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Usa, Obama si conferma presidente: “Per noi il meglio deve ancora venire”, da lastampa.it

Barack Obama si è confermato presidente: immediata è esplosa la gioia a Chicago,alla sede dei democratici. Barack Obama è stato rieletto per un secondo storico mandato alla Casa Bianca. Con i 9 grandi elettori del Colorado e i 13 della Virginia, il presidente si sarebbe aggiudicato almeno 285 grandi elettori, contro i 203 dello sfidante repubblicano Mitt Romney: ne servivano 270 per la vittoria. Non sarebbero dunque più decisivi i risultati della Florida e dell’Ohio, considerati fino a ieri Stati chiave.
MItt Romney ha riconosciuto la vittoria di Obama con una telefonata: «Questo è tempo di grandi sfide per l’America e prego che il presidente abbia successo nella guida del Paese» ha detto ai suoi sostenitori riuniti al quartier generale di Boston. «Ora repubblicani e democratici lavorino insieme» ha proseguito. «Auguro al presidente, alla first lady e alle loro figlie ogni bene, questi sono tempi molto difficili per la nostra grande Nazione.
Il presidente ha invece subito ringraziato su Twitter i suoi sostenitori: «Voi lo avete reso possibile. Grazie», ha scritto rilanciando quello che era stato uno degli slogan della campagna elettorale «Altri 4 anni», e `postando´ una foto in cui abbraccia la first lady Michelle. Poi, in abito blu e cravatta blu elettrico, il presidente è salito sul palco, accompagnato da Michelle e le figlie Malia e Sasha. «Ringrazio gli americani uno per uno. Io e Romney abbiamo a cuore l’America» ha detto. «Per l’America il meglio deve ancora venire e grazie a voi la sua storia va avanti».
Poi, in un lungo discorso, si è rivolto all’America. «Torno alla Casa Bianca più determinato. La nostra economia si sta riprendendo»
Immediata è esplosa la gioia a Chicago, al quartier generale dei democratici, mentre lo sconforto si è impadronito della sede di Romney a Boston. Una folla di cinque, seimila persone, si è riunita davanti alla Casa Bianca cantando “altri quattro anni” e “Usa, UsaIl flusso di americani in festa non si ferma nel cuore di Washington. I caroselli di auto con il clacson pigiato si fanno sentire da un isolato di distanza. Urla di gioia esplodono dai gruppi di ragazzi arrampicati sugli alberi proprio davanti ai cancelli della Casa Bianca e si alternano alle grida dei fan.
Sono tantissimi gli studenti che accorrono letteralmente senza fiato dalla vicina George Washington University, ma ci sono anche i lobbysti, gli attivisti, e la gente comune. E ci sono gli stranieri.
Al Congresso Usa intanto si conferma la stessa situazione di prima del voto di oggi: i democratici mantengono il controllo del Senato e i repubblicani quello della Camera.
Oggi si votava in alcuni Stati anche per numerosi referendum: via libera alle nozze gay in Maine, alla legalizzazione della marijuana in Colorado e nello Stato di Washington, mentre la Florida mantiene il finanziamento pubblico per l’aborto.
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“COSÌ VICINI COSÌ LONTANI”, di BARBARA SPINELLI
Gli anni di Barack Obama sono stati un continuo paradosso, per gli europei. I due continenti si sono avvicinati l’un l’altro come mai era successo dall’epoca di Roosevelt, e al tempo stesso mai la lontananza è stata così grande, l’estraneità reciproca così vasta. Sia Obama che Romney impersonano questo ossimoro, che la crisi e la lunga guerra al terrorismo hanno solidificato, anche se nessuno dei due l’ha affrontato a occhi aperti nella campagna elettorale. L’Europa, per ambedue, era ed è presente- non presente: troppo vicina, troppo lontana.
La vicinanza, innanzitutto. Anche se il programma di assistenza sanitaria del Presidente democratico (Obamacare) non è ancora entrato nella vita quotidiana degli americani, e solo lentamente diverrà per l’insieme dei cittadini una realtà visibile, e tangibile, la sua natura innova la storia americana e la trasforma. È una rivoluzione, che prosegue quella avviata da Roosevelt sulla scia della grande crisi del ’29 e che ha un’affinità profonda con il Welfare radicatosi in Europa all’indomani di due guerre mondiali. Lo stato sociale e la lotta alla povertà, assieme all’idea di una comune autorità europea che limitasse danni e inerzie delle sovranità statali assolute, nacquero dalla presa di coscienza di un continente che era uscito spezzato, e drasticamente diminuito, da recessioni, miseria, nazionalismi. I primi rudimenti del Welfare americano percorrono vie analoghe, senza però intaccare l’illusione di una superpotenza illimitatamente sovrana, che sopra di sé non riconosce alcuna superiore autorità. Questo spiega in parte l’ossimoro della vicinanza-lontananza.
Gli elettori americani faticano a credere in un Welfare che ancora non vedono (le misure sono scaglionate nel tempo, di qui al 2010), ma se le leggi di Obama dovessero essere abolite da Romney presidente, 45 milioni di cittadini, cui il piano promette una copertura, tornerebbero a essere esposti al rischio di ammalarsi e morire senza riparo. Gli anziani, assieme ai malati permanenti, possono ricorrere al Medicare introdotto negli anni ’60-’70. Non così i meno anziani, che già pagano la crisi e per i quali è pensato il Welfare di Obama.
Il candidato repubblicano ha detto recentemente che in America non si muore senza assistenza, perché esiste il pronto soccorso. È una delle sue numerose menzogne. Il pronto soccorso non è affatto gratuito negli Usa — gli ha risposto l’economista Paul Krugman — e spesso i costi sono talmente alti che i sinistrati vi rinunciano: «Sono migliaia gli americani che muoiono indifesi». Romney sembra non vederli, pur avendo adottato nel Massachusetts un piano simile a quello di Obama.La cecità di Romney è ideologica, più che pratica. È frutto di una ripugnanza istintiva, radicale, per la socialdemocrazia, l’Europa, la sua crisi. Un’Europa con cui l’America è stata alleata per decenni, nella guerra fredda, e che ora è vista come temibile precursore del declino dell’intero occidente. È il motivo per cui Obama fa socialdemocrazia senza dirne le origini, e cita piuttosto la traiettoria di Roosevelt, il Presidente che fu sostenitore di un’economia di mercato senza controlli (senza cura incessante del bene comune) fino a quando – dopo la crisi del ’29 – concepì il suo New Deal: proteggendo i più deboli, aprendo ai sindacati, investendo in opere pubbliche. Nel 1931 annunciò: «L’era dell’individualismo estremo è finita».
Qui sorge tuttavia, con evidenza, il paradosso della vicinanza-non vicinanza. L’europeizzazione dell’America interviene nel preciso momento in cui la socialdemocrazia arretra, in Europa. La maggior parte dei nostri governi respinge lo Stato sociale negoziato nel dopoguerra fra socialdemocratici e democristiani, smonta servizi sociali e beni pubblici, e di fatto condivide l’anti-statalismo di Romney. Scrive l’economista Amartya Sen che gli odierni tagli, per come sono fatti, «minano alle radici la promessa sociale dell’Europa sorta dalla Resistenza».
Obama si avvicina a noi mentre i governi europei sono convinti che la crisi sia causata da un Welfare troppo esteso, e non da uno squilibrio fra Stati incapaci di edificare una Federazione solidale, che gestisca in comune i debiti come avvenne in America dopo la guerra d’indipendenza, grazie al ministro del Tesoro Hamilton, quando la Confederazione divenne Federazione. I due continenti s’accostano, ma come magneti omologhi che si respingono: il magnete europeo fugge, alla vista di quello americano. Le nostre politiche anti-crisi hanno poco a vedere con il New Deal, o con le tasse meno inique volute da Obama. Romney, il più distante dall’Europa, è in realtà il più vicino alle teorie economiche che al momento sono da noi dominanti, Francia esclusa. La sua vittoria è forse sperata, perché consente agli immobilisti europei di restare dove sono.
C’è poi un secondo paradosso, che concerne la politica estera e la guerra al terrorismo iniziata nel 2001. Anche qui abbiamo un avvicinarsi apparente, una parità fra impari. La fine della guerra fredda non ha suscitato in Europa il desiderio di pensare il mondo con la propria testa. Mancano le idee, le invenzioni autonome. La sua politica estera s’è fatta corta, inconsistente, e dopo l’11 settembre s’è appiattita su quella americana più per pigrizia mentale che per necessità o convinzione. Assieme a molti governi, quello italiano partecipa passivamente a una guerra che nessuno si prende più la briga di spiegare. Neppure un minuto ci si chiede che senso abbia, e se negli anni di Obama non sia mutata nel più inquietante dei modi. Il Presidente democratico ha chiuso la guerra in Iraq e sta chiudendo quella afgana, è vero, ma l’opera di Bush continua assumendo nuove forme, non meno imperiali, che Romney significativamente non mette in questione. Nella campagna elettorale quest’ultimo ha garantito più durezza verso Iran e Cina, più
condiscendenza verso Israele, ma sul punto essenziale — la guerra infinita di Bush e Obama, la sua natura sempre più opaca — non vi sono differenze.
La svolta impressa dal candidato democratico è inquietante perché la guerra prosegue: ma in maniera subdola, violenta, e illegale. È condotta sulla base di liste di nemici da abbattere (killing list), decise alla Casa Bianca in accordo con speciali centri di smistamento (chiamati disposition matrix), e di un uso di aerei senza piloti — droni — cresciuto a dismisura. È scatenata contro paesi cui non viene dichiarata guerra (Pakistan, Yemen, Somalia, in futuro Mali) e dunque negli Stati Uniti è incostituzionale. Ha già fatto 3.500 morti, secondo stime citate da Mark Danner sul
New York Review of Books.
Ma soprattutto è vissuta e proposta come permanente: durerà ancora «almeno un decennio», hanno confidato fonti della Casa Bianca al giornalista Greg Miller (Washington Post
24/10). Il che vuol dire che siamo a metà strada di una guerra di vent’anni, come minimo. Una guerra calda, non fredda: ma che tiene in vita le alleanze e la supremazia Usa che contraddistinse in Occidente la guerra fredda. È il conflitto armato più lungo nella storia degli Stati Uniti.
La nuova guerra combattuta tramite computer («a controllo remoto») non diminuisce i terrorismi: li moltiplica. Non apre sul nostro continente un ombrello, ma ci rende più esposti, ridotti a totale insignificanza. Non facilita la convivenza etnico-religiosa, pur sempre incarnata formidabilmente da Obama e suo laico punto di forza. Se l’Europa avesse un governo, e pensieri forti in politica estera, potrebbe staccarsi da tali strategie – forti militarmente, malferme politicamente – che danno all’America l’illusione di un’onnipotenza globale inossidabile, e di una guerra fredda che ricomincia. Sono strategie che ci ingabbiano indefinitamente nell’impotenza. Ci avvicinano all’America: ma rimpicciolendoci, e allontanandoci più che mai da noi stessi.
La Repubblica 07.11.12

Legge elettorale, Bersani: "Così non ci stiamo, serve governabilità"

E’ fin troppo chiaro che la discussione non è sulla soglia del 40% o del 42%, ma che il PdL, la Lega e l’Udc vogliono una legge elettorale perché nessuno vinca, noi invece vogliamo una legge elettorale perché il Paese abbia un governo stabile, coerente e coeso. Non contenti di questo, si sono votati oggi l’introduzione della terza preferenza, che con tutta evidenza ostacola la presenza delle donne nelle istituzioni. “Così non ci stiamo, serve governabilità. Qualcuno teme che governiamo noi”, ha scritto su Twitter il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, a proposito della riforma della legge elettorale che è all’esame della Commissione Affari costituzionali al Senato.
“Il voto della commissione Affari costituzionali che introduce la soglia del 42,5% per l’attribuzione del premio di maggioranza del 12,5 rompe il dialogo tra le forze politiche sulla riforma della Legge Elettorale”, ha incalzato la Presidente dei senatori del PD Anna Finocchiaro.
“Il PdL, la Lega e l’Udc – ha spiegato Finocchiaro – vogliono una legge elettorale perché nessuno vinca, e nessuno perde, con riedizioni di strane coalizioni e maggioranza, magari con un premier tecnico, perchè questo garantisce queste forze. Noi invece vogliamo una legge elettorale perché il Paese abbia un governo stabile, coerente e coeso. La questione della soglia oltre la quale si ottiene il premio maggioranza è tutta qui: anche noi vogliamo una soglia, ma vogliamo un premio di maggioranza che consenta agli italiani, la sera delle elezioni, di sapere chi ha vinto e chi governerà ed, in ogni caso, di poter confidare su un governo che abbia una sua stabilità che accompagni l’Italia fuori dalla crisi”.
Ha proseguito la Presidente dei democratici:”Non contenti di questo si sono votati oggi l’introduzione della terza preferenza, che con tutta evidenza ostacola la presenza delle donne nelle istituzioni. Ma evidentemente il PdL pensa che di donne nelle istituzioni ce ne siano già abbastanza, e dunque vuole ridurne un po’ il numero. Invece di andare avanti torniamo alla Prima Repubblica”.
Ed ha spiegato: “A questo punto noi faremo la nostra proposta in Aula, i lavori della Comissione con questo voto sono compromessi. Il PD proporrà dunque un emendamento per l’Aula con una soglia al 40% e un premio del 15, mentre se nessuno dovesse raggiungere il 40% ci sarebbe l’attribuzione di un premio di aggregazione al primo partito del 10%”.
Finocchiaro non ha nascosto il proprio disappunto per come si sono svolti i lavori in Commissione. “Purtroppo – ha sottolineato – si sono avverati i timori espressi questa mattina dal segretario Bersani. C’è chi pensa ai propri interessi personali, come il Pdl – ha aggiunto – per cui è meglio che non vinca nessuno, per quanto ci riguarda nessuno di noi nel PD pensa che il premio di maggioranza debba prescindere da una soglia minima e nessuno pensa di ripetere la porcata del Porcellum che consentiva a chi aveva un solo voto in più di raggiungere il 55%. Qui la questione non è tecnica ma strettamente politica. Il PD vuole un premio non stratosferico ma semplicemente capace di garantire la governabilità”.
Per quanto riguarda i prossimi passi, andremo in Aula, dove assisteremo a qualche incidente, qui o alla Camera, perchè penso che sulle preferenze il Pdl si sgranerà – ha continuato Finocchiaro – del resto – ha concluso – era per questo motivo che noi proponevamo una legge elettorale che partisse con un consenso ampio almeno del 70%”.
*****
“Cambiare la legge elettorale era e deve rimanere un impegno prioritario dei partiti e dei gruppi parlamentari”. ha dichiarato Marina Sereni, vicepresidente dell’assemblea nazionale del PD, secondo cui “non ha alcun senso auspicare una qualsiasi riforma elettorale se non si risponde a due esigenze essenziali: restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e dare stabilità e governabilità a chi vince le elezioni”.
In difesa dell’operato del proprio partito, la deputata democratica ha aggiunto: “I tanti commentatori che rimproverano ai partiti di non aver fin qui trovato un accordo condiviso fa bene Bersani a ricordare che il PD ha avuto una posizione chiara e lineare sin dal primo momento, dando il massimo di disponibilità a costruire una mediazione”.
Secondo la Sereni “sarebbe folle abrogare il Porcellum per fare una legge peggiore, in cui i cittadini non solo non sceglierebbero i parlamentari ma nemmeno l’indirizzo di governo. Fare una riforma per far precipitare l’Italia in una situazione di incertezza e instabilità è esattamente ciò che spaventa i mercati e rischia di allargare il fossato tra i cittadini e le istituzioni democratiche”.
*****
“Considero gravissimo l’emendamento alla legge elettorale che fissa la soglia del 42,5% per il premio di maggioranza alla coalizione. E’ a tutti gli effetti un inganno ai danni degli italiani che voteranno per una coalizione alla quale sarà impedito di governare”, ha commentato Nicola Latorre, vicepresidente del Gruppo PD al Senato.
“Pdl e Lega, destinate alla sconfitta elettorale, invece di preoccuparsi di come recuperare credibilità e consenso nella società, legiferano ancora una volta per impedire al centrosinistra di governare. Si ripropone l’operazione vergognosa fatta alla fine della legislatura 2001-2006 con il Porcellum per impedire il pieno successo elettorale di Prodi. Purtroppo, oggi come allora, l’Udc sceglie Berlusconi”.
*****
“Oggi si è votata la ingovernabilià della prossima legislatura”, ha detto il vicepresidente dei senatori del PD, Luigi Zanda a seguito del voto della Commissione Affari Costituzionali.
“Mi auguro che in Aula le decisioni di questa rinnovata maggioranza Pdl – Lega cambino. Ma, se la soglia dovesse rimanere questa, avremmo una legislatura ingovernabile. Nel 2005 l’ingovernabilità della legislatura successiva era stata decisa con il porcellum, cioè con le liste bloccate. Adesso si vuole arrivare all’ingovernabilità della prossima legislatura mettendo una soglia irraggiungibile”.
*****
“Non contento di aver fatto passare un emendamento peggiorativo del testo base (il loro!) che alza al 42,5% la soglia minima per il premio di governabilità, il Pdl modifica con un emendamento Gasparri anche le preferenze portandole da due di diverso genere a tre. Così il ritorno alla prima repubblica è assicurato: meno donne a favore dei signori delle ‘triplette”, hanno commentato le senatrici del Pd Marilena Adamo e Maria Fortuna Incostante, componenti della commissione Affari costituzionali.
www.partitodemocratico.it

Legge elettorale, Bersani: “Così non ci stiamo, serve governabilità”

E’ fin troppo chiaro che la discussione non è sulla soglia del 40% o del 42%, ma che il PdL, la Lega e l’Udc vogliono una legge elettorale perché nessuno vinca, noi invece vogliamo una legge elettorale perché il Paese abbia un governo stabile, coerente e coeso. Non contenti di questo, si sono votati oggi l’introduzione della terza preferenza, che con tutta evidenza ostacola la presenza delle donne nelle istituzioni. “Così non ci stiamo, serve governabilità. Qualcuno teme che governiamo noi”, ha scritto su Twitter il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, a proposito della riforma della legge elettorale che è all’esame della Commissione Affari costituzionali al Senato.
“Il voto della commissione Affari costituzionali che introduce la soglia del 42,5% per l’attribuzione del premio di maggioranza del 12,5 rompe il dialogo tra le forze politiche sulla riforma della Legge Elettorale”, ha incalzato la Presidente dei senatori del PD Anna Finocchiaro.
“Il PdL, la Lega e l’Udc – ha spiegato Finocchiaro – vogliono una legge elettorale perché nessuno vinca, e nessuno perde, con riedizioni di strane coalizioni e maggioranza, magari con un premier tecnico, perchè questo garantisce queste forze. Noi invece vogliamo una legge elettorale perché il Paese abbia un governo stabile, coerente e coeso. La questione della soglia oltre la quale si ottiene il premio maggioranza è tutta qui: anche noi vogliamo una soglia, ma vogliamo un premio di maggioranza che consenta agli italiani, la sera delle elezioni, di sapere chi ha vinto e chi governerà ed, in ogni caso, di poter confidare su un governo che abbia una sua stabilità che accompagni l’Italia fuori dalla crisi”.
Ha proseguito la Presidente dei democratici:”Non contenti di questo si sono votati oggi l’introduzione della terza preferenza, che con tutta evidenza ostacola la presenza delle donne nelle istituzioni. Ma evidentemente il PdL pensa che di donne nelle istituzioni ce ne siano già abbastanza, e dunque vuole ridurne un po’ il numero. Invece di andare avanti torniamo alla Prima Repubblica”.
Ed ha spiegato: “A questo punto noi faremo la nostra proposta in Aula, i lavori della Comissione con questo voto sono compromessi. Il PD proporrà dunque un emendamento per l’Aula con una soglia al 40% e un premio del 15, mentre se nessuno dovesse raggiungere il 40% ci sarebbe l’attribuzione di un premio di aggregazione al primo partito del 10%”.
Finocchiaro non ha nascosto il proprio disappunto per come si sono svolti i lavori in Commissione. “Purtroppo – ha sottolineato – si sono avverati i timori espressi questa mattina dal segretario Bersani. C’è chi pensa ai propri interessi personali, come il Pdl – ha aggiunto – per cui è meglio che non vinca nessuno, per quanto ci riguarda nessuno di noi nel PD pensa che il premio di maggioranza debba prescindere da una soglia minima e nessuno pensa di ripetere la porcata del Porcellum che consentiva a chi aveva un solo voto in più di raggiungere il 55%. Qui la questione non è tecnica ma strettamente politica. Il PD vuole un premio non stratosferico ma semplicemente capace di garantire la governabilità”.
Per quanto riguarda i prossimi passi, andremo in Aula, dove assisteremo a qualche incidente, qui o alla Camera, perchè penso che sulle preferenze il Pdl si sgranerà – ha continuato Finocchiaro – del resto – ha concluso – era per questo motivo che noi proponevamo una legge elettorale che partisse con un consenso ampio almeno del 70%”.
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“Cambiare la legge elettorale era e deve rimanere un impegno prioritario dei partiti e dei gruppi parlamentari”. ha dichiarato Marina Sereni, vicepresidente dell’assemblea nazionale del PD, secondo cui “non ha alcun senso auspicare una qualsiasi riforma elettorale se non si risponde a due esigenze essenziali: restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e dare stabilità e governabilità a chi vince le elezioni”.
In difesa dell’operato del proprio partito, la deputata democratica ha aggiunto: “I tanti commentatori che rimproverano ai partiti di non aver fin qui trovato un accordo condiviso fa bene Bersani a ricordare che il PD ha avuto una posizione chiara e lineare sin dal primo momento, dando il massimo di disponibilità a costruire una mediazione”.
Secondo la Sereni “sarebbe folle abrogare il Porcellum per fare una legge peggiore, in cui i cittadini non solo non sceglierebbero i parlamentari ma nemmeno l’indirizzo di governo. Fare una riforma per far precipitare l’Italia in una situazione di incertezza e instabilità è esattamente ciò che spaventa i mercati e rischia di allargare il fossato tra i cittadini e le istituzioni democratiche”.
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“Considero gravissimo l’emendamento alla legge elettorale che fissa la soglia del 42,5% per il premio di maggioranza alla coalizione. E’ a tutti gli effetti un inganno ai danni degli italiani che voteranno per una coalizione alla quale sarà impedito di governare”, ha commentato Nicola Latorre, vicepresidente del Gruppo PD al Senato.
“Pdl e Lega, destinate alla sconfitta elettorale, invece di preoccuparsi di come recuperare credibilità e consenso nella società, legiferano ancora una volta per impedire al centrosinistra di governare. Si ripropone l’operazione vergognosa fatta alla fine della legislatura 2001-2006 con il Porcellum per impedire il pieno successo elettorale di Prodi. Purtroppo, oggi come allora, l’Udc sceglie Berlusconi”.
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“Oggi si è votata la ingovernabilià della prossima legislatura”, ha detto il vicepresidente dei senatori del PD, Luigi Zanda a seguito del voto della Commissione Affari Costituzionali.
“Mi auguro che in Aula le decisioni di questa rinnovata maggioranza Pdl – Lega cambino. Ma, se la soglia dovesse rimanere questa, avremmo una legislatura ingovernabile. Nel 2005 l’ingovernabilità della legislatura successiva era stata decisa con il porcellum, cioè con le liste bloccate. Adesso si vuole arrivare all’ingovernabilità della prossima legislatura mettendo una soglia irraggiungibile”.
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“Non contento di aver fatto passare un emendamento peggiorativo del testo base (il loro!) che alza al 42,5% la soglia minima per il premio di governabilità, il Pdl modifica con un emendamento Gasparri anche le preferenze portandole da due di diverso genere a tre. Così il ritorno alla prima repubblica è assicurato: meno donne a favore dei signori delle ‘triplette”, hanno commentato le senatrici del Pd Marilena Adamo e Maria Fortuna Incostante, componenti della commissione Affari costituzionali.
www.partitodemocratico.it

"Il porcellum ingrassato" di Gianluigi Pellegrino

Per quanto ripugnante sia il porcellum, si sta riuscendo a fare di peggio. E per mano degli stessi autori di quel delitto. Recidivi incalliti. Le regole sulla formazione delle leggi, in democrazia sono tutto. E in materia elettorale, alla vigilia del voto, lo sono ancor di più. Ed infatti il Consiglio d’Europa in uno specifico “Codice della buona condotta elettorale” ha stabilito che “gli elementi fondamentali del sistema elettorale, non devono essere modificati nell’anno che precede l’elezione” o dovrebbero essere legittimati da un consenso ampio di livello costituzionale.
È qui a ben vedere la principale ferita inflitta dalla “legge porcata”. A questo si riferiva Calderoli nella sua pubblica confessione. Fu una porcheria costituzionale infatti quella ordita dalla maggioranza berlusconiana, di approvare una legge dolosamente volta ad azzoppare la prevista vittoria del centrosinistra nelle elezioni del 2006. L’attentato andò a segno. Due furono le armi letali. Lo scippo del rapporto tra elettori ed eletti che il Mattarellum garantiva con il sistema dei collegi e che in quel momento avrebbe premiato nettamente la coalizione di Romano Prodi; e il mostro giuridico del “premio a perdere” concepito per il Senato con il correttivo maggioritario a scapito della coalizione vittoriosa.
Il combinato delle due aberranti misure ridusse a mera apparenza la vittoria del centrosinistra che infatti al Senato venne a reggersi su appena un voto e, grazie anche a non pochi errori, ebbe vita più breve di una farfalla.
Ma la porcata prima che nel merito era appunto nel metodo e cioè nella clamorosa violazione della regola che esclude nell’immediato ridosso
del voto, modifiche al sistema elettorale che non siano garantite da una maggioranza assai ampia.
Quando le elezioni sono alle porte e gli schieramenti in gran parte formati, vi è solo un’alternativa che risponde a minime regole di civiltà costituzionale: o vi è ampia condivisione per approvare un nuovo sistema, oppure le norme elettorali restano quelle in vigore per insoddisfacenti che siano. Sarà compito del nuovo Parlamento novellarle e nel frattempo onere dei partiti applicarle nel modo più conforme alla sensibilità degli elettori (mediante selezioni primarie anche dei candidati nelle liste bloccate).
Invece si sta facendo l’esatto opposto. Si è aspettato che il partito democratico optasse per una coalizione meno larga ma più omogenea, per concepire l’imboscata che confeziona una norma cucita apposta per impedire che quella coalizione possa vincere e governare, se mai poi allargandosi in sede parlamentare, ma dalla posizione di forza che spetta a chi vince.
La volontà esplicita è di escludere la governabilità e l’alternanza tradendo
quel poco di buono che la seconda repubblica partita con la stagione referendaria sembrava aver fatto conquistare.
La prova del nove è che mentre si dice di voler correggere l’anomalia del 55 per cento dei seggi che potrebbero andare anche ad un partito con appena il 25 per cento dei voti, si alza la soglia all’irraggiungibile 42 e mezzo per cento e ci si guarda bene dal rimediare all’oscenità del Senato dove il premio opera al contrario proprio in favore del caos.
Piuttosto che superare il porcellum lo si ingrassa; e si completa l’opera scippando definitivamente gli elettori anche della indicazione di una coalizione di governo.
Del resto basterebbe domandare a Casini o a Berlusconi se farebbero mai lo stesso ove per ipotesi i sondaggi li dessero in testa.
È questa la ragione della fondamentale regola europea che bandisce colpi di mano in zona cesarini in materia elettorale. Anche il Capo dello Stato lo ha più volte evidenziato. L’approssimarsi del voto se rende stringente l’opportunità di un sistema elettorale che ridia la scelta ai cittadini, allo stesso tempo impone la più ampia condivisione, che ovviamente non vi può essere su norme dolosamente contra partem, perfetto pendant di quelle ad personam.
Lo stesso Monti dovrebbe diffidare di un’operazione così smaccata concepita non da chi davvero lo vuole alla guida del Paese, ma da chi piuttosto che perdere preferisce mandare la palla nella tribuna del caos, per poi chiamarlo come foglia di fico di un governo e di una maggioranza sempre più contraddittori e quindi inconcludenti, privi di un leggibile percorso politico di crescita oltre la crisi.
Le regole ci sono per evitare anche questo. Per il loro rispetto è quindi legittimo attendersi un fermo monito del Quirinale non meno vibrato di quello che più volte ha giustamente rivolto contro il porcellum. Prima che sia troppo tardi e prima che la terza repubblica nasca su un nuovo sbrego alla condotta costituzionale di un paese europeo.
La Repubblica 07.11.12

“Il porcellum ingrassato” di Gianluigi Pellegrino

Per quanto ripugnante sia il porcellum, si sta riuscendo a fare di peggio. E per mano degli stessi autori di quel delitto. Recidivi incalliti. Le regole sulla formazione delle leggi, in democrazia sono tutto. E in materia elettorale, alla vigilia del voto, lo sono ancor di più. Ed infatti il Consiglio d’Europa in uno specifico “Codice della buona condotta elettorale” ha stabilito che “gli elementi fondamentali del sistema elettorale, non devono essere modificati nell’anno che precede l’elezione” o dovrebbero essere legittimati da un consenso ampio di livello costituzionale.
È qui a ben vedere la principale ferita inflitta dalla “legge porcata”. A questo si riferiva Calderoli nella sua pubblica confessione. Fu una porcheria costituzionale infatti quella ordita dalla maggioranza berlusconiana, di approvare una legge dolosamente volta ad azzoppare la prevista vittoria del centrosinistra nelle elezioni del 2006. L’attentato andò a segno. Due furono le armi letali. Lo scippo del rapporto tra elettori ed eletti che il Mattarellum garantiva con il sistema dei collegi e che in quel momento avrebbe premiato nettamente la coalizione di Romano Prodi; e il mostro giuridico del “premio a perdere” concepito per il Senato con il correttivo maggioritario a scapito della coalizione vittoriosa.
Il combinato delle due aberranti misure ridusse a mera apparenza la vittoria del centrosinistra che infatti al Senato venne a reggersi su appena un voto e, grazie anche a non pochi errori, ebbe vita più breve di una farfalla.
Ma la porcata prima che nel merito era appunto nel metodo e cioè nella clamorosa violazione della regola che esclude nell’immediato ridosso
del voto, modifiche al sistema elettorale che non siano garantite da una maggioranza assai ampia.
Quando le elezioni sono alle porte e gli schieramenti in gran parte formati, vi è solo un’alternativa che risponde a minime regole di civiltà costituzionale: o vi è ampia condivisione per approvare un nuovo sistema, oppure le norme elettorali restano quelle in vigore per insoddisfacenti che siano. Sarà compito del nuovo Parlamento novellarle e nel frattempo onere dei partiti applicarle nel modo più conforme alla sensibilità degli elettori (mediante selezioni primarie anche dei candidati nelle liste bloccate).
Invece si sta facendo l’esatto opposto. Si è aspettato che il partito democratico optasse per una coalizione meno larga ma più omogenea, per concepire l’imboscata che confeziona una norma cucita apposta per impedire che quella coalizione possa vincere e governare, se mai poi allargandosi in sede parlamentare, ma dalla posizione di forza che spetta a chi vince.
La volontà esplicita è di escludere la governabilità e l’alternanza tradendo
quel poco di buono che la seconda repubblica partita con la stagione referendaria sembrava aver fatto conquistare.
La prova del nove è che mentre si dice di voler correggere l’anomalia del 55 per cento dei seggi che potrebbero andare anche ad un partito con appena il 25 per cento dei voti, si alza la soglia all’irraggiungibile 42 e mezzo per cento e ci si guarda bene dal rimediare all’oscenità del Senato dove il premio opera al contrario proprio in favore del caos.
Piuttosto che superare il porcellum lo si ingrassa; e si completa l’opera scippando definitivamente gli elettori anche della indicazione di una coalizione di governo.
Del resto basterebbe domandare a Casini o a Berlusconi se farebbero mai lo stesso ove per ipotesi i sondaggi li dessero in testa.
È questa la ragione della fondamentale regola europea che bandisce colpi di mano in zona cesarini in materia elettorale. Anche il Capo dello Stato lo ha più volte evidenziato. L’approssimarsi del voto se rende stringente l’opportunità di un sistema elettorale che ridia la scelta ai cittadini, allo stesso tempo impone la più ampia condivisione, che ovviamente non vi può essere su norme dolosamente contra partem, perfetto pendant di quelle ad personam.
Lo stesso Monti dovrebbe diffidare di un’operazione così smaccata concepita non da chi davvero lo vuole alla guida del Paese, ma da chi piuttosto che perdere preferisce mandare la palla nella tribuna del caos, per poi chiamarlo come foglia di fico di un governo e di una maggioranza sempre più contraddittori e quindi inconcludenti, privi di un leggibile percorso politico di crescita oltre la crisi.
Le regole ci sono per evitare anche questo. Per il loro rispetto è quindi legittimo attendersi un fermo monito del Quirinale non meno vibrato di quello che più volte ha giustamente rivolto contro il porcellum. Prima che sia troppo tardi e prima che la terza repubblica nasca su un nuovo sbrego alla condotta costituzionale di un paese europeo.
La Repubblica 07.11.12

Bastiglia (MO) – Bastiglia x Bersani

Presso la Sala Cultura del Municipio (piazza della Repubblica 57) di Bastiglia (MO), alle ore 20,30 di lunedì 19 novembre, si svolgerà l’incontro “Bastglia per Bersani, per la scuola e la cultura. Investire in formazione e ricerca per dare dignità al lavoro e superare le diseguaglianze” al quale parteciperanno leonardo Peruzzi, coordinatore Federazione degli studenti distretto ceramico) e Manuela Ghizzoni (presidente Commissione istruzione e cultura della Camera dei Deputati)

Asor Rosa: «Così il Pd può salvare l’Italia e ridare un ruolo alla sinistra», di Bruno Gravagnuolo

«Bersani ha avuto coraggio e va appoggiato. Se vince c’è la possibilità di salvare il Paese e persino di ridare un ruolo alla sinistra, rilanciandone radicamento e valori». Si schiera Alberto Asor Rosa, provocando polemiche sul Manifesto. Ma lo fa “sperimentalmente”, senza dare per scontata la fine delle «due sinistre», come Mario Tronti sul nostro giornale. Su un punto è chiarissimo però: Bersani e Vendola devono marciare insieme.
Professor Asor Rosa, anche per lei le due sinistre, rifrormista e radicale, non hanno più senso?
«La tesi secca della fine delle due sinistra è di Tronti. La mia posizione è più pragmatica. E cioè: malgrado la persistenza di una differenza quasi fisiologica tra le due realtà, oggi è necessario riunificarle in un solo aggregato. Per far fronte a un’emergenza drammatica.
Del resto la parte più estrema della sinistra si va frantumando, e ciò spinge verso un’aggregazione con il Pd».
E i motivi «forti» di questa posizione? «Non solo c’è crisi e disgregazione del Paese, ma sulle macerie del berlusconismo si profila la formazione di un polo moderato. Si tratta di fronteggiare, con una diversa offerta, questo polo di interessi. Sia per farci i conti, sia per interloquire, magari all’indomani di un risultato elettorale incerto. Vendola perciò deve dare una mano alla riaggregazione dei progressisti».
Dunque un giudizio positivo su Bersani e la sua politica: unità a sinistra e apertura al centro. Giusto?
«Bersani è un politico stagionato, figlio della migliore tradizione emiliana del Pci. È privo di oltranze ideologiche e ha una serietà di fondo. È stato lui a inventare l’alleanza con Vendola e a tener duro sul punto. Se il risultato elettorale lo premierà, anche il discorso strategico di Tronti sulla fine delle due sinistre potrebbe realizzarsi».
Veniamo a Monti, esperienza onerosa imposta dai mercati e che comporta molti bocconi amari per la sinistra. Che giudizio ne dà?
«Una parentesi, che deve lasciare il posto a una soluzione politica, nel quadro della democrazia rappresentativa. Il mix di liberismo e moderatismo incarnato da Monti è transitorio, ma ha reso possibile la liquidazione di Berlusconi. E fa bene il centrosinistra rappresentato da Bersani a immaginare il dopo. E il dopo sta in Europa, una realtà dominata da tecnocrati e monetaristi. Qualsiasi prospettiva riformista non può che passare dal superamento di questa Europa. Decisivo quindi il rapporto con le socialdemocrazie europee. La riapertura di orizzonti e speranze ricomincia di qui».
Nel “secolo scorso”, fu tra i primi a denunciare il populismo in letteratura. Che effetto le fa l’idea di un asse tra la Fiom, Di Pietro, Travaglio e Grillo, contro i partiti?
«Posso dire di averlo “inventato” il populismo… e trovo inverosimile che la Fiom possa andare a braccetto con certe compagnie. La Fiom difende salario, operai e rappresentanza in fabbrica. Non c’entra con il grillismo, che esprime un trionfo mai visto del populismo e dell’antipolitica più reazionari. Certo, una volta in Parlamento, i grillini dovranno misurarsi con cose concrete e magari si ribelleranno al loro conducator. Il che già accade di continuo sotto i nostri occhi».
Ha fatto bene Bersani ad accettare le primarie e a modificare lo statuto,mettendosi in gioco?
«Non credo nelle primarie e le considero una perdita di tempo, destinata ad accrescere il frastagliamento generale. Credo altresì che Bersani non potesse rifiutarle, in questo Pd. Nondimeno ha mostrato coraggio e decisione. E se la sua sfida risulterà vittoriosa potrà finalmente porre le basi per qualcosa di diverso. Sia per il governo del paese, che per il futuro di un Pd in grado di unirsi con Vendola. Ne deduco che occorre appoggiare Bersani».
Sempre in tema di «tanto peggio tanto meglio», che ne pensa dell’idea di Flores d’Arcais: votiamo Renzi alle primarie e Grillo alle politiche?
«Conosco da anni Flores. Uomo intelligente, ma dominato da un super ego smisurato e onnipotente. La sua è una logica dissolutoria e autodistruttiva, che avrebbe l’effetto di distruggere le sue stesse idealità “rigeneratrici”. Un Pd renziano e diviso, e Grillo in maggioranza relativa, produrrebbero il caos. E il commissariamento permanente dell’Italia da parte dell’Europa».
L’Unità 06.11.12