della Nuland, se lo guardiamo in controluce, con nostalgia per la Beatlemania 1964 Usa, quando l’Europa era «cool», forse cogliamo la magia perduta. I nostri leader di oggi, gli incolori Van Rompuy e Lady Ashton, i contendenti alla guida dell’Unione, gli eterni Jean-Claude Juncker, Martin Schulz, Guy Verhofstadt, un conservatore, un socialista, un liberale per tutte le stagioni come mai potrebbero colpire il nipote di una ragazzina urlante del 1964? Immaginate qualcuno a strillare per Jean-Claude, Martin, Guy come per John, Paul o George? Noi no, purtroppo.

da www.lastampa.it

"Un’altra Europa è possibile quattro mosse per costruirla", di Jurgen Habermas

NON occorre condividere premesse marxiste per vedere nel capitalismo dei mercati finanziari una delle cause decisive della crisi attuale, e quindi trarre la conclusione che abbiamo bisogno di una nuova regolamentazione del settore bancario mondiale, partendo da un’area che abbia, come minimo, il peso e le dimensioni dell’Eurozona.

Queste premesse servono anche a individuare i complessi pericoli che una Europa forte può contribuire a evitare. I popoli europei hanno buoni motivi per volere un’unione politica; ma la conseguente necessità di allargare l’edificio familiare dello Stato nazionale, per condividere un piano superiore con altre nazioni, è ancora intuitivamente distante. Inoltre azioni solidali esigono una fiducia reciproca, ovvero la certezza che in futuro anche l’altra parte ricambierà. Il management della crisi ha fatto a pezzi questa già debole fiducia tra nazioni.
Mi limiterò a evocare la necessità di un cambiamento politico enunciando i problemi urgenti finora in gran parte taciuti. In primo luogo il governo federale tedesco, dal maggio 2010, ha esercitato con forza una posizione semi-egemonica in Europa, e così facendo ha introdotto un fattore esplosivo nella politica interna europea. In secondo luogo il crisis management degli ultimi anni ha portato a un ampliamento delle competenze di Consiglio e Commissione europei, esasperando il già esistente deficit di legittimità della Ue e suscitando resistenze nazionali.

Terzo, ma non ultimo il fattore veramente inquietante: la politica dell’attuale coalizione non ha intaccato le cause della crisi. Il governo federale tedesco ha imposto la propria visione di superamento della crisi economica costringendo i paesi colpiti a dure “riforme”. Ma non si è fatto carico della responsabilità paneuropea circa le drastiche conseguenze di una politica di risparmio socialmente a senso unico. È nel nostro interesse nazionale non ricadere di nuovo nella “posizione semi-egemone” che era stata finalmente superata con l’unificazione europea, e che aveva aperto la strada a due guerre mondiali. Senza un cambiamento politico identificabile a livello europeo, non potremo reggere affidandoci al good will di vicini che abbiamo messo alla prova imponendo una dura politica di superamento della crisi. Dobbiamo segnalare la nostra disponibilità a rendere strutturalmente rinunciabile il ruolo di leadership tedesco e, agendo lealmente con gli Stati più piccoli, intraprendere ulteriori iniziative e a pari dignità con la Francia.
Le realtà create dalla gestione della crisi impongono una legittimazione a posteriori di Commissione, Consiglio e Bce. In tutti i casi il Parlamento europeo non ha avuto voce in capitolo. Il fiscal pact è frutto della diffidenza tedesca: decisioni già prese a livello europeo sui limiti del disavanzo e del debito vengono iscritte nel diritto costituzionale nazionale, nonostante gli organismi del meccanismo europeo di stabilità non siano sottoposti ad alcun controllo parlamentare.
I problemi menzionati — sia lo scossone agli equilibri politici in Europa sia la mancanza di legittimità del Consiglio e della Commissione — , rafforzano il federalismo esecutivo di Bruxelles e suscitano quindi tendenze centrifughe favorevoli a un ritorno allo Stato nazionale. Viene così incoraggiata la ricerca reciproca del capro espiatorio attraverso la divisione dell’Europa tra paesi donatori e riceventi. E il modo eterogeneo in cui vengono percepiti i destini oscenamente diversi dei paesi in crisi è andato affermandosi anche nella Repubblica federale con una falsa identificazione delle cause della stessa crisi, provocata fuorché in Grecia dal debito privato più che dalle politiche di bilancio. Ma soprattutto, finora il crisis management ha rimosso i problemi strutturali. La crisi del debito sovrano è stata affrontata con efficacia solo perché la Bce andando contro il divieto del bail-out ha simulato in modo credibile una responsabilità comune, cioè quella sovranità fiscale che manca all’Unione. Ma a causa delle differenze tra le economie reali e le bilance dei pagamenti delle economie nazionali, tassi unici dànno il segnale sbagliato ai governi.
One size for all fits none. Per questo la politica del governo federale tedesco, che accanto a necessarie riforme di amministrazione e mercato del lavoro prescrive agli Stati in crisi solo una politica di risparmio a carico di salari, servizi sociali, servizi pubblici e infrastrutture, è controproducente. Si nutre della falsa premessa che gli Stati in crisi possano recuperare con le proprie forze.
Invece di trattare i cittadini di comunità democratiche come bimbi immaturi, Consiglio europeo e Parlamento europeo dovrebbero poter decidere insieme sui fondamenti della politica fiscale, economica e sociale. Nessuno può costringere i governi a seguire le raccomandazioni della Commissione, se non vogliono, e nella maggioranza dei casi i governi non vogliono. La prosecuzione dell’attuale politica radicalizza il circolo vizioso: quante più competenze Consiglio e Commissione si arrogano nella politica di consolidamento, tanto più questo governare a porte chiuse spinge i cittadini alla consapevolezza del crescente peso della tecnocrazia, e tanto più il governo tedesco scivola nel dilemma della sua posizione semi-egemonica. Nel frattempo, la cura da cavallo imposta alle economie dei paesi in crisi al prezzo della dignità strappata a popoli interi e del declino sociale di intere generazioni, strati sociali e regioni, ha imposto una tale recessione economica che “i cavalli bevono di nuovo”. Non basta rendere vincolante il modello politico del consolidamento: ci vuole un cambiamento politico che includa il trasferimento di risorse oltre le frontiere nazionali. Il governo federale deve decidere se, nel proprio stesso interesse di lungo termine, vuole proporre agli altri governi dell’Eurozona la trasformazione della comunità monetaria in una Unione dell’Euro.
Ora possiamo offrire qualcosa, alla Francia e al Sud Europa. Naturalmente, sarebbe solo l’inizio di un processo molto lungo e difficile. E sarebbe credibile soltanto se a) si accetta la possibilità di un’Europa a due velocità, b) si rinuncia al livello intergovernativo, c) si cerca di costituire un sistema di partiti europei e d) ci si congeda dal sistema finora elitario della politica europea.
a) Le attuali istituzioni europee devono essere differenziate, costituendo una Unione dell’Euro aperta all’ingresso di altri Stati, prima di tutto la Polonia. Un’unione con nucleo duro e periferia può affrontare meglio sia le richieste britanniche di una restituzione di sovranità, sia quelle di nuovi ingressi (per esempio della Turchia).
b) Il metodo intergovernativo deve essere sostituito col metodo della comunità. Mentre l’assemblea dei capi di governo, legittimati solo da elettori nazionali, è fatta per negoziare compromessi tra inamovibili interessi nazionali, la formazione della volontà politica in un parlamento europeo diviso tra gruppi parlamentari, rende possibile controbilanciare gli interessi nazionali con comunità d’interessi oltre le frontiere.
c) Le imminenti elezioni europee offrono per la prima volta la possibilità di una politicizzazione dell’agenda. Solo candidati e liste comuni possono, oltre le frontiere nazionali, rendere riconoscibili programmi e alternative elettorali. Poi serviranno un sistema elettorale europeo e un sistema di partiti europeo.
d) Infine le élites politiche devono rinunciare a politiche europee realizzate senza l’avvallo dell’elettorato, rinunciando anche al mix popu-lista tra attacchi continui a Bruxelles e retoriche europeiste della domenica. Per fortuna in Europa abbiamo popolazioni intelligenti, e non il tipo di soggetti collettivi della cui esistenza il populismo di destra vorrebbe convincerci. Per una democrazia sovranazionale ancorata agli Stati nazionali, non serve un popolo europeo bensì individui che abbiano imparato a essere contemporaneamente sia cittadini d’uno Stato sia cittadini europei. Cittadini che potrebbero partecipare alla formazione della volontà politica europea nei contesti nazionali se anche i media fossero all’altezza della responsabilità. A tal fine i media-leader devono assumersi un complesso ruolo di traduzione, di avvicinamento delle opinioni pubbliche nazionali l’una all’altra, riferendo sui dibattiti che si svolgono in ogni paese e che riguardano tutti i cittadini europei.

da la Repubblica

"Eterna", di Giovanni De Mauro

Tutte le sere per cinque anni, tra il 1989 e il 1994, Andrea Barbato, giornalista della tv e della carta stampata, ha indirizzato da Rai3 una cartolina a persone più o meno famose. Il 25 febbraio 1992 la cartolina fu per Beppe Grillo.

“Caro Beppe Grillo, avevo pensato dapprima di formare il numero del suo telefonino e di collegarmi con lei, come lei stesso invita a fare, durante lo spettacolo. Poi ho preferito che ciascuno resti a casa propria, lei sul palcoscenico davanti a platee entusiaste, io nello studio tv. Lei è bravissimo, esilarante, inarrivabile. Devo spendere subito gli aggettivi più lusinghieri di cui dispongo per due motivi. Il primo è che lei li merita davvero, con una comicità mai inutile, sempre in sintonia con quello che accade. Il secondo motivo è difensivo: spero di evitare la telefonata corale, che lei dedica a qualche personaggio della tv o della cronaca, e durante la quale la platea in coro, magistralmente diretta dal suo gesto, rivolge all’ignaro che ha risposto un invito molto esplicito e brusco. Una parola, un imperativo, che nella tv di oggi suona persino blanda, se si ascolta quello che viene detto da mattina a sera, ma che chi le parla, per quell’ipocrisia borghese che un tempo si chiamava ‘buona educazione’, non vuole ripetere. Rischiando di entrare nell’elenco di coloro che riceveranno questo messaggio corale, vorrei azzardarmi a muovere a un uomo libero e intelligente come lei, caro Grillo, qualche obiezione. Forse, se non altro, degna d’essere discussa.

La prima è questa: come fa lei a somigliare ogni sera alle sue platee, pur nel cambio di pubblico e di città? Ci riesce centrando dei bersagli molto ovvi e inutili. Una specie di minimo comun denominatore delle antipatie, peraltro finte, degli italiani. Seconda obiezione. Non nego il valore comico, liberatorio, di una bella imprecazione lanciata all’indirizzo giusto. Ma lei crede davvero che la sacrosanta rabbia, la furia contro i poteri, le corruzioni, le meschinità, le inefficienze, le arroganze, vengano soddisfatte, sanate, da una trasgressione verbale? Da un grido insultante da curva calcistica? A scopi terapeutici, dice un giornale, ma io ne dubito. Che terapia è questa? È la strada maestra dell’illusione qualunquistica, dello sberleffo fine a se stesso, della vendetta anonima pronunciata da una poltrona in penombra: l’unico che si espone, che fa il suo mestiere, è lei. (…) Caro Grillo, le platee hanno di buono che cambiano ogni giorno, ma l’Italia è sempre lì, eterna nei suoi errori, e a prova di insulto. Un saluto da Andrea Barbato”.

da Internazionale, numero 1037, 7 febbraio 201

"La dignità variabile della Lega", di Claudio Sardo

Chissà se i vari Salvini, Borghezio, Calderoli sono stati avvisati. Chissà se la loro coscienza ha avuto un sussulto. Chissà se gli elettori leghisti avvertiranno la drammatica contraddizione del Nord, che è pur sempre il meridione di un altro Nord. Il governatore Bobo Maroni ha polemizzato contro l’imminente referendum svizzero che punta a respingere i frontalieri italiani. Parole severe e giuste in difesa dei lombardi che lavorano in Svizzera (e tornano la sera nelle province di Como e Varese). «Gli Svizzeri – ha detto – non possono considerare i lavoratori lombardi come dei topi. Sono lavoratori che hanno una dignità che va rispettata. Rendono un servizio alla società ticinese e senza di loro non so cosa potrebbe accadere».
«Bala i ratt» (ballano i topi): questo è il vergognoso slogan del partito di ultra-destra (Udc), promotore del referendum. Ma purtroppo non è molto diverso dagli insulti che i leghisti hanno rivolto alla ministra Kyenge. Purtroppo questi sono gli umori e le paure che anche la Lega alimenta, come l’Udc svizzera. E questi partiti xenofobi sono i suoi alleati in Europa.
Invece quel discorso sulla dignità dei frontalieri lombardi vale esattamente per la dignità di tanti lavoratori immigrati che oggi portano ricchezza all’Italia (senza i quali non sappiamo «cosa potrebbe accadere»). I contributi e le tasse versate dagli immigrati superano i 13 miliardi di euro: 1,4 miliardi più delle spese sociali erogate a loro favore. Senza di loro crollerebbe il Pil e molti anziani non avrebbero cure e assistenza. Bisognerebbe usare le politiche di immigrazione come vettori di sviluppo anziché valutarle solo in una logica di sicurezza. Ma ci sono partiti che speculano sulle difficoltà per conquistare consensi. E ciò pesa sull’intero Paese come una zavorra. Se, a proposito di dignità, Maroni tiene alla sua, lo spieghi ai compagni di partito.

L’Unità 07.02.14