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"Prato, tutto come prima. I cinesi tornati nell’ombra", di Silvia Gigli

Prato è un pentolone che ribolle. Dopo il tragico rogo del 1 dicembre scorso, nel quale hanno perso la vita sette operai cinesi, uccisi dalle fiamme e dal fumo mentre dormivano nel capannone nel quale lavoravano, la città laniera, che un tempo fu il fiore all’occhiello del made in Tuscany, non dorme sonni tranquilli. A distanza di due mesi dal rogo, continuano ad arrivare in città giornalisti stranieri per capire, chiedere, vedere con i propri occhi come sia stato possibile che nella Toscana culla dell’artigianato d’ingegno e di lusso, sia stato possibile veder morire sette persone così.
L’illegalità, sulla quale ha messo radici e prosperato un certo tipo di manifattura, quella dei capi low cost realizzati da imprese gestite da cinesi, ha una storia vecchia almeno vent’anni e ormai è un cancro difficile da estirpare. Ma è su questo argomento che si giocherà, per l’ennesima volta, la battaglia elettorale per le amministrative di primavera dove il giovane deputato renziano Matteo Biffoni sfiderà con ogni probabilità il sindaco uscente di centrodestra Roberto Cenni. «Negli ultimi anni il mondo è cambiato e Prato ha fatto fatica a stare al passo – dice sicuro il candidato del Pd -. Si sono sovrapposti fenomeni diversi, dalla crisi economica ai forti flussi migratori, che la città ha spesso solo subìto, invece di provare a rilanciare». Un segnale di cambiamento per far mangiare la polvere a Cenni, imprenditore di fast fashion assurto agli onori della cronaca per il fallimento del suo gruppo, la Sasch, e per aver subito il primo sciopero di operai cinesi nella fabbrica che aveva aperto proprio in Cina, a Shanghai.
Cenni vuole ripresentarsi ma vuol farlo con una lista civica, senza il peso delle bandiere di Forza Italia o Udc (che lo sostengono) e aborrendo l’eventuale appoggio del Nuovo Centrodestra con alcuni esponenti del quale lo dividono vecchie ruggini. L’unico segno di discontinuità della sua giunta rispetto alle precedenti – 63 anni di ininterrotta guida del centrosinistra – è stata la guerra a colpi di blitz alle aziende irregolari cinesi. Centinaia di controlli, che lo stesso Cenni e l’assessore sceriffo Aldo Milone snocciolavano fieri due mesi fa in via Toscana, tra i capannoni del Macrolotto.
I controlli a tappeto però non hanno fatto altro che sollevare solo un po’ di polvere. Spiega la giornalista del Sole 24Ore Silvia Pieraccini, autrice di un saggio sul fenomeno, L’assedio cinese – Il distretto senza regole degli abiti low cost di Prato: «I controlli sono importanti ma se non c’è un raccordo tra i vari enti preposti a farli, in questo caso almeno dieci, diventano di fatto inutili. Con aziende che nascono e muoiono in un battito di ciglia, si rischia che un’eventuale multa comminata arrivi quando della fabbrica non resta nemmeno il titolare. Non solo. Tutti gli enti che sono deputati ai vari controlli non parlano tra loro, non hanno archivi comuni da scambiarsi». In pratica è come arginare una piena con un dito, se si pensa che le imprese cinesi attualmente registrate a Prato sono quasi 5000: 3700 nella filiera dell’abbigliamento e 1000 tra bar, ristoranti e supermercati. «I controlli e le sanzioni nei magazzini cinesi vanno proseguiti e perfezionati – sostiene dal canto suo Biffoni – ma devono essere affiancati a progetti concreti per sostenere chi vuole emergere e promuovere l’integrazione. Il tavolo di lavoro per Prato deve essere aperto e gestito dalla presidenza del Consiglio. Da sola la comunità di Prato non ce la può fare».
Ma come si è arrivati a questo? La prima ondata di immigrazione cinese a Prato arriva all’inizio degli anni 90. I pionieri iniziano a lavorare come contoterzisti per le imprese tessili gestite dai pratesi che gradiscono questa manodopera veloce e a basso costo. Lavorano tanto e non battono. In testa hanno un chiodo fisso: diventare imprenditori. Alla fine degli anni 90, con la crisi del tessile, fanno il salto. Gli operosi cinesi da contoterzisti si trasformano in imprenditori di moda a basso costo: fanno pronto moda che già avevano iniziato a fare i pratesi. Nell’arco di una manciata di anni, il Macrolotto, sorto negli anni 80 per regolare le aziende tessili pratesi, parla cinese. Adesso vendono i loro capi a prezzi irrisori – 2 euro per una maglietta, 10 per un cappotto – soprattutto nei paesi dell’Europa dell’Est ma anche in Libia, Tunisia, Grecia. La possibilità di mettere il marchio Made in Italy apre molte porte. Utilizzano tessuti acquistati in Cina e manodopera di compatrioti disposti a tutto pur di arrivare in Occidente.
IL MECCANISMO DELL’ILLEGALITÀ
«La cosa funziona così – continua Silvia Pieraccini – gli operai che prestano la loro manodopera in questi capannoni per i primi due anni non percepiscono nessuno stipendio perché il loro titolare anticipa i soldi per farli venire in Italia e quindi li devono riscattare. In cambio del lavoro, anche 14-16 ore al giorno, hanno vitto e alloggio spesso in una piccola stanza ricavata nel capannone nel quale lavorano. Sono anfratti realizzati con il cartongesso o con il truciolato, dove si muore di freddo e dove per scaldarsi e cucinare si usano le bombole di gas perché allacciarsi alla rete del metano vorrebbe dire denunciare che dentro quei laboratori ci si vive. Sono lavoratori fantasma perché i datori di lavoro tengono in custodia i loro passaporti, spesso non parlano una parola d’italiano e sovente nemmeno il mandarino ma solo il dialetto della loro regione. Ai nostri occhi appaiono come schiavi ma la verità è che nella maggior parte dei casi accettano queste condizioni e non si ribellano perché vogliono guadagnare e aprire loro stessi un laboratorio». Quando Pieraccini ha scritto queste era il 2008 e a quanto pare niente è cambiato.
All’indomani del rogo, è stato istituito un tavolo nazionale a Roma con quattro ministri per affrontare la questione Prato. Ma dopo la prima convocazione non se n’è saputo più nulla. Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha recentemente denunciato la lentezza del governo. Lui, dal canto suo, ha stanziato 10 milioni di euro per assumere 50 nuovi ispettori della Asl 4 (più altri 24 per le Asl limitrofe) che verifichino le condizioni di sicurezza. La previsione è di fare oltre 2900 controlli all’anno. Ma c’è bisogno anche di altro. Innanzitutto di districare quel groviglio di interessi che ha fatto sì che negli anni molti italiani si siano resi complici dell’evasione fiscale delle aziende cinesi affittando loro i capannoni a cifre esose e quasi del tutto a nero. Un fatto è certo. Le 3700 imprese di moda hanno 2 miliardi di euro stimati come valore di produzione all’anno e il 50% di questi incassi è in nero. Non solo. Ammontano a 400 milioni di euro all’anno le tasse non pagate e se si moltiplicano per vent’anni si capisce di cosa si parla. Se a tutto questo si aggiungono i milioni e milioni inviati in Cina attraverso i Money Transfer, il quadro è ancora più chiaro. In un tessuto così denso di denaro e di possibilità di eludere i controlli è stato inevitabile che la criminalità organizzata mettesse radici. E quella della mafia cinese è diventata molto più di un’ombra.
In una città che conta ben 110 etnie e la più grande comunità straniera d’Europa se rapportata alla popolazione (45mila cinesi sui 190mila abitanti di Prato e i 250miladella Provincia), per capire il clima basta scorrere in un qualsiasi giorno della settimana i titoli dei giornali locali. Per esempio, La Nazione on line di martedì4 febbraio: «Trasporta abusivamente900paia di pantaloni: sequestro e maxi multa al Macrolotto»; «Loculi dormitorio, sigilli a ditte cinesi»; «Capi in cachemire fatti con peli di topo». Per gettare un po’ di balsamo sulle ferite della città, basta fare capolino al Museo del Tessuto. Lì da qualche giorno è ospitata la mostra «La camicia bianca secondo me», una retrospettiva dedicata al genio dello stilista-architetto Gianfranco Ferrè. All’uscita dal museo, vagando per le stradine del piccolissimo centro storico, con l’imponente Castello dell’Imperatore e le sue otto torri a dominare la città, si osservano dondolare ai balconi le foto in bianco e nero di coppie di italiani e cinesi che vivono insieme. Sono storie di integrazione, portate alla luce dal progetto Facewall. Un segno piccolo ma tangibile che qualcosa forse si può cambiare. Stando insieme.
da L’Unità

"Zero controlli e leggi cancellate, così vince il partito dell’evasione", di Roberto Pietrini

In un libro i regali di Berlusconi a chi non paga le tasse.

ROMA — Prodi e Visco costruiscono. Berlusconi e Tremonti smontano. Il centrosinistra cerca, con tenacia, di mettere in campo misure contro l’evasione. Il centrodestra, arriva, e passa un colpo di spugna. La storia degli ultimi vent’anni del contrasto all’Italia dei furbi, che non paga le tasse e le carica sui contribuenti onesti, si può riassumere così.
Fino ad oggi è stata una sensazione, un oggetto di contesa politica, ma ora si trasforma in una dettagliata indagine supportata da cifre e inconfutabili basi scientifiche. La tela di Penelope della lotta all’evasione italiana è raccontata in un puntuale libro di Stefano Livadiotti, giornalista dell’Espresso, che esce oggi con un titolo eloquente: “Ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono”, edito da Bompiani.
Il cuore del volume è un grafico che narra la consistenza dell’evasione fiscale in Italia negli ultimi trent’anni, governo dopo governo. Alle soglie del 2001, quando Berlusconi vinse le elezioni con l’ineffabile slogan “meno tasse per tutti”, l’Italia era appena uscita da un periodo assai difficile, segnato dai giorni duri per l’ingresso nell’euro, ma gli evasori erano in ritirata. I governi Ciampi, Amato e il primo Prodi avevano portato ai minimi termini il rapporto tra pressione fiscale effettiva (quella che tiene conto anche del “nero” e dunque è più alta) e quella apparente (cioè quella ufficiale): la forbice si stringeva e i contribuenti disonesti arretravano.
L’arrivo del Cavaliere invertì disastrosamente la tendenza: il mega condono del 2002-2004, che portò nelle casse dello Stato 26 miliardi, diede la certezza agli italiani che si poteva evadere tranquillamente. Tanto, prima o poi, un condono sarebbe arrivato.
Il filo spezzato fu riannodato, tra il 2006 e il 2008: Prodi e l’instancabile ministro delle Finanze Vincenzo Visco si misero nuovamente al lavoro. Le misure sono agli atti dei documenti parlamentari: tracciabilità dei pagamenti per i professionisti, elenco clienti-fornitori, stretta sui pagamenti in contante, pubblicazione degli elenchi delle dichiarazioni dei redditi. Quattro provvedimenti regolarmente cancellati con l’arrivo di Berlusconi.
Il lavoro di Livadiotti – anticipato dall’Espresso di oggi – calcola il costo in termini di gettito della rinuncia a ciascuna di queste misure. Ricordate la tracciabilità dei pagamenti per i professionisti? Tutti gli incassi di dentisti e avvocati dovevano affluire dentro un conto corrente «dedicato» e oltre i 100 euro niente contante. Fu adottata nel luglio del 2006 e subito l’imposta sul reddito dei lavoratori autonomi aumentò il gettito del 12,1%. Quando Tremonti la cancellò, nel 2008, il calo del gettito fu immediatamente del 2,9%. Stesso copione per l’introduzione dell’elenco clienti fornitori, cioè l’obbligo di trasmettere telematicamente ogni incasso all’Agenzia dell’entrate: l’Iva ebbe un boom, che si sgonfiò quando al timone arrivò il centrodestra.
E’ solo una strategia malsana, che vede nelle tasse il male assoluto, a guidare la mano del berlusconismo? Purtroppo la spiegazione, che emerge dal libro, è più desolante. Sociologi e politologi assicurano che, dopo la caduta delle ideologie, in Italia il partito degli evasori è diventato determinante. Per vincere le elezioni.

da la Repubblica

Grasso: «Così difendo la dignità del Senato», di Claudia Fusani

Il presidente di Palazzo Madama spiega la decisione riguardante Berlusconi: «Non sono un vigliacco. Da me nessuna persecuzione». I parlamentari di Fi abbandonano l’aula urlando «vergogna» e chiedendo le dimissioni

«Non sono un vigliacco, difendo la dignità del Senato perché mai nella storia della Repubblica e di questa istituzione è capitato di dover leggere nell’atto di citazione di un giudice che qui, in quest’aula, in queste stanze, in determinate sedute ci sono stati atti di mercimonio del mandato parlamentare». Il presidente del Senato prende posto nel suo scranno alle 11 e 30 di ieri mattina e avvia una requisitoria, che è anche l’arringa di se stesso, che mai avrebbe immaginato di dover pronunciare. Tra qualche fischio e molti applausi, Piero Grasso, che in oltre trent’anni di magistratura ha vissuto processi e interrogatori ben più duri, spiega con la sua faccia e massima calma le ragioni di una scelta che «non è una condanna e meno che mai una persecuzione» verso una parte politica e il suo leader Silvio Berlusconi bensì l’unico modo «per non castrare la dignità di questa assemblea» violata da chi è accusato di aver agito e aver trattato il mandato parlamentare come il cartellino di un calciatore in vendita.
Non doveva essere in aula ieri mattina il presidente Grasso stretto in un’agenda già fitta di impegni tra convegni e visite di Stato. Ma tutto il centro destra compatto, nel primo rinnovato atto d’amore figlio della nuova legge elettorale che vede insieme Fi, Ncd, centristi e Udc, Lega, Gal e Fdi, ha cominciato la giornata chiedendo le sue dimissioni in risposta alla decisione di costituire il Senato parte civile nel processo di Napoli (inizio martedì 11) sulla compravendita dei senatori. Berlusconi e Lavitola sono accusati di corruzione. «Se lo fanno, faccio saltare il banco» aveva minacciato Berlusconi. Ma il banco, a fine giornata, non salta. Il Cavaliere, certamente furioso, ha fatto sfogare i suoi spiegando però che si tratta dell’ennesima provocazione per causare un fallo di reazione. Trappola in cui non vuole cadere perché ora ha un obiettivo solo e troppo ghiotto: approvare il prima possibile la legge elettorale che tra uno sbarramento e l’altro, un recupero e qualche ritorno, lo vede in testa in molti sondaggi.
Ma ieri mattina il clima era pesante assai. I titoli dei giornali, il sospetto che la decisione fosse «un colpo inferto all’asse Berlusconi-Renzi», le reazioni pesanti già dalla sera prima. L’aula del Senato è convocata alle 10. Grasso non c’è. I senatori azzurri lo attaccano. Casellati e Biancofiore chiedono le dimissioni. Gasparri lo sfida: «Venga in aula ». Il presidente è nel suo studio, ascolta gli interventi, decide di cancellare gli impegni e si presenta in aula. Dai banchi del centrosinistra si alzano applausi. Da quelli del centrodestra qualche fischio e provocazione. Quella di Alessandra Mussolini, ad esempio: «Caro presidente, lei ha una cosa di paglia lunga da qui al Quirinale» alludendo a una decisione suggerita in altre stanze. «La sua è una moralità ad orologeria» urla il pur mite Malan.
Decisamente troppo per il paziente presidente del Senato. E con la calma di uno che deve nuovamente spiegare cose che dovrebbero essere acquisite, inizia il suo intervento. A braccio. Con calma. Un professore che spiega l’A-B-C delle regole istituzionali.
Sono molte le accuse da smontare. La prima, quella di aver deciso in contrasto all’orientamento dell’ufficio di presidenza che mercoledì pomeriggio si era espresso con 10 voti contrari e 8 favorevoli (Pd-Sel-M5S). «Dopo un lungo travaglio – comincia – ho ritenuto di rappresentare il Senato come recita l’articolo 8 del nostro regolamento per difenderne la dignità e l’immagine nel momento in cui qualcuno ritiene che il Senato possa essere considerato una parte offesa, quindi lesa». È vero, l’ufficio di presidenza si era espresso in modo contrario ma «quando ho parlato di dovere morale, da parte mia, non ho inteso offendere in alcun modo nessuno. Né ho voluto mettere in risalto la presunta immoralità di chi non era d’accordo con me».
Cercando di interromperlo, gli urlano che «non riesce a non fare il pm», che «non c’era alcuna necessità» e che «mai nella storia della Repubblica era accaduta una cosa del genere». E allora, non il pm («qui non c’entra nulla il mio passato») ma l’uomo di legge, spiega che «mai prima d’ora era accaduto» perché «mai prima d’ora era capitato che qualcuno accusasse dei senatori di aver cercato di comprare il voto di altri senatori». Non è mai successo, che «ci fossero stati dei senatori, anzi ex senatori per fortuna, che hanno fatto certe cose ». Il Presidente allude a Sergio De Gregorio (ex senatore, reo confesso di aver preso 3 milioni per l’Operazione Libertà, cioè affondare il governo Prodi nel 2008 e già condannato a 20 mesi per corruzione). Ma non riesce a finire la frase, è sommerso dai fischi di chi crede che quell’ex senatore sia Berlusconi. «Fatemi finire, mi riferisco a De Gregorio…» precisa Grasso. I senatori di Fi e Gal sono già fuori dall’aula gridando «Vergogna», «dimettiti».
Essere parte civile nel processo non alcun senso «persecutorio»: «La mia decisione non è antiberlusconismo». Bensì il diritto dello Stato, di cui il Senato fa parte, di seguire «l’iter del processo e capire se e fino a che punto è stata lesa la sua integrità e dignità». Grasso è convinto di aver fatto «come sempre nella mia vita, il mio dovere super partes. Se proprio volete, la decisione si può anche revocare». Servono però l’unanimità. E la maggioranza numerica dell’aula ha voluto, invece, tutelarsi partecipando a quel processo. E nessuno avrebbe dovuto avere dubbi in proposito.

da l’Unità 7.2.14

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Grasso respinge le accuse di Forza Italia: “Toni molto aggressivi, ma la legge elettorale si farà”. “Ero super partes prima, lo sono ora tutelo la dignità delle istituzioni”, intervista di Liana Milella

ROMA — Lo rifarebbe? «Certo». È pentito? «No». Decisione tecnica o politica? «Istituzionale». Ora che accadrà della riforma elettorale? «Andrà avanti». Pietro Grasso parla mentre la sua auto sfreccia verso l’aeroporto dove l’attende un volo per la Tunisia. Dice: «Come si potrebbe non seguire un processo del genere? È doveroso e necessario». E ancora: «Revocare la costituzione? Io non ne vedo il motivo».
La giornata peggiore dall’inizio del suo mandato?
«Assolutamente no, ce ne sono state altre. Per me le peggiori sono tutte quelle in cui non si riesce a fare nulla di concreto per risolvere i problemi dei cittadini, che sono molti e gravi».
I berlusconiani la rimproverano di non aver mai smesso la toga… È un’offesa?
«Intanto ho cambiato funzione, mi sono dimesso dalla magistratura e so ben distinguere la differenza dei ruoli. Ciò detto, l’aver mantenuto la capacità di essere autonomo, indipendente e super partes non mi costa fatica, è quello che ho fatto per 43 anni da magistrato, e credo che questi valori possano essere utili anche alla politica».
Fazioso, persecutorio, perfino cattivo, grida Forza Italia. L’aveva messo nel conto?
«Avevo previsto una comprensibile reazione, ma non questi toni così aggressivi».
Le rivolgono un’accusa grave per un presidente, di non rappresentare tutti…
«In questa situazione le parti erano divise: ho ascoltato tutti e deciso autonomamente, con grande senso di responsabilità».
Dicono che dietro di lei c’è Napolitano. Gli ha parlato?
«Alla fine del consiglio di presidenza, con una battuta, ho comunicato che “mi sarei ritirato in camera di consiglio per deliberare”, e così ho fatto. Non ho seguito le agenzie ne avuto contatti con alcuno prima della decisione».
«Sono coerente con la mia storia», dice lei. Ma la coerenza da magistrato non cozza con il Grasso ormai politico del Pd che deve farsi carico delle riforme? Non rischia di rompere il feeling Renzi-Berlusconi?
«Come presidente ho anteposto la difesa della dignità e dell’immagine dell’istituzione che rappresento. Sono convinto che questa dovrebbe essere la normalità e che non dovrebbe inficiare in alcun modo la spinta riformatrice condivisa dalle forzepolitiche».
Ne ha parlato con Renzi?
«Ho deciso da solo».
Ha chiamato prima Berlusconi?
«Ho chiamato tutti i capigruppo 48 ore prima del consiglio di presidenza, in modo da dare a tutti la possibilità di valutare laportata politica del tema e di condividere con i propri rappresentanti ogni valutazione in vista della riunione».
Il merito della decisione. È giusto che il presidente del Senato si assuma da solo la responsabilità?
«Fa parte del ruolo, ed è stato unanimemente riconosciuto anche durante l’acceso dibattito inaula. Al contrario di quanto mi viene contestato io non ho voluto umiliare il consiglio di presidenza, piuttosto valorizzarlo, chiedendo a ciascuno le proprie argomentazioni. Non c’è stata una richiesta di parere, e non si è arrivati a nessun voto. Questo era chiaro a tutti. Prima della riunione ero aperto a ogni soluzione. Ho fatto tesoro delle argomentazioni di tutti, poi ho deciso».
Decisione tecnica o politica? C’erano gli estremi per non costituire parte civile il Senato?
«La costituzione di parte civile è una facoltà. Mi sono convinto che essere presenti al processo tramite l’Avvocatura era non solo doveroso, ma necessario. Non ho trascurato che vengono citate nel capo d’imputazione sedute specifiche del Senato nel corso delle quali si sarebbero commessi i fatti e che alcuni senatori sono chiamati come testimoni. Come si potrebbe non seguire un processo del genere? Circa l’effettiva qualità di persona offesa del Senato sarà il tribunale a decidere sull’ammissibilità».
Non c’erano precedenti, dicono i suoi detrattori…
«È vero, ma non c’erano nemmeno precedenti di un processo in cui degli imputati venivano tratti a giudizio per la compravendita di senatori e per aver alterato il rapporto di rappresentatività tra parlamentari ed elettori».
In aula ha detto che la costituzione si può revocare. Lo pensa davvero?
«Se non ci fossimo costituiti parte civile entro l’11 febbraio non avremmo più potuto farlo, ma si può revocare in ogni momento. Io non ne vedo il motivo, per me rimane ferma la necessità di seguire l’iter processuale e l’accertamento di una verità che riguarda il Senato come istituzione».
Dicono che parlando di «dovere morale» lei abbia qualificato come immorali coloro che non erano d’accordo…
«Non ho inteso in alcun modo tacciare di immoralità chi si è espresso contro la costituzione. Si è trattato solo di una mia personale e ulteriore motivazione rispetto a quelle giuridico-politiche prospettate nella riunione».
Per chi era la battuta «senatore, ex per fortuna»?
«Non era una battuta: era una constatazione sull’ex senatore De Gregorio, che ha ammesso di aver venduto il proprio voto per denaro. Si può restare indifferenti ed estranei a tutto questo?».
Prima la decadenza di Berlusconi, ora la costituzione. I suoi detrattori dicono che è più antiberlusconiano ora di quando era magistrato…
«Non ho mai avuto sentimenti persecutori contro nessuno. Ricordo la pioggia di critiche per aver riconosciuto i meriti di alcuni ministri di un suo governo, a riprova che ho sempre affrontato con obiettività i temi che riguardavano lui come chiunque altro. Spero che si ritorni presto alla normalità e alla tranquillità nei rapporti tra i senatori e il loro presidente. Sono sempre stato e resto sopra le parti in questo ruolo istituzionale, sereno per la decisione che ho preso e che avrei preso nei confronti di chiunque».

da la Repubblica

"Il senato super-light", di Francesco Maesano

Durante la direzione Pd di ieri Matteo Renzi ha tracciato i contorni della “sua” camera alta. Vi siederanno in 150 tra sindaci, presidenti e società civile

Non solo risparmi. Durante la direzione Pd di ieri Matteo Renzi ha tenuto a chiarire che la sua proposta di riforma del senato della repubblica, che pure a regime promette di arrivare a quel famoso miliardo di risparmi, non ha solo il senso di una spending review istituzionale.

Il faro è l’Italia dei comuni, perché «la centralità del rapporto tra cittadino ed eletto non ce l’ha il consigliere regionale». E allora i 150 posti della nuova camera alta che il segretario Pd ha in mente saranno divisi tra i 108 sindaci dei comuni capoluogo di provincia, i 21 presidenti di regione più altri 21 esponenti della società civile «temporaneamente cooptati dal presidente della repubblica per un mandato».

Secondo lo schema di Renzi l’assemblea di palazzo Madama, che perderebbe così la sua natura elettiva, non avrebbe parola sulla fiducia al governo o sulla legge di bilancio. Addio al bicameralismo perfetto. Parteciperebbe invece all’elezione del presidente della repubblica e contribuirebbe all’elezione dei rappresentanti italiani negli organi europei, di fatto configurandosi più come una camera della autonomie, più che come un senato delle regioni.

Poi, certo, c’è il capitolo dei risparmi. Innanzitutto attraverso la cancellazione dei senatori (almeno quelli eletti, dato che la sorte dei senatori a vita non è ancora scritta), in secondo luogo con i risparmi previsti sugli emolumenti dei consiglieri regionali che non potranno percepire più di quanto guadagna il sindaco del rispettivo capoluogo. Dall’entourage del segretario insistono nel fissare la cifra del risparmio complessivo (a regime) in circa un miliardo di euro.

Ancora nulla di ufficiale invece sulla questione della cosiddetta “azienda-senato”, il complesso di dipendenti e quadri dirigenziali che fanno funzionare la macchina di palazzo Madama. In ogni caso, almeno in via ufficiosa, viene fatto capire che gli oltre 800 dipendenti che conta il palazzo resterebbero centrali: vista la natura autonomista e non elettiva dell’assemblea la loro funzione di raccordo resterebbe essenziale.

Non si tratta, in ogni caso, di un tentativo inedito. Già nel 2005 il secondo governo Berlusconi aveva presentato e approvato la differenziazione dei compiti tra camera e senato. Poi quella riforma non è entrata in vigore perché bocciata dal referendum costituzionale del 2006. I tempi invece permangono un’incognita. Renzi sperava di arrivare all’incardinamento del progetto di riforma al senato entro il 15 febbraio per poi presentare il disegno di legge costituzionale alle camere e arrivare all’ok in prima lettura al senato entro il 25 maggio, in tempo per le europee. Potrebbe volerci di più, ma lo stesso Renzi non ha messo fretta, chiarendo che, anche sul punto della composizione dell’assemblea, è aperto a proposte alternative.

da www.europaquotidiano.it

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“I rischi del senato gratis e l’eccesso di sicurezza”, di Montesquieu
Il vero problema di questo parlamento è davvero la farragine che deriva dalla duplicazione o nella macchinosità di ogni suo ramo?

C’è una certa somiglianza tra il piglio impresso alla stagnante politica dall’energia del segretario democratico e alcune mitiche tappe di montagna di antichi giri di Francia e d’Italia: un campione che sostiene da solo e per intero lo sforzo della salita, e un passivo succhiatore di ruote che con un unico scatto finale taglia il traguardo per primo. Una percezione sinistra, non perché il vincitore sarebbe, ancora, il capo della destra, quanto per il tuffo all’indietro nel pieno dell’oscuro ventennio che ne deriverebbe.

Questa somiglianza, per ora, è il prematuro sentimento di spiriti non portati all’ottimismo, ma sottovalutarla o irriderla per eccesso di sicurezza sarebbe da stolti.

Si assiste, da un lato, alla cernita minuziosa, da parte di un anziano e malandato (politicamente) cucitore, di brandelli di politica singolarmente inservibili, per farne una coperta di rara bruttezza, ma resistente agli strappi; mentre lo scalatore audace e generoso fa incetta di seguaci e ammiratori, ma non esprime, o non sembra interessato ad esprimere, quella capacità coagulante senza la quale vincere le elezioni richiede una fatica supplementare.

Oggi non abbiamo che i soliti sondaggi, ma questi dicono che al traguardo i due schieramenti tradizionalmente avversi arriveranno ad impercettibile distanza l’uno dall’altra.

Per essere chiari, non si intravedono significativi alleati del Pd di Renzi: non un embrione di una sinistra “compatibile”, né uno spazio praticabile da altri soggetti sull’altro lato.

Né c’è da aspettarsi, in caso di ballottaggio al secondo turno, vecchio miraggio di tutti gli elettoralisti riformisti finalmente raggiunto, un minimo di buon senso da parte del cosiddetto terzo incomodo.

La parabola del sindaco fiorentino, leader carismatico e trasversale, può essere alla fin fine quella di un uomo solo, destinato a rimanere una meteora di passaggio se le sue sole forze non saranno sufficienti.

Potendo, gli si potrebbe consigliare di nascondere un po’ della debordante sicurezza di sé che emana, sostituendola con un po’ di socievole umiltà, magari enfatizzata. I nemici che oggi sembrano allo sbando – e che restano tanti –, sono più apprezzabili dei tanti amici inopinati e un po’ sfacciati. Più riguardo per un Fassina dalla inutilmente irrisa schiena dritta, e per i possibili alleati dell’1 percento, che comunque sono di lana migliore dei tanti pezzi slabbrati del logoro patchwork che si va componendo dall’altra parte.

Una volta archiviata la legge elettorale, la forza del nuovo motore della politica punterà ai nuovi bersagli, individuati nella trasformazione del senato e nel restauro dei rapporti tra centro e periferia, lesionati da vari interventi successivi.

Il primo obiettivo è stato definito da amici del nuovo leader “il senato gratis”, purtroppo con compiaciuta alta voce e davanti a qualche milione di italiani. Il rischio è invece quello di trovarci con una sorta di secondo Cnel, disertato quanto l’originale per il carattere volontaristico dell’incarico;con qualche milione in più di euro in cassa, un buon personale non facile da ricollocare, ma garanzie di qualcosa di nuovo per quanto riguarda l’efficienza delle istituzioni nessuna. L’operazione si può paragonare ad una dieta che assicuri perdita di peso attraverso l’amputazione di uno o due arti: ma dimagrire con armonia è un’altra cosa.

Quanto all’efficienza, non solo le ultime prestazioni grilline alla camera, ma la sequela di atti di guerriglia anti istituzionali dell’intero ventennio fanno supporre che il problema del nostro ordinamento sia piuttosto quello di un recupero di relazioni virtuose tra istituzioni, sulla base di un reciproco rispetto funzionale; e non quello di interventi su singoli organi, senza una valutazione d’assieme.

Il senato delle autonomie richiama la campagna sedicente federalista dell’epoca leghista, oggi piuttosto in ombra. Siamo o saremo un paese ad ordinamento federalista? Di quale tipo? Il federalismo fiscale è ancora un obiettivo?

Il primo problema di questo parlamento è davvero la farragine che deriva dalla duplicazione, o i germi dell’inefficienza sono da cercare nella macchinosità propria di ogni singolo ramo del parlamento, che non è solo dovuta a procedure divenute obsolete?

Qui si nasconde un altro motivo di perplessità: quale è la filosofia istituzionale e costituzionale che ispira sindaco-segretario ? Al momento, sembra il frutto di una miscela che raccoglie da un lato il lavoro dei “saggi” – incapaci di guardare – o disinteressati a farlo – alla reale condizione del nostro ordinamento costituzionale e ai rapporti tra parlamento, governo, corte costituzionale, giurisdizione, burocrazia, che hanno costretto il capo dello stato a esplorare spazi inediti di sorveglianza e garanzia –; e che valuta dall’altro quelle proposte con il fine di combinarle con il metro di palliativi dimostrativi da offrire al disagio delle genti, a riparazione dell’incapacità di interventi risoluti di uscita dalla crisi.

Il cambio di marcia promesso ed atteso, che appare già ora nelle corde fin qui conosciute di Matteo Renzi, richiede finalmente l’abbandono di misure dall’ambizione massima di un effetto placebo, e che rischiano di modellare l’economia nazionale su quella cinese – pochi e intangibili superricchi, e una moltitudine che si consola delle difficoltà altrui, con la scomparsa della classe media e della sua capacità di consumare –; e contempla l’intrapresa risoluta delle strade della crescita e della competitività nazionale. Se è vera l’energia del nuovo protagonista della politica italiana, questa strada è finalmente percorribile.

Senza correre il rischio di un’altra occasione perduta.

da www.europaquotidiano.it

"La tregua può fare il gioco della destra", di Elisabetta Gualmini

È tornato, a quanto pare per rimanere, almeno un anno, il governo di servizio. Ieri alla direzione del Pd, Matteo Renzi ha ricondotto il Letta-Alfano alla sua natura e alla sua misura. Un governo anomalo, speciale, frutto della paralisi successiva alle elezioni del 2013, di cui il Pd è diventato l’azionista di gran lunga maggiore, di cui continua ad essere il sostenitore più leale, ma che non può riconoscere come il «suo» governo. In questo quadro, al presidente del Consiglio spetta la gestione del personale (con eventuale rimpasto) e l’ordinaria amministrazione. Al Pd il compito di dettare, passo dopo passo, un’agenda sufficientemente ambiziosa. Enrico Letta, fa buon viso a un gioco che al tempo stesso gli concede il tempo richiesto e lo ridimensiona. Parla del partito-comunità, di un gioco di squadra, implicitamente riconoscendo a Renzi la fascia del capitano.
Lo scambio è chiaro. Innanzitutto il Pd confida di incassare la riforma del sistema elettorale, scongiura il baratro proporzionalista predisposto dai giudici della Corte Costituzionale, ristabilisce le condizioni minime per un ritorno al voto (in qualsiasi momento) secondo una logica bipolare.
Aquel punto, la prospettiva della riforma costituzionale, inizialmente salutata con sollievo dagli altri partner del governo Letta, Alfano in primis, come una assicurazione sulla vita, diventerà un ulteriore impegno vincolante, prendere o lasciare. La condizione senza la quale si torna al voto. Ma l’impegno non è leggero. La riforma della riforma del Titolo V, con l’abolizione delle competenze concorrenti Stato-Regioni, farà forse arrabbiare qualche governatore ma non dovrebbe trovare resistenze insormontabili nei gruppi parlamentari. Lo stesso vale per il taglio delle indennità dei consiglieri regionali.
Ma smontare il bicameralismo è tutt’altra impresa. Si tratta del cambiamento di gran lunga più ambizioso e incisivo tra quelli variamente ipotizzati nel più che trentennale dibattito intorno alle riforme istituzionali. Fino ad ora solo pochi isolati visionari avevano proposto di trasformare così radicalmente il Senato. Tutte le proposte avanzate dai maggiori partiti e dalle varie commissioni di esperti si sono sempre fermate un passo prima, nel presupposto (o con l’obiettivo) di mantenere in vita due corpi di parlamentari a tempo pieno, con quanto ne consegue. Renzi propone invece una soluzione simil-tedesca, con una seconda camera composta in prevalenza da componenti di diritto per il ruolo svolto nei governi territoriali (presidenti di Regione e sindaci dei Comuni capoluogo), con eliminazione di indennità e poteri circoscritti. La riduzione del numero di parlamentari che ne deriva, da 945 a 630, è una minuzia rispetto all’alleggerimento complessivo del sistema istituzionale.
Intorno a questo schema di gioco Renzi e Letta hanno siglato una tregua, che potrebbe funzionare se il Parlamento non si ingolfa e vota le riforme.
Tutto bene? Probabilmente bene se le cose andranno così per il paese. Non necessariamente per il Pd e per il centrosinistra, che rischiano per l’ennesima volta di aggiustare la situazione preparando la strada a una alternanza vantaggiosa per i loro avversari, come è andata fino ad oggi. Due fantasmi si aggiravano per la direzione Pd, tutti e due per ora verbalmente irrisi, ma pronti a materializzarsi come in un incubo.
Renzi e Letta si raccontano all’unisono che il pacchetto all inclusive di riforme sulle regole e una voce più autorevole in Europa possano ridimensionare l’onda anomala della protesta che un anno fa ha travolto destra e sinistra. Ma non bastano nuove regole e un Parlamento più rapido per proiettarci nel migliore dei mondi possibili. Pezzi interi della classe media, con figli super-istruiti (ma senza prospettive), si sono arruolati con entusiasmo nell’esercito di Grillo, per colpire i partiti che negli ultimi 20 anni hanno ascoltato se stessi invece dei cittadini, preoccupandosi moltissimo della loro autoconservazione e pochissimo del paese. Questi elettori non torneranno così facilmente a votare per quegli stessi partiti, nonostante il cambio di facce e di ritmo. Così come non si può affatto escludere che dopo un anno di purgatorio, la ritrovata coalizione Fi-Lega-Udc e altre sigle eventuali non ritrovi il feeling con la larga quota dormiente di elettori moderati che hanno fatto vincere il centrodestra nel 1994, nel 2001 e nel 2008.

da La Stampa

"Il giorno del giudizio", di Massimo Giannini

NON serviva il genio della lampada, per capire che la difficile «coabitazione» tra Letta e Renzi non avrebbe retto alla prova dei fatti. Non serviva la malizia dei «disfattisti», per immaginare che la pazienza del premier temporeggiatore non sarebbe stata compatibile con l’urgenza del segretario riformatore. E infatti si avvicina il giorno del giudizio. Il 20 febbraio si capirà se il governo ha la forza per andare avanti, o se il Pd ha la forza per «cambiare schema». Cioè per «traslocare» il suo leader da Palazzo della Signoriaa Palazzo Chigi.
Questa, dunque, è ormai la posta in gioco. Più ancora, forse, delle elezioni anticipate, che pure restano sullo sfondo. I «duellan-», per la prima volta riuniti l’uno di fronte all’altro in direzione, hanno provato a troncare le polemiche e a sopire i conflitti. Fino a un certo punto, hanno cercato di parlare d’altro, riducendo il dibattito al Nazareno a una surreale rimpatriata tra dorotei. Renzi e Letta sembravano Andreotti e Forlani, ricongiunti in una riunione di corrente che offende le intelligenze del partito e le sofferenze del Paese. Il primo a ribadire che il Pd è sempre stato leale con il governo, il secondo a ripetere che lui non vuole galleggiare.
Ma alla fine, grazie all’«operazione verità» reclamata dalla minoranza interna dei Cuperlo e dei Fassina, il Pd ha evitato di lasciarsi intorpidire da quello che lo stesso Renzi ha definito onestamente un pericoloso «processo di democristianizzazione». E il segretario, nella sua replica, ha lasciato cadere l’ultimo tabù. Per la prima volta, il partito che porta sulle spalle il peso di questa «strana maggioranza», si dice pronto a discutere se sia giusto continuare a sostenere questo governo, o se sia invece più opportuno staccare la spina, e pensare a un «cambio di fase».
La fase nuova, oggi, è per il Pd diRenzi il «bivio» del quale ha scritto due giorni fa Claudio Tito. O accettare la soluzione della crisi, e cioè puntare alle elezioni anticipate dopo aver incassato il sì del Parlamento sull’Italicum. O cedere alla tentazione del governo che in molti, dentro e fuori dal suo partito, gli agitano davanti, e cioè puntare direttamente a sostituire Letta a Palazzo Chigi. Ieri, in direzione, il segretario è stato attento a non muovere un solo passo, verso l’una o l’altra strada. Ma alla fine, ed è anche questa una prima volta, ha accettato l’idea che il partito ne discuta a viso aperto, e poi decida. E questa è una svolta importante, forse decisiva per i destini della legislatura.
Renzi è il primo a sapere che per lui, più che una strada, quella di Palazzo Chigi è una «scorciatoia». Magari seducente, ma pericolosissima. C’è un passato da riscattare: il fantasma del D’Alema del ’98 turba ancora i sonni del popolo della sinistra, e l’esecutivo occupato con una «manovra di palazzo» accende ancora gli animi del popolo della destra. Ma più ancora di questo, c’è un presente da difendere: la forza vera del sindaco di Firenze, al di là del mantra della rottamazione, sta proprio nel profilo «popolare» costruito in questi anni e consolidato con le primarie. Un profilo che verrebbe irrimediabilmente sporcato da una «macchinazione» di potere, tipica della Prima Repubblica. Per questo Renzi, giustamente, resiste alle pressioni. Ma potrà ancora farlo se alla direzione del 20 (com’è già in parte successo ieri) il suo partito gli chiede di mettersi in gioco in prima persona?
Letta, per contro, dovrebbe essere il primo a sapere che così il suo governo non può reggere, con la pura inerzia del semestre di presidenza della Ue. Il morso della disoccupazione non si allenta con un più 0,3% di Pil nell’ultimo trimestre del 2013. L’urto della recessione non si attenua con l’obolo da 500 milioni degli emiri del Kuwait. Il prestigio dell’esecutivo non si recupera spostando qualche ministro da una poltrona all’altra. Un rimpasto ha senso se è al servizio di un piattaforma programmatica rinnovata e potenziata. Altrimenti resta un’operazione di cosmesi politica, dalla quale il Paese non trae alcun vantaggio. Serve una scossa, e sta al premier imprimerla. Ma finora non è arrivata. E l’intervento alla direzione di ieri, purtroppo, non è stato confortante.
La strada maestra, per uscire da questa palude italiana, sarebbe dunque quella del voto. Subito dopo il via libera alla nuova legge elettorale debitamente corretta, anche con una clausola di salvaguardia sul Senato. Ma qui entrano in gioco altri due attori. Il primo è il più imprevedibile, e si chiama Silvio Berlusconi. L’asse che lo lega a Renzi sull’Italicum si è indebolito, dopo lo strappo deciso da Grasso a Palazzo Madama sul processo per la compravendita di De Gregorio. Se il Cavaliere decide di romperlo del tutto, come ha sempre fatto da vent’anni a questa parte, il Paese precipita in un caos. E del caos, come sempre, si giovano l’antipolitica e i populismi, cioè Grillo e lo stesso Berlusconi. Non certo il Pd.
Il secondo attore è il più affidabile, e si chiama Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica guarda con preoccupazione allo sfarinamento del quadro politico, ma è restio all’idea di un cambio di governo «in corsa» e meno che mai di uno scioglimento anticipato delle Camere. I timori del capo dello Stato sono fondati e comprensibili. Ma anche Napolitano vede quello che vedono tutti gli italiani: senza riforme, l’Italia va a fondo. Fino a quando possiamo permettercelo?

da La Repubblica

"Renzi: «Lo schema può cambiare». La discussione sul governo rinviata al 20", di Rudy Francesco Calvo

Matteo Renzi non chiude la porta a nessuna ipotesi. Anzi, nel suo intervento conclusivo alla direzione del Pd di ieri, ha proposto addirittura di riconvocare quell’organismo il 20 febbraio con un unico, chiaro punto all’ordine del giorno: la scelta tra continuare a sostenere questo governo, dar vita a un Letta bis o portare lo stesso Renzi a palazzo Chigi. «Io – ha chiarito il segretario dem – non mi sono mai allontanato dallo schema che ci ha posto il presidente del consiglio: un percorso di 18 mesi per uscire dalla crisi finanziaria e approvare un pacchetto di riforme. Vogliamo cambiare schema? Parliamone».

Non è arrivato, quindi, quel “no” chiaro di Renzi all’ipotesi della staffetta a palazzo Chigi, l’unica risposta che avrebbe definitivamente archiviato quella soluzione.

E quel “no” non è stato pronunciato nemmeno da Graziano Delrio, nell’incontro mattutino con il capo dello stato, che certamente ha segnato anche l’andamento della direzione. Giorgio Napolitano ha chiesto al ministro, con il quale ha un buon rapporto, un chiarimento rispetto ai tanti articoli dedicati dai giornali a questa ipotesi. E Delrio non ha potuto fare altro che riferire al presidente le tante pressioni giunte al Nazareno da parte degli altri partiti della maggioranza e dalle parti sociali (Confindustria in testa), il nulla osta manifestato da Silvio Berlusconi, la richiesta di uno scatto proveniente dalla minoranza interna. Napolitano ha preso atto della situazione, pur rimanendo dell’idea che il governo Letta debba proseguire nel proprio lavoro.

«Tutto voglio tranne che galleggiare», ha garantito il premier davanti alla platea del suo partito, al quale ha chiesto di diventare «protagonista della storia di questo paese», conducendo il percorso delle riforme e mantenendo un «gioco di squadra» con l’esecutivo. Parole che, però, non hanno convinto soprattutto la minoranza cuperliana, nella quale le posizioni favorevoli a un avvicendamento a palazzo Chigi acquistano sempre più forza. A esplicitarle, nella fase finale della riunione di ieri, sono stati Gianni Cuperlo e Matteo Orfini. «Sia il segretario ad assumere una iniziativa chiara – ha chiesto il primo – e troverà una piena responsabilità da parte di tutti». E il secondo ha ribadito la necessità di «un nuovo patto di governo da riscrivere insieme, su cui il Pd deve spendersi».

A quel punto, però, Renzi aveva già deciso: la discussione ci sarebbe stata. E senza alcuna preclusione. Perché se il Pd è l’unico partito che può dare una «speranza» al paese, è anche vero che «il pacchetto delle riforme», a partire dalla legge elettorale, è solo «l’inizio della concretizzazione della speranza». Letta è in grado di proseguire per quella strada? La risposta è rinviata a dopo l’approvazione dell’Italicum a Montecitorio e, a quel punto, Renzi apparirà certamente più forte e per il premier (e il capo dello stato) sarà più difficile arginare le richieste di chi chiede la “staffetta” tra i due.

Decisione rinviata, quindi, ma la giornata di ieri ha sciolto un nodo che non era per niente scontato: Matteo Renzi vede se stesso a palazzo Chigi, anche senza passare dal voto. Sono state vinte, quindi, le resistenze dei più scettici tra i “suoi” (ieri in direzione avevano manifestato la loro contrarietà Paolo Gentiloni e Ivan Scalfarotto) mentre si fa strada la linea – trasversale alle aree interne e a tutta la maggioranza – di chi vuole che la legislatura prosegua anche oltre il 2015.

da www.europaquotidiano.it

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“Letta non va fuori tema: fare le riforme in fretta e gioco di squadra”, di Mariantonietta Colimberti
Il presidente del consiglio ha evitato motivi di polemica e sottolineato la priorità delle riforme: «La prossima settimana sarà decisiva». Poi si parlerà del governo. Letta non va fuori tema: fare le riforme in fretta e gioco di squadra

Impegno 2014 non era all’ordine del giorno e il premier non l’ha neppure nominato. Enrico Letta intervenendo al Nazareno ha evitato accuratamente qualsiasi motivo di polemica, accettando lo schema di gioco del segretario. I due si erano visti brevemente prima che la direzione iniziasse ed è probabile che allo stile tenuto da entrambi abbia contribuito il contenuto dell’incontro.

Letta è apparso interessato a evidenziare i motivi di accordo con il segretario: le ragioni della tensione con il M5S, l’ingresso nel Pse, l’urgenza delle riforme. «La prossima settimana sarà decisiva» dice il presidente del consiglio, le riforme devono andare di corsa, bisogna arrivare alle europee con il Porcellum archiviato, una nuova legge elettorale e con le riforme del senato e del Titolo V approvate in uno dei rami del parlamento.

Il richiamo convinto al «gioco di squadra» venuto da Letta si inscrive nella linea che il premier ha tenuto sin dall’inizio della dialettica col segretario: il governo va avanti ad attuare il suo programma e a “fare” la cose in Italia e fuori d’Italia, il capo del partito deve portare a casa il risultato di riforme fondamentali e da lungo attese dal paese.

Ieri per il governo è stata una giornata imporante: dopo il successo del viaggio di Letta nei paesi arabi, il consiglio dei ministri ha varato una serie di misure economiche e non (risorse per le regioni colpite da avversità atmosferiche, disegno di legge per ridurre i costi delle assicurazioni auto, incentivi per la ricerca delle imprese) e si è svolta la prima riunione del comitato sulla Terra dei fuochi in attuazione del decreto appena convertito in legge.

Insomma, il messaggio è: il governo va avanti anche se in questo momento il Pd ha un’altra priorità; la prossima settimana si vedrà come andrà il percorso parlamentare della legge elettorale; infine, si affronterà la discussione con il partito. «Non voglio galleggiare» ha ripetuto Letta in direzione. Nessun accenno a rimpasti e cose del genere.

Se ne riparlerà il 20, secondo quanto annunciato da Renzi nella sua replica. Fino ad allora, il governo continuerà a lavorare per il paese. Poi si vedrà.

da www.europaquotidiano.it