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Confindustria: recessione nel 2013 "Siamo nell'abisso, danni come in guerra", di Giuliano Balestreri

I conti pubblici migliorano “vistosamente”, ma “si allontana il pareggio di bilancio”: il prossimo anno il deficit non sarà dello 0,1% come prospettato a dicembre, ma dell’1,6%. E nel 2012 si assesterà al 2,6%. Di più. Secondo gli scenari economici presentati oggi dal Centro studi di Confindustria, la recessione continuerà anche l’anno prossimo, quando il Pil calerà dello 0,3%. “Non siamo in guerra, ma i danni economici fin qui provocati dalla crisi sono equivalenti a quelli di un conflitto e a essere colpite sono state le parti più vitali e preziose del sistema Italia: l’industria manifatturiera e le giovani generazioni”. E lo drammatico scenario delineato dal Csc: “L’aumento e il livello dei debiti pubblici sono analoghi, in quasi tutte le democrazie avanzate, a quelli che si sono presentati al termine degli scontri bellici mondiali. Una sorta di guerra c’è stata ed è tuttora in corso, ed è combattuta dentro l’Europa e dentro l’Italia”. Per Csc “a scatenarla sono stati errori recenti e mali antichi. Gli errori recenti sono stati inanellati nella gestione dell’eurocrisi”.

Tasse e recessione. La recessione italiana già si è dimostrata più intensa e spingendo il Centro studi Confindustria a rivedere al ribasso le stime del Pil. Per il 2012 l’economia calerà del 2,4% contro il -1,6% indicato a dicembre e analoga è la differenza nello scenario per il 2013: da +0,6% a -0,3%, quasi esclusivamente dovuta alla pessima eredità ricevuta dal 2012. Il Csc segnala che il 90% dell’arretramento di quest’anno è già acquisito nel secondo trimestre per cui il calo acquisito stimato è già del 2,1 per cento. “Siamo nell’abisso” dice il direttore del Centro studi, Luca Paolazzi che, tuttavia, prevede “un rientro dell’eurocrisi entro la primavera”. Non aiuta certo la pressione fiscale che, depurata dal sommerso, “schizzerà al 54,6%” nel 2013 dal 54,2% del 2012. Continua la corsa anche della pressione apparente, dal 42,5% del 2011 al 45,1% del 2012 fino al 45,4% del 2013. Le entrate fiscali sono “in forte accelerazione”, +5,2% quest’anno, per poi rallentare al +2,6% nel 2013

Lavoro e consumi. A preoccupare Viale dell’Astronomia è, soprattutto, il forte derioramento delle condizioni del mercato del lavoro: nel 2012 l’occupazione calerà dell’1,4% (-1% già acquisito al primo trimestre) e dello 0,5% nel 2013. Solo sul finire dell’anno prossimo le variazioni congiunturali torneranno positive e, al netto della Cig, il 2013 si chiuderà con 1 milione e 482mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008 (-5,9%). La disoccupazione, osserva il Csc prosegue la corsa osservata negli ultimi mesi con il tasso che raggiungerà il 10,9% a fine 2012 (10,4% in media d’anno) e il 12,4% a fine 2013 (11,8% in media d’anno).

“A sei anni dall’inizio della crisi, nel 2013 l’Italia si troverà con un livello di benessere, misurato in Pil pro-capite, del 10% inferiore alla media 2007”. Il Csc calcola un calo “pari quasi a 2.500 euro in meno (prezzi costanti dal 2005)”. Per gli economisti di via dell’Astronomia è “una perdita difficilmente recuperabile in assenza di riforme incisive che riportino il Paese su un sentiero di crescita superiore al 2% annuo come è alla sua portata”. Con un notevole impatto sui consumi: “Quelli delle famiglie diminuiscono nettamente (-2,8%), conseguenza della fiducia al minimo storico, dell’ulteriore riduzione del reddito reale disponibile, della restrizione dei prestiti e dell’aumento del risparmio precauzionale”. Per gli esperti di viale dell’Astronomia, “gli investimenti crollano dell’8,0% per effetto dell’estrema incertezza e del proibitivo accesso al credito bancario”.

Patrimoniale. E non sarebbe certo una soluzione il ritorno alla lira che, anzi, si tradurrebbe per gli italiani nella “più colossale patrimoniale mai varata”. Secondo il Csc gli effetti sarebbe devastanti sul valore delle attività, sul reddito e sulle ricchezze private “perché verrebbero inevitabilmente sottoposte a una radicale tosatura per ristabilire un pò di ordine nel bilancio pubblico e nella giustizia sociale, di fronte al profondo impoverimento della maggioranza della popolazione”.

Le reazioni. Di fronte alla gravità della recessione “bisogna cambiare passo”, secondo il vicepresidente di Confindustria e amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, con “una ristrutturazione radicale e decisa della pubblica amministrazione e un’armonizzazione delle procedure amministrative per liberare risorse da iniettare come linfa vitale al nostro paese ormai allo stremo”. Nel suo intervento alla presentazione degli Scenari economici del Centro studi, Conti ha detto che i costi amministrativi pesano sulle aziende per oltre 26 miliardi di euro l’anno.

“La crisi non è finita e negli ultimi tempi sembra si stia allungando nel tempo nel nostro paese e in Europa”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi che aggiunge: “Non riconoscere o negare la recessione, come si è fatto per tanto tempo, equivale a scegliere la via di stagnazione o declino che abbiamo seguito per troppo tempo. Noi ci dobbiamo ribellare a questa forme di cecità, che a volte forse non è neanche disinteressata”.

da repubblica.it

Istituti superiori: 30 milioni ma lezioni nei container", di Francesco Dondi

Errani chiama, la Provincia risponde. Le scuole restano la priorità più immediata in ambito sociale e così da viale Caduti in Guerra viene messo sul tavolo un forziere pieno di euro, quintuplicato rispetto a quello inserito nel bilancio di previsione. Sei milioni iniziali che lieviteranno a 30 a cui andranno poi aggiunti gli stanziamenti delle Fondazioni e le donazioni arrivate sul proprio conto corrente pro-terremoto. Si tratterà di effettuare interventi su almeno 20 edifici, che sono stati suddivisi in tre maxi-categorie. Buona parte di questi subiranno limitate operazioni di messa in sicurezza: ciò significherà che i cantieri apriranno a breve, che si lavorerà anche ad agosto e che a settembre gli istituti superiori delle zone soltanto sfiorate dal sisma riapriranno regolarmente e gli studenti torneranno in classe senza problemi. Un discorso a parte per questo merita Carpi. Le superiori sono tutte agibili e già negli ultimi anni avevano ottenuto la certificazione anti-sismica. «Perciò serviranno soltanto piccoli interventi – spiega l’assessore all’istruzione, Maria Filippi – Saranno apportate delle migliorie, ma l’anno scolastico non è a rischio. Magari per alcune scuole chiederò i container, ma prima voglio vedere come procedono i lavori e, non dimentichiamo, che c’è una regia regionale a cui voglio attenermi». La regia è guidata direttamente dal presidente Errani che, come ha comunicato agli assessori dei Comuni terremotati Emilio Sabattini (al suo fianco c’era l’assessore all’istruzione Elena Malaguti), ha in progetto di realizzare 70 gare per la ricostruzione e la messa a norma delle scuole, aggirando così il problema di un maxi-bando regionale che avrebbe tempi biblici rispetto alla necessità di riportare i ragazzi a lezione. Ma il piano di Carpi arriva come una doccia fredda per la proposta avanzata dalla Sinistra: la Fondazione Crc si occuperà soltanto delle scuole del distretto. «Solo la città – aggiunge la Filippi – conta 17 istituti, a cui vanno aggiunti Campogalliano, Soliera e Novi. Quindi la Fondazione dovrà sostenere tanti progetti quanti quelli provinciali. Ci sta che si concentri solo sul nostro territorio». In compenso tutti gli altri sforzi della Provincia andranno a sostegno delle superiori di Mirandola e Finale che, al contrario di tutti gli altri, si apprestano a vivere un anno scolastico nei moduli prefabbricati. Andando con ordine. Mirandola ha capito che il Galilei è gravemente danneggiato e l’abbattimento per poi ricostruirlo è ormai certo. Sul Galilei dovrebbe quindi partire un progetto regionale, una sorta di “adotta una scuola” su cui far convergere tutti i fondi che arriveranno dalla sensibilità degli italiani. Si procederà poi con il ripristino del Luosi e i lavori sul Pico che risulta semi-agibile, ma si trova in piena zona rossa. A Finale, invece, si viaggierà di pari passo tra liceo scientifico Morandi e istituto tecnico Calvi. Il polo superiore sarà ospitato per l’anno che va ad iniziare nei moduli “leggeri”, ma già da settembre 2013 si tornerà in classe. Intanto i soldi, comprese le donazioni pervenute alla Provincia e l’eventuale coinvolgimento di privati, saranno destinati alle sistemazione degli interni (plafoniere, muri, controsoffittature, bagni) e delle aree esterne. In particolare ci si concentrerà, per quanto riguarda il liceo, sulla messa a norma della palestra mentre per il Calvi i soldi finiranno al recupero dell’acetaia dell’azienda agricola, alla casa del custode e alla palestra. Le idee ci sono, ora inizia la vera sfida: entro metà ottobre tutti saranno a lezione?

la Gazzetta di Modena 28.06.12

Parlamentari PD: “Gli impegni saranno rispettati. I fondi del finanziamento andranno alle popolazioni terremotate”

Dichiarazione congiunta dei deputati e dei senatori del PD dell’Emilia-Romagna in merito alla destinazione alle popolazioni emiliano-romagnole colpite dal sisma delle risorse provenienti dal risparmio del finanziamento ai partiti. “L’impegno che abbiamo assunto con i terremotati destinando loro le risorse risparmiate sul finanziamento dei partiti nel 2012 e nel 2013 con il taglio dei rimborsi elettorali (160 milioni in totale) sarà assolutamente rispettato dal Partito Democratico. E’ del tutto destituita di fondamento dunque la notizia secondo la quale si sarebbe manifestata una volontà diversa da quella sancita dal voto palese e convinto dei deputati al disegno di legge che contiene questo provvedimento. Dopo il voto alla Camera il disegno di legge è ora al Senato che lo approverà rispettando i tempi (10 luglio) e gli impegni assunti”.

E’ quanto dichiarano i deputati e i senatori del Partito democratico dell’Emilia-Romagna al termine di una riunione di lavoro conclusiva sul decreto sulla normativa antisismica e che contiene il pacchetto di misure destinate appunto alle zone terremotate dai Comuni alle aziende, dai beni artistici e architettonici alle scuole. “Duole davvero dovere constatare che anche su un tema così delicato e centrale nel rapporto fiduciario tra l’istituzione più alta del Paese e i cittadini si insinuino dubbi se non accuse senza almeno verificarne la fondatezza. Di vero nella falsa notizia c’è solo che nel passaggio dalla Camera dei deputati alla competente Commissione del Senato c’è stato un intervento emendativo che ha ritardato i tempi dell’approvazione del decreto, ma non in una misura tale da metterne in discussione l’entrata in vigore nei tempi previsti.

Da quando il sisma ha colpito le nostre terre, abbiamo lavorato in stretto raccordo con il Commissario straordinario Vasco Errani, per portare a termine il prima possibile tutto quanto è possibile fare sul piano legislativo per ricostruire le nostre scuole, le nostre aziende, i nostri monumenti e per individuare ogni fonte di finanziamento possibile. In questo lavoro, che è condotto in prima persona dai deputati e dai senatori dell’Emilia-Romagna, abbiamo trovato il sostegno convinto e totale di tutti i colleghi dei nostri rispettivi gruppi parlamentari che, insieme a noi, hanno anche concorso a destinare, versando su un conto corrente messo a disposizione appositamente, un contributo personale.

Vorremmo pregare chi ha l’importantissimo compito di informare i cittadini e in questo caso i nostri concittadini, di verificare alla fonte le notizie per evitare che alle ferite inferte dal terremoto si aggiungano quelle, forse ancora peggiori, e certo altrettanto difficili da guarire che derivano dal dubbio che chi ha il compito di rappresentarli li tradisca. Questo spirito non ci appartiene e ci indigna che si possa sostenere il contrario”.

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Caro Sindaco,

è circolata in queste ore una falsa notizia relativa alla destinazione della rata di luglio del contributo elettorale ai partiti alle zone terremotate. La velocità dell’informazione e la capacità di espansione delle notizie resa possibile da internet l’hanno ribadita anche oggi nonostante le smentite immediatamente diffuse dalle agenzie di stampa da parte dei vertici del gruppo parlamentare del Partito Democratico della Camera e del Senato.
Vogliamo ribadire dunque che l’impegno assunto con voi e con i nostri concittadini di destinare alle zone terremotate le risorse risparmiate sul finanziamento dei partiti nel 2012 e nel 2013 con il taglio dei rimborsi elettorali (160 milioni in totale) sarà assolutamente rispettato. La notizia secondo la quale si sarebbe manifestata una volontà diversa da quella sancita dal voto palese e convinto dei deputati al disegno di legge che contiene questo provvedimento è del tutto destituita di fondamento.
Dopo il voto alla Camera il disegno di legge è al Senato che lo approverà rispettando i tempi (10 luglio) e gli impegni assunti.

Da quando il sisma ha colpito le nostre terre, abbiamo lavorato in stretto raccordo con il Commissario straordinario Vasco Errani, per portare a termine rapidamente tutto quanto è possibile fare sul piano legislativo per ricostruire le nostre scuole, le nostre aziende, i nostri monumenti e per individuare ogni fonte di finanziamento possibile.

In questo lavoro, che è condotto in prima persona da noi, deputati e senatori dell’Emilia-Romagna, abbiamo trovato il sostegno convinto e totale di tutti i colleghi dei nostri rispettivi gruppi parlamentari che, insieme a noi, hanno anche concorso a destinare versando su un apposito conto corrente un cospicuo contributo personale. Ci indigna profondamente che si possa o voglia sostenere il contrario.

I deputati:
On. Albonetti Gabriele – On. Benamati Gianluca – On. Bersani Pierluigi – On. Brandolini Sandro – On. Bratti Alessandro – On. Castagnetti Pierluigi – On. De Micheli Paolo – On. Franceschini Dario – On. Ghizzoni Manuela – On. La Forgia Antonio – On. Lenzi Donata – On. Marchi Maino – On. Marchignoli Massimo – On. Marchioni Elisa – On. Migliavacca Maurizio – On. Miglioli Ivano – On. Motta Carmen – On. Vassallo Salvatore

I senatori:
Sen. Barbolini Giuliano – Sen. Bastico Mariangela – Sen. Bertuzzi Maria Teresa – Sen. Finocchiaro Anna – Sen. Ghedini Rita – Sen. Mercatali Vidmer – Sen. Pignedoli Leana – Sen. Sangalli Giancarlo – Sen. Soliani Albertina – Sen. Vitali Walter – Sen. Zavoli Sergio – On. Zampa Sandra

volantino

Sisma: Ghizzoni, Commissione cultura in missione nelle aree terremotate

Lunedì 2 luglio una delegazione della Commissione Cultura della camera, presieduta dall’On. Manuela Ghizzoni (PD), si recherà in missione nelle aree terremotate dell’Emilia e della Lombardia. “Stiamo lavorando intensamente per apportare modifiche migliorative al decreto presentato dal governo, ma – ha spiegato la Presidente della Commissione Cultura – affinché il la commissione possa dare un apporto legato alle reali esigenze delle regioni coinvolte, è necessario avere la capacità di vedere ed ascoltare chi di quei luoghi vive la drammatica realtà e le contraddizioni quotidiane.
Insieme ai deputati Emerenzio Barbieri (PdL), Enzo Carra (UdC), Paola Goisis (LN), Fabio Granata (FLI), incontreremo i rappresentanti delle istituzioni delle province di Modena e Mantova; degli uffici scolastici provinciali, per avere una relazione dettagliata sullo stato degli edifici e sulla reale possibilità di ripresa dell’attività scolastica; delle direzioni dei Beni Culturali, per comprendere l’entità delle esigenze di potenziamento del personale e l’ammontare dei danni al patrimonio artistico e culturale dell’area.
Le polemiche sulla destinazione ai terremotati dei finanziamenti ai partiti non possono avere ragion d’essere: la politica e le istituzioni – ha concluso la Presidente Ghizzoni – hanno il dovere rispondere con una sola voce ad una emergenza senza precedenti e la responsabilità di non dividersi su interessi di parte per dare risposte certe alla comunità.”

"«Lasciate le tendopoli È l'ora della normalità» Finale, l'ordine del sindaco. Protestano gli sfollati", di Francesco Alberti

È bastato l’annuncio per surriscaldare gli animi. Figuriamoci cosa potrà succedere oggi quando i messi comunali si presenteranno nei campi degli sfollati, tenda per tenda, dando comunicazione dell’ordinanza, firmata dal sindaco Fernando Ferioli, che impone «ai non residenti a Finale Emilia, la cui abitazione è agibile, di far ritorno al più presto nelle loro case». Sono 4 mila gli sfollati in questo paese del Modenese, epicentro della prima scossa (quella del 20 maggio, 5.9 di magnitudo) che ha distrutto il centro storico, azzerato la trecentesca Torre dei Modenesi, il Castello e tutte le chiese, mettendo in ginocchio aziende e negozi. «È un passo delicato, me ne rendo conto, qualcuno si è già arrabbiato, per fortuna in maniera civile — afferma il sindaco Ferioli —, ma è indispensabile reagire se vogliamo incamminarci verso una graduale normalità». L’ordinanza è rivolta a coloro che hanno abbandonato le loro case, unendosi a parenti o amici ospitati nelle tendopoli di Finale. «Dagli accertamenti effettuati — prosegue Ferioli — è emerso che le abitazioni di molte di queste famiglie sono perfettamente agibili e, per questo, l’idea di un loro rientro è fattibile sulla carta…».
Sulla carta, appunto. In realtà, gli ostacoli sono tanti. Molti di loro, che da quasi 40 giorni vivono in tenda, non intendono separarsi dai parenti, a costo di continuare a sopportare i disagi dei campi: «Il problema principale è la paura — dice Ferioli —: alcuni abitano al secondo o al terzo piano, altri hanno bambini o anziani. Li capisco, ma dobbiamo assolutamente uscire dall’emergenza in cui tutto era concesso». L’obiettivo del sindaco è quello di ridurre gradualmente il numero delle tendopoli a Finale: attualmente sono 5, la speranza è portarle a 4 entro il 20 luglio, per poi eliminare le altre tra settembre e ottobre. La tensione è destinata a crescere anche perché il sindaco, pur premettendo che «non ci sarà alcuna forzatura, né pensiamo a sgomberi coatti», non ha intenzione di aspettare a lungo: «Dal momento in cui daremo la comunicazione, scatteranno le 48 ore: poi li inviteremo, in maniera un po’ più energica, ad allontanarsi». Lo svuotamento delle tendopoli dovrebbe essere favorito, sempre sulla carta, dal trasferimento di alcuni nuclei familiari nei tanti appartamenti sfitti tra il Bolognese e il Modenese. Ferioli non nasconde le difficoltà: «Da quanto ho saputo, vi sono notevoli resistenze da parte dei proprietari. Alcuni di loro, prima di concedere le abitazioni, vorrebbero precise garanzie sui pagamenti degli affitti e sui tempi di restituzione». Anche sul fronte dei «moduli», prefabbricati e casette provvisorie, la situazione è incerta. Il governatore Errani, commissario per la ricostruzione, ha sempre indicato tra gli obiettivi quello di tutelare l’integrità dei paesi e delle comunità, rifuggendo da modelli, tipo new town aquilane, che hanno spesso determinato uno sradicamento delle popolazioni dai loro luoghi d’origine.
Gli sfollati in Emilia sono quasi 12 mila (446 in Lombardia, 17 in Veneto) e su 18 mila edifici privati e pubblici sottoposti a verifiche più di 11 mila risultano inagibili. E sono numeri parziali: stando ai Vigili del fuoco, le strutture coinvolte dal sisma e ancora da monitorare sono almeno 48 mila.

Corriere della Sera 28.06.12

"Lavoro, la riforma è legge. La Camera dà il via libera", di Massimo Franchi

Sei mesi di polemiche, trattative, colpi di mano, «paccate», frenate e accelerazioni. Sei mesi di Elsa Fornero. Perché se le riforme portano spesso il nome dei loro ministri, questa lo farà in particolare. Il disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro votato ieri definitivamente dalla Camera è legge. Era nato a gennaio con la trattativa a zig zag con le parti sociali, era diventato disegno di legge il 4 aprile dopo essere stato licenziato «salvo modifiche» dal Consiglio dei ministri. Dopo quasi altri tre mesi viene approvato con poche, ma significative modifiche. Cambia dunque il mercato del lavoro in Italia, cambiano gli ammortizzatori sociali, la flessibilità in entrata e in uscita. E proprio ad evitare una eccessiva personalizzazione, la ministra ieri è rimasta quasi silente. Nell’aula della Camera tutti gli occhi erano per lei. Ha assistito imperterrita alle dichiarazioni di voto, sempre scortata nella fila di scranni inferiori riservata al governo dal viceministro Michel Martone.
MINISTRA IMPERTERRITA La ministra non ha dato segni di contrarietà neanche davanti alle parole al vetriolo di Antonio Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori l’ha definita sostanzialmente «asina» dando a lei e al governo Monti degli «abusivi, truffatori e ricattatori» e neanche quando il leghista Massimiliano Fedriga le si è rivolto dicendo «noi le chiediamo la verità non le lacrime», riproponendo il tormentone del pianto quando fu approvata la riforma delle pensioni. Fornero in alcuni momenti si è brevemente intrattenuta con Piero Giarda, ma sempre attentissima agli interventi dei parlamentari. Poi, all’insegna del basso profilo anche la conclusione della giornata, con il voto che ha dato il fatidico disco verde alla riforma del lavoro. Il tempo di raccogliere le carte e quando viene proclamato il voto, il ministro Fornero è già piedi per uscire dai banchi del governo. Le uniche parole al riguardo erano arrivate in mattinata quando, parlando al Rapporto annuale dell’Inail che certificava come il 68% dei nuovi contratti nel 2011 fossero a tempo determinato, Fornero aveva preannunciato che il monitoraggio della riforma del mercato del lavoro «dovrà essere molto serio, direi scientifico» e non affidato a metodi politici. Correzioni delle norme sono sempre possibili, ha ribadito, perché «norme perfette non esistono».
METÀ PDL NON VOTA La Camera dunque alle 18 e 44 ha approvato la riforma. I “Sì” sono stati 393, i “No” 74 e gli astenuti 46. Un risultato molto inferiore alle quattro fiducie sui singoli capitoli della riforma e che ha visto quasi metà del gruppo del Pdl non partecipare al voto o astenersi. Dopo che il capogruppo Fabrizio Cicchitto aveva intimato al governo di «non abbattere più la mannaia della fiducia su di noi», dai tabulati della votazione si scopriva che sul provvedimento finale ben 87 deputati del partito di Angelino Alfano non avevano votato a favore del disegno di legge. Del gruppo alla Camera fanno parte 209 deputati. Tra questi 7 hanno votato contro, 34 si sono astenuti, 11 erano in missione, 35 non hanno partecipato al voto. Per il Pd poco prima aveva parlato Marianna Madia, giovane deputata che subito ha sottolineato le aspettative che la riforma aveva prodotto. «Quanto le giovani generazioni hanno atteso questa riforma! ha esordito Sento parlare di scambio fra la difesa dell’articolo 18 a scapito di un’incisività maggiore contro la precarietà: ma la mia generazione ha spiegato rivendica il diritto a non essere licenziata perché non è attraverso il deterioramento dei diritti che si esce dalla crisi. Rimangono tante tipologie contrattuali, ma attesta Madia i passi avanti ci sono e sono molti, dal riconoscere l’eccesso di precarietà che va contrastata». La chiusura è stata in chiave europea: «Una prospettiva di miglioramento delle condizioni lavorative per le nuove generazioni può venire solo in sede europea, per questo saremo tutti con Monti nella difficile trattativa che lo aspetta». PRESIDIO CGIL Fuori dall’aula il clima era molto più arroventato. Da due giorni il presidio Cgil davanti alla Camera contestava la decisione del governo di apporre la fiducia sulla riforma. Ieri pomeriggio si sono uniti anche alcuni attivisti dell’Usb e dei sindacati di base, sgomberati dalla vicina piazza Santi Apostoli. La convivenza non è stata pacifica: urla e fischi hanno accompagnato gli interventi dei rappresentanti Cgil (chiedendo a gran voce lo sciopero generale) che comunque hanno concluso senza problemi e tra gli applausi. Dal palco il segretario confederale Serena Sorrentino ha ribadito: «Noi non ci fermeremo con la fiducia. Questa riforma la cambieremo. Perché non accettiamo che rimangano 46 tipologie contrattuali, perché sull’articolo 18 aumenteranno i contenziosi e gli unici che ci guadagnano saranno i consulenti del lavoro. Non ci accontentiamo dei miglioramenti del Senato ha continuato Sorrentino non basta come dice Fornero sostenere che “Abbiamo limitato un po’ la precarietà”. Per questo noi continueremo nella nostra mobilitazione anche in agosto, quando le Camere saranno chiuse, perché la crisi non va in vacanza», ha concluso Sorrentino.

L’Unità 28.06.12

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“UNA LEGGE CON TROPPI LIMITI”, di Luigi Mariucci

CON OTTO VOTI DI FIDUCIA, QUATTRO AL SENATO E QUATTRO ALLA CAMERA, LA RIFORMA del mercato del lavoro è infine diventata legge. Occorrerà chiamarla legge Monti-Fornero perché il presidente del consiglio e il ministro del lavoro sono i soli che l’hanno veramente voluta. La legge non ha altri padri. Potremmo anche definirla «la legge del disaccordo», perché nessuna delle parti politiche che l’hanno votata si riconosce nel testo ed anzi sia il Pd che il Pdl hanno dichiarato rilevanti motivi di dissenso, naturalmente di segno opposto Si è trattato quindi di un voto motivato dalla insistente richiesta del governo di avere la legge approvata prima della riunione della Ue di oggi. Non è perciò un voto di approvazione della legge, ma piuttosto di conferma della fiducia al governo, ovvero della decisione tutta politica di non aprire una crisi di governo nella drammatica situazione che il Paese, e con lui tutta l’Europa, stanno attraversando. Si può osservare che è la prima volta nella storia della Repubblica che una importante legge sul lavoro viene approvata dal Parlamento in questo singolare modo. Formalmente è una legge bipartisan, approvata dalla «strana maggioranza» che sorregge il governo Monti. Nella sostanza c’è poco o nulla di bipartisan: com’è giusto e naturale i due partiti, del centrodestra e del centrosinistra, sul lavoro mantengono posizioni alternative. Critico, se non drastico, è poi il giudizio delle parti sociali. Tutti i maggiori sindacati dissentono, anche perché ancora feriti dalla draconiana riforma delle pensioni fatta con il «salva-Italia», che si è lasciata dietro la mina vagante dei cosiddetti esodati. La Confindustria poi è stata tranciante. La presidente uscente, Emma Marcegaglia, in una intervista al Financial Times ha detto «is a very bad text». Il nuovo presidente, Squinzi, prima è stato diplomatico, limitandosi all’aggettivo «deludente», poi più ruspante: «è una boiata», ha dichiarato, salvo aggiungere «però bisogna approvarla». Per tutta risposta il ministro Fornero ha replicato: «col tempo la legge verrà rivalutata». È proprio cosi? Vero è che molte cose si rivalutano col tempo, ma non sempre. Ad esempio non si sono rivalutati, ma semmai svalutati, quell’insieme di interventi legislativi emanati dal governo Berlusconi-bis nel 2003 a cui impropriamente è stato attribuito il nome di «legge Biagi»: a distanza di anni risulta acclarato che quelle leggi, pure mosse dalla (dichiarata) intenzione di attivare il mercato del lavoro hanno finito con l’incentivare le forme più odiose di precarietà, come qualche critico fin dall’inizio aveva osservato. In conclusione della vicenda si può proporre il seguente bilancio. Il governo già in partenza ha fatto due scelte di metodo sbagliate. In primo luogo ha caricato di enfasi il tema dei licenziamenti, a partire dalla affermazione «l’art.18 non è un tabù», nella convinzione, tutta interna ad un diffuso ceto di economisti liberisti, che questo fosse lo «scalpo» da portare in Europa e da esibire ai mercati finanziari. In secondo luogo ha deciso di non perseguire un accordo di fondo con le parti sociali, adottando un decisionismo che, alla resa dei conti, è risultato quanto meno zoppo. Ci sono voluti infatti ben sei mesi per approvare la legge e alla fine essa entra in vigore nel quadro di un vasto dissenso sociale e politico, e solo in virtù della situazione eccezionale di crisi in cui si trova il paese. Senza questa situazione di emergenza la legge in parola non avrebbe mai visto la luce. Nel merito, sulle parti più importanti ma rimaste in ombra dato che i riflettori si sono accesi solo sulla questione dei licenziamenti, quelle relative alla disciplina delle assunzioni e degli ammortizzatori sociali, si può osservare che in entrambi i casi si mescolano impostazioni di principio corrette e traduzioni operative non condivisibili. Così sul piano della disciplina delle assunzioni. Qui è giusto il messaggio di fondo, cioè l’idea del ritorno al contratto di lavoro a tempo indeterminato come figura «dominante». È bene chiarire che contratto di lavoro a tempo indeterminato non significa «posto fisso». Significa che il contratto di lavoro torna a essere, in via generale, strumento di sicurezza, di integrazione sociale, di conquista dei diritti pieni di cittadinanza. Positiva è anche la decisione di puntare decisamente alla rivalutazione del contratto di apprendistato, come via principale del raccordo tra giovani e lavoro, nelle diverse tipologie. Criticabile è invece la decisione di liberalizzare il contratto a termine, eliminando la causale per le prime assunzioni fino a 12 mesi, pure disincentivandolo con aggravio dei costi contributivi. Corretta è la nuova e più stringente regolazione delle collaborazioni, con particolare riferimento alla introduzione del vincolo del «compenso minimo», che allude con evidenza alla introduzione, ormai necessaria, di un salario minimo legale. Criticabile, invece, è il permessivismo alla fine adottato verso le false partite Iva, a partire dal risibile requisito dei 18.000 euro anni, mentre le vere partite Iva vengono scoraggiate con un aggravio dei contributi. Sul tema degli ammortizzatori sociali va apprezzato il fatto che, dopo venti anni di annunci in ordine alla riforma organica dei medesimi, mai adempiuti, si introduca un impianto regolativo che tenta di mettere ordine nella attuale giungla degli ammortizzatori ordinari e in deroga. Su questo punto un discorso di verità prima o poi dovrà essere fatto, sul perché in Italia esistano rilevanti meccanismi di sostegno al reddito per chi è già entrato nel mercato del lavoro e praticamente nessun reale sostegno per chi nel mercato del lavoro deve ancora entrare (soprattutto giovani e donne). Il limite qui è costituito dal fatto che la nuova Aspi, per quanto estenda il suo campo di applicazione rispetto alla vecchia indennità di disoccupazione, è tutt’altro che universale. Mentre le nuove regole introdotte in materia di Cassa integrazione e superamento della indennità di mobilità andranno sottoposte alla rigorosa prova dei fatti. Il nuovo sistema infatti entrerà a regime nel 2016: bisognerà vedere, a quel punto, se saremo usciti dalla attuale fase recessiva oppure no. Sono due scenari radicalmente diversi. Infine sulla controversia questione dei licenziamenti si può dire che è stato evitato il peggio, anche grazie alla iniziativa svolta da questo giornale e alla posizione assunta dal Pd. Si è respinto il tentativo di introdurre una generalizzata monetizzazione dei licenziamenti azzerando lo Statuto dei lavoratori e regredendo alla legge del 1966. Il principio della reintegrazione è stato mantenuto intanto per i licenziamenti discriminatori, ma anche, sia pure in forma residuale, per i licenziamenti disciplinari e economici. Soprattutto si è garantita la funzione cruciale dell’intervento giudiziario, il cui svuotamento era l’obiettivo vero dei liberisti a senso unico. Questo significa infatti la monetizzazione predeterminata del licenziamento illegittimo: è inutile andare dal giudice se alla fine c’è da ottenere solo un risarcimento. Tanto vale conciliare, con la schiena piegata. Invece la schiena dei lavoratori potrà rimanere dritta, quando hanno ragione, perché resta un margine ampio di valutazione del giudice. Proprio alla giurisdizione viene ora assegnato un compito rilevante. Dimostrare efficienza, anche in termini di riduzione dei tempi processuali applicando correttamente le nuove norme procedurali, e saggezza interpretativa. La partita dunque resta aperta. In conclusione si può osservare che la legge è oggetto di dure stroncature, tuttavia di segno opposto. Per alcuni è una legge liberticida e reazionaria che fa tabula rasa di un intero patrimonio storico di garanzia dei diritti dei lavoratori (basti leggere Alleva su Il Manifesto di ieri). Per altri si tratta invece di un intervento che riduce gli spazi della libertà d’impresa (si guardino le dichiarazioni degli ex ministri Sacconi e Brunetta). Non è che le critiche di segno antitetico si elidano tra loro, secondo la logic
a degli opposti estremismi, per cui se ne deve dedurre che la legge, collocandosi in medio, è virtuosa. C’è invece ampio spazio per una critica razionale. Per modifiche e integrazioni che si potranno introdurre anche a breve termine, nel decreto sviluppo. In ogni caso si potrà e si dovrà fare di più e di meglio, quando al governo ci sarà, appunto, una sinistra di governo.

l’Unità 28.06.12

Se la violenza è di stato", di Alessio Postiglione

La qualità democratica di un sistema politico è data soprattutto dai limiti all’esercizio della “violenza legittima”, come la definiva Max Weber, attraverso cui lo stato esercita la sovranità. Il processo relativo al caso di Federico Aldrovandi, da poco conclusosi con una sentenza di condanna per quattro poliziotti, ci interroga sullo stato di salute democratica del nostro Paese. In Italia, prevale o no la violenza legittima? Fra presunte trattative statomafia e stragi di stato, è indubbio che non ce la passiamo molto bene. La sensazione è che la violenza illegittima di stato sia per noi una patologia recidiva dalla quale non riusciamo a guarire. Per curarci, avremmo bisogno di individuare la malattia con franchezza, di parlarne e capire cosa la generi. Operano, invece, pericolosi meccanismi di rimozione psicanalitica. Lo dimostrano gli insabbiamenti e le reticenze che hanno riguardato il caso Aldrovandi, per i quali c’è un processo in corso. Il silenzio, infatti, è l’epifenomeno della negazione che ci accompagna oggi come all’epoca della mattanza alla caserma di Bolzaneto o della morte di Stefano Cucchi.
Facciamo finta che la violenza di stato non esista e, infine, trasformiamo la vittima in carnefice. La ricerca del capro espiatorio prende la forma dell’ingiuria «Federico se l’è cercata», utilizzata per dipingere Aldrovandi come un drogato pericoloso, come se questo potesse giustificare i suoi aguzzini. Si tratta della stessa delazione che toccava alle donne vittime di violenza carnale, quando un’intera società fingeva di non vedere i guasti di un sistema di valori basato sulla sopraffazione delle donne. Di fronte alle verità scomode, s’invoca un rassicurante oblio.
In realtà, ogni qual volta trapeli un caso di violenza di stato, deflagra muta la psicosi collettiva. Una logica che, nei casi più gravi, prende anche la solenne forma del segreto di stato. Mentre la politica, come nel caso del G8 di Genova, si divide fra una certa destra, i difensori d’ufficio per la quale polizia o militari hanno sempre ragione, e una certa sinistra, che crede che le forze dell’ordine siano tutte ontologicamente fasciste. Evidentemente, le riflessioni di Pasolini sugli scontri di Valle Giulia non hanno avuto molti lettori. La verità è che la violenza è una categoria attraverso cui si è costruito lo stato nella modernità. Violenza verso l’interno, per garantire la pace e la sicurezza, e verso l’esterno, per assicurare la prosperità, allorquando la minaccia all’uso della guerra rappresentava il perseguimento della politica con altri mezzi: warfare e welfare .
Allo stato contemporaneo, invece, mancano gli anticorpi per proteggersi dall’abuso della coercizione perché la violenza è stata espunta da ogni narrazione pubblica. Il controllo sociale viene esercitato con avveniristiche tecniche di biopotere, con strumenti disciplinari e non con la spada del Leviatano: non si fanno guerre, ma missioni umanitarie; non si giustiziano i colpevoli, ma si rieducano.
Lo stato, in definitiva, vive un paradosso. Ha costruito democrazia e pace sociale attraverso il ricorso alla violenza legittima, ma quella stessa violenza può degenerare in qualsiasi momento, facendoci regredire verso lo stato di polizia. Mentre l’orizzonte cui tendono le democrazie occidentali è quello dello Stato disciplinare e tecnocratico. Illuminante, a tal proposito, è il caso di Philip Zimbardo che nel 1971 fece un esperimento “carcerario” nell’Università di Stanford. Il professore divise una platea di studenti provenienti da classi sociali colte e agiate in due gruppi: le guardie penitenziarie e i detenuti. Il sistema di valore di riferimento si basava su disciplina, obbedienza, routinizzazione dei comportamenti, de-individualizzazione. Dopo poco, le guardie si lasciarono andare ad azioni violente e sadiche verso gli altri studenti che recitavano il ruolo dei prigionieri. Lo studio di Zimbardo dimostrava, per dirla con Hannah Arendt, «la banalità del male». Quella cultura militar-burocratica che ha costruito lo Stato di diritto è essa stessa criminogena.
I carnefici di Federico e i marines di Guantanamo che umiliavano i prigionieri di guerra sono tutti frutti dello stesso sistema. In conclusione, allora, ritornando al caso Aldrovandi, proprio perché la violenza dello stato può diventare illegittima e cieca in modo banale, sarebbe opportuno che i colpevoli fossero puniti con la massima severità. La soglia di ciò che definiamo violenza legittima deve essere molto alta.
Alla fine, gli aguzzini di Federico, benché condannati, non andranno in prigione grazie all’indulto. Il minimo che potremmo aspettarci, allora, è che i colpevoli vengano interdetti dalla polizia.

da Europa Quotidiano 28.06.12