La precarietà pesa sui conti della previdenza. E con la riforma Fornero si crea un combinato disposto esplosivo. A lanciare l’allarme è la Corte dei Conti. I magistrati contabili sottolineano che la riforma ha certamente introdotto nel sistema maggiore equità, con il legame più stretto tra assegno e contributi versati, ma ha abbandonato il principio dell’adeguatezza previdenziale. Le «crescenti forme di precarietà del mercato del lavoro (nei posti e nelle retribuzioni) che incidono sui futuri trattamenti pensionistici, soprattutto per le fasce più deboli (dei giovani, delle donne e dei più anziani), con riflessi sull’adeguatezza delle prestazioni e sulla sostenibilità sociale dell’intero sistema». Così i giudici nella relazione sulla gestione finanziaria dell’Inps, a cui chiedono di attuare «misure di risanamento dei principali Fondi amministrati». Non solo i giovani atipici hanno difficoltà ad «accumulare» contributi, ma hanno anche bassissime possibilità di crearsi una pensione integrativa, per via delle retribuzioni tanto basse che non consentono di accantonare i versamenti. Insomma, il futuro è nero. E anche sul presente non mancano pesanti criticità, come quella degli esodati. Ieri alla Camera sono «saltati» i due emendamenti alla legge di Stabilità che puntavano a tutelare gli esodati nel 2013 e 2014. Le proposte presentate rispettivamente dalla commissione Lavoro e da Giuliano Cazzola (Pdl) non hanno superato l’esame delle ammissibilità. E questa è la cattiva notizia. I relatori, tuttavia, hanno assicurato che si impegneranno a trovare una soluzione con il governo. Prima di tutto servono numeri e risorse. «Dare numeri, vedere cammello», è la battuta del relatore Pdl Renato Brunetta. Dall’incontro di ieri sera dei relatori con il ministro Vittorio Grilli non arrivano ancora certezze. «Il problema degli esodati deve essere risolto dal governo, dal ministro Fornero dichiara Pier Paolo Baretta (Pd) si attende che il governo fornisca dati certi sul numero degli stessi esodati e sui fondi disponibili». In ogni caso, i relatori hanno precisato che la copertura non sarà reperita dalle risorse che si libereranno con le modifiche alla Stabilità. Non verranno dall’Irpef, né dal fondo sociale già varato: servono coperture aggiuntive.
REAZIONI La cosa provoca la reazione compatta dei sindacati. «È una vicenda incredibile dichiara Vera Lamonica, segretario confederale Cgil La legge di Stabilità deve indicare una norma generale di tutela». Raffaele Bonanni lancia strali ironici verso la ministra del Lavoro. Il governo ha «un obbligo morale oltre che politico di trovare i soldi per coloro che sono in difficoltà da troppi mesi dichiara Non contano i pentimenti, contano solamente le risorse». Cesare Damiano alza il tiro. «Siamo giunti al capolinea dichiara Noi avevamo indicato una soluzione per dare copertura finanziaria ad una proposta che avrebbe risolto il problema. E chiaro però che qualsiasi indicazione venga avanzata trova ostacoli, mentre il nodo va risolti Bisogna finirla con questo gioco a rimpiattino tra numeri dei lavoratori da salvaguardare e risorse da destinare. Bisogna mettere insieme ministero dell’Economia, del Lavoro, commissione Lavoro e relatori della Legge di Stabilità per concludere questa tormentata vicenda. Il problema da risolvere è chiaro, basta con nuovi rinvii. Se il governo non condivide le proposte, indichi le alternative. Noi abbiamo già detto che si potrebbero usare i risparmi derivanti dalle vecchie riforme delle pensioni, siamo disponibili a trovare tutte le soluzioni di copertura finanziaria, purché si arrivi ad una conclusione». Come dire: il re è nudo. Il problema lo ha creato il governo, ora lo risolva. Non c’è più tempo. L’incontro con Grilli non scioglie neanche altri nodi. Il ministro non ha sciolto ancora le riserve sul tetto e le franchigie alle detrazioni e le deduzioni fiscali. I relatori si incontreranno di nuovo con il ministro domani e dopodomani arriveranno le proposte scritte. La commissione lavorerà per tutto il fine settimana. Notizie positive, invece, per le cooperative sociali e per le pensioni di guerra. Nel primo caso, l’Iva dovrebbe tornare al 4% (il testo l’alzava al 10%). Il problema del comparto sicurezza, poi, «siamo convinti che sia da risolvere hanno riferito i relatori Il settore ha le sue specificità (problemi previdenziali, di ordine pubblico e di turnover) e il ministro Grilli concorda sul fatto che una soluzione deve essere trovata». Sul tema è intervenuto ieri anche Dario Franceschini, capogruppo del Pd. «Tra gli obiettivi prioritari che ci siamo posti c’è il reperimento di fondi a parziale sblocco del turnover del personale dei comparti sicurezza e soccorso pubblico ha detto le cui nuove assunzioni sono ora bloccate al 20%, con centinaia e centinaia di giovani risultati idonei ai concorsi di ingresso nelle forze dell’ordine, ma che non hanno di fronte a se nessuna prospettiva di essere arruolati».
L’Unità 07.11.12
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"Il senso delle primarie del Pd", di Piero Ignazi
Il nostro sistema politico è entrato di nuovo in una dinamica “rivoluzionaria”. Per fortuna il comitato di salute pubblica presieduto da Mario Monti non induce preoccupazione alcuna. Solo Berlusconi poteva straparlare di “terrore fiscale”. Nessuno intravede ghigliottine dietro la grisaglia e l’understatement del professore. Del resto, Robespierre non ha mai trovato imitatori nel paese dove crescono i limoni. Eppure la vita della nostra repubblica non scorre tranquilla. Siamo in uno stato di flusso, di indeterminatezza, di tensione. Il nostro futuro politico e istituzionale (per non dire di quello economico) è incerto. Così come vent’anni fa. Allora, dopo Mani Pulite, il sistema dei partiti, immobile per quarant’anni con le sue 7 stelle fisse (per i giovani: Msi, Pli, Dc, Psdi, Pri, Psi, Pci), crollò di schianto e ne emerse uno nuovo di zecca. Tanto nuovo da aver fatto parlare di una seconda Repubblica che invece non ha preso forma perché nessuna riforma costituzionale è mai stata approvata. Silvio Berlusconi, insieme all’amico Umberto, incarnò il “nuovo”. In effetti Forza Italia fu un unicum nel panorama europeo. Un partito senza iscritti, proprietà personale del fondatore, telecomandato dagli studi televisivi, retto da un nucleo di dipendenti aziendali.
Quella novità si è consunta con gli anni, come lo stesso Cavaliere arrivato a fine corsa con una maschera da Petrolini tragico. E con lui si sfaldano gli altri partiti. Il logoramento è sistemico, con la sola eccezione, forse, del Pd (sante primarie!) perché dopo vent’anni si è chiuso un ciclo. Potrà sembrare paradossale, ma il ciclo che arriva al capolinea è quello dell’antipolitica, iniettata a dosi mortali nel corpo politico nazionale proprio da Berlusconi e dal forzaleghismo di complemento. Chi ha parlato per anni di “teatrino della politica” o chi ha definito Roma una “ladrona” se non i campioni del centro- destra? Dall’altra parte, il centro- sinistra non è stato in grado di reggere e rispondere a quella visione. Non ha messo in campo nulla di altrettanto forte e coinvolgente sulla dignità e bellezza della politica. Solo i movimenti hanno fornito spinte vitali ma è nella loro natura accendersi e spegnersi. Il movimento della pace con tutte quelle bandiere appese alle finestre, una delle più diffuse espressioni di partecipazione politica della nostra storia repubblicana, oppure i girotondi, o ancora la mobilitazione femminista del “se non ora quando” sono state le sole risposte politiche al dilagare della disaffezione, dell’apatia, del disgusto. Con un crescendo rossiniano la lontananza dalla politica, sollecitata in maniera subliminale dal presidente operaio e imprenditore, operoso e libertino — ghe pensi mi, non preoccupatevi, divertitevi come faccio io tra calciatori e veline — si è trasformata in rabbia. La crisi economica ha fatto da acceleratore all’ostilità fomentata da una classe politica in gran parte autoreferenziale, inetta e corrotta. Da quanto tempo fosse in incubazione questo sentimento lo dimostra l’irruzione spettacolare di Beppe Grillo cinque anni fa, con quei “vaffa-day” che riempirono le piazze, a incominciare da quella di Bologna, tradizionalmente la più partecipativa e politicizzata. Grillo esprime,
dà sfogo, incanala questo rancore o lo alimenta? L’uno e l’altro. Ma rispetto a Berlusconi, l’antipolitico per antonomasia, Grillo non è emerso all’improvviso, calato dall’alto degli studi televisivi. Il suo blog è attivo da anni ed è uno dei più visitati al mondo. Non si occupa di interessi settoriali o di categoria mentre il Cavaliere si voleva rappresentante del mondo aziendale e delle partite Iva. Grillo affronta(va) temi specifici ma di portata generale, dai diritti degli azionisti al riscaldamento globale. E soprattutto schiuma di rabbia contro i partiti, le istituzioni, il sistema. È un mugugno incattivito ed elevato al cubo. Che rappresenta senza mediazioni quanto ribolle nella società. Attraverso la (sua) rete arriva in superficie quanto è stato alimentato per un ventennio dal berlusconismo. Grillo ora si muove su un crinale: può alimentare un disprezzo devastante nei confronti della politica tout court scadendo nel populismo (e certe sue tirate contro l’Unione Europea vanno in questo senso) o convogliare la domanda di una politica migliore, più rispondente e più pulita attraverso buone pratiche istituzionali, come già fanno molti suoi rappresentanti locali. Di fronte ad una ondata di “consenso disperato” che forse lo stesso Grillo non sa più come gestire, l’unico argine viene dal Pd e dalle sue primarie che costituiscono il solo momento aperto, partecipativo, di base in cui la politica risuona con accenti veri, nonostante l’eccessiva mediasettizazione di Renzi. Per questo, il partito di Bersani ha sulle sue spalle una responsabilità sistemica.
La Repubblica 07.11.12
“Il senso delle primarie del Pd”, di Piero Ignazi
Il nostro sistema politico è entrato di nuovo in una dinamica “rivoluzionaria”. Per fortuna il comitato di salute pubblica presieduto da Mario Monti non induce preoccupazione alcuna. Solo Berlusconi poteva straparlare di “terrore fiscale”. Nessuno intravede ghigliottine dietro la grisaglia e l’understatement del professore. Del resto, Robespierre non ha mai trovato imitatori nel paese dove crescono i limoni. Eppure la vita della nostra repubblica non scorre tranquilla. Siamo in uno stato di flusso, di indeterminatezza, di tensione. Il nostro futuro politico e istituzionale (per non dire di quello economico) è incerto. Così come vent’anni fa. Allora, dopo Mani Pulite, il sistema dei partiti, immobile per quarant’anni con le sue 7 stelle fisse (per i giovani: Msi, Pli, Dc, Psdi, Pri, Psi, Pci), crollò di schianto e ne emerse uno nuovo di zecca. Tanto nuovo da aver fatto parlare di una seconda Repubblica che invece non ha preso forma perché nessuna riforma costituzionale è mai stata approvata. Silvio Berlusconi, insieme all’amico Umberto, incarnò il “nuovo”. In effetti Forza Italia fu un unicum nel panorama europeo. Un partito senza iscritti, proprietà personale del fondatore, telecomandato dagli studi televisivi, retto da un nucleo di dipendenti aziendali.
Quella novità si è consunta con gli anni, come lo stesso Cavaliere arrivato a fine corsa con una maschera da Petrolini tragico. E con lui si sfaldano gli altri partiti. Il logoramento è sistemico, con la sola eccezione, forse, del Pd (sante primarie!) perché dopo vent’anni si è chiuso un ciclo. Potrà sembrare paradossale, ma il ciclo che arriva al capolinea è quello dell’antipolitica, iniettata a dosi mortali nel corpo politico nazionale proprio da Berlusconi e dal forzaleghismo di complemento. Chi ha parlato per anni di “teatrino della politica” o chi ha definito Roma una “ladrona” se non i campioni del centro- destra? Dall’altra parte, il centro- sinistra non è stato in grado di reggere e rispondere a quella visione. Non ha messo in campo nulla di altrettanto forte e coinvolgente sulla dignità e bellezza della politica. Solo i movimenti hanno fornito spinte vitali ma è nella loro natura accendersi e spegnersi. Il movimento della pace con tutte quelle bandiere appese alle finestre, una delle più diffuse espressioni di partecipazione politica della nostra storia repubblicana, oppure i girotondi, o ancora la mobilitazione femminista del “se non ora quando” sono state le sole risposte politiche al dilagare della disaffezione, dell’apatia, del disgusto. Con un crescendo rossiniano la lontananza dalla politica, sollecitata in maniera subliminale dal presidente operaio e imprenditore, operoso e libertino — ghe pensi mi, non preoccupatevi, divertitevi come faccio io tra calciatori e veline — si è trasformata in rabbia. La crisi economica ha fatto da acceleratore all’ostilità fomentata da una classe politica in gran parte autoreferenziale, inetta e corrotta. Da quanto tempo fosse in incubazione questo sentimento lo dimostra l’irruzione spettacolare di Beppe Grillo cinque anni fa, con quei “vaffa-day” che riempirono le piazze, a incominciare da quella di Bologna, tradizionalmente la più partecipativa e politicizzata. Grillo esprime,
dà sfogo, incanala questo rancore o lo alimenta? L’uno e l’altro. Ma rispetto a Berlusconi, l’antipolitico per antonomasia, Grillo non è emerso all’improvviso, calato dall’alto degli studi televisivi. Il suo blog è attivo da anni ed è uno dei più visitati al mondo. Non si occupa di interessi settoriali o di categoria mentre il Cavaliere si voleva rappresentante del mondo aziendale e delle partite Iva. Grillo affronta(va) temi specifici ma di portata generale, dai diritti degli azionisti al riscaldamento globale. E soprattutto schiuma di rabbia contro i partiti, le istituzioni, il sistema. È un mugugno incattivito ed elevato al cubo. Che rappresenta senza mediazioni quanto ribolle nella società. Attraverso la (sua) rete arriva in superficie quanto è stato alimentato per un ventennio dal berlusconismo. Grillo ora si muove su un crinale: può alimentare un disprezzo devastante nei confronti della politica tout court scadendo nel populismo (e certe sue tirate contro l’Unione Europea vanno in questo senso) o convogliare la domanda di una politica migliore, più rispondente e più pulita attraverso buone pratiche istituzionali, come già fanno molti suoi rappresentanti locali. Di fronte ad una ondata di “consenso disperato” che forse lo stesso Grillo non sa più come gestire, l’unico argine viene dal Pd e dalle sue primarie che costituiscono il solo momento aperto, partecipativo, di base in cui la politica risuona con accenti veri, nonostante l’eccessiva mediasettizazione di Renzi. Per questo, il partito di Bersani ha sulle sue spalle una responsabilità sistemica.
La Repubblica 07.11.12
"L’ultima possibilità", di Claudio Sardo
In commissione al Senato ieri è accaduto il peggio. Il Pdl, sostenuto da Lega e Udc,ha votato emendamenti al Porcellum che hanno il senso di una provocazione, se non di un disprezzo verso le istituzioni. Ha fissato, con una forzatura, al 42,5% la soglia oltre la quale far scattare il premio di maggioranza alla coalizione più votata, e si è ben guardato dal prevedere istituti capaci di evitare un’ulteriore spinta alla frammentazione politica. Il Pdl non è apparso minimamente interessato a ragioni di sistema: l’obiettivo è mettere ostacoli, se non rendere proibitivo, un governo a guida Pd. Non pago di aver fatto tutto questo in spregio di ogni possibile intesa, non pago neppure delle sue colpe passate (perché – è bene ricordarlo – il Porcellum che umilia l’Italia venne approvato sei anni fa dalla stessa maggioranza che ieri lo ha corretto peggiorandolo), il Pdl ha pure deciso di aumentare il numero delle preferenze in modo da vanificare la norma sull’uguaglianza di genere, e colpire così la rappresentanza delle donne in Parlamento.
Il voto in commissione ora va riparato in aula. La correzione è assolutamente necessaria, sulla base di un consenso ampio. Perché non si può votare con il Porcellum. E non si può accettare una violenza come quella perpetrata ieri a Palazzo Madama. Ma occorre che la macchina dello sfascio si fermi. E che si fermi subito. Perché se la riforma elettorale dovesse essere approvata in questo modo, sarebbe la vittoria del «tanto peggio tanto meglio». Il Pdl ucciderebbe la riforma elettorale come già ha ucciso quella costituzionale, imponendo a colpi di maggioranza il suo semi-presidenzialismo che aveva il solo scopo di impedire un rafforzamento del ruolo del Parlamento e una maggiore efficacia dell’azione di governo.
Chi scherza col fuoco non si rende conto che il fallimento di questa riforma – per quanto distante dai sentimenti dei cittadini, visto l’estremo tecnicismo di alcune norme – rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso della sfiducia verso la politica, e verso la stessa democrazia. Chi pensa di trarre vantaggio dal permanere del Porcellum, la legge più screditata e invisa agli italiani, non comprende che l’onda del discredito può travolgere la stessa speranza di riscatto del Paese.
Una soluzione è stata posta sul tavolo: è il cosiddetto lodo D’Alimonte. Si fissi pure la soglia per la coalizione al 42,5% ma, nel caso il premio di maggioranza non dovesse scattare, si attribuisca al partito più votato un premio limitato in seggi (il 10% netto) in modo da favorire una coalizione parlamentare attorno al leader che gli elettori hanno comunque preferito. Accade così in tutti i sistemi parlamentari dell’Europa, qualunque sia il concreto meccanismo elettorale. Perché non deve accadere anche da noi? Perché dobbiamo restare in questa condizione di inferiorità che ci siamo inflitti? Benché il Pdl sembri agitarlo solo per ragioni strumentali (avendo sempre sostenuto il contrario), si può accogliere l’argomento in base al quale l’attuale premio di maggioranza va delimitato. Nei sistemi fondati sull’uninominale-maggioritario (come la Gran Bretagna e la Francia) il premio «di fatto» può addirittura raddoppiare il consenso del partito vincitore: ma in un sistema come il nostro, dove la rappresentanza proporzionale resta comunque un valore (basti pensare alle nomine parlamentari degli uffici di garanzia, a cominciare da quello supremo, il Capo dello Stato), è ragionevole cercare una misura condivisa. Se però si stabilisce che possa godere di una maggioranza del 55% dei seggi solo chi riceve almeno il 42,5% dei consensi, allora bisogna prevedere altri istituti che favoriscano la formazione di governi coerenti ed efficaci (e non paralizzati da coalizioni lunghe e litigiose).
Se restasse solo la soglia minima per il premio di maggioranza, la legge diventerebbe ancora più mostruosa: la disaggregazione e la frantumazione verrebbero addirittura incentivate, perché tutti coloro che non possono vincere punterebbero sul successivo negoziato parlamentare, ovvero sul trasformismo e sull’instabilità. Sarebbe peggio della prima Repubblica. Un premio misurato, ma non marginale, al primo partito invece fornirebbe una spinta contraria. Premierebbe l’aggregazione. Creare un partito grande diventerebbe per la prima volta dopo vent’anni un vantaggio, e non una penalizzazione. Tutti sarebbero spinti a comportamenti trasparenti, perché l’obiettivo elettorale resta la conquista della maggioranza. Ma gli elettori avrebbero finalmente il potere decisionale anche sulle coalizioni di governo. In ogni caso, se la soglia del 42,5% non si raggiunge, toccherà al leader del partito più grande formare il governo con chi gli è più vicino. E le grandi ammucchiate non converranno mai al primo partito.
Abbiamo poco tempo. E, forse, una sola soluzione disponibile. Se il Pdl prosegue sulla strada della rottura, compirà un delitto ai danni del Paese. E chi lo asseconda ne sarà corresponsabile.
L’Unità 07.11.12
“L’ultima possibilità”, di Claudio Sardo
In commissione al Senato ieri è accaduto il peggio. Il Pdl, sostenuto da Lega e Udc,ha votato emendamenti al Porcellum che hanno il senso di una provocazione, se non di un disprezzo verso le istituzioni. Ha fissato, con una forzatura, al 42,5% la soglia oltre la quale far scattare il premio di maggioranza alla coalizione più votata, e si è ben guardato dal prevedere istituti capaci di evitare un’ulteriore spinta alla frammentazione politica. Il Pdl non è apparso minimamente interessato a ragioni di sistema: l’obiettivo è mettere ostacoli, se non rendere proibitivo, un governo a guida Pd. Non pago di aver fatto tutto questo in spregio di ogni possibile intesa, non pago neppure delle sue colpe passate (perché – è bene ricordarlo – il Porcellum che umilia l’Italia venne approvato sei anni fa dalla stessa maggioranza che ieri lo ha corretto peggiorandolo), il Pdl ha pure deciso di aumentare il numero delle preferenze in modo da vanificare la norma sull’uguaglianza di genere, e colpire così la rappresentanza delle donne in Parlamento.
Il voto in commissione ora va riparato in aula. La correzione è assolutamente necessaria, sulla base di un consenso ampio. Perché non si può votare con il Porcellum. E non si può accettare una violenza come quella perpetrata ieri a Palazzo Madama. Ma occorre che la macchina dello sfascio si fermi. E che si fermi subito. Perché se la riforma elettorale dovesse essere approvata in questo modo, sarebbe la vittoria del «tanto peggio tanto meglio». Il Pdl ucciderebbe la riforma elettorale come già ha ucciso quella costituzionale, imponendo a colpi di maggioranza il suo semi-presidenzialismo che aveva il solo scopo di impedire un rafforzamento del ruolo del Parlamento e una maggiore efficacia dell’azione di governo.
Chi scherza col fuoco non si rende conto che il fallimento di questa riforma – per quanto distante dai sentimenti dei cittadini, visto l’estremo tecnicismo di alcune norme – rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso della sfiducia verso la politica, e verso la stessa democrazia. Chi pensa di trarre vantaggio dal permanere del Porcellum, la legge più screditata e invisa agli italiani, non comprende che l’onda del discredito può travolgere la stessa speranza di riscatto del Paese.
Una soluzione è stata posta sul tavolo: è il cosiddetto lodo D’Alimonte. Si fissi pure la soglia per la coalizione al 42,5% ma, nel caso il premio di maggioranza non dovesse scattare, si attribuisca al partito più votato un premio limitato in seggi (il 10% netto) in modo da favorire una coalizione parlamentare attorno al leader che gli elettori hanno comunque preferito. Accade così in tutti i sistemi parlamentari dell’Europa, qualunque sia il concreto meccanismo elettorale. Perché non deve accadere anche da noi? Perché dobbiamo restare in questa condizione di inferiorità che ci siamo inflitti? Benché il Pdl sembri agitarlo solo per ragioni strumentali (avendo sempre sostenuto il contrario), si può accogliere l’argomento in base al quale l’attuale premio di maggioranza va delimitato. Nei sistemi fondati sull’uninominale-maggioritario (come la Gran Bretagna e la Francia) il premio «di fatto» può addirittura raddoppiare il consenso del partito vincitore: ma in un sistema come il nostro, dove la rappresentanza proporzionale resta comunque un valore (basti pensare alle nomine parlamentari degli uffici di garanzia, a cominciare da quello supremo, il Capo dello Stato), è ragionevole cercare una misura condivisa. Se però si stabilisce che possa godere di una maggioranza del 55% dei seggi solo chi riceve almeno il 42,5% dei consensi, allora bisogna prevedere altri istituti che favoriscano la formazione di governi coerenti ed efficaci (e non paralizzati da coalizioni lunghe e litigiose).
Se restasse solo la soglia minima per il premio di maggioranza, la legge diventerebbe ancora più mostruosa: la disaggregazione e la frantumazione verrebbero addirittura incentivate, perché tutti coloro che non possono vincere punterebbero sul successivo negoziato parlamentare, ovvero sul trasformismo e sull’instabilità. Sarebbe peggio della prima Repubblica. Un premio misurato, ma non marginale, al primo partito invece fornirebbe una spinta contraria. Premierebbe l’aggregazione. Creare un partito grande diventerebbe per la prima volta dopo vent’anni un vantaggio, e non una penalizzazione. Tutti sarebbero spinti a comportamenti trasparenti, perché l’obiettivo elettorale resta la conquista della maggioranza. Ma gli elettori avrebbero finalmente il potere decisionale anche sulle coalizioni di governo. In ogni caso, se la soglia del 42,5% non si raggiunge, toccherà al leader del partito più grande formare il governo con chi gli è più vicino. E le grandi ammucchiate non converranno mai al primo partito.
Abbiamo poco tempo. E, forse, una sola soluzione disponibile. Se il Pdl prosegue sulla strada della rottura, compirà un delitto ai danni del Paese. E chi lo asseconda ne sarà corresponsabile.
L’Unità 07.11.12
"Quando in azienda il potere è femmina", di Chiara Saraceno
La “quota blu” quasi monopolistica per le posizioni di vertice in economia, come e forse più che in politica, continua a resistere, rendendo insopportabile il fatto che invece si continui a parlarne come un problema di quote rosa. Le donne sono poco presenti non solo nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa — quelle cui è rivolta la nuova normativa che impone un riequilibrio. La loro presenza è rarefatta anche ai livelli precedenti, man mano che, appunto, ci si avvicina ai vertici. Non dipende solo dal fatto che ci sono meno donne che uomini nel mercato del lavoro. Anzi, stante che in Italia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è particolarmente squilibrata a favore delle più istruite, ci si potrebbe aspettare che queste non siano sfavorite nella competizione per le posizioni di vertice. L’istruzione se favorisce l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, non sembra invece valere per le donne nella stessa misura che per gli uomini per quanto riguarda l’accesso alle carriere. Soprattutto nel settore privato, rimangono schiacciate ai livelli medio- bassi delle carriere. Ed ogni passaggio in avanti, se avviene, richiede loro il doppio del tempo dei loro colleghi, pur a parità di istruzione e esperienza professionale. È un altro dei tanti spread negativi che contraddistinguono l’Italia dalla maggior parte dei paesi sviluppati (e non solo) che meriterebbero altrettanta attenzione di quello rispetto ai Bund tedeschi. Sullo sfondo di questo quadro deprimente, il piccolo aumento nella percentuale di dirigenti donne — rilevato da Manageritalia su ricerche di diversi istituti — in questi anni di crisi è un segnale da leggere con attenzione, specie a fronte del fatto che i dirigenti nel complesso, di fatto i maschi, hanno perso posti di lavoro, ancorché in misura molto minore a quanto è avvenuto a operai e impiegati. Non credo che si tratti di un improvviso segno di conversione da parte dei capi azienda che finalmente hanno iniziato a metabolizzare quanto diverse ricerche internazionali vanno documentando, ovvero che le donne dirigenti sono più affidabili, più disponibili a imparare e mettersi in discussione, a lavorare in squadra e così via. Certo, forse cominciano a “vedere” le molte donne che lavorano bene e con competenza nelle loro aziende e a promuoverne qualcuna ogni tanto, con cautela.
Credo tuttavia che la maggior tenuta, e il miglioramento, della piccola minoranza femminile derivi innanzitutto dalla diversità dei settori in cui sono occupati prevalentemente uomini e donne e da come sono stati colpiti dalla crisi. È noto che questa ha colpito prevalentemente l’industria manifatturiera, che vede una prevalenza di uomini a tutti i livelli, divenendo quasi monopolistica ai vertici. Non sorprende quindi che anche qualche dirigente uomo sia stato colpito, o che non ci sia stato turnover in caso di pensionamenti. Il settore privato dei servizi, incluso il terzo settore, ha tenuto meglio. Il terzo settore, in particolare, è anche uno dei pochi che ha creato nuova occupazione, benché ultimamente stia entrando in affanno anch’esso. Si tratta appunto dei settori in cui sono anche più presenti dirigenti (ed anche imprenditrici) donne. E dove prevalgono aziende di piccole dimensioni. Questo può anche spiegare in parte il dato apparentemente sorprendente, ma non nuovo, della maggiore incidenza — in termini proporzionali, non in numeri assoluti — di donne dirigenti in alcune regioni meridionali, poco industrializzate e a bassa occupazione, rispetto a quelle del Nord delle grandi, ma anche medie e piccole imprese industriali, dove pure le donne partecipano al mercato del lavoro e sono occupate in misura molto maggiore.
Rallegriamoci dunque, ma con molta moderazione.
La Repubblica 07.11.12
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“Se in azienda comandano le donne”, di Cinzia Sasso
Più intraprendenti, oneste, migliori nel motivare i dipendenti. In Italia aumentano le dirigenti. Una scalata che lascia indietro i colleghi. La signora con i pantaloni a sigaretta, un eccentrico cappottino a pois e un paio di stringate nere che sembrano proprio le scarpe di un uomo, saluta con un sorriso radioso e poi sparisce nell’ascensore del palazzo di Renzo Piano, là dove Price Waterhouse Coopers ha la sua sede a Milano. Pigia il pulsante del terzo piano ed eccola nel suo ufficio da dirigente. Si chiama Chiara Carotenuto, ha 35 anni, una laurea in Economia, un passato da assistente all’università e soprattutto tre anni di Australia alle spalle. Se serve un ritratto in carne ed ossa di una che ce l’ha fatta, eccolo. Con un segno particolare che dà speranza a un Paese che stima nell’ingresso e nelle scalata delle donne al lavoro un aumento del 7% del Pil: quello, appunto, di essere una donna. E se ci saremmo aspettati che di fronte a un calo dell’occupazione le prime a perdere il posto fossero le donne, c’è da ricredersi. Dopo anni di dibattiti a ogni livello, di studi e ricerche, di lamentazioni, anche, sulla pervicace esclusione delle donne dal mercato del lavoro e soprattutto dalle stanze dei bottoni, uno studio di Manageritalia rovescia i luoghi comuni.
Perché quello che è accaduto, da quando la più devastante crisi economica ha investito l’Europa, è che mentre i dirigenti di sesso maschile, cacciati o marginalizzati, sono diminuiti del 3,3 per cento, le donne dirigenti sono salite del 15,4 per cento. Dal 2009 al 2011, il mercato del lavoro ha espulso l’1 per cento dei dirigenti; ma quello che fa impressione è il bilanciamento tra i generi. Fuori gli uomini e dentro le donne.
Carotenuto lavorava all’Australian Auditing & Assurance Standard Board, in pratica la
Consob australiana, e quando ha deciso che voleva tornare in Italia ha spedito un po’ di
curricula ed è approdata in viale Monterosa, alla multinazionale della consulenza, come quadro. Aveva 29 anni e adesso, da due, è diventata un «capo». Ricorda, come fossero figurine sbiadite, i suoi vecchi compagni di studi, molti alla prese con la crisi drammatica che ha tagliato posti di lavoro e speranze: «Sono qui — dice — perché ho avuto il coraggio di rischiare mentre molti di quelli che si sono laureati con me si sono fermati nel porto sicuro di un’azienda italiana. Sono più avanti di loro perché ho avuto più coraggio: prima a partire, e poi a tornare». Ma non è solo Milano, la nostra
America. Le sorprese si annidano anche nei particolari: la regione italiana che dato l’accelerata più significativa è la Calabria, seguita dal Molise, dal Lazio, dalle Valle d’Aosta e dalla Lombardia. Fanalini di coda il Veneto, la Sardegna, la Campania e l’Abruzzo.
Marisa Montegiove, battagliera coordinatrice del gruppo donne di Manageritalia, la spiega così: «Dalle parte delle donne c’è innanzitutto l’anagrafe: tra i lavoratori che hanno raggiunto l’età della pensione, la maggioranza è composta da uomini. Chi è entrato e comincia a fare carriera, invece, è un gruppo più misto, segno di un cambio generazione radicale, prova che le donne si sono liberate dal fardello
esclusivo della famiglia». Ma c’è altro: «I clienti sono donne per oltre il 50 e le aziende che devono dialogare con i consumatori pensano che sia più facile lo scambio tra pari». Quello che dicevano, insomma, Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland nel loro Rivoluzione Womenomics. Negli ultimi due anni sono stati molti gli sviluppi di quella mai smentita — e però anche mai messa in pratica — teoria. Uno, ad esempio, è la nascita di associazioni che lavorano proprio per aiutare le donne, e con loro il paese, a prendere il posto che spetta loro nelle imprese. Valore D, è una di queste; e oggi, a Napoli, scelta come simbolo di due battaglie insieme, lancerà la sua parola d’ordine
con un convegno che si intitola proprio «Il sud riparte dalle donne».
Nata nel 2009, l’anno che adesso le statistiche ci descrivono come quello della svolta, Valore D associa 62 aziende che hanno deciso di scommettere sul talento femminile. Perché, come dice Alessandra Perrazzelli che ne è la presidente, «l’innovazione è molto spesso femminile e la crescita non può che guardare in quella direzione». «Le donne dirigenti aumentano — spiega — perché hanno una visione imprenditoriale legata ai bisogni della società e dunque riescono a proporsi nei settori che sono diventati trainanti. Gli uomini, invece, sono rimasti legati alle attività e al modo di la-
vorare tradizionali». A quel mondo fatto di sicurezze, insomma, che la crisi ha spazzato via. Settori di attività, ma non solo: conta anche lo stile del leader: «Il «capo» è tramontato; nel mondo di oggi per macinare affari c’è bisogno di un leader che non deve tanto comandare quanto saper fare squadra e motivare i dipendenti». Che la disparità tra i due sessi nel lavoro e soprattutto ai posti di vertice sia ormai una nota stonata, emerge da un’indagine qualitativa fatta da due studiosi americani, Jack Zenger e Joseph Folkman, che intervistando trentamila lavoratori dipendenti hanno stilato la lista delle sedici caratteristiche più apprezzate della leadership moderna. E il risultato è stupefacente: una sola — quella di sviluppare una visione strategica — viene riconosciuta come prevalente nei maschi; tre vedono uomini e donne alla pari e dodici — dal prendere iniziative al migliorare se stessi, dal raggiungere i risultati prefissi allo stabilire obiettivi flessibili — segnalano le donne come vincenti.
Non è che la ventata di ottimismo salutata da Manageritalia con un titolo esagerato — Donne ai vertici, la rincorsa è inarrestabile — significhi che non c’è più niente da fare e che il profondo gap tra maschi e femmine sia superato, se è vero che comunque, nei confronti del resto d’Europa, l’Italia rimane in una posizione di coda. Perché se qui oggi le donne che dirigono sono il 13,8 per cento, la media europea è del 33; in Lettonia (primo paese) sono il 44,6; in Francia il 37, 4; nel Regno Unito il 34,9 e giù fino alla Grecia che comunque ci supera con un 14,9. Incommensurabilmente più brave dei
ragazzi all’università, le laureate (nella fascia tra i 15 e i 64 anni) superano i laureati del 26 per cento, che salgono a un più 56 per cento tra chi ha tra i 25 e i 29 anni. Il passaggio dagli studi al lavoro, resta perciò, viste le performance scolastiche, problematico. E forse, ancora, è uno svantaggio — il fatto di avere retribuzioni più basse — a trasformarsi in questi difficili anni in una spinta per le donne. Per questo sorride Claudia Scarcella, dirigente di ISS Facility Service, società di servizi con la testa a Copenhagen, 500 mila dipendenti nel mondo e 1.500 in Italia. Ci prendono — scherza — perché costiamo di meno».
Ma oltre ai numeri, c’è un’altra questione che l’ascesa delle donne al comando mette con urgenza sul piatto: la qualità del lavoro, il tempo da passare in ufficio, gli intrecci con la vita privata. Perché non è facile fare come Fiorella Cavaliere, 37 anni, laurea in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, esame da avvocato dopo un anno da giuslavorista, master alla Stoà di Ercolano, la Sda Bocconi del Sud, ora capo delle risorse umane di Energas spa. Che viaggia su un tacco dodici, va due volte la settimana dal parrucchiere, gestisce uno stuolo di trecento dipendenti e dice orgogliosamente di sé: «Sono una donna con le tre «emme»: sono una manager, una mamma di due gemelli e una moglie». Complimenti. Deve essere vero proprio quello che pensa: «I miei risultati li intendo come il risultato del lavoro di tutti. Lavoro in un mondo di maschi e penso ogni giorno che non c’è storia: noi donne siamo più brave».
La Repubblica 07.11.12
“Quando in azienda il potere è femmina”, di Chiara Saraceno
La “quota blu” quasi monopolistica per le posizioni di vertice in economia, come e forse più che in politica, continua a resistere, rendendo insopportabile il fatto che invece si continui a parlarne come un problema di quote rosa. Le donne sono poco presenti non solo nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa — quelle cui è rivolta la nuova normativa che impone un riequilibrio. La loro presenza è rarefatta anche ai livelli precedenti, man mano che, appunto, ci si avvicina ai vertici. Non dipende solo dal fatto che ci sono meno donne che uomini nel mercato del lavoro. Anzi, stante che in Italia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è particolarmente squilibrata a favore delle più istruite, ci si potrebbe aspettare che queste non siano sfavorite nella competizione per le posizioni di vertice. L’istruzione se favorisce l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, non sembra invece valere per le donne nella stessa misura che per gli uomini per quanto riguarda l’accesso alle carriere. Soprattutto nel settore privato, rimangono schiacciate ai livelli medio- bassi delle carriere. Ed ogni passaggio in avanti, se avviene, richiede loro il doppio del tempo dei loro colleghi, pur a parità di istruzione e esperienza professionale. È un altro dei tanti spread negativi che contraddistinguono l’Italia dalla maggior parte dei paesi sviluppati (e non solo) che meriterebbero altrettanta attenzione di quello rispetto ai Bund tedeschi. Sullo sfondo di questo quadro deprimente, il piccolo aumento nella percentuale di dirigenti donne — rilevato da Manageritalia su ricerche di diversi istituti — in questi anni di crisi è un segnale da leggere con attenzione, specie a fronte del fatto che i dirigenti nel complesso, di fatto i maschi, hanno perso posti di lavoro, ancorché in misura molto minore a quanto è avvenuto a operai e impiegati. Non credo che si tratti di un improvviso segno di conversione da parte dei capi azienda che finalmente hanno iniziato a metabolizzare quanto diverse ricerche internazionali vanno documentando, ovvero che le donne dirigenti sono più affidabili, più disponibili a imparare e mettersi in discussione, a lavorare in squadra e così via. Certo, forse cominciano a “vedere” le molte donne che lavorano bene e con competenza nelle loro aziende e a promuoverne qualcuna ogni tanto, con cautela.
Credo tuttavia che la maggior tenuta, e il miglioramento, della piccola minoranza femminile derivi innanzitutto dalla diversità dei settori in cui sono occupati prevalentemente uomini e donne e da come sono stati colpiti dalla crisi. È noto che questa ha colpito prevalentemente l’industria manifatturiera, che vede una prevalenza di uomini a tutti i livelli, divenendo quasi monopolistica ai vertici. Non sorprende quindi che anche qualche dirigente uomo sia stato colpito, o che non ci sia stato turnover in caso di pensionamenti. Il settore privato dei servizi, incluso il terzo settore, ha tenuto meglio. Il terzo settore, in particolare, è anche uno dei pochi che ha creato nuova occupazione, benché ultimamente stia entrando in affanno anch’esso. Si tratta appunto dei settori in cui sono anche più presenti dirigenti (ed anche imprenditrici) donne. E dove prevalgono aziende di piccole dimensioni. Questo può anche spiegare in parte il dato apparentemente sorprendente, ma non nuovo, della maggiore incidenza — in termini proporzionali, non in numeri assoluti — di donne dirigenti in alcune regioni meridionali, poco industrializzate e a bassa occupazione, rispetto a quelle del Nord delle grandi, ma anche medie e piccole imprese industriali, dove pure le donne partecipano al mercato del lavoro e sono occupate in misura molto maggiore.
Rallegriamoci dunque, ma con molta moderazione.
La Repubblica 07.11.12
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“Se in azienda comandano le donne”, di Cinzia Sasso
Più intraprendenti, oneste, migliori nel motivare i dipendenti. In Italia aumentano le dirigenti. Una scalata che lascia indietro i colleghi. La signora con i pantaloni a sigaretta, un eccentrico cappottino a pois e un paio di stringate nere che sembrano proprio le scarpe di un uomo, saluta con un sorriso radioso e poi sparisce nell’ascensore del palazzo di Renzo Piano, là dove Price Waterhouse Coopers ha la sua sede a Milano. Pigia il pulsante del terzo piano ed eccola nel suo ufficio da dirigente. Si chiama Chiara Carotenuto, ha 35 anni, una laurea in Economia, un passato da assistente all’università e soprattutto tre anni di Australia alle spalle. Se serve un ritratto in carne ed ossa di una che ce l’ha fatta, eccolo. Con un segno particolare che dà speranza a un Paese che stima nell’ingresso e nelle scalata delle donne al lavoro un aumento del 7% del Pil: quello, appunto, di essere una donna. E se ci saremmo aspettati che di fronte a un calo dell’occupazione le prime a perdere il posto fossero le donne, c’è da ricredersi. Dopo anni di dibattiti a ogni livello, di studi e ricerche, di lamentazioni, anche, sulla pervicace esclusione delle donne dal mercato del lavoro e soprattutto dalle stanze dei bottoni, uno studio di Manageritalia rovescia i luoghi comuni.
Perché quello che è accaduto, da quando la più devastante crisi economica ha investito l’Europa, è che mentre i dirigenti di sesso maschile, cacciati o marginalizzati, sono diminuiti del 3,3 per cento, le donne dirigenti sono salite del 15,4 per cento. Dal 2009 al 2011, il mercato del lavoro ha espulso l’1 per cento dei dirigenti; ma quello che fa impressione è il bilanciamento tra i generi. Fuori gli uomini e dentro le donne.
Carotenuto lavorava all’Australian Auditing & Assurance Standard Board, in pratica la
Consob australiana, e quando ha deciso che voleva tornare in Italia ha spedito un po’ di
curricula ed è approdata in viale Monterosa, alla multinazionale della consulenza, come quadro. Aveva 29 anni e adesso, da due, è diventata un «capo». Ricorda, come fossero figurine sbiadite, i suoi vecchi compagni di studi, molti alla prese con la crisi drammatica che ha tagliato posti di lavoro e speranze: «Sono qui — dice — perché ho avuto il coraggio di rischiare mentre molti di quelli che si sono laureati con me si sono fermati nel porto sicuro di un’azienda italiana. Sono più avanti di loro perché ho avuto più coraggio: prima a partire, e poi a tornare». Ma non è solo Milano, la nostra
America. Le sorprese si annidano anche nei particolari: la regione italiana che dato l’accelerata più significativa è la Calabria, seguita dal Molise, dal Lazio, dalle Valle d’Aosta e dalla Lombardia. Fanalini di coda il Veneto, la Sardegna, la Campania e l’Abruzzo.
Marisa Montegiove, battagliera coordinatrice del gruppo donne di Manageritalia, la spiega così: «Dalle parte delle donne c’è innanzitutto l’anagrafe: tra i lavoratori che hanno raggiunto l’età della pensione, la maggioranza è composta da uomini. Chi è entrato e comincia a fare carriera, invece, è un gruppo più misto, segno di un cambio generazione radicale, prova che le donne si sono liberate dal fardello
esclusivo della famiglia». Ma c’è altro: «I clienti sono donne per oltre il 50 e le aziende che devono dialogare con i consumatori pensano che sia più facile lo scambio tra pari». Quello che dicevano, insomma, Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland nel loro Rivoluzione Womenomics. Negli ultimi due anni sono stati molti gli sviluppi di quella mai smentita — e però anche mai messa in pratica — teoria. Uno, ad esempio, è la nascita di associazioni che lavorano proprio per aiutare le donne, e con loro il paese, a prendere il posto che spetta loro nelle imprese. Valore D, è una di queste; e oggi, a Napoli, scelta come simbolo di due battaglie insieme, lancerà la sua parola d’ordine
con un convegno che si intitola proprio «Il sud riparte dalle donne».
Nata nel 2009, l’anno che adesso le statistiche ci descrivono come quello della svolta, Valore D associa 62 aziende che hanno deciso di scommettere sul talento femminile. Perché, come dice Alessandra Perrazzelli che ne è la presidente, «l’innovazione è molto spesso femminile e la crescita non può che guardare in quella direzione». «Le donne dirigenti aumentano — spiega — perché hanno una visione imprenditoriale legata ai bisogni della società e dunque riescono a proporsi nei settori che sono diventati trainanti. Gli uomini, invece, sono rimasti legati alle attività e al modo di la-
vorare tradizionali». A quel mondo fatto di sicurezze, insomma, che la crisi ha spazzato via. Settori di attività, ma non solo: conta anche lo stile del leader: «Il «capo» è tramontato; nel mondo di oggi per macinare affari c’è bisogno di un leader che non deve tanto comandare quanto saper fare squadra e motivare i dipendenti». Che la disparità tra i due sessi nel lavoro e soprattutto ai posti di vertice sia ormai una nota stonata, emerge da un’indagine qualitativa fatta da due studiosi americani, Jack Zenger e Joseph Folkman, che intervistando trentamila lavoratori dipendenti hanno stilato la lista delle sedici caratteristiche più apprezzate della leadership moderna. E il risultato è stupefacente: una sola — quella di sviluppare una visione strategica — viene riconosciuta come prevalente nei maschi; tre vedono uomini e donne alla pari e dodici — dal prendere iniziative al migliorare se stessi, dal raggiungere i risultati prefissi allo stabilire obiettivi flessibili — segnalano le donne come vincenti.
Non è che la ventata di ottimismo salutata da Manageritalia con un titolo esagerato — Donne ai vertici, la rincorsa è inarrestabile — significhi che non c’è più niente da fare e che il profondo gap tra maschi e femmine sia superato, se è vero che comunque, nei confronti del resto d’Europa, l’Italia rimane in una posizione di coda. Perché se qui oggi le donne che dirigono sono il 13,8 per cento, la media europea è del 33; in Lettonia (primo paese) sono il 44,6; in Francia il 37, 4; nel Regno Unito il 34,9 e giù fino alla Grecia che comunque ci supera con un 14,9. Incommensurabilmente più brave dei
ragazzi all’università, le laureate (nella fascia tra i 15 e i 64 anni) superano i laureati del 26 per cento, che salgono a un più 56 per cento tra chi ha tra i 25 e i 29 anni. Il passaggio dagli studi al lavoro, resta perciò, viste le performance scolastiche, problematico. E forse, ancora, è uno svantaggio — il fatto di avere retribuzioni più basse — a trasformarsi in questi difficili anni in una spinta per le donne. Per questo sorride Claudia Scarcella, dirigente di ISS Facility Service, società di servizi con la testa a Copenhagen, 500 mila dipendenti nel mondo e 1.500 in Italia. Ci prendono — scherza — perché costiamo di meno».
Ma oltre ai numeri, c’è un’altra questione che l’ascesa delle donne al comando mette con urgenza sul piatto: la qualità del lavoro, il tempo da passare in ufficio, gli intrecci con la vita privata. Perché non è facile fare come Fiorella Cavaliere, 37 anni, laurea in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, esame da avvocato dopo un anno da giuslavorista, master alla Stoà di Ercolano, la Sda Bocconi del Sud, ora capo delle risorse umane di Energas spa. Che viaggia su un tacco dodici, va due volte la settimana dal parrucchiere, gestisce uno stuolo di trecento dipendenti e dice orgogliosamente di sé: «Sono una donna con le tre «emme»: sono una manager, una mamma di due gemelli e una moglie». Complimenti. Deve essere vero proprio quello che pensa: «I miei risultati li intendo come il risultato del lavoro di tutti. Lavoro in un mondo di maschi e penso ogni giorno che non c’è storia: noi donne siamo più brave».
La Repubblica 07.11.12
