"La riforma è piccola, va allargata", di Mauro Ceruti
La riforma dell’università italiana è indispensabile. È cambiato il mondo rispetto a quando von Humboldt disegnò l’università della società industriale e degli stati nazionali. Con una velocità straordinaria si sono trasformati soprattutto i saperi. È quindi necessario che l’università cambi le modalità della sua organizzazione, trasmissione, produzione. Questa è la sfida per le istituzioni che hanno il compito di formare le nuove generazioni e le nuove conoscenze. E questa sì che è una sfida epocale. Ma la riforma in discussione in parlamento non ha nulla di epocale. Per questo molti opinionisti si accontentano dell’unica cosa a questo punto possibile: una piccola riforma della governance (cioè degli organismi di governo) dell’università, che ne riduca i malfunzionamenti più dannosi. Ma siamo sicuri che questo scopo sarà davvero raggiunto dalla legge Gelmini? Si è cominciato a discutere di questa legge più di due anni fa. Eravamo tutti d’accordo (governo e Partito democratico, parti sociali, Confindustria, attori dell’università…) sui quattro principi che avrebbero dovuto ispirare il nuovo disegno dell’università: autonomia, responsabilità, valutazione e merito. Ma allora ci domandiamo: perché …
