"Insegnante a chiamata. I viaggi della speranza dei supplenti senza cattedra", di Gioia Salvatori
Decine di insegnanti campani si radunano la mattina alla stazione Tiburtina di Roma in attesa di una chiamata per una supplenza. Arrivano ogni giorno senza sapere se potranno lavorare. Hanno dai venticinque ai quarant’anni. Bene come il loro mestiere conoscono la strada che le porta sul posto di lavoro e la fatica di andarci: sveglia alle tre, quattro ore di treno o bus all’andata, altrettante al ritorno. Hanno tanta tenacia e tanta speranza, vite stanche, famiglie che le attendono, rimorsi, paura di non farcela più e un sogno: poter fare, un giorno, il lavoro di insegnante nella loro regione, laCampania. Intanto per accumulare punteggio fanno le pendolari verso Roma, dove la necessità di supplenti c’è e una giornata di lavoro forse si raccatta «anche coi tagli di quest’anno che hanno fatto crollare le chiamate ». Loro non demordono, di notte saltano su un treno o un bus che le porta nella Capitale da Napoli, Caserta, Salerno e dintorni. «Se vai alla stazione di Caserta alle tre di notte ci trovi quasi solo insegnanti di ogni …
