“Sei anni di umiliazioni perché gay il mio inferno tra i compagni di scuola”, di Paolo Berizzi
Un giorno nell’ora di matematica uno l’ha chiamato «Barbie ». Adesso sorride. «Mica è brutta la Barbie, ma io sono un uomo, e sono felice di esserlo». Altri compagni, meno sofisticati, come in una gara di freccette si sfidavano a fare centro infilzando l’obiettivo con gli epiteti più triviali e banali. «Frocio». «Finocchio». «Checca». «Fenóli» (in dialetto friulano). In classe. «Lo scrivevano sulla lavagna, oppure via sms». Notevole quel «sei un errore della natura», qui siamo nelle scienze antropologiche, accompagnato da un benevolo «meriti tutta la sfiga del mondo ». Sgombriamo il campo dallo stereotipo. Francesco (nome di fantasia) non è un “ragazzo col rossetto” o “coi pantaloni rosa”. I suoi gesti non sono effemminati e dopo sei anni di insulti ha tirato fuori un carattere tosto, un muro frangiflutti contro la ridicolizzazione becera. Ha 20 anni, bel ragazzo, figlio unico, single, padre dirigente, mamma «artigiana alimentare». Frequenta l’ultimo anno «là dentro », che sarebbe l’istituto tecnico di Udine dove da quando aveva 14 anni lo prendono in giro perché è gay. Ha passato momenti …
