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Pretendiamo la presenza di Berlusconi in Parlamento

Di fronte al “tutti contro tutti” che negli ultimi giorni ha scosso la maggioranza e ai roboanti quanto inutili richiami all’ordine di Bossi e Berlusconi, Pier Luigi Bersani non ha dubbi: “Fanno la voce grossa perché non sanno che pesci prendere. Possiamo aiutarli con qualche precisazione. Primo: non permetteremo che Berlusconi riduca l’Italia al paese delle banane. In Italia abbiamo le istituzioni. Pretendiamo dunque, dopo due anni, la sua presenza in Parlamento e pretendiamo di sentirgli dire che cosa intenda fare in questo indecoroso marasma che lui stesso ha provocato e alimentato”. Ipotizzando una crisi di governo, il segretario dem precisa che in tal caso “la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento secondo un percorso costituzionale in cui ognuno dice la sua, ma nessuno può dettare il compito agli altri. Il ‘golpista’ è chi nega questo e non chi lo afferma!”. Se l’ormai fragile ‘predellino’ del centrodestra cedesse del tutto, ha ammonito Bersani, “le elezioni sarebbero inevitabili, e per giunta con questa vergognosa legge elettorale. Noi ci rivolgeremmo alle forze del centrosinistra …

"Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo. Dal basso verso l’alto: ecco la politica dei giorni a venire" di Giuseppe Civat

Scorre l’A4, sotto di noi. Nel Nord è meglio non girare da soli, di questi tempi, e mi accompagna Fausto, che fa Perego di cognome, è stato vicesindaco di Arcore e mi dice: «Siamo riusciti a sostituire Berlusconi». E io: «Cosa?». «Sì, abbiamo preso il suo posto nell’angolo. Lui ne è uscito e vi ci siamo infilati noi». Fausto è così, Berlusconi lo conosce. L’ha visto da vicino. Anche “prima”. E l’apertura del Corriere gli dà ragione. Il titolo è: «Mobilitiamoci» e lo dice il premier in carica. Cose che succedono solo da noi, in questo tempo rovesciato, in cui a chiedere le elezioni anticipate è il capo del governo, i garantisti diventano forcaioli e i moderati sono quelli dell’opposizione. E tutti a dire, da vent’anni, che è un problema di comunicazione. Ma non è vero. Magari fosse così. Magari il problema fosse solo quello di non fare campagne di comunicazione brutte come le ultime. È un problema di argomenti. E di stile. La questione morale è anche una questione estetica. E di comportamenti e …

"Cosa vuole il lingotto", di Luciano Gallino

Il punto da chiarire è questo: il reintegro dei lavoratori licenziati a Melfi da parte di un giudice del lavoro era del tutto prevedibile. Forse non la rapidità della pronuncia, ma il suo esito certamente sì. Allora, posto che non si può credere che l´ad di Fiat Auto si sia circondato di sprovveduti, bisogna chiedersi per quali motivi i suoi esperti gli hanno suggerito d´imboccare una strada che portava dritto contro un muro. Il quesito è d´obbligo, perché rispetto alla questione dei licenziati di Melfi i rischi cui Fiat va incontro sul piano giuridico ed economico con il piano di Pomigliano e ciò che vi ruota attorno sono molto più grandi. Il piano presentato ai sindacati nel maggio scorso ha fatto sorgere seri dubbi circa la possibilità che limiti il diritto di sciopero, e perfino il diritto di ammalarsi, giacché nel caso che la percentuale di assenteismo «sia significativamente superiore alla media» l´azienda – la sola a decidere quanti punti o decimi di punto siano significativi – si considera libera dall´obbligo di pagare le quote …

"Sviluppo economico, il ministero cannibalizzato", di Roberto Giovannini e Raffaello Masci

Senza titolare da 100 giorni, perde una competenza dietro l’altra. Entriamo nella monumentale sede del ministero dello Sviluppo economico (in sigla Mse) quando sono le tre del pomeriggio. E’ agosto e la capitale è deserta. Può, in questo clima, un ministero essere affollato? L’aria che si respira, dopo cento giorni di «sede vacante» qui, al civico 33 di via Veneto, è quella del palazzo reale di Napoli dopo la fuga dei Borbone: che si fa qui dentro? E chi comanda da quando Claudio Scajola se n’è andato? L’edificio è imponente: lo disegnarono due architetti di vaglia del periodo fascista, Marcello Piacentini e Giuseppe Vaccaro, come sede delle Corporazioni, nel ’32. Graniti di pregio all’ingresso, sullo sfondo vetrate policrome di Mario Sironi: bellissime. Ai piani superiori, marmi chiari a venature gialline. E poi: boiseries, porte altissime, mobili di design. Un vero gioiello. Scajola lasciò l’incarico il 4 maggio scorso, dopo una mesta conferenza stampa in cui apparvero – partecipi e commossi – anche i figli. «Da quel momento, nel palazzo è iniziato il saccheggio delle competenze, …

"Il Giornale usato come clava", di Natalia Lombardo

È di ieri la sentenza di Vittorio Feltri gridata sul Giornale : «Fini come Scajola», parte la raccolta di firme «per mandarlo a casa». Il quotidiano di proprietà del fratello del premier, Paolo Berlusconi (tanto per parlare di familismo) pubblica una scheda: aderisci alla campagna «Via Fini», basta una mail, via fax o per posta. Obiettivo: le dimissioni da presidente della Camera per lo «scandalo» della casa a Montecarlo, rivelato dal Giornale stesso con una campagna dal 28 luglio. In questi giorni Berlusconi (Silvio) ha sussurrato ai suoi: «L’avevo detto io che su questa storia ne avremmo viste delle belle. E non è finita…». Lo disse anche il 16 ottobre 2009: «Sul giudice Mesiano ne vedremo delle belle…». Quattro giorni dopo si videro i calzini azzurri del giudice che impose a Fininvest di risarcire 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti: pedinato dalle telecamere di Canale5 e preso per pazzo. E la campagna contro Fini è iniziata nell’agosto 2009, con sospetti su notti «a luci rosse» di ex aennini in calore, o sparando …

"Un mese in cammino per riscoprire la storia da cui è nato il Paese", di Giuseppe Civati

Ci siamo. Come il titolo della prima Unità. Per unire la storia. Già. Perché anche la storia, oltre alla geografia, bisogna unirla. E il Pd era nato per unire, mica soltanto i Ds e la Margherita. Che andavano (così così, come stiamo andando ancora) anche da soli. Il Pd era nato per unire il Paese, per superare le divisioni, per costruire una storia diversa. Per cambiare la politica, e prima di tutto noi stessi. Una Repubblica una e purtroppo divisibile. Anzi, già divisa. E non solo per la secessione, quella geografica, che per altro c’è stata già e nemmeno ce ne siamo accorti. No. C’è il problema delle generazioni, della convivenza tra italiani e stranieri, del pubblico e del privato. I famosi dualismi del politichese. Certo. Come quello tra ricchi e poveri. Categorie che sembrano desuete e invece sono sempre più valide, come scrive Franzini nel suo bel libro, ricordandoci che forse dovremmo occuparci di Gini e del coefficiente che studia le disuguaglianze più che di Fini e del suo ravvedimento del terzo tipo (Mussolini, …

"Il Cavaliere vuole il voto perché pensa al Colle", di Pino Pisicchio

l vero irreparabile danno portato alla politica dalla personalizzazione del conflitto è il tramonto definitivo del senso collettivo. Che poi si traduce in una perdita di senso tout court per l’agire politico. Perché se si perde la ragione collettiva, resta solo l’interesse personale. Prendiamo la partita che Silvio Berlusconi sta conducendo con Gianfranco Fini e con il suo stesso governo. Solo qualche irriducibile e ingenuo (o ipocrita) cultore delle simmetrie bipolari può pensare che la ragione della minaccia di ricorso alle urne da parte del premier sia legata effettivamente alla volontà di tornare alla fonte della legittimazione perché il patto con gli elettori, stipulato anche con Fini, oggi appare messo in discussione! Perché, a parte il fatto che il nuovo gruppo dei finiani non pare aver revocato in dubbio il sostegno al governo, ma solo rivendicato un’autonomia parlamentare, la verità è che quel patto con gli elettori non c’entra nulla con la vera ragione per cui Berlusconi aveva deciso, a freddo, di imprimere un’accelerazione alla crisi: le elezioni per il nuovo inquilino del Quirinale. È …