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"Profumo nella palude dell'università", di Tito Boeri

Un tecnico al governo diventa inevitabilmente un politico. Ma dovrebbe essere un politico che non ha l´ansia di essere rieletto, che perciò guarda molto più in là delle prossime elezioni, preoccupandosi di lasciare in eredità al Paese riforme che daranno i loro frutti fra cinque, dieci, anche vent´anni. Ci auguriamo tutti, in Italia e fuori (l´editoriale del Financial Times di ieri era dedicato proprio all´ Italian Job) che la riforma del lavoro abbia queste caratteristiche. Speriamo che pensi davvero anche a chi non è oggi rappresentato al tavolo della trattativa, a partire dai giovani del cosiddetto parasubordinato. L´unico modo per proteggerli e valorizzare al contempo il loro capitale umano è trasformare i loro contratti in rapporti di lavoro subordinato non solo nella sostanza, ma anche nella forma. Solo così saranno coperti contro il rischio di licenziamento, quale che sia la riforma degli ammortizzatori, e potranno ricevere la formazione che normalmente viene fornita ai giovani sul posto di lavoro. Ma c´è anche un altro terreno su cui è fondamentale allungare gli orizzonti dell´azione di governo e …

“La grande fuga dall’università ci va solo il 60% dei diplomati”, di Salvo Intravaia

Giovani italiani in fuga dall’università. Mai come quest’anno, lo spread, cioè la differenza, fra i diplomati della scuola superiore e gli immatricolati all’università è stato così alto. A certificarlo è lo stesso ministero dell’Istruzione. Il Ministero, incrociando i dati in suo possesso, ha pubblicato uno studio sul “passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all’università”. Il primo “ad ampio spettro”, dicono da viale Trastevere, sulle scelte di chi prende la maturità. Nel 2011-2012, il numero di immatricolati negli atenei italiani rappresenta poco meno del 60 per cento del totale dei diplomati dell’anno precedente. Un dato che, sfogliando l’XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario italiano, rappresenta il valore più basso degli ultimi trent’anni. Nel 2010-2011 gli immatricolati sono stati il 64,1 per cento dei diplomati e dieci anni prima si superava quota 70 per cento. Penuria di risorse economiche da parte delle famiglie per affrontare le spese relativea tasse, alloggio per gli studenti fuori sede e libri di testo? O semplice sfiducia da parte dei giovani nelle possibilità di trovare un …

“La grande fuga dall’università ci va solo il 60% dei diplomati”, di Salvo Intravaia

Giovani italiani in fuga dall’università. Mai come quest’anno, lo spread, cioè la differenza, fra i diplomati della scuola superiore e gli immatricolati all’università è stato così alto. A certificarlo è lo stesso ministero dell’Istruzione. Il Ministero, incrociando i dati in suo possesso, ha pubblicato uno studio sul “passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all’università”. Il primo “ad ampio spettro”, dicono da viale Trastevere, sulle scelte di chi prende la maturità. Nel 2011-2012, il numero di immatricolati negli atenei italiani rappresenta poco meno del 60 per cento del totale dei diplomati dell’anno precedente. Un dato che, sfogliando l’XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario italiano, rappresenta il valore più basso degli ultimi trent’anni. Nel 2010-2011 gli immatricolati sono stati il 64,1 per cento dei diplomati e dieci anni prima si superava quota 70 per cento. Penuria di risorse economiche da parte delle famiglie per affrontare le spese relativea tasse, alloggio per gli studenti fuori sede e libri di testo? O semplice sfiducia da parte dei giovani nelle possibilità di trovare un …

"La grande fuga dall'università ci va solo il 60% dei diplomati", di Salvo Intravaia

Giovani italiani in fuga dall’università. Mai come quest’anno, lo spread, cioè la differenza, fra i diplomati della scuola superiore e gli immatricolati all’università è stato così alto. A certificarlo è lo stesso ministero dell’Istruzione. Il Ministero, incrociando i dati in suo possesso, ha pubblicato uno studio sul “passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all’università”. Il primo “ad ampio spettro”, dicono da viale Trastevere, sulle scelte di chi prende la maturità. Nel 2011-2012, il numero di immatricolati negli atenei italiani rappresenta poco meno del 60 per cento del totale dei diplomati dell’anno precedente. Un dato che, sfogliando l’XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario italiano, rappresenta il valore più basso degli ultimi trent’anni. Nel 2010-2011 gli immatricolati sono stati il 64,1 per cento dei diplomati e dieci anni prima si superava quota 70 per cento. Penuria di risorse economiche da parte delle famiglie per affrontare le spese relativea tasse, alloggio per gli studenti fuori sede e libri di testo? O semplice sfiducia da parte dei giovani nelle possibilità di trovare un …

“Inglese obbligatorio, vantaggio per l’Italia” di Giovanni Azzone*

Caro direttore, in un articolo apparso il 7 marzo sul Corriere della Sera, Tullio Gregory affronta il tema dell’internazionalizzazione della formazione universitaria e in particolare della lingua di erogazione dei corsi. Gregory si schiera in difesa della lingua nazionale rispetto alla scelta «anglofona» del Ministero che ha raccolto il consenso «nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale». Trovo l’argomento trattato di estremo interesse, ma il dibattito a mio parere deve partire dalla definizione dell’obiettivo a cui vuole rispondere la formazione universitaria. La lingua non deve infatti essere vista come un fine, ma come un mezzo per formare non solo professionisti in grado di trovare occupazioni soddisfacenti ma, soprattutto, persone che possano svolgere un ruolo attivo nella società. La scelta della lingua deve cioè essere funzionale a fornire opportunità di crescita umana e professionale a chi nell’università spende una parte importante della propria vita. In questo senso, credo che oggi sia necessario accompagnare alla formazione specialistica di qualità, tradizionale punto di forza della nostra università, lo sviluppo di altre competenze: tra queste, in particolare, è essenziale …

"Inglese obbligatorio, vantaggio per l'Italia" di Giovanni Azzone*

Caro direttore, in un articolo apparso il 7 marzo sul Corriere della Sera, Tullio Gregory affronta il tema dell’internazionalizzazione della formazione universitaria e in particolare della lingua di erogazione dei corsi. Gregory si schiera in difesa della lingua nazionale rispetto alla scelta «anglofona» del Ministero che ha raccolto il consenso «nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale». Trovo l’argomento trattato di estremo interesse, ma il dibattito a mio parere deve partire dalla definizione dell’obiettivo a cui vuole rispondere la formazione universitaria. La lingua non deve infatti essere vista come un fine, ma come un mezzo per formare non solo professionisti in grado di trovare occupazioni soddisfacenti ma, soprattutto, persone che possano svolgere un ruolo attivo nella società. La scelta della lingua deve cioè essere funzionale a fornire opportunità di crescita umana e professionale a chi nell’università spende una parte importante della propria vita. In questo senso, credo che oggi sia necessario accompagnare alla formazione specialistica di qualità, tradizionale punto di forza della nostra università, lo sviluppo di altre competenze: tra queste, in particolare, è essenziale …

Università, Pd: basta ambiguità su adeguamenti stipendiali ricercatori e professori

Ghizzoni e Vassallo: governo non avalli inaccettabile iniquità. “La risposta resa oggi dal Ministero dell’Economia ad una interpellanza da noi presentata riguardo ai ricercatori e professori universitari è vergognosamente elusiva. Reitera, con l’avallo irresponsabile del Governo, un atteggiamento indegno, tipicamente burocratico, di attiva inerzia degli interna corporis della Ragioneria Generale. Dal giugno 2011 sono state presentate ben quattro interpellanze urgenti, che hanno sempre ricevuto risposte univoche dal Governo, riguardo alla non applicabilità ai ricercatori e professori confermati nel ruolo dopo i tre anni di prova del blocco stipendiale disposto dal decreto legge n. 78 del 2010. Il Governo, nel dicembre 2011, ha anche emanato un DPR in cui questo principio è ulteriormente sancito. Ma alcuni atenei non si adeguano in attesa che l’ufficio Igop della Ragioneria Generale si esprima. Il Governo, che pure per un verso ha oggi nuovamente confermato la validità degli argomenti da noi sempre sostenuti, alla nostra precisa richiesta di sapere se non intenda sollecitare un definitivo chiarimento della Ragioneria non risponde. In questo modo offende il Parlamento, copre ancora una volta …