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"Bersani: progressisti alleati con i moderati", di Simone Collini

Quando la deputata franco-canadese Axelle Lemaire lo presenta come «l’ange de la boue», l’applauso dei delegati si fa più sonoro che sulle parole «ministre» o «secrétaire». L’«angelo del fango» Pier Luigi Bersani sorride sorpreso mentre si avvicina al microfono e ringrazia gli «chers amis, chers camarades» riuniti a Tolosa per i congresso del Partito socialista francese. I collaboratori del leader Pd giurano che loro non c’entrano con l’uscita della giovane Lemaire, che la storia di quando nel ‘66 Bersani andò a spalare il fango nella Firenze alluvionata è arrivata Oltralpe senza spinte da parte loro. Però è in tema. Perché «solidarité» è parola che torna, negli interventi di Bersani, del presidente della tedesca Spd Sigmar Gabriel, di Ségolène Royal, del neosegretario del Ps Harlem Désir. Il concetto è: la linea del rigore rimane un punto fermo, ma la «solidarietà» non può mancare e allora servono anche misure per creare occupazione, che favoriscano la redistribuzione delle ricchezze, che creino maggiore equità. Un discorso che vale tanto per l’Europa quanto, nel ragionamento che fa Bersani, per l’Italia. Che dal 2013 dovrà tornare alla normale «fisiologia democratica», come da ragionamento fatto ventiquattr’ore prima all’Eliseo con François Hollande, cioè a un governo politico, sostenuto da una maggioranza omogenea.
SERVE UN GOVERNO POLITICO
«L’affidabilità e la reputazione internazionale che l’Italia ha recuperato grazie al governo Monti sono stati strumenti essenziali per il ritorno a un circolo virtuoso dice di fronte ai delegati del Partito socialista francese ma perché questo possa mantenersi a lungo termine, e uscire dalla recessione, occorre fare delle scelte a favore dell’uguaglianza e dello sviluppo. Scelte che questo governo tecnico non può realizzare, malgrado i vincoli interni ed esterni». Per questo Bersani sottolinea l’indisponibilità del Pd a sostenere in futuro un altro governo insieme a forze politiche avverse. Per realizzare le riforme necessarie, dice, occorre «ristabilire la fisiologia democratica nel Paese», e «in questo la spinta dei progressisti sarà determinante»: «Quando i progressisti e la sinistra europea sono uniti vincono contro una destra conservatrice, nazionalista e retrogada». Ma questa non sarà la sola «spinta», stando a quella che è la strategia del leader del Pd.
ASSE PROGRESSISTI-MODERATI
Non è casuale la scelta di Bersani di ribadire dal palco del Ps (Hollande vinse le presidenziali francesi anche grazie al sostegno del centrista Bayrou) nel giorno in cui si discute del manifesto targato Montezemolo e sottoscritto da personalità come Riccardi, Bonanni, Olivero, che per lui rimane strategico un asse tra progressisti e moderati. Quello che però non va fatto, per il leader Pd, è coinvolgere l’attuale premier in operazioni politiche finalizzate alla sfida del 2013. «Sul tema, Monti consiglierei di non metterlo nella mischia», risponde ai giornalisti che gli domandano un commento sull’appello di cattolici e moderati per una riconferma del presidente del Consiglio, che per Bersani «è sicuro che alla Bocconi non ci torna». Quanto al manifesto montezemoliano, «queste formazioni, queste personalità, cercano di costruire un’offerta politica centrale, è una cosa che va assolutamente seguita con attenzione. Noi stiamo organizzando le forze progressiste e abbiamo sempre detto che siamo disposti a un dialogo costruttivo».
PRIMARIE APERTE
Bersani insomma guarda già alle politiche di primavera, che dovranno «chiudere definitivamente la lunga stagione populista», e se parla delle primarie è per rivendicare la scelta di farle aperte, approvando anche una deroga allo statuto del partito, perché «il successo delle primarie porterà il successo nelle elezioni politiche» dice, proprio «come è successo in Francia». «Ascoltatemi bene: sono io, il segretario del Pd, che ha deciso di affidare la scelta del candidato premier alla coalizione e agli elettori, perché convinto che servono segnali forti. Il Pd ha deciso di non chiudersi nelle formule tradizionali del Pd e fare primarie aperte per scegliere il candidato premier. Io ho deciso di aprire la competizione a un altro candidato e l’ho fatto nella convinzione che la situazione che si è creata tra le istituzione e i cittadini richiede dei messaggi forti».
Renzi dall’Italia polemizza sulle regole adottate e ironizza: «Quelle francesi sono più semplici delle nostre, se le faccia raccontare». Bersani non ci pensa a replicare. E lunedì farà tappa a Firenze, per una visita all’azienda Selex Elsag. I lavoratori gli hanno chiesto di fermarsi a pranzo. L’appuntamento è alla mezza all’interno della mensa aziendale.
l’Unità 27.10.12
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“Bersani e il senso della sfida alle primarie”, di Onofrio Romano
PARE CHE A SINISTRA IL DISCRIMINE FONDAMENTALE SI COLLOCHI TRA MODERATI E RADICALI. Tra coloro che indulgono, con diversi accenti, alle ricette montiane e quelli che premono per rompere gli argini del rigore e puntare sulla crescita, la redistribuzione del reddito, i diritti. Su quest’ultimo versante, poi, la gara al miglior offerente è spietata. Vi si rivede la scena di quel vecchio film di De Sica in cui il primo in elenco al «giudizio universale» afferma fiero: «Ho dato un milione ai poveri!». E Dio: «Perché non due?». La verità è che la ricetta in tasca non ce l’ha nessuno: si oscilla tra le chimere di un capitalismo tecno-soft e il ritorno ai fasti del vecchio welfare, buonanima.
Ma la sfida all’ordine del giorno è tutt’altra. Bisogna in prima istanza uscire da una lunga stagione nella quale si è puntato tutto sul motto «lasciar fare la società». Questo imperativo, funzionale agli interessi delle classi dominanti, ai padroni dei mercati (finanziari, innanzi tutto), è stato adottato senza indugi dalla sinistra. Pur nella buona fede. Ci siamo convinti, forse a seguito del trauma mai smaltito del socialismo reale, che il problema delle nostre società fosse la politica e che occorresse liberare le buone energie schiacciate sotto il suo peso eccedente. La politica andava recintata nel ruolo di regolatrice del traffico terrestre: da qui, la sostituzione della parola «governo» con l’inglesismo governance. Questa ideologia forte ed egemonica equivale al suicidio stesso della sinistra ed è stata interpretata paradossalmente anche dai suoi settori più radicali. Quale ne è il risultato? Il Sud è sempre più a Sud. I deboli sono sempre più deboli. Non sono affatto lasciati liberi di condurre il proprio gioco, in condizioni di generale equità. Mettere da parte la politica affinché i giovani precari, le donne, i lavoratori (dipendenti e autonomi) possano auto-organizzarsi ed esprimere il loro potenziale significa semplicemente lasciarli in pasto ai poteri forti, che al contrario sono organizzatissimi e ne fanno un sol boccone. È tutta «erba fresca al defoliante» come diceva il poeta.
Ripristinare l’idea stessa di una «politica organizzata» scrive Tronti deve essere il primo obiettivo di una sinistra che voglia tornare ad essere egemone. Sono i forti a mal sopportare le armature dell’organizzazione. I deboli hanno tutto da guadagnarci. Non è un caso che i bacini elettorali della sinistra si siano spostati rapidamente in questi anni dai quartieri periferici delle città alle vie del centro. Al contrario di quanto recitano le nostre pie illusioni, l’assenza della politica non permette ai deboli di diventare autonomi e protagonisti della scena. Quello che avviene nella realtà è tutt’altro: essi finiscono per consegnare tutte le loro speranze di cambiamento all’uomo della provvidenza che promette il cambiamento totale.
La liquefazione della società determina paradossalmente la solidificazione del potere attorno alla figura del leader carismatico. E un leader senza comunità politica è un pericolo per la democrazia, sempre, anche quando è armato delle migliori intenzioni, anche quando è «di sinistra». Egli non può fare altro che barcamenarsi tra le pressioni degli interessi e delle lobby che si esprimono direttamente, senza mediazioni. Così stando le cose, è impossibile cambiare alcunché. Il leader quando è «buono» non può fare altro che sparare «fuochi d’artificio» (festival, lustrini, best practice ecc.) a simulacro del cambiamento, senza alcuna possibilità di intervenire sui nodi strutturali che strozzano le esistenze delle persone.
La nostra Costituzione assegna ai partiti la funzione di «determinare» la politica nazionale. Ora, noi possiamo pensarla come ci pare sui partiti attualmente esistenti. Ma occorre per lo meno porsi una domanda: se togliamo di mezzo i partiti, chi determinerà la politica nazionale? Altri poteri, organizzati a esclusiva tutela dei propri interessi, non democraticamente sanciti o legittimati solo dal magnetismo carismatico. È per questo che è responsabilità di tutti invadere, occupare i partiti e pretendere che il collettivo torni ad essere sovrano sulla realtà.
Le primarie, soprattutto per come vengono svolte da noi, sono sempre uno strumento ambiguo e portatore in potenza di mille distorsioni. Ma qui siamo di fronte ad una sfida decisiva. Abbiamo l’opportunità di archiviare definitivamente il modello anti-politico e leaderista. Quel modello che tanto danno ha procurato al Paese negli ultimi vent’anni e che ha messo radici anche nel campo della sinistra. Abbiamo da un lato due «individui», che si ripropongono stancamente nel ruolo di supereroi in grado di «salvare il mondo» (come se non ne fossimo già stati ulcerati abbastanza), dall’altro chi promette di restituire lo scettro ad una comunità fatta di persone in carne ed ossa, di riportare il potere e la politica dentro una storia collettiva. Di popolo, ma aliena al populismo. Per questo è necessario dare forza a Bersani. Non a lui, personalmente, ma all’idea di politica che egli incarna. Su questo è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti coloro che sostengono un’idea di riscatto dei deboli. Anche di coloro che non si identificano nel Pd e ne trovano timida la piattaforma programmatica, reclamando maggiore coraggio e radicalità. Qui è in gioco la ricostruzione della comunità politica della sinistra, anche di quella che travalica il recinto della coalizione impegnata nelle primarie. Se la sinistra non torna a riconoscersi in una soggettività larga e di ampio respiro, sarà difficile per chiunque coltivare aspirazioni di cambiamento o anche solo trovare un luogo nel quale esprimerle e discuterle collettivamente. Questa è oggi la partita. Al Sud più che altrove. Renzi è Renzi. Vendola è Vendola. Bersani siamo noi.
l’Unità 27.10.12

Piumazzo (Mo) – Inaugurazione dell’Edificio Scolastico Temporaneo (EST) Scuola Primaria “A. Tassoni”

interveranno insieme al sottoscritto, Silvia Zetti, Dirigente dell’Istituto Comprensivo “A. Pacinotti” di Castelfranco Emilia, Manuela Ghizzoni Onorevole, Elena Malaguti Assessore Istruzione, Politiche Giovanili e Cultura della Provincia di Modena, Manuela Manenti Responsabile Unico del Procedimento Struttura Tecnica del Commissario Delegato, Antonio Ligori Direttore dei Lavori – Finanziaria Bologna Metropolitana S.p.A., Fausto Roncarati, Presidente ArciSpazio ASD di Piumazzo e Remo Dondi, Presidente Cooperativa Ricreazione Cultura e Sport di Piumazzo. Alle ore 15,45 è previsto il taglio del nastro, sarà possibile visitare l’edificio scolastico. Invito fin da ora all’inaugurazione tutte le famiglie, i docenti e gli operatori scolastici.

"TFR, stop alla ritenuta degli statali", di Francesco Grignetti

Tremonti era stato impietoso, con le sue ultime Finanziarie. Tra le altre cose, aveva colpito le liquidazioni dei pubblici dipendenti, prevedendo una “rivalsa” a carico dei dipendenti pari al 2,5% della base contributiva. In pratica Tremonti aveva cambiato d’autorità i conteggi del Tfr. E ogni dipendente pubblico ci rimetteva in media 1000 euro. È intervenuta però la Corte Costituzionale, qualche giorno fa, a dichiarare illegittima questa norma.
Ieri il governo ne ha dovuto prendere atto, licenziando un decreto legge e annunciando un prossimo dpcm (un decreto della presidenza del consiglio dei ministri) che riguarderà la restituzione delle somme trattenute ai dipendenti, come magistrati e alti dirigenti ministeriali, che s’erano visti trattenere il 5% o il 10% dello stipendio a seconda se il lordo superava i 90 o i 150mila euro. Quest’ultimo dpcm è atteso nel giro di due o tre mesi al massimo; prevederà una spesa di circa 300 milioni di euro e sarà finanziato con tagli ai ministeri.
Il decreto legge dà attuazione a quanto prescrive la sentenza 223 della Consulta, la quale ha cancellato, come detto, il taglio nei conteggi delle liquidazioni. La soluzione del governo Monti è il ritorno per i dipendenti pubblici interessati (ossia tutti quelli assunti prima del 2001) al cosiddetto Trattamento di Fine Servizio, che indubbiamente prevedeva conteggi migliori di quelli attuali del Trattamento di Fine Rapporto. E intanto qualche amministrazione (ad esempio il Dipartimento della pubblica sicurezza, ma anche Arma dei carabinieri e Gdf) aveva già annunciato con circolari che a partire da novembre si sarebbe tornati all’antico.
Ristabilendo le norme precedenti, insomma, lo Stato restituirà a suoi dipendenti quanto è stato tolto dal gennaio 2011 a oggi. Al momento di andare in pensione, la liquidazione sarà calcolata come se quel taglio non fosse mai avvenuto. Ed è stato stimato che questo ripristino delle vecchie norme costerà 3,8 miliardi al bilancio dello Stato. Ciò non significa però che il governo dovrà trovare su due piedi l’intera cifra: la gran parte della restituzione è un problema del futuro. Anche se poi esiste un problema fiscale, a cascata, di non facile risoluzione, perché l’imponibile di questi lavoratori era stato decurtato ingiustamente e se ora dev’essere sospesa la “rivalsa”, a restituirla cambierebbero anche i conteggi delle imposte del 2011 e 2012.
La Cgil, che non aveva mai digerito quell’intervento di Tremonti, ieri non ha mancato di polemizzare. «I tecnici che allora decisero il provvedimento sulla trattenuta del Tfr per i dipendenti pubblici sono gli stessi che adesso sono costretti a fare marcia indietro. Possibile quindi che «questi tecnici rimangono, ora come allora, sempre al loro posto?», si chiede il responsabile dei Servizi pubblici della Cgil nazionale, Michele Gentile. «Quando nel 2010 si fece l’operazione sul trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici, giudicato recentemente incostituzionale dalla Corte costituzionale, dicemmo allora che era frettolosa, sommaria, superficiale e di dubbia legittimità», ricorda. E ora? «I tecnici che allora la compilarono, giudicandola legittima, sono gli stessi che oggi sono costretti ad una clamorosa retromarcia, provvedendo alla sua cancellazione. Occorre leggere bene il decreto legge varato in tutta fretta dal governo ma con tutta evidenza appare una autocritica ad una norma sbagliata. Ma la domanda è: possibile che i tecnici, ora come allora, rimangono sempre al loro posto?».
La Stampa 27.10.12

"Gli studenti contestano i partigiani. Così si cancella la nostra memoria", di Vincenzo Cerami

Due forme di follia si sono manifestate dentro la scuola Giulio Cesare di Roma. Una l’altro giorno, quando alcuni giovani neofascisti hanno compiuto il loro raid presentandosi con tutto l’armamentario iconografico mussoliniano, e l’altro ieri quando gli studenti in assemblea non hanno permesso agli anziani partigiani dell’Anpi di solidarizzare con loro in nome dell’antifascismo. L’impressione che se ne ricava è che tutti i ragazzi coinvolti hanno un senso distorto della storia. Nessuno capirà mai com’è possibile che nel 2012 possa ancora esserci qualcuno che, soprattutto tra i giovani, ha nostalgia di un’epoca così lontana, inattuale e oltretutto nefasta. Così com’è altrettanto assurda l’ignoranza di quegli studenti che nella Resistenza identificano una specifica fazione politica. Non sanno che i partigiani non hanno un colore e che la loro bandiera sventola sulle tombe di tanti eroi caduti per la libertà, cattolici, repubblicani, socialisti, comunisti e cittadini che non avevano mai avuto a che fare con la politica. La nostra Costituzione è nata proprio dal loro estremo sacrificio. E l’orizzonte della Resistenza è più vasto di quello delle ideologie e dei partiti.
È più che mai comprensibile che in questo momento in cui la politica è al centro dell’attuale degrado del Paese, gli studenti si dichiarino «senza nessun colore» (e per questo nei giorni passati hanno indossato una maglietta bianca), ma ieri hanno sbagliato a non accogliere dentro la scuola proprio coloro che hanno dato loro il diritto di riunirsi in assemblea liberamente, come non era possibile durante il fascismo. Devono a queste persone affetto e rispetto, oltre che gratitudine. I partigiani non possono non essere democratici, visto che a loro si deve la democrazia. Invece sono stati rifiutati.
Gli studenti hanno giustamente reagito alla violenza nazifascista dei giorni scorsi, ma è ingiusto non aver accettato la solidarietà e l’amicizia dei partigiani. C’è da chiedersi come mai questo è accaduto. Forse perché oggi in Italia la politica ha invaso tutto, sta facendo marcire i valori e ha inquinato gli sguardi. L’Associazione nazionale partigiani è vista con diffidenza dalle nuove generazioni, viene scambiata per un centro di potere, per un partito che cerca di farsi pubblicità allo scopo di raccogliere consensi elettorali. Invece è tutt’altro, vuole solo che il tempo non cancelli la memoria nei cittadini, per scongiurare il pericolo di ritrovarsi a convivere con i bravacci armati di catene, di gagliardetti con il teschio inciso, di sinistre e minacciose svastiche.
La Stampa 27.10.12

"La Protezione incivile di capitan Bertolaso", di Francesco Merlo

Si era nascosto il coraggioso Bertolaso. E ora che lo abbiamo tirato fuori dal buco non riesce ad ammettere che è stato lui a disonorare i sette scienziati della “Grandi Rischi”. Si tira da parte: sono affari vostri. . Quattro parole in rete, per fingersi perseguitato. Neppure un accenno di scuse agli scienziati condannati dal giudice dell’Aquila per avere asservito la verità del terremoto ai suoi interessi di governo, alla sua voglia irresponsabile di tranquillizzare gli aquilani imbrogliandoli. a spavalderia è la stessa che Bertolaso esibiva sulle macerie quando si vestiva da guerrigliero geologico, da capitano coraggioso, gloria e vanto del berlusconismo, con certificati ammiratori a sinistra. Ma i testi delle telefonate che, in rete su repubblica. it, ora tutti vedono e tutti giudicano, lo inchiodano al ruolo del mandante morale. Quel «nascondiamo la verità», quel «mi serve un’operazione mediatica», quel trattare gli scienziati, i massimi esperti italiani di terremoti, come fossero suoi famigli, «ho mandato i tecnici, non mi importa cosa dicono, l’importante è che tranquillizzino », e poi i verbali falsificati…: altro che processo a Galileo! E’ Bertolaso che ha reso serva la scienza italiana.
Più passano i giorni e più diventa chiara la natura della condanna dell’Aquila. Non è stato un processo alla scienza ma alla propaganda maligna e agli scienziati che ad essa si sono prestati. E innanzitutto perché dipendono dal governo. Sono infatti nominati dal presidente
del Consiglio come i direttori del Tg1 e come gli asserviti comitati scientifici dell’Unione sovietica. In Italia la scienza si è addirittura piegata al sottopotere, al sottosegretario Bertolaso nientemeno, la scienza come parastato, come l’Atac, come la gestione dei cimiteri. Dunque è solo per compiacere Guido Bertolaso, anzi per obbedirgli, che quei sette servizievoli scienziati sono corsi all’Aquila e hanno improvvisato una riunione, fatta apposta per narcotizzare.
Chiunque ha vissuto un terremoto sa che la prima precauzione è uscire di casa. Il sisma infatti terremota anche le nostre certezze. E dunque la casa diventa un agguato, è una trappola, può trasformarsi in una tomba fatta di macerie. In piazza invece sopra la nostra testa c’è il cielo che ci protegge. Ebbene all’Aquila, su più di trecento morti, ventinove, secondo il processo, rimasero in casa perché tranquillizzati dagli scienziati di Bertolaso. E morirono buggerati non dalla scienza ma dalla menzogna politica, dalla bugia rassicurante.
Purtroppo il nostro codice penale non prevede il mandante di un omicidio colposo plurimo e Bertolaso non era imputato perché le telefonate più compromettenti sono venute fuori solo adesso. E però noi non siamo giudici e non dobbiamo attenerci al codice. Secondo buon senso Bertolaso è moralmente l’istigatore dei condannati, è lui che li ha costretti a sporcarsi con la menzogna. Tanto più perché noi ora sappiamo che questi stessi scienziati avevano previsto l’arrivo di un’altra scossa mortale, nei limiti ovviamente in cui la scienza può prevedere le catastrofi. Ebbene, il dovere di Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva era quello di dare l’allarme. Gli scienziati del sisma sono infatti le sentinelle nelle torri di avvistamento, sono addestrati a decifrare i movimenti sotterranei, sono come i pellerossa quando si accucciano sui binari. Nessuno si sogna di rimproverarli se non “sentono” arrivare il terremoto. Ma sono dei mascalzoni se, credendo di sentirlo, lo nascondono.
Il processo dell’Aquila dunque è stato parodiato. E quell’idea scema che i giudici dell’Aquila sono dei persecutori che si sono accaniti sulla scienza è stata usata addirittura dalla corporazione degli scienziati. Alcuni di loro, per solidarizzare con i colleghi, si sono dimessi, lasciando la Protezione Civile nel caos, proprio come Schettino ha lasciato la Concordia. Il terremoto in Italia è infatti una continua emergenza: giovedì notte ne abbiamo avuto uno in Calabria e ieri pomeriggio un altro più modesto a Siracusa. Ebbene gli scienziati che sguarniscono le difese per comparaggio con i colleghi sono come i chirurghi che scioperano quando devono ricucire la ferita. Ma diciamo la verità: è triste che gli scienziati italiani si comportino come i tassisti a Roma, forze d’urto, interessi organizzati, cecità davanti a una colpevolezza giudiziaria che può essere ovviamente rimessa in discussione, ma che non è però priva di senso, sicuramente non è robaccia intrusiva da inquisizione medievale. Insomma la sentenza di primo grado può essere riformata, ma non
certo perché il giudice oscurantista ha condannato i limiti della scienza nel fare previsioni e persino nel dare spiegazioni.
E il giudice dell’Aquila è stato sobrio. E’ raro in Italia trovare un magistrato che non ceda alla rabbia, alla vanità, al protagonismo. Ha letto il dispositivo della sentenza, ha inflitto le condanne e se n’è andato a casa sua come dovrebbero fare tutti i magistrati, a Palermo come all’Aquila. Pochi sanno che si chiama Marco Billi. Non è neppure andato a Porta a Porta per difendersi dall’irresponsabile travisamento che ai commentatori frettolosi può essere forse perdonato, ma che è invece imperdonabile al ministro dell’Ambiente Corrado Clini, il quale ha tirato in ballo Galileo e ci ha tutti coperti di ridicolo facendo credere che in Italia condanniamo i sismologi perché non prevedono i terremoti, che mettiamo in galera la scienza, che continuiamo a bruciare Giordano Bruno e neghiamo che la Terra gira intorno al Sole. Il ministro dell’Ambiente è lo stesso che appena eletto si mostrò subito inadeguato annunziando che l’Italia del referendum
antinucleare doveva comunque tornare al nucleare. Poi pensammo che aveva dato il peggio di sé minimizzando i terribili guasti ambientali causati dall’Ilva di Taranto. Non lo avevamo ancora visto nell’opera brechtiana ridotta a battuta orecchiata, roba da conversazione al Rotary, da sciocchezzaio da caffè. E sono inadeguatezze praticate sempre con supponenza, a riprova che c’è differenza tra un tecnico e un burocrate. In Italia puoi scoprire che anche il direttore generale di un ministero non è un grand commis di Stato ma un impiegato di mezza manica.
So purtroppo che è inutile invitare personaggi e comparse di questa tragica farsa ad un atto di decenza intellettuale, a restituire l’onore alla ricerca, alla scienza e alla giustizia, e a risalire su quelle torri sguarnite della Protezione Civile senza mai più umiliarsi con la politica. A ciascuno di loro, tranne appunto al dimenticabile Bertolaso che intanto si è rintanato nel suo buco, bisognerebbe gridare come a Schettino: «Torni a bordo…».
La Repubblica 27.10.12

"Università. Tasse più care, rialzo del 7% dal 2011", di Eleonora Di Prete

I costi delle università italiane sono aumentati del 7% rispetto al 2011 e i più penalizzati, paradossalmente, risultano gli studenti rientranti nelle categorie di reddito più basso. A rivelarlo è un’indagine di Federconsumatori che, per il terzo anno consecutivo, propone un’analisi sulle tasse imposte dagli atenei italiani. Partendo dall’esame delle rette annuali pagate da cittadini che rientrano in fasce di reddito standard e svolgendo i calcoli secondo modelli e formule indicati dagli atenei stessi, il risultato è che l’istruzione universitaria quest’anno costa in media 70,68 euro in più alle famiglie italiane.
Considerando la media nazionale, per la prima fascia di reddito (fino a 6.000 euro) l’aumento è dell’11,3%; segue il 10% in più pagato dagli studenti che appartengono alla seconda fascia (fino a 10.000) e il 2,8% per chi fa parte della terza (fino a 20.000). I costi per la penultima (fino a 30.000) e per l’ultima fascia sono aumentati rispettivamente dell’1,1% e del 5,5%.Le tasse più salate sono imposte dalle università del Nord Italia, le quali – rispetto alla media nazionale – costano dall’8,40% in più (per la fascia più bassa) ad un massimo del 30,42% in più considerando gli importi massimi.
Il divario tra Nord e Sud resta elevato: le università del Sud Italia richiedono spese inferiori del 16,7% per la prima fascia e del 44,3% per la fascia più alta.
Parma mantiene il primato dell’Università con la retta più alta: le tasse annuali minime sono di 931,92 euro per le Facoltà umanistiche e di 1.047,74 euro per quelle scientifiche. Tasse elevate, soprattutto se si considera – fa notare Federconsumatori – che si riferiscono a redditi bassi.
Seguono Milano, con un contributo medio annuo di 769,50 euro per la prima fascia, e Verona che, per gli appartenenti alla fascia più bassa prevede mediamente tasse annuali che si aggirano intorno ai 644,12 euro.
Nell’analisi, infine, si considera anche l’incidenza dell’evasione fiscale, visto che il calcolo delle tasse universitarie si basa sulla dichiarazione dei redditi. «Questo fenomeno, unito alla diminuzione degli investimenti destinati alla pubblica istruzione, sta facendo crescere progressivamente il numero di studenti che rientrano nelle fasce più basse, provocando una diminuzione delle risorse da distribuire. – osserva Federconsumatori – Ad essere penalizzato sarà chi ha davvero bisogno di usufruire dell’istruzione pubblica senza spendere una fortuna. Sono infatti numerose le famiglie monoreddito di lavoratori autonomi che rientrano nella seconda fascia Isee considerata (reddito fino a 10.000 Euro) e che quindi pagano contributi relativamente bassi».
«In questo modo il figlio di un operaio specializzato finisce per pagare imposte superiori a quelle che vengono richieste al figlio di un orafo o di un pellicciaio», conclude Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori.
da dazebao.org

"I titoli di coda di un film finito", di Michele Prospero

La condanna alla fine è arrivata, ed è molto pesante. Ma non si dica che a porre termine alla controversa carriera politica di Berlusconi sono stati i giudici con un perverso accanimento su un potente in disgrazia. La infelice epoca del caimano si era conclusa da tempo e con ben impressi i segni inequivoci di un fallimento, completo e senza appelli. Il fiasco dell’imprenditore che giocava a fare lo statista sulla pelle del Paese è stato clamoroso.
Al punto che la sentenza penale rischia persino di attutire il senso storico della amara vicenda. La condanna dei giudici potrebbero oggi fare da velo al necessario bilancio critico da trarre a proposito della regressiva contaminazione di pubblico e privato, Stato e azienda che è la ragione non ultima del declino economico, sociale e culturale dell’Italia.
Poiché in giro ci sono già altri imprenditori che scalpitano per ripetere le poco eroiche gesta del Cavaliere, esibendo magari una fedina penale immacolata, occorrerebbe scolpire nelle drammatiche cronache di queste ore la reale portata storica della comparsa e del declino di Berlusconi: un imprenditore che conquista il potere conduce ben presto alla rovina ogni indice di rendimento istituzionale perché nella sua condotta difetta strutturalmente di ogni orizzonte statuale. Un uomo d’affari che con un partito neopatrimoniale prende in appalto lo Stato azzera ogni differenziazione funzionale tra diritto e interessi, tra politica e affari, tra burocrazia e speculazione, tra informazioni riservate e calcoli redditizi.
L’uscita di scena del Cavaliere ha un significato paradigmatico perché recita il de te fabula narratur per ogni pretesa, che di nuovo pare affiorare nelle menti calcolatrici di altri grandi capitalisti, di ripetere anche loro l’ebbrezza di una lista personale, con dentro esponenti di spicco raccolti nella trama della società civile, per prendere in mano le leve del comando politico in modo tale da gestire l’amministrazione in nome di una terza Repubblica che realizzi il liberismo preso sul serio. Il tempo di imprenditori prestati alla politica ha già procurato immani danni, riciclare il formato del continuum governo-affari con nuovi personaggi e interpreti sarebbe semplicemente un accanimento diabolico.
Cosa combinerà adesso Berlusconi? La nota dell’altro giorno, in cui annunciava di non ricandidarsi, abbozzava un ritiro pacato usando all’occorrenza il tono dello statista distaccato. Ora sta già riaffiorando il Berlusconi più consueto, quello che minaccia fuoco e tempesta, che giura, spergiura e fa la vittima. Gli sono certo rimasti in mano denaro e media che non sono poca roba ma, spiegava Machiavelli, le «fortezze» da sole non bastano al politico. Il Cavaliere ha perso in modo irreparabile il consenso e quindi tutte le «fortezze» che gli restano in possesso non assicurano la possibilità della resistenza e devono essere poste al servizio di altri capi. E qui il discorso si complica. Che Berlusconi possa essere affascinato per motivi esclusivamente politici al prolungamento nel tempo della sua creatura è da escludere in maniera categorica. Un soggetto politico che si presenti davvero con una vita e una cultura autonoma non lo attraggono proprio. Se non servono per sostenere le sue particolari esigenze (aziendali, giudiziarie) le organizzazioni politiche non lo riguardano da vicino.
Anche nel suo abbandono dello scettro Berlusconi ha confermato un antico atteggiamento proprietario. Ha indicato lui la data, lo strumento, il gioco. Il partito, il suo statuto non hanno alcun significato vincolante. Sapendo assai bene che i suoi mitici sondaggi lo davano da tempo per spacciato, il Cavaliere tenta di preservare comunque una pattuglia di fedeli. Se avesse avuto un disegno politico di un qualche spessore, avrebbe approfittato di questo fase lunga di tregua per disegnare su altre basi un assetto bipolare, in grado di garantire alla sua destra smarrita una capacità di sopravvivenza. Dinanzi ai segnali lampanti di smottamento del sistema, qualsiasi politico con un minimo di capacità di previsione dei comportamenti avrebbe affrontato di petto la situazione e cercato in fretta un possibile punto di appoggio nella modifica della legge elettorale. Solo il doppio turno avrebbe assicurato alla destra un briciolo di futuro per proporsi come altro polo rispetto a quello raccolto dalla sinistra.
Nella certezza della inevitabile sconfitta, il congegno alla francese avrebbe comunque garantito ai suoi colonnelli di presidiare lo spazio politico di destra che ora è in via di frantumazione ed espugnato con una facilità imbarazzante dalle ondate di antipolitica guidate dal comico. Berlusconi non è stato in grado di gestire la ritirata, perché non ha una visione politica che lo proietti oltre il marketing.
Continua però ad esserci in Italia una destra profonda, che è ancorata a stati d’animo e a interessi forti. Le grandi manovre per nuove liste, per la regia di nuovi imprenditori che ipotizzano l’apertura di un comodo territorio di caccia sembrano avere un difetto di realismo. Il consenso che nel ventennio ha circondato Berlusconi, e che ora si disgrega in fretta avvolto nella disperazione, non è destinato nell’immediato ad affluire verso i lidi di una destra moderata e con in dote le credenziali della responsabilità nella cultura di governo.
Nemmeno il centro ha le corde, il ceto politico e le idee per raccogliere un esercito rimasto orfano del capo e fornire una nuova leadership dopo quella carismatico-populista. La riorganizzazione di un soggetto politico della destra abbraccia un interesse sistemico più generale, in quanto non può sussistere ad oltranza un quadro istituzionale precario in cui solo la sinistra vanta insediamento e strutture. Il sospetto è però che dal partito azienda non uscirà mai un partito politico e che pertanto l’assenza di un credibile competitore nel versante di destra lascerà a lungo spazio a dei fenomeni contagiosi di nomadismo, disarticolazione, antipolitica. Quale che sia la loro collocazione parlamentare, sui progressisti e sull’area moderata-costituzionale ricade il compito di garantire l’agibilità democratica del sistema. Che in questo clima surriscaldato si possa sopravvivere così sino ad aprile è davvero una grossa incognita. Il sistema potrebbe non reggere più. Di solito si concede all’avversario il tempo minimo per riorganizzarsi. Ma qui c’è il vuoto assoluto, come si stringono patti con i fantasmi?
L’Unità 27.10.12