Latest Posts

Legge di Bilancio, il mio intervento sul pacchetto di azioni a sostegno del diritto allo studio universitario

Il mio intervento in Aula alla Camera in occasione della discussione sulla Legge di Bilancio 2017. Un intervento tutto dedicato all’importante pacchetto di azioni a sostegno del diritto allo studio universitario inserito nel provvedimento.






Le donne per l’unità del Partito democratico

foto-pd

Ho firmato l’appello per l’unità del Partito democratico assieme a tante donne che, come me, hanno a cuore il futuro del Pd

Ecco il testo dell’appello e le firme raccolte:

Appello delle donne all’Unità del Partito

Prendiamoci cura del Partito Democratico

Siamo donne del Pd e assistiamo sgomente al rischio di dispersione di un patrimonio costruito faticosamente in tanti anni di battaglie, di idee condivise, di sacrifici.

Il passato ci ha insegnato che le divisioni interne hanno sempre portato allo smarrimento dei nostri valori e a pesanti sconfitte, al contrario, i risultati migliori sono arrivati quando abbiamo trovato la forza di dare vita a grandi aggregazioni in grado di mostrare al paese e agli elettori la nostra forza propositiva per la società italiana. Del resto solo un Partito Democratico unito e forte rappresenta lo spazio per continuare il cammino di battaglie e conquiste della libertà femminile.

Ci appelliamo al buon senso e alla responsabilità di tutti, a partire dai leader, per trovare un punto di incontro che vada oltre personalismi e interessi di parte.
Chiediamo alle donne e agli uomini del Pd, ai suoi simpatizzanti, al suo popolo di farsi sentire per rilanciare lo spirito costitutivo del Partito Democratico.

Il futuro del PD è anche nelle nostre mani.
Viva il Partito Democratico, viva l’Italia.

Annamaria Parente, Donella Mattesini, Emilia Grazia De Biasi, Marina Sereni, Marialuisa Gnecchi, Stefania Pezzopane, Erica D’Adda, Rosa Maria Di Giorgi, Magda Angela Zanoni, Angelica Saggese, Nicoletta Favero, Annalisa Silvestro, Elena Ferrara, Rosanna Filippin, Silvana Amati, Daniela Valentini, Venera Padua, Pamela Giacoma Giovanna Orrù, Monica Cirinnà, Maria Spilabotte, Valeria Cardinali, Leana Pignedoli, Emma Fattorini, Maria Teresa Bertuzzi, Manuela Granaiola, Albano Donatella, Flavia Nardelli, Mariapia Garavaglia, Chiara Braga, Raffaella Mariani, Susanna Cenni, Maria Coscia, Giovanna Sanna, Anna Rossomando, Antonella Incerti, Sandra Zampa, Teresa Armato, Chiara Gribaudo, Manuela Ghizzoni, Teresa Piccione, Floriana Casellato, Patrizia Maestri, Silvia Costa

Le bambine con il grembiule bianco, le lotte femminili e gli stereotipi di genere mai sconfitti

alice-in-wonderland-2055885_1920
Le conquiste, anche quelle più battagliate, non sono per sempre. E’ quanto ho immediatamente pensato leggendo il commento di Silvia Dai Pra’ su l’Unità dal titolo “La libertà delle bambine”. Il suo è solo apparentemente un argomento e un argomentare leggero: le bambine di una scuola, vicino a casa sua, indossano di nuovo il grembiule bianco, senza che nessun genitore abbia obiettato, e con un consenso abbastanza unanime (“Sono così carine in bianco…”). Quelli della mia generazione, quelli che sono andati alla scuola elementare sul finire degli anni ’60, sono stati testimoni di un passaggio, solo apparentemente formale. Le bambine avevano un grembiulino rosa o bianco fino alla seconda elementare, e poi dalla terza, tutti uguali, maschi e femmine, con il grembiule nero, meno sporchevole e più pratico. Perché il bianco per le femmine? Perché si diceva (ed evidentemente lo si pensa ancora) che siano, per natura, più calme, più posate, dedite a giochi non forsennati, per cui il grembiule poteva, ma soprattutto “doveva” come raccomandava la mamma, per adeguarsi a un ruolo, rimanere immacolato. Il movimento femminile ha sempre denunciato e contrastato gli stereotipi di genere, come questo: perché condiziona le bambine a comportamenti che non sono esattamente “naturali”, ma coartati da modelli sociali. Noi, degli anni ’60 del Novecento, abbiamo colto i frutti della riflessione del movimento femminista e siamo potute passare al grembiule nero, che consentiva, nei fatti, di fare tutti i giochi e le attività che una voleva, inclusi quelli che facevano i maschi. Poi sono arrivati gli edonistici anni ’80, l’ideale di bellezza e gioventù incarnato nella “velina” e nel successo facile e immediato. E non sono passati senza conseguenze. Fino a quelli che, oggi, non trovano nulla di anomalo nel grembiule bianco indossato da una bambina (a un bambino no, vero?!) e vedono non uno stereotipo culturale ed educativo, ma solo un candore che fa tanto “carino”.

Il fantasma della scissione che agita la sinistra, ma non solo

foto Farricella Studioieffe per PD Modena

foto Farricella Studioieffe per PD Modena

La coazione a ripetere gli errori del passato. E’ un male, tra scissioni vere e proprie e allontanamento dei singoli, che grava storicamente sulla sinistra, ma che, lo vedo nella mia decennale esperienza parlamentare, non lascia immune la destra e neppure i nuovissimi 5stelle. Sono in Parlamento dal 2006 ho quindi vissuto in diretta la scissione legata alla nascita del Partito democratico, quando una trentina di deputati se ne andarono (salvo, poi, per alcuni, entrare ne Pd qualche anno dopo). Ci sono poi stati distacchi di singoli, appartenenti peraltro ad aree diverse: penso alla Binetti, Civati, D’Attorre, Fassina, Galli (per citare solo alcuni di quelli di cui più si è discusso sui media nazionali). Questi ultimi sono approdati al gruppo di Sel per dare vita ad una nuova Sinistra Italiana, ma al congresso di fine settimana non è escluso, stanti le indiscrezioni e anticipazioni, che da una fusione nasca una divisione… Insomma il fantasma della scissione permea la storia recente delle grandi famiglie politiche. Pensate all’originario squadrone del Pdl che, progressivamente, ha subito smembramenti e disarticolazioni in almeno 4 gruppi diversi (anche qui, nel doppio senso di marcia, con ritorni anche illustri). Numerosi gli allontanamenti, più o meno coartati, anche nel gruppo parlamentare originario del Movimento 5 stelle. E’ assolutamente legittimo non condividere più il pensiero e l’azione politica di un partito: gli elettori ce lo dicono elezione dopo elezione, erodendo il cosiddetto voto di appartenenza. Però, a coloro i quali costituiscono un gruppo dirigente (che non è una brutta parola, ma l’espressione di una catena di responsabilità progressive) si deve chiedere un sovrappiù di ponderatezza e di impegno alla tenuta complessiva di un progetto politico, che va ben oltre i desiderata dei singoli e le isolate progettualità. Ad oggi, nel mio Pd, mi pare difettino entrambi, di ponderatezza e impegno. Insomma, non nascondo la mia preoccupazione (che è poi quella di tanti militanti del mio partito) e anche un po’ di esasperazione. Faccio un appello al buon senso: soppesiamo con attenzione il valore della posta in gioco, qui non si parla solo del destino di un singolo o di un gruppo, quello che verrà deciso, nel fine settimana, avrà ricadute che riguardano l’intero Paese. Invito tutti – nessuno escluso – ad un ulteriore sforzo di responsabilità (quelli che hanno chiesto molti segretari dei Circoli Pd della provincia di Modena, il cui appello io condivido http://www.pdmodena.it/2017/02/16/inviato-ai-vertici-del-pd-lappello-allunita-dei-segretari-modenesi/). Misurare le parole, soffermarsi in qualche prezioso silenzio, aggiungere qualche riflessione in più. E’ vero, come ci ha esposto efficacemente Ezio Mauro (http://www.repubblica.it/politica/2017/02/15/news/titolo_non_esportato_da_hermes_-_id_articolo_6041344-158332626/), che viviamo un momento di disarticolazione sociale e anche politica. Ma il passaggio è stretto, le azioni – di tutti – avranno ricadute pesanti, non solo a sinistra.
Ps: in queste settimane il mio impegno è assorbito dall’esame delle deleghe sulla scuola, che necessitano – in linea con quanto affermato dalla ministra Fedeli – di molto ascolto e di modifiche, perché incideranno sulla vita di migliaia di studenti, docenti e famiglie e quindi alla società intera. È, al contempo, il modo migliore per aiutare il PD a superare e.risolvere la sua attuale “crisi esistenziale”.

La vicenda umana di Bettamin e il percorso parlamentare del biotestamento

sedia-a-rotelle

Davanti alla sfida finale della vita, aveva scoperto che il suo terrore non era di morire, ma di morire soffocato: così, con lucidità, racconta la moglie, ha chiesto di andare incontro alla fine dormendo profondamente, senza staccare le macchine, ma anche senza ulteriore dolore. La vicenda umana del macellaio 70enne di Montebelluna, che da ben 5 anni lottava con la Sla, ci mette di fronte a un tema inevitabile per tutti noi, quello della fine della vita. Tema difficile da affrontare, per ragioni etiche e religiose, soprattutto in una società che fa dell’edonismo e del successo vincente la cifra della felicità e della riuscita dell’individuo. La “scelta” di Bettamin avviene in concomitanza con il rush finale, in Commissione Affari sociali, alla Camera, della discussione sugli emendamenti al provvedimento sulle Dat, cioè le Dichiarazioni anticipate di trattamento – meglio conosciuto nelle nostre terre, anche grazie alle battaglie dell’associazione Libera Uscita, come Biotestamento (per chi fosse interessato a questo link si trova l’iter parlamentare del provvedimento con il testo base e gli emendamenti in discussione http://www.camera.it/leg17/126?tab=4&leg=17&idDocumento=1142&sede=&tipo= ). Quello che si discute, oggi, in Parlamento, è la possibilità di lasciare disposizioni che impediscano, nella fase terminale del nostro percorso terreno, di subire accanimenti terapeutici o inutili manovre, più o meno aggressive. E questo, a maggior ragione, anche quando non si dovesse più essere cosciente a se stesso e, quindi, in grado di difendere i propri convincimenti e la tenuta del proprio corpo. Si punta a far approdare la legge in Aula, lunedì prossimo 20 febbraio. Il tema non lascia insensibili per ovvi motivi, e fa crescere il dibattito se le Dat possano rappresentare l’anticamera dell’eutanasia, anche se magari per omissione di azioni contrarie, o addirittura del suicidio assistito. Non lo credo, affatto.Il sapiente lavoro dei colleghi in Commissione non lascia sola la persona nei momenti della scelta più difficile ma la “affida” alla relazione e alla alleanza medico-paziente. Non c’è solitudine o scelta solitaria nelle Dat, c’è, semmai, l’esercizio della più alta responsabilità. Con questa premessa penso che siamo di fronte ad un’altra grande battaglia di civiltà e di responsabilità che questa, per altro tanto bistrattata maggioranza, sta lottando per portare a compimento. Una battaglia della stessa grandezza e della stessa importanza di quelle sulle unioni civili o sulla legge sul dopo di noi, a sostegno di un “diritto mite” per la dignità della persona.

Gruppo Argenta, non si gioca sul futuro dei lavoratori

gruppo-argenta

La vicenda dei lavoratori della sede carpigiana del gruppo Argenta approda sul tavolo del ministro del Lavoro Poletti grazie a una interrogazione che ho presentato, insieme al collega Davide Baruffi. Nell’interrogazione abbiamo illustrato al ministro l’estrema delicatezza della vicenda che coinvolge il futuro professionale di alcune decine di lavoratori, ma anche le anomalie che si stanno verificando nella gestione del piano di riorganizzazione aziendale. Due in particolare, secondo noi, sono le anomalie che, dai contatti con i sindacati e l’amministrazione comunale, abbiamo riscontrato e di cui diamo conto nella nostra interrogazione. Innanzitutto una anomalia di metodo, inaccettabile: non si dà avvio a un processo di riorganizzazione aziendale e trasferimento di lavoratori senza una preventiva informazione alle organizzazioni sindacali. E in ogni caso è indispensabile un confronto tra le parti che consenta di accedere, in caso di esuberi e impossibilità di trasferimento, a tutti gli strumenti a disposizione in termini di politiche passive, attive e incentivi all’esodo da negoziare. Ma soprattutto non si possono mescolare, con modalità opache, licenziamenti individuali e licenziamenti collettivi. Se esiste un problema di trasferimenti o di esuberi, va affrontato con gli strumenti propri, non certo spezzettandolo in modo surrettizio. Con questa interrogazione abbiamo voluto farci interpreti non solo delle preoccupazioni espresse dai lavoratori del Gruppo Argenta che sono impegnati in uno sciopero a oltranza e in presidi davanti ai cancelli dello stabilimento carpigiano, ma anche delle preoccupazioni e delle perplessità raccolte tra i rappresentanti dei lavoratori e dall’Amministrazione cittadina che, fin da subito, ha contattato, con il sindaco Bellelli, i lavoratori. Il punto è che i problemi si affrontano con responsabilità e trasparenza: contattare i singoli lavoratori o a piccoli gruppi invece di provare a gestire la trattativa nel suo complesso è la strada peggiore. La strada intrapresa dall’azienda non convince né sul piano del metodo né sul piano del merito. Non si gioca sul futuro professionale dei lavoratori.

I tornelli e il diritto di parola

persone
Non torno sulla questione dei tornelli posti all’ingresso della biblioteca della Facoltà di Lettere a Bologna. Mi interessa ragionare su un effetto collaterale di questa vicenda. Una ragazza, Emilia Garuti, racconta la propria esperienza in merito ed esprime le conseguenti opinioni sul suo profilo FB. Il suo commento comincia a circolare in rete (approda anche sulla carta stampata) e raccoglie plausi, ma a stretto giro su un altro profilo FB compare la sua foto, in stile “wanted” e quindi non tanto vagamente intimidatoria, accompagnata da una contestazione che critica le idee di Emilia per una questione di “appartenenza”, poiché non è una studentessa qualsiasi, ma una studentessa iscritta al Pd e con l’aggravante di far parte della Segreteria regionale con delega alla Legalità. Comincia quindi a ricevere anche velate minacce e critiche “personali”. Si tratta di un altro dei tanti esempi dell’aria che si respira in rete: toni spesso sopra le righe che si fanno più sprezzanti e contundenti per colpire un “nemico” politico e più, in generale, l’ergersi di una presunta superiorità etica che concede o toglie il diritto di parola. Ad esempio, sempre a proposito della vicenda da cui siamo partiti, ho letto un commento riferito alle parole di Elisa, che essendo pronunciate da un esponente del PD “quindi, non potevano essere pure”. Qui c’è un salto di valutazione: l’appartenenza ad un partito contamina la “purezza” del tuo pensiero. In che senso, poi? Che un aderente ad partito che ha responsabilità di governo perde la propria autonomia di pensiero o di giudizio? Che non ha più diritto di parola e di opinione perché “compromesso” con il “potere”, cioè con la responsabilità di prendere decisioni? Non voglio tirare per la giacca don Puglisi e il suo rammarico per le mani pulite ma tenute in tasca, vorrei piuttosto invitare tutti a fermarci a riflettere, perché lungo questo declivio rischiano di ruzzolare un bel po’ di principi democratici, oltre che del buon senso, validi per tutti coloro i quali si riconoscono in una comunità: dal diritto di parola alla responsabilità personale. Non voglio drammatizzare, ma oltre all’apprezzabile invito della Presidente della Camera Laura Boldrini a Mark Zuckeberg, fondatore di Facebook, ad intervenire contro il dilagare dell’odio sui social, dovremmo sollecitare tutti, a partire da noi stessi, ad abbandonare la pratica del “gridare più forte” e a riconoscere a ciascuno di noi il diritto di parola.