Silvio Berlusconi ha offerto ieri l’immagine di un populismo pericoloso e impotente. La sua era un’ira incontenibile che minacciava ogni cosa – dal governo Monti fin qui sorretto dai voti del medesimo Berlusconi alla Costituzione italiana, dalle alleanze europee alla stessa moneta unica – ma che in realtà non aveva la forza di spostare neppure uno stuzzicadenti.
La parabola del Grande seduttore (e corruttore) contiene un voluminoso manuale di politica.
Dopo aver esercitato un potere politico così grande come non ebbe neppure De Gasperi, dopo aver fallito miseramente e trascinato l’intero Paese sull’orlo del baratro, dopo aver subito una dura condanna penale per una reiterata evasione fiscale (delitto tra i più gravi ai danni dei cittadini-contribuenti), il Cavaliere ha tentato di dire agli italiani che lui può ancora fare la guerra. Che Monti, i magistrati, l’establishment, gli avversari, i cittadini devono temere la sua ira, il suo spettro politico. Ma Berlusconi in realtà non è neppure in grado di togliere la fiducia al governo. È così il populismo: minaccia quando viene sconfitto, gioca al tanto peggio tanto meglio, esibisce il potere residuo come potenziale di autodistruzione. Del resto, anche il populismo al potere si cura più del consenso che della decisione, dell’autorità più che delle regole, e anzi forza le regole per preservare l’autorità.
Il populismo però è pericoloso anche quando perde. Perché inietta veleni. Perché altera il circuito democratico, che si fonda su una legittimazione delle istituzioni. Berlusconi invece ieri ha minacciato proprio questo: di sfasciare la casa comune. A cominciare dalla Costituzione, suo antico bersaglio. E non ha risparmiato l’Europa, accusando la Germania di una strategia deliberatamente anti-italiana e il governo Monti di subalternità al «nemico». In fondo, ieri, non facevano tanto impressione le parole della propaganda: ha detto che il governo avrebbe dovuto respingere il Fiscal compact dimenticando che, prima di Monti, Berlusconi firmò un accordo-capestro per l’Italia (unico Paese condannato al pareggio di bilancio nel 2013); ha detto che l’Imu va cancellata dimenticando che è stato proprio il suo governo ad introdurla e il fallimento della sua politica a renderlo così pesante per le famiglie; ha detto che l’Iva non va aumentata dimenticando che Tremonti l’aveva già fatto per salvaguardare i redditi alti, gli evasori e gli scudati. Del Cavaliere non colpivano neppure i violenti insulti contro i giudici che lo hanno reso cittadino al pari degli altri. Ciò che faceva impressione ieri era la rincorsa ad altri populismi, interni ed esterni, che segnano oggi la nostra crisi democratica e la drammatica posta in gioco. Il pericolo del populismo sta nel fatto che ha rotto gli argini della sfiducia e della paura. Sta nella debolezza della politica democratica, che non riesce a produrre decisioni in grado di generare politiche di equità, di uguaglianza, di sviluppo. E anche per questo non riesce a far circolare il sangue della partecipazione, del rinnovamento politico e generazionale. Stiamo rischiando la deriva, se non il baratro. Se non saremo capaci di uscire dalla seconda Repubblica al più presto, resteremo intrappollati nelle macerie. Se al Cavaliere nero seguirà ora un Cavaliere bianco, armato di un populismo diverso, cosa cambierà per le famiglie che pagano il prezzo della crisi, per i giovani esclusi dal lavoro, per i contribuenti tartassati perché tanti continuano a non pagare?
Berlusconi ha marcato ieri un isolamento rispetto a chi – Montezemolo, Casini, Riccardi – sta cercando di organizzare una nuova offerta politica nell’area moderata. Al di là dei suoi auspici di ricomposizione del centro-destra, la distanza è apparsa siderale. Ma purtroppo non è isolato il populismo di Berlusconi. Anzi, si sta diffondendo trasversalmente. E la competizione fra populisti sollecita il ribellismo anziché il cambiamento, l’invettiva anziché il lavoro di ricostruzione, la scorciatoia demagogica anziché le parole di verità sulle riforme necessarie.
Il Cavaliere non si candida a premier per il semplice fatto che quella carica è fuori dalla sua portata. Ma certo non si ritira, come l’Unità, con scettica prudenza, aveva sospettato nel giorno in cui molti cantavano le lodi. La sfida delle prossime elezioni resta intatta nella sua enorme portata: si deciderà se l’Italia è ancora uno dei grandi Paesi dell’Europa e se un’alleanza di progressisti e di moderati può mettere in agenda un cambiamento delle politiche economiche e sociali, in nome dei valori della Costituzione. I cittadini italiani potranno scegliere tra alternative politiche o saranno condannati all’emergenza gestita da tecnocrazie e oligarchie? Non è una domanda oziosa, e riguarda non solo le primarie del Pd e la sua proposta di governo, ma lo stesso lavoro di ricostruzione al centro.
La tentazione populista, bisogna dirlo con onestà e chiarezza, non risparmia nessuno. Chi vuole imboccare scorciatoie demagogiche nel confronto interno al centrosinistra e chi, nella competizione tra i moderati, non disdegna di imitare il Cavaliere inneggiando a slogan nuovisti o proponendo soluzioni carismatiche. Abbiamo già dato. L’Italia ha pagato un prezzo altissimo con Berlusconi. La soluzione non sta in un grillismo in doppiopetto che si vuole far sposare col montismo.
Oggi in Sicilia si vota. Sono elezioni importanti. Per i siciliani, innanzitutto, che vedono gli effetti della crisi moltiplicati da inefficienze e illegalità. Ma anche per il futuro del Paese. Nella ribellione Grillo si è guadagnato consensi: bisognerà farci i conti e non sarà facile. Tuttavia la partita cruciale è tra Crocetta (Pd) e Musumeci (Pdl): Berlusconi spera di avere una spinta per rilanciarsi.
L’Unità 28.10.12
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"Cura da cavallo per sanità "così i servizi sono a rischio", di Paolo Russo
La protesta dei medici ieri a Roma Nel 2010 sono stati tagliati alla Sanità 715 milioni, nel 2011 2,8 miliardi e nel 2012 3,8 miliardi Nel 2013 saliranno a 9,8 miliardi e nel 2014 a 14. Una cura da cavallo che in cinque anni di manovre ha fatto perdere ad Asl e ospedali la bellezza di 31 miliardi di euro. Numeri timbrati dalla Corte dei Conti che ieri hanno dato una spinta in più alla protesta dei 20 mila camici bianchi, operatori sanitari e semplici cittadini, scesi in piazza a Roma per protestare proprio contro le ripetute politiche di tagli alla sanità. Un filo rosso che i magistrati contabili hanno ricostruito a partire dal 2010 fino ad arrivare al 2014, quando per effetto della finanziaria targata Tremonti sugli assistiti ricadrà una mazzata da 2 miliardi tutta di aumenti dei ticket.
Le tabelle allegate alla relazione sulla legge di stabilità consegnata ai parlamentari delle commissioni Bilancio di Camera e Senato al termine dell’audizione segnano una escalation inarrestabile. Si parte con una sforbiciatina di 715 milioni nel 2010, che con l’effetto del trascinamento sommati ai successivi tagli diventano quasi 2,8 miliardi nel 2011 con la manovra dell’ultimo governo Berlusconi, che lievitano di un altro miliardo (3,8 in totale) nel 2012 con la spending review, che colpisce soprattutto la spese per beni e servizi. E il futuro è ancor meno roseo, con una dieta da 9,8 miliardi nel 2013, quando agli effetti delle vecchie manovre si aggiungono quelli della nuova legge di stabilità, fino ad arrivare nel 2014 alla somma record di 14 miliardi in meno rispetto al fabbisogno stimato dal documento economico finanziario del governo (Def), con una parte consistente affidata ai nuovi ticket previsti dalla Tremonti. Fatta la somma si arriva appunto ai 31 miliardi evocati ieri da buona parte dei leader dei vari sindacati di categoria, che hanno chiuso un corteo di camici bianchi come non se ne vedevano dal 2004.
«Una risposta forte all’aggressione che il nostro Servizio sanitario nazionale sta subendo», ha commentato la leader della Cgil, Susanna Camusso, mentre per Agostino Troise , a capo dei medici ospedalieri dell’Anaao «la manifestazione unitaria ha mostrato la consapevolezza di tutti che per la sanità è allarme rosso». Certo è che anche per i magistrati contabili la «riduzione indistinta del finanziamento del Ssn potrebbe produrre effetti indesiderati», «facendo perdere di rilievo alle modalità di determinazione degli eccessi di spesa e penalizzando le realtà più virtuose». Come dire che alla fine oltre agli sprechi si corre il rischio di tagliare anche servizi, soprattutto dove le cose funzionano e si è già raschiato il fondo del barile.
Un pericolo che la Corte dei Conti vede soprattutto per le forniture non solo di beni e servizi non sanitari, cose tipo pulizie o servizi di mensa ma anche per l’acquisto di apparecchiature complesse, come tac, risonanze e dispositivi medici vari. Sui beni e servizi non sanitari, specifica la relazione, i tagli apportati dalla spending review prima e dalla legge di stabilità ora prevedono riduzioni di spesa pari all’8% complessivo della spesa per questi servizi. Per i dispositivi medici le riduzioni sono invece equivalenti al 18% dell’intera spesa per tac risonanze e consimili nel 2013 e al 25% l’anno successivo. Percentuali in linea con gli sprechi rilevati da «mister forbici» Enrico Bondi. Ma secondo una prima ricognizione effettuata tra le aziende sanitarie dalla loro federazione, la Fiaso, Asl e ospedali non sembra ce la stiano facendo a spuntare ai loro fornitori quei mega sconti che le ultime manovre imporrebbero. Con la conseguenza che per far quadrare i conti si rischia di tagliare servizi e rinunciare all’acquisto di qualche macchinario. O perlomeno di dire addio a quelli più «tecnologici».
La Stampa 28.10.12
"Il vero fallimento della destra", di Guglielmo Epifani
In questi giorni, mentre in Parlamento si sta discutendo come cambiare la legge di stabilità per renderla socialmente più equa ed economicamente più sostenibile, molti istituti di ricerca e molte banche centrali sono al lavoro per cogliere da alcuni primi indicatori di tendenza italiani e tedeschi un possibile cambio di scenario del futuro economico che ci attende. Gli ultimi dati esaminati della congiuntura tedesca volgevano ad una previsione negativa, soprattutto per il calo della domanda europea. I nuovi, sui quali si sta ancora lavorando, si presentano più complessi da interpretare e questo forse può essere alla base di recenti dichiarazioni di speranza. Il professor Monti ha parlato di luce in fondo al tunnel, e lo stesso Mario Draghi si è espresso nello stesso modo. Naturalmente abbiamo bisogno tutti di vedere un po’ di luce dopo una crisi pesante, che è cambiata più volte, e che è destinata a produrre effetti ancora per lungo tempo, soprattutto nelle conseguenze sulla occupazione. Ma certo è che nella migliore delle ipotesi il rallentamento della discesa non vuole dire automaticamente invertire l’andamento profondo del ciclo né considerare superata la crisi. Ed anche che la tregua sui mercati dei debiti sovrani contiene in sé la possibilità di considerare superata la fase acuta dell’allarme ma anche la strada opposta, in relazione all’efficacia degli strumenti individuati in sede europea, alle ricorrenti divisioni tra la Germania e gli altri Paesi, e alla evoluzione della crisi della Grecia e della Spagna. Proprio per questo, è necessario riprendere il tema del bilancio economico e sociale dell’azione della destra nell’ultimo periodo della storia italiana e della seconda Repubblica. Fino ad ora ogni riflessione fatta ha riguardato il tema politico istituzionale, con un bilancio finale fondatamente critico. Ma la stessa cosa si può e si deve dire, anche e soprattutto, per come è cambiata in peggio la condizione della nostra economia, della nostra occupazione, della qualità della infrastrutturazione materiale e immateriale, e della condizione della nostra società. Il nostro declino morale e culturale è insieme causa ed effetto del declino materiale e produttivo del Paese, e tutto questo ha reso la nostra società più divisa, più ineguale e meno coesa. Due sono le responsabilità principali: l’assenza di qualsiasi progetto di politica industriale e degli interessi produttivi del Paese, sostituito da logiche lobbistiche e affaristiche; l’assenza di qualsiasi disegno di riforma ed efficienza del nostro sistema di welfare, sostituito da logiche corporative, da interessi mercantili di privatizzazione, e da una delegittimazione di fatto della funzione e responsabilità dei servizi pubblici, dalla scuola alla sanità. La crisi internazionale ha poi fornito l’alibi mancante, ed il travaso di responsabilità verso altri, giustificando l’inerzia di fronte al tracollo da parte dell’ultimo governo Berlusconi, e la situazione di sfacelo verso cui il Paese stava andando. Proprio la rimozione della crisi e delle sue conseguenze sul Paese segna l’atto più grave ed insieme più simbolico del fallimento del berlusconismo: la resa, il senso di impotenza, l’assenza di una qualsivoglia idea di fuoriuscita. E dà ragione all’urgenza di in progetto di una ricostruzione insieme economica, sociale e morale. Per chi si è battuto in questi anni contro questa deriva, denunciando per tempo i rischi del declino progressivo del Paese, e ha visto un attacco a diritti e condizioni del mondo del lavoro come mai nel passato, è tempo di cambiare senza gattopardismi e senza che si provi a continuare senza dirlo nella vecchia politica. Come non restare colpiti dal fatto che molti tra quelli che oggi plaudono alla fine di questa storia sono in realtà gli stessi che l’hanno sostenuta e difesa anche quando erano chiari gli errori e le conseguenze a cui si andava incontro? A questi il governo Monti ha offerto una via di uscita da imbarazzi e silenzi. Ma una classe dirigente si misura non con il metro della furbizia ma con la trasparente ammissione di un fallimento e di un errore fatto. Se si vuole, beninteso, cambiare e rinnovare sul serio.
L’Unità 28.10.12
"Perugia si mobilita contro i nostalgici di Mussolini", da l'Unità
Il sindaco di Perugia, Wladimiro Boccali, lo aveva definito «politicamente disgustoso», la presidente della Regione, Catiuscia Marini, aveva sottolineato che l’iniziativa è «in totale contrasto con la storia e la coscienza civile dell’Umbria e di tutto il Paese», il deputato umbro del Pd Walter Verini lo aveva segnalato al ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri: dopo le aspre polemiche che lo avevano preceduto, è cominciato ieri pomeriggio nel capoluogo umbro, dove proseguirà anche oggi, il convegno di studi dal titolo «Marciare su Roma».
«Devo annunciare ha messo le mani avanti il responsabile culturale dell’iniziativa, Pietro Cappellari, aprendo i lavori che questo non è un colpo di Stato e che non si vuole qui ricostituire nessun partito. Inoltre non si fa apologia di nulla perché noi rispettiamo le leggi sello Stato».
L’iniziativa è stata organizzata dal Comitato Pro 90/o anniversario della Marcia su Roma, avvenuta il 28 ottobre del 1922, e si svolge all’Hotel Brufani, da dove la Marcia su Roma era partita, 90 anni fa. All’esterno dell’albergo, nel centro storico della città, Eurochocolate con le sue decine di migliaia di visitatori e, ieri, poco lontano, un volantinaggio di Anpi, Cgil e organizzazioni studentesche «contro le celebrazioni della Marcia su Roma», con uno striscione con la scritta «Perugia antifascista». Una mobilitazione che dura da giorni e che vede impegnata tutta la Perugia democratica e antifascista. Solidarietà all’Anpi è stata manifestata con la presenza sotto la Fontana Maggiore dal capogruppo del Pd, Renato Locchi, l’assessore regionale Stefano Vinti, i segretari regionali e provinciali del Prc, Della Vecchia e Flamini, l’onorevole Valter Verini, il capogruppo comunale del Pd, Mearini, e il segretario della Cgil Mario Bravi. «Siamo feriti e costernati si legge sull’appello distribuito che per le strade di Perugia sino stati affissi dei manifesti per ricordare la Marcia su Roma, un evento simbolo della dittatura. Riproporla significa ricordare positivamente uno dei fatti sciagurati della storia nazionale».
Ma per il promotore dell’iniziativa Cappellari «sono polemiche politiche alle quali bisognerebbe dare una risposta politica, ma questo è un convegno culturale». «Mi dispiace che si parli tanto di questo convegno come attualità e non come riflessione storica. Io al massimo ha scherzato Cappellari, ricordando l’etimologia della parola “nostalgico” potrei essere nostalgico della mia maestra delle elementari, ma nulla di più».
Ieri la prima giornata è passata senza eccessive tensioni, decisamente surclassata come presenze dall’appuntamento dedicato al cioccolato. Più cioccolato che politica. A ricordare le gesta di Mussolini si sono ritrovate circa 60 persone, tra cui due consiglieri regionali del Pdl (Andrea Lignani Marchesani e Rocco Valentino). In platea qualche spilla pro Ventennio sui baveri dei più anziani. Prima dell’inizio del convegno Davide Fabbri, il pronipote di Benito Mussolini, si è presentato con uno striscione su cui aveva scritto: «Sanno solo tassare! La soluzione: su Roma marciare». Ma dal convegno è rimasto fuori.
Dal Pdl non sono mancate parole a difesa del convegno. «Se fatte con spirito di ricerca e approfondimento della storia, queste iniziative ampliano il fronte del dibattito e della ricerca», ha detto il deputato del Pdl Rocco Girlanda.
"La giustizia penale e il dolore delle vittime", di Luigi Manconi
La giustizia penale, che ha come compito l’accertamento e la repressione dei reati, può ignorare la sofferenza e i corpi straziati delle vittime? Può essere indifferente rispetto alle domande di risarcimento materiale e immateriale dei sopravvissuti? Sono domande che attraversano la discussione pubblica dopo sentenze come quella per l’incendio alla Thyssen-Krupp o quella per il terremoto in Abruzzo. Partendo da quest’ultima, in un editoriale su Avvenire di mercoledì scorso, Marco Olivetti indica quali sono, a suo avviso, le deformazioni dell’amministrazione della giustizia ma, prima ancora, del funzionamento di uno Stato di diritto. Olivetti segnala tre tendenze negative di cui il verdetto dell’Aquila sarebbe espressione e, allo stesso tempo, fattore di incentivazione:
1) «la dilatazione senza limiti della sfera della giustizia penale che assorbe qualsiasi altro tipo di controllo. Se anche si ammettesse che i membri della Commissione Grandi rischi siano responsabili di una qualche forma di negligenza, la giustizia penale dovrebbe essere comunque l’extrema ratio».
2) La «estensione proteiforme» della nozione di responsabilità, anche in sede civile: «in questo contesto nessuno è certo che un qualsiasi suo comportamento non produca danni a terzi, specie a fronte di professioni (si pensi a quella medica) intrinsecamente connesse a possibili effetti dannosi di azioni o omissioni umane».
3) L’affermarsi di «una concezione della giustizia penale che mette al centro le vittime, invece della funzione statale di repressione oggettiva dei reati». La conseguenza di tutto ciò sarebbe progressivo slittamento del nostro Stato di diritto verso uno «Stato di giustizia», dove verrebbero soddisfatte le domande di equità e di risarcimento di vittime e gruppi sociali deboli, sostenuti da movimenti di opinione: e non verrebbero rispettati, invece, i principi classici del processo penale, come la «legalità, prevedibilità, stretta causalità, responsabilità personale».
Come si vede, quella esposta da Olivetti, è una sistematica analisi critica dell’amministrazione della giustizia in Italia e delle forzature e storture cui è sottoposto il diritto. È una diagnosi assai interessante, che merita di essere discussa e, a sua volta, sottoposta a critica.
Sul punto 1, il mio accordo è incondizionato: di pan-penalismo si parla ormai da decenni e, da decenni, si stigmatizza il ricorso esorbitante alla norma penale e per qualificare atti e comportamenti altrimenti sanzionabili, e per reprimere penalmente (in specie con la detenzione) qualsiasi fatto che corrisponda a un illecito. Dunque, non c’è il minimo dubbio che la giustizia penale, lungi dall’essere utilizzata come extrema ratio, viene costantemente applicata ai più diversi campi della vita sociale. Anche la questione della abnorme estensione del concetto di responsabilità è, in astratto, condivisibile. Ma nei fatti e nelle concrete circostanze di eventi luttuosi la responsabilità individuale per gli «effetti dannosi di azioni od omissioni umane» non può essere elusa.
Prendiamo due esempi evocati da Olivetti. L’incendio alla Thyssen-Krupp e le conseguenze di errori e colpe in materia sanitaria. Nel primo caso, la responsabilità appare ben definita e ben circoscritta, corposamente e materialmente riconoscibile e documentabile (si può discutere, eventualmente, se si tratti di dolo o colpa) una volta accertato il nesso causale tra l’evento letale e il mancato rispetto delle norme a tutela della sicurezza sul lavoro. Chi altri, se non proprietà e management, è responsabile di quel mancato rispetto? E, nel caso specifico, l’eventualità dell’incendio non era semplicemente un’ipotesi virtuale, bensì una conseguenza probabilisticamente plausibile dello stato in cui si trovavano gli stabilimenti; e degli atti, concreti e diretti, volti a ridurre per ragioni economiche le misure di sicurezza e a non rimuovere i fattori di rischio.
E questo vale anche per le professioni, come quella medica, dove la responsabilità relativa ad azioni e omissioni è messa alla prova costantemente. Massima cautela e ricorso a parametri scientifici di valutazione soprattutto nell’accertamento del nesso causale tra condotta umana ed evento, ma non si può ignorare che alcune professioni proprio perché ad altissimo tasso di responsabilità esigano il massimo senso di consapevolezza.
Descrivo uno scenario: quello del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, tra il 31 luglio e il 4 agosto 2009. Osserviamo un uomo, legati i polsi e le caviglie, immobilizzato in uno stato di totale abbandono terapeutico. Attorno al suo letto per 82 ore (è quanto dura la sua agonia) si muovono 12 infermieri e 6 medici. È possibile sottrarre ciascuno di essi sì ciascuno di essi a una chiamata individuale di responsabilità? E quelle «azioni e omissioni umane» verificatesi in quel reparto psichiatrico (contenzione per un tempo irragionevolmente lungo e omissione di cura ma anche di nutrizione nei confronti di un ricoverato coatto) non configurano, forse, una fattispecie penale?
Infine, la questione più delicata: non c’è dubbio che la giustizia penale si fonda sulla «funzione statale di repressione oggettiva dei reati», ma immaginare che ciò escluda, o metta ai margini, la figura della vittima, mi sembra una conseguenza indebita. Assegnare alle vittime la giusta collocazione nel processo penale non significa in alcun modo come scrive Olivetti affidare «ai privati il diritto di farsi giustizia da sé» enfatizzando «elementi di vendetta, più o meno primitivi». Certo, la giustizia penale deve accertare reati, ma quei reati, oltre a violare norme e a causare disordine sociale, hanno prodotto lesioni su terzi. E, dunque, il diritto dei terzi (le vittime) a quel risarcimento che è la sanzione degli autori di reato, non può essere escluso dallo spazio del processo: anche per chi ritiene che il diritto penale debba essere soprattutto una «Magna Charta del reo».
In altre parole, in presenza di un «reato con vittima», la personalità giuridica, ma anche la corporeità di quest’ultima, è componente necessaria della dialettica processuale: e la sanzione del reato, quando vi sia, ha conseguenze che direttamente la riguardano. Dimenticarlo è un’offesa alle vittime, e al diritto.
l’Unità 287.10.12
"Addio al divorzio breve altra promessa tradita", di Maria Novella De Luca
Più che una legge, il fantasma di una legge. Appare, scompare, non viene mai discussa e tutto resta com’è. Milioni di italiani la aspettano da decenni, eppure la legge sul divorzio breve già pronta nel giugno scorso, è di nuovo scomparsa dal calendario dei lavori parlamentari. Missing. Inabissata nella lunga lista di testi di legge che non approdano mai alla discussione in Parlamento. E guarda caso, commenta amara Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera, «si tratta quasi sempre di temi che riguardano i diritti civili o i diritti delle donne». La formula è semplice: “N. C.”, basta non calendarizzare, e quella legge scompare, per anni e anni, in una nebbia di rinvii e di rimandi di cui si perde traccia. Ed è questo il destino, sembra, del cosiddetto “divorzio breve”, disegno di legge che punta ad accorciare i tempi della separazione, da tre a due anni in presenza di minori e da tre anni a anno se nella coppia non ci sono figli. Una rivoluzione per il nostro paese, dove per un divorzio “medio” cioè consensuale ci vogliono quasi 5 anni, due sentenze, due avvocati e un fiume di soldi.
Così da ieri per denunciare il nuovo rischio di oblio della legge, i radicali della “Lega per il divorzio breve” hanno iniziato uno sciopero della fame, sostenuti da coppie e cittadini che da anni aspettano di poter sciogliere il proprio matrimonio. Spiega Rita Bernardini: «È evidente che c’è un veto da parte delle gerarchie ecclesiastiche, che fanno leva su alcune forze politiche perché la conferenza dei capigruppo rinvii, sine die, la discussione della legge. E molti partiti incredibilmente temono ancora oggi di spaccarsi su un tema come il divorzio, ma forse si vergognano di ammetterlo. L’assemblea però si deve esprimere, avendo il coraggio di dire un sì o un no. Questa legge era stata calendarizzata: perché è stata cancellata dall’ordine del giorno e fatta scomparire? ». Chissà, forse c’è chi pensa che «42 anni siano ancora troppo pochi per modificare la legge sul divorzio» conclude sarcastica l’esponente radicale. In effetti dall’approvazione nel 1970, passando per il referendum del 1974, i tempi delle separazioni sono stati modificati soltanto una volta, nel 1987, passando da cinque e tre anni.
Nel 2003 la legge sul divorzio breve era riapprodata a Montecitorio, ma subito affossata da Lega e Udc, con presidente della Camera Pierferdinando Casini. Poi soltanto tentativi falliti.
«Eppure questa volta dopo un lungo lavoro di mediazione e la stesura di un testo davvero moderato e attento, eravamo convinti di arrivare alla discussione » dice Giulia Bongiorno. Invece… «Invece credo che l’Italia stia per ricevere dall’Europa la maglia nera per i diritti civili. Sono cattolica, credente, ma so che le resistenze arrivano da lì, da quel mondo, da chi crede erroneamente che il divorzio breve potrebbe minare l’unità della famiglia. Ma da penalista vedo invece che è proprio dai tempi lunghi che nascono sofferenze e problemi». E la deputata di Fli ricorda quante leggi sui diritti civili si sono arenate: il diritto della madre a mettere alla nascita il proprio cognome al figlio, o la bocciatura sull’omofobia, «il cui testo da quattro anni torna in commissione».
Aggiunge Guido Paniz, avvocato, ex leader dei padri separati, deputato Pdl e relatore del testo sul divorzio breve: «Sono veramente sconfortato. Da mesi chiedo perché legge sia scomparsa dal calendario, ma dalla conferenza dei capigruppo soltanto risposte evasive. La verità è che molti partiti a cominciare dal mio sono spaccati, e più sensibili ai richiami di Oltretevere che ai bisogni dei cittadini». E poi, incalza Paniz, «faccio l’avvocato da decenni e so per esperienza che quando si è deciso di divorziare non si torna indietro, qualsiasi siano i tempi della separazione». Diego Sabatinelli, segretario della Lega per il divorzio breve, da ieri in sciopero della fame, parla di una legge «depennata senza motivo», e di quelle nuove famiglie che i separati formano nei lunghi anni di attesa del divorzio, «famiglie — dice Sabatinelli — senza tutele e senza diritto». Nebbie, silenzi, rinvii. E poche speranze che il divorzio breve torni all’ordine del giorno prima della fine della legislatura. Benedetto Della Vedova fa parte della conferenza dei capigruppo: «La legge slitta perché tra i partiti non c’è la volontà politica di discuterla. E non credo che ci sia il progetto di accelerare i tempi».
La Repubblica 27.10.12
"Via libera del Governo alle quote rosa nei cda delle società pubbliche", di Laura La Posta
Sono ora obbligo di legge le quote di genere nei cda delle società quotate e delle controllate pubbliche. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva, dopo il parere del Consiglio di Stato, il regolamento attuativo, per le controllate, della legge Golfo-Mosca (quello per le quotate è stato approvato da Consob a febbraio). Quindi, ha ora pienezza attuativa l’obbligo di avere nei cda un quinto di donne al primo rinnovo e poi un terzo al secondo rinnovo, pena la decadenza del consiglio, subito per le controllate e dopo una multa per le quotate. La notizia, non a caso, è giunta nel corso del seminario internazionale annuale della Fondazione Bellisario (a Firenze ieri e oggi, sorretto anche da Eni e dal Gruppo24Ore), con 300 imprenditrici, top manager, amministratrici pubbliche e private. «Un atto dovuto del Governo Monti, da me sollecitato lunedì nel corso di un incontro a Palazzo Chigi, nonché con due interrogazioni urgenti, che giunge come un regalo per la festa di oggi», ha detto la presidente della Fondazione Bellisario e parlamentare, Lella Golfo. Molte imprese si sono adeguate alla legge: sono già 266 le donne nei cda e 169 nei collegi sindacali. «L’Italia è balzata dal 6 al 10% di donne: la qualità dei cda è aumentata con una iniezione di volti nuovi, scelti per meriti professionali indiscutibili», ha detto la deputata Golfo.
«Auspico che le donne non cumulino incarichi come hanno fatto gli uomini finora e ho presentato una proposta di legge in merito», ha detto Golfo. Intanto, alcune società stanno modificando i loro statuti per adattarsi meglio allo spirito della normativa. Intesa Sanpaolo dovrebbe approvare, nel corso dell’assemblea straordinaria del 29 ottobre, un nuovo articolo dello statuto sul riequilibrio della rappresentatività di genere. «Una decisione di alto valore simbolico, che può fissare nel tempo le istanze della normativa in modo stabile, oltre le misure temporanee previste», spiega Rosalba Casiraghi, nel Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo. «Le quote di genere vanno interpretate come l’opportunità per le società di espandere la scelta dei talenti da proporre nei consigli», afferma Joyce Bigio, managing partner di International Accounting Solutions e consigliere indipendente nel board di Fiat.
I lavori del convegno Bellisario proseguono oggi, con una passerella di 80 talenti femminili ai vertici, da Luisa Todini (Rai) a Patrizia Grieco (Olivetti), da Donatella Treu (Gruppo24Ore) a Mariella Enoc (Fondazione Cariplo), da Marina Brogi (Prelios, Impregilo, A2A e Banco di Desio e Brianza) a Cristina Finocchi Mahne (Pms), queste ultime neo-presidenti dell’associazione Wcd che riunisce le consigliere d’amministrazione donne.
Il Sole 24 Ore 27.10.12
