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"Chiedo asilo", di Maria Novella De Luca

Aumentano i bambini, diminuiscono le scuole. Cresce la voglia di istruzione, scompaiono gli insegnanti. Sembra un paradosso invece è così. Ovunque. In tutta Italia, al Nord come al Sud. Migliaia di piccoli allievi tra i 3 e i 5 anni rischiano dal prossimo autunno di non poter frequentare la scuola dell’infanzia. Chiedo asilo. Ma anche aule, giochi, colori, amici, favole. Le liste d’attesa scoppiano. Sono già oltre trentamila i bambini senza posto. Che resteranno a casa. Davanti alla Tv. O peggio, per strada. A Bologna come a Napoli si scopre che la materna non è più un diritto. Per un insieme di ragioni che rischiano di stritolare, dopo le primarie e le secondarie, anche la scuola dei più piccoli. Quegli asili spesso orgoglio e vanto dell’istruzione d’infanzia, frequentati negli ultimi anni da oltre il 90% dei bambini italiani, un record assoluto che ci mette ai primi posti in Europa. E invece anno dopo anno l’offerta si assottiglia, proprio adesso che la demografia è tornata a crescere, e i figli ricominciano a nascere, soprattutto nelle regioni del centro Nord, grazie agli immigrati e non solo. E così la richiesta di nidi, asili, luoghi per i bambini è diventata esplosiva.
Ma l’Italia è avara, e la scuola dell’infanzia, al 60% statale, al 40% comunale, è oggi assediata dai tagli d’organico (10mila insegnanti in meno dal 2009 ad oggi) e dalla povertà dei Comuni che stretti dal “patto di stabilità” non riescono più a mantenere i loro asili. Alcuni così straordinari, come quelli di Reggio Emilia, da diventare un vero e proprio «logo» del made in Italy.
Gli allarmi arrivano da tutte le regioni, nessuna esclusa. Anche
da quelle zone d’eccellenza, Toscana, Emilia, Marche, Veneto, fino a ieri in cima alle classifiche per gli asili più belli del mondo. «Eppure è noto che frequentare fin da piccolissimi un nido o una scuola d’infanzia è fondamentale per lo sviluppo futuro — spiega Susanna Mantovani, docente di Pedagogia generale all’università Bicocca di Milano — e in Italia avevamo raggiunto davvero grandi risultati, con la copertura quasi totale dei bambini in molte regioni. Oggi quello che vedo è una grave caduta della qualità, le classi sono sempre più affollate, i Comuni non riescono più a garantire i servizi, tantomeno il tempo pieno, le insegnanti sono esauste, e sugli asili comunali e statali si è riversata la domanda di quelle famiglie che non possono più pagare le rette di una scuola privata…».
Così il rischio è che da luoghi di crescita e di apprendimento, le classi per i più piccoli «si trasformino — aggiunge Mantovani — in null’altro che parcheggi».
Le liste d’attesa sono ovunque. E l’intero “sistema infanzia”, cioè la fascia degli 0-6 anni, già profondamente in crisi per quanto riguarda i nidi, (soltanto l’11% dei bambini sotto i 3 anni riescono ad accedere alle strutture, quasi tutte nel Centro Nord), rischia di scomparire. In Campania i bambini senza posto sono 3.500, in Toscana più 4mila, a Bologna oltre 400, a Milano 650, nelle Marche gli allievi sono 400 in più ma le sezioni sono state tagliate. Soltanto un pugno d’esempi, che raccontano però un salto all’indietro di 40 o 50 anni, quando era normale in Italia dormire davanti ai cancelli delle scuole pubbliche per ottenere l’iscrizione dei figli, ed era consueto che i bambini approdassero alla prima elementare senza
aver frequentato nemmeno un anno di asilo. Ma è nel Sud che i tagli alla scuola d’infanzia, oltre ad aver provocato un’emergenza sociale, hanno anche il sapore di una beffa.
«Migliaia di bambini di tutta la Campania, e in particolare della provincia di Napoli, nell’anno che verrà non potranno avere accesso alla scuola» dice con amarezza Angela Cortese, consigliere regionale del Pd. «E questo vuol dire che resteranno in casa, in famiglie spesso disagiate, soli davanti alla televisione o più spesso per strada, senza stimoli e senza controlli. Vanificando così un lavoro duro e tenace per combattere la dispersione scolastica tra i ragazzi del Sud: perché più è precoce l’approccio con la scuola, minori sono gli abbandoni nell’adolescenza. E adesso si torna indietro…». E non importa poi ricordare Don Milani e l’esperienza di Barbiana per rendersi conto di quanto la scuola, ancor più oggi in un’Italia impoverita e depressa, possa essere non solo un volano per un buon futuro scolastico, ma una “diga sociale”. Antidoto alla solitudine, alle troppe merendine, ad una infanzia senza stimoli, senza libri e senza amici.
Basta ascoltare Gilda, giovane mamma di Antonio e Benedetto, di 6 e 4 anni, che vive vicino a Napoli, a Varcaturo, e guida un comitato di genitori in lotta contro la chiusura della loro scuola dell’infanzia. Ex impiegata in un call center, il marito capo magazziniere, Gilda racconta perché vorrebbe la scuola aperta anche d’estate. «Questi tagli mi terrorizzano. Con Antonio, il mio primo figlio, sono stata fortunata, sono riuscita ad inserirlo al nido, e poi, subito, all’asilo. Ha avuto delle maestre bravissime, era sempre contento, ed è arrivato in prima elementare che già leggeva e scriveva. Con Benedetto è tutto diverso: adesso che non lavoro più ho perso anche la priorità per il nido. Ho dovuto tenerlo sempre a casa, qui non c’è nemmeno un parco, un giardino, le strade sono piene di immondizia, di siringhe, di tossici, di cani randagi. Ora che scuola è chiusa non sappiamo davvero dove andare. E per la materna siamo ancora in lista d’attesa».
Se al Nord i posti mancano perché ci sono più bambini (centomila nascite in più tra il 2006 e il 2011), e i Comuni non hanno più fondi, al Sud, al contrario, gli organici della scuola sono stati tagliati perché il numero dei figli decresce di anno in anno. Ma evidentemente il principio non ha funzionato e non ha tenuto conto, dice ancora Angela Cortese «della voglia di scuola delle famiglie e dei bambini, una cultura nuova che oggi viene depressa ». Il timore di Lorenzo Campioni, pedagogista emiliano che a lungo ha lavorato con Loris Malaguzzi, il fondatore degli asili di Reggio Children, è che i bambini di questi anni difficili «perdano il diritto alla straordinaria esperienza della scuola dell’infanzia che tutto il mondo ci invidia, l’unico campo in cui l’Italia ha raggiunto gli obiettivi europei». E infatti, ciò che la Ue chiedeva nelle famose “raccomandazioni di Lisbona” al nostro paese era di arrivare al 60% di occupazione femminile, al 33% di presenza nei nidi per i piccoli al di sotto dei 3 anni, e al 90% di frequenza dei bambini trai 3 e i 6 anni negli asili. E quest’ultimo era l’unico traguardo raggiunto. Fino a ieri.
Lo scenario che Campioni, presidente del “Gruppo nazionale nidi e scuole d’Infanzia” ipotizza, è quello di una scuola per i più piccoli, sottoposta agli stessi vincoli che oggi già esistono per i nidi statali e comunali.
«Non potendo più ammettere tutti, se non si invertirà la rotta, potranno accedere agli asili pubblici soltanto i meno abbienti, in un’idea puramente assistenziale del servizio, tutti gli altri si dovranno rivolgere alle strutture private, e molti magari rinunceranno ». Tornando agli anni in cui il primo accesso all’istruzione avveniva a sei anni. «L’espediente di molti Comuni — denuncia Francesco Scrima, sindacalista Cisl — sarà quello di formare classi anche di 30 bambini. Perdendo così ogni possibilità di un vero lavoro pedagogico».
È come deprimere un patrimonio, enorme, di esperienze. Dai bambini di «aiutami a fare da solo» di Maria Montessori, ai piccoli dei «cento linguaggi» di Loris Malaguzzi. Così accade che in Toscana è stata la Regione a decidere di colmare il “buco” dello Stato, con uno stanziamento di 6,5 milioni di euro per riuscire a salvare l’asilo di quattromila bambini. «Nel nostro paese — conclude Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito Democratico — dalla Gelmini in poi il Miur ha dimenticato, anzi rimosso, l’infanzia. Facendo regredire la scuola dai 3 ai 5 anni ad una sorta di servizio a “domanda individuale” invece che a istruzione per tutti, nei fatti una vera e propria scuola dell’obbligo. E togliendo alle bambine e ai bambini il loro fondamentale diritto di crescere imparando».

La Repubblica 28.06.2012

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“Chi li frequenta da piccolo diventa più bravo e creativo” di Daniela Del Boca

Daniela Del Boca, professoressa di Economia all’università di Torino, e tra le massime esperte di politiche di welfare del nostro Paese, ha pubblicato poco più di un anno fa il primo (e l’unico) studio in Italia sul rendimento scolastico dei bambini che hanno frequentato un asilo nido. E risultati di questo precoce investimento sul “capitale umano”, verificati a distanza in seconda e quarta elementare, hanno mostrato, senza dubbio, che quei bambini erano non solo più preparati, ma anche più socievoli, autonomi e creativi. Eppure l’offerta dei nidi in Italia resta un goccia nel mare. E adesso, dopo i nidi, ciò che rischia di andare in crisi è la scuola d’infanzia, quel momento tra i 3 e i 5 anni in cui l’apprendimento corre con la velocità della luce.
Professoressa Del Boca, perché è così fondamentale frequentare la scuola dell’infanzia?
«Perché tutto ciò che avviene tra i 3 e i 5 anni è straordinario e irripetibile. All’asilo i bambini imparano a stare insieme, ad ascoltare, ad apprendere, a rispettare le regole, a creare delle relazioni. E quando arrivano in prima elementare sono già in grado di seguire l’insegnante, di concentrarsi. Abilità assolutamente carenti invece in chi non ha frequentato né nidi né asili».
Dunque bisognerebbe considerare quella dell’infanzia già, quasi, una scuola dell’obbligo?
«Forse non c’è bisogno di codificarlo, visto che le famiglie italiane già la ritengono tale, se guardiamo gli altissimi tassi di partecipazione scolastica, con oltre 90% dei bambini che frequenta un asilo. Dunque
che qualche bambino rischi di restare fuori mi sembra gravissimo».
Oggi una richiesta molto alta di istruzione arriva dalle famiglie immigrate.
«Infatti. Per i figli degli stranieri la scuola dell’infanzia è un momento fondamentale. Per apprendere l’italiano, per uscire dalla cerchia troppo ristretta dei connazionali, per confrontarsi. Ma tutto questo aiuta anche i genitori».
In che senso?
«Sempre di più le famiglie socializzano attraverso i figli, gli immigrati soprattutto. E la scuola è un fantastico punto di incontro. Certo pensare che quel “bene pubblico” che sono gli asili possa essere smantellato è molto triste. E gli effetti sono già evidenti sui nostri ragazzi, sempre più in basso nelle classifiche europee del rendimento scolastico».

La Repubblica 28.06.12

Senato federale, Pdl vota sì «Per un piatto di lenticchie»

Sì all’emendamento della Lega che prevede l’introduzione del Senato Federale: 271 membri, di cui 21 rappresentanti delle regioni. Rotto il patto di maggioranza, Pdl vota a favore. Pd: Lega venduta per un piatto di lenticchie. Con i voti favorevoli di Pdl e Lega, l’Aula del Senato ha approvato l’emendamento alle riforme costituzionali della Lega, a prima firma Roberto Calderoli, che prevede un Senato federale composto da 250 senatori e 21 rappresentanti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano. I sì sono stati 153, i no 136, 5 gli astenuti.

Salta quindi la composizione del Senato prevista dal testo uscito dalla commissione Affari Costituzionali che prevedeva un taglio da 315 a 254, quattro dei quali eletti all’estero. I rappresentanti delle regioni, prevede la norma leghista approvata, «non sono membri del Parlamento e non ricevono la relativa indennità e ad essi si applica tuttavia il primo comma dell’articolo 68 della Costituzione» che stabilisce che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

In aula, Carlo Vizzini si è dimesso da relatore delle riforme istituzionali: «Si è formata una maggioranza diversa e per questo rassegno le mie dimissioni da relatore. Faccio un gesto di correttezza». «Con questo voto – ha aggiunto – non abbiamo messo in sicurezza l’approvazione della riduzione dei parlamentari e questo deve essere chiaro».

«Quello che Pdl e la Lega hanno votato è un emendamento che seppellisce, e nemmeno onorevolmente, le riforme costituzionali». Lo afferma Anna Finocchiaro, che prosegue: «Chi voterà questo emendamento è da ritenersi responsabile che qui, oggi, muore la prospettiva di una riforma costituzionale». «Questa volta – prosegue la capogruppo Pd al Senato – il popolo guerriero della Lega ha ceduto la primogenitura per un piatto di lenticchie e si accontenta di un emendamento che porta il segno dell’oltraggio delle autonomie e dello sfascio istituzionale. Non certo della battaglia per il federalismo a lungo inseguita».

«Si seppellisce oggi la riforma costituzionale in virtù di un patto politico tra Pdl e Lega che scambia il semipresidenzialismo con il Senato Federale», dice ancora la Finocchiaro: «Ma voglio dire alla Lega – aggiunge – che a guadagnarci sarà solo il Pdl. Con questo accordo scellerato si affossano le riforme e si fa saltare un accordo saggio e responsabile che si era trovato in Commissione». «La verità – conclude – è che il Pdl voterà per il Senato federale per incassare il semipresidenzialismo e avere la bandierina per la campagna elettorale. Siamo davanti a un’assoluta irresponsabilità e inaffidabilità politica rispetto agli interessi del Paese».

da www.unita.it

"Cosa chiediamo alla Germania", di Ezio Mauro

Vista dall’Italia, l’opinione pubblica tedesca sembra credere che la crisi economico-finanziaria stia attaccando gli Stati sovrani dell’area mediterranea, risparmiando il cuore virtuoso dell’Europa più forte. Io credo invece che la prospettiva sia sbagliata e soprattutto che la verità sia più allarmante. L’attacco è all’Europa stessa attraverso la sua periferia più debole: è alla moneta come strumento e simbolo dell’unità del continente, e dunque è a tutto il processo politico, storico e culturale di costruzione europea che ha evitato conflitti per quasi settant’anni.
Vista dalla Germania, immagino che l’Italia sembri un problema troppo complicato per provare a risolverlo, e troppo serio per essere ignorato.

Conviene dunque lasciare che gli italiani vengano a capo dei loro guai, fissando soltanto i binari su cui deve correre il Paese se vuole salvarsi, e la stazione d’arrivo. Nient’altro. Sorprendentemente, come sa il cancelliere Merkel, gli italiani ci stanno provando. Mario Monti ha recuperato credibilità e fiducia al Paese, lo ha schiodato dal livello del pregiudizio dov’era precipitato, non ha chiesto sconti e ha imposto misure molto dure. I cittadini si sono adeguati, accettando i parametri europei, e caricandosi i sacrifici conseguenti. Anche se i parametri sono in qualche misura ciechi, guardano al risultato di saldo e non al percorso in base al quale quel risultato si raggiunge, non conteggiano le ingiustizie, le iniquità di certe misure, il peso che con la tassazione si scarica sui ceti più deboli, soprattutto in un Paese a forte evasione fiscale.
La Germania tempo fa aveva detto che l’Italia doveva fare i compiti a casa. Bene, li abbiamo fatti e li stiamo facendo. Come già aveva dimostrato al varo dell’euro, quando l’Europa chiama l’Italia risponde: in ritardo, con le sue contraddizioni, con i suoi elementi storici di debolezza (soprattutto il terzo debito pubblico del mondo) ma risponde, pronta a fare gli sforzi necessari per restare dentro quell’Unione Europea di cui è partner fondatore. Ma tagliare — e tassare — è più facile che crescere e sviluppare. Siamo arrivati al punto in cui la politica del rigore e dell’austerità va proseguita, ma da sola rischia di avvitarsi un una spirale di recessione, col pericolo di trasformare l’Europa nella palla al piede dell’economia mondiale, come dimostra l’allarme del presidente Obama.
La risposta a questi attacchi può venire soltanto dall’Europa, nessuno Stato nazionale può riuscire da solo a reggere un attacco alla moneta unica e alla costruzione Europea. La risposta è difensiva, naturalmente, introducendo un principio di salvaguardia centrale e solidale che oggi manca e che sostenga gli Stati e non soltanto le banche sotto attacco; ma è anche strategica, perché serve un piano di sviluppo e di crescita che può essere soltanto europeo, che assomigli al New Deal e che abbia l’ambizione di costruire le basi di una sicurezza economica del continente come condizione per la sua sicurezza politica, e dunque per una crescita del processo di unione.
C’è dunque bisogno di politica, di ambizione e di visione. Non di sconti ai Paesi più deboli e più direttamente nei guai. C’è bisogno che l’Europa prenda coscienza di sé, o che qualcuno le dia questa coscienza. Il limite dell’attuale classe dirigente europea — tutta — rischia di essere proprio la mancanza di visione e d’ambizione, dunque di politica. Come se fosse difficile vedere che si esce dalla crisi solo con più coraggio, con la consapevolezza di dover ripensare alla governance complessiva dell’Europa, perché la crisi ci ha fatto toccare con mano la necessità di un reset democratico del mondo in cui viviamo.
Noi oggi difendiamo con forza e convinzione una moneta europea che è il massimo simbolo di forza del nostro continente, la sua suprema espressione politica, e tuttavia è nello stesso tempo la prova della sua debolezza, un “caffè freddo”, come dicevano i tedeschi nel 2001. La moneta è nuda ed esposta al vento della crisi anche perché non ha uno Stato che possa batterla, un esercito che sappia difenderla, un governo che riesca a guidarla, una politica estera che possa rappresentarla e soprattutto non ha un sovrano che sia capace di “spenderla” politicamente nel mondo.
Il vero deficit dell’Europa è dunque politico. Manca una politica capace di fissare un obiettivo oltre i sacrifici e il rigore, rendendoli accettabili nella coscienza dei cittadini e non imposti dai governi. È il momento — drammatico, ma ricco di opportunità — dei costruttori d’Europa. Tocca alla classe dirigente europea riprendere la visione dell’euro e portarla a compimento, usando finalmente la moneta e il suo mercato non come strumenti neutri ma come opportunità politiche, suscitatori e fondatori di vere istituzioni sovranazionali e democratiche.
Certo, direbbe il cancelliere Merkel, tutto questo può avvenire solo coi conti in ordine e con le regole europee rispettate e non più disattese. E non c’è dubbio che sia così. Ma bisogna indicare un punto d’arrivo, una posta in gioco per l’austerity, un traguardo che vada oltre la sopravvivenza e ridìa un ruolo politico e ambizioso anche ai sacrifici che i cittadini europei stanno facendo. La politica è proprio questo, la capacità di dare un significato più generale alle azioni che si compiono, di trasformare le difficoltà in opportunità.
Anche perché la crisi, intanto, non è un passaggio neutrale. Agisce, e modifica strutture, comunità, istituzioni, persino diritti. Come risponderemo, ad esempio, alle spinte nazional-sociali che emergono a destra e a sinistra nel fondo delle nostre società? Come argineremo il nuovo populismo, che propone ricette primitive, ritorni all’indietro, semplificazioni elementari davanti alla complessità disarmante dei problemi? Come difenderemo l’idea di Europa davanti ai cittadini se la lasciamo assomigliare sempre più ad una grande banca, un’istituzione a sangue freddo, un arbitro regolatore ma senz’anima? Come armonizzeremo la leadership di fatto dei Paesi più forti economicamente con la leadership di diritto delle istituzioni comunitarie?
L’eccezionalità della crisi finanziaria sembra aver messo tra parentesi il diritto. E qui arriviamo al nodo della democrazia, perché la crisi erode addirittura il lavoro, cioè la base della convivenza sociale e delle obbligazioni volontarie dell’individuo davanti a se stesso, alla propria famiglia, alla propria dignità. Il pericolo è dunque che i cittadini (soprattutto i più deboli, e soprattutto davanti ad uno smantellamento dei sistemi di welfare) si domandino se la democrazia è ancora il sistema più efficiente, se lavora anche per loro oppure solo per i garantiti, se alla resa dei conti non è semplicemente la misura della disuguaglianza: la parola che rischia di diventare la cifra della nostra epoca.
Ecco perché c’è bisogno di leadership, di visione, d’ambizione e di politica. Pensare in grande. Indicare traguardi simbolici per cui vale la pena di attraversare il deserto della crisi. Varare misure concrete per ripensare il rapporto tra le istituzioni e gli Stati sovrani, per dare alla Bce — che intanto da strumento è già diventata un soggetto attivo e autonomo della democrazia europea — un ruolo simile alla Fed. Reimpiantare la sovranità nei cittadini, perché non possiamo continuare a prendere decisioni cruciali per l’Europa prescindendo dal consenso, dalla fiducia e dall’opinione degli europei.
Il problema è che c’è bisogno della Germania per tutto questo, come Berlino ha bisogno dell’Europa. Ma la Germania ha quest’ambizione? Si accontenterà di esercitare un ruolo di potenza con una supremazia economica (come se la riunificazione avesse esaurito ogni bisogno di cambiamento, sospetta Ulrich Beck) o è pronta ad accettare la sfida di una leadership culturale e politica? Questo è il punto. Dobbiamo ripensare l’Europa per governare la crisi e non uscirne dominati e trasformati. Più Europa e più democrazia: non c’è altra strada.

La Repubblica 28.07.12

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“COSA CHIEDIAMO ALL’ITALIA”, di THOMAS SCHMID

IN MOLTE parti d’Europa oggi Angela Merkel non è amata. Accade che vengano pubblicate su alcuni giornali caricature che raffigurano la Cancelliera in uniforme delle SS. Ma anche laddove, come in Italia, ciò non accade, lo sguardo alla Germania è carico di accuse. Se Mario Monti non fosse una persona così gentile, le parole critiche che il presidente del Consiglio indirizza alla Germania suonerebbero molto più drastiche.
Certo è che in molte parti d’Europa la Germania è percepita come un Paese senza scrupoli né freni, che si preoccupa soltanto dei suoi interessi e dei suoi cittadini, e che mette in campo senza scrupoli la sua forza economica. Davvero è così? Ci sono deficit tedeschi, e non sono certo piccoli.
Dipendono prima di tutto dal fatto che Angela Merkel fa troppo poco per spiegare ai cittadini d’Europa (e anche ai tedeschi) che gioco stiamo giocando e che cosa è in gioco oggi.
In molte parti d’Europa oggi Angela Merkel non è amata. Accade che vengano pubblicate su alcuni giornali caricature che raffigurano la Cancelliera in uniforme delle SS. Ma anche laddove, come in Italia, ciò non accade, lo sguardo alla Germania è carico di accuse. Se Mario Monti non fosse una persona così gentile, le parole critiche che egli indirizza alla Germania suonerebbe-ro molto più dras tiche. Certo è che in molte parti d’Europa la Germania è percepita come un Paese senza scrupoli né freni, che si preoccupa soltanto dei suoi interessi e dei suoi cittadini, e che mette in campo senza scrupoli la sua forza economica. Davvero è così?
Ci sono deficit tedeschi, e non sono certo piccoli. Dipendono prima di tutto dal fatto che Angela Merkel fa troppo poco per spiegare ai cittadini d’Europa (e anche ai cittadini tedeschi) che gioco stiamo giocando e che cosa è in gioco oggi. La forte Angela Merkel, sul piano del discorso e dell’eloquenza, è debole, e a quanto pare pensa di poter puntare tutto sul potere dei rapporti di forza reali e delle cifre. Ma ciò non cambia nulla su un punto: è una grande fortuna per l’Europa che la Cancelliera, con caparbietà quasi mostruosa, resti ancorata al primato della politica di risanamento dei bilanci sovrani. È bene che ella non si lasci convincere a seguire un nuovo keynesismo, che si opponga a programmi di sostegno alla congiuntura e ad ogni altra politica che punti a creare la crescita economica attraverso un nuovo indebitamento. Può sembrare una fisima o una mania, ma in realtà la Cancelliera ci richiama tutti, sebbene solo in modo negativo, a ricordare un problema fondamentale, da cui dipende il futuro dell’Europa.
L’Unione europea nacque e acquisì le sue forme e strutture in un’epoca in cui molti credevano che fosse iniziata un’era di prosperità infinita. C’è stata una coincidenza: con la Ue l’Europa ha detto addio all’epoca dei nazionalismi, delle guerre fratricide, delle devastazioni e delle macerie. In quello stesso periodo, e anche a causa di quella scelta di voltare pagina, si avviò un processo di crescita economica che prima non sarebbe stato immaginabile. Quasi tutti gli Stati d’Europa approdarono in tempo relativamente breve all’equilibrata società del benessere. Ciò dette alla coscienza collettiva dei popoli d’Europa l’impressione che fosse stato creato qualcosa come il Perpetuum Mobile. Ci avviammo e ci azzardammo – gli uni prima, gli altri dopo – sulla via dell’era dell’abbondanza garantita. Ci sfuggì il fatto che questo benessere era bello, ma non solido nelle fondamenta. Come se esistesse solo l’Oggi e non il Domani, puntammo ovunque a un benessere creato con i debiti. Adesso, guardando indietro, capiamo che dominò ovunque la credenza ingenua e infantile che comunque sarebbe andato tutto bene. Abbiamo violato un dettame costitutivo dell’ecologia politica: abbiamo vissuto bene sulle spalle delle generazioni successive, abbiamo permesso che il Presente consumasse il Futuro, si nutrisse del Futuro.
La crisi finanziaria internazionale ci ha chiarito anche questa realtà. E la rigorosa politica di consolidamento di Angela Merkel è segnata e ispirata prima di tutto dalla convinzione che l’Europa debba dire addio a questa insana, sciagurata politica. È un processo doloroso, per affrontare il quale la Germania in realtà è meglio attrezzata rispetto ad alcuni altri Stati europei, inclusa l’Italia. Per questa ragione, tra l’altro, è vergognoso che la Germania stessa violi il dettame del risparmio e che, malgrado il tetto al debito sovrano iscritto nella Costituzione, l’indebitamento pubblico abbia continuato ad aumentare. E che in un Bundesland, il Nordreno- Westfalia, il candidato che aveva fatto del problema del debito il tema decisivo della sua campagna abbia perso le elezioni. Ha vinto invece la sua rivale, che con allegra indifferenza ha schivato quel tema.
Risparmiare e consolidare non è tutto, ma senza risparmio e consolidamento ben presto tutto in Europa potrebbe essere annientato. Ma poiché risparmiare non è tutto, gli sforzi di tutti devono andare ben oltre: ci vuole più Europa, ecco la realtà. Ma questo processo non dovrebbe andare nella direzione di uno Stato federale, o degli Stati Uniti d’Europa. A lungo, non avremo un Demos europeo. L’Italia come la Germania, nel corso del XIX secolo, hanno attraversato un doloroso processo di costruzione dello Stato nazionale. Un processo che ci mostrò quanto sia difficile unire in un legame politico genti che in parte non si sentono appartenenti alla stessa comunità. Tanto più vero è ciò per l’Europa, che è costituita da nazioni che parlano lingue diverse, hanno culture totalmente differenti tra loro e sono condizionate ognuna in modo diverso anche dalle condizioni climatiche in cui vivono. Non è un caso che oggi non esista nemmeno un embrione o accenno di opinione pubblica europea. Ma una comunità senza opinione pubblica comune non può essere una buona comunità.
A ciò si aggiunge l’errore di tanti convinti politici europei: ai dubbi e alle difficoltà degli elettori non reagiscono con riflessioni, bensì chiedendo di andare sempre più avanti sullo stesso corso politico. Una simile reazione è sempre stata sbagliata, ma diventa nociva, dannosa in un’epoca in cui l’Europa è sull’orlo di una catastrofe e anche i principali leader po-litici, cui vengono richieste fedeltà alle loro scelte, e convinzioni chiare, ammettono di trovarsi a volte come persone che barcollano nella nebbia. L’appello a compiere più integrazione politica è un appello volto a narcotizzare le loro stesse paure.
Che fare, dunque? Paesi – come anche l’Italia – che si trovano sotto sorveglianza speciale, non dovrebbero agire e pensare come sentendosi povere vittime di un crudele Nord protestante. Devono avere la volontà di aiutarsi da soli. Ma è parimenti vero che al tempo stesso il Nord – la Germania prima di tutti – deve assumersi la sua responsabilità. Fin dall’inizio, la Ue è stata anche un progetto idealista, di cui uno dei padri fu il grande italiano Altiero Spinelli. Nella Ue di oggi l’empatia deve giocare un ruolo determinante. E la Germania deve usare la sua forza per aiutare altri, deve diventare un amministratore e garante per la stabilità riconquistata di Stati oggi deboli. Sì, la Germania deve essere egemone, ma in modo amichevole. Il potenziale per farlo, lo ha. Ne ha anche la volontà?

La Repubblica 28.06.12

"Valutazione professori, correggere subito", di Eugenio Mazzarella

È una notizia che non è una notizia, la decisione dell’Associazione dei Costituzionalisti italiani, presieduta da Valerio Onida, di impugnare davanti al Tar il regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati e sulle modalità di accertamento della qualificazione dei commissari a fini dell’attribuzione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e seconda fascia dei professori universitari. Una non notizia perché le motivazioni di ricorso per illegittimità erano del tutto prevedibili e ampiamente note e annotate ai soggetti interessati all’estensione del regolamento, il ministero innanzi tutto, o coinvolti come “prestatori d’opera” (di criteri, parametri o altro), sostanzialmente l’Anvur. Era del tutto prevedibile che si potesse ritenere lesivi dei principi di eguaglianza e ragionevolezza, come oggi annotano i costituzionalisti, la scelta, per le materie umanistiche, di dividere le riviste in fasce di merito, deducendo, da quelle in classe A, mediane di accesso alla valutazione; ma più in generale, e questo vale per tutti i settori, definire criteri retroattivi definiti ora per allora, alla cui luce giudicare carriere di studiosi costruite in decenni di lavoro in assenza, e ignoranza soggettiva ovvia, di quei criteri; la cui definizione per altro è controversa, per la spinta che può dare al conformismo scientifico a scopi di carriera accademica. A parte i rilievi del Cun che pure ci sono stati, in Commissione cultura della Camera il Pd è giunto a votare contro il regolamento nel parere di legge previsto, anche per i motivi succitati. E sempre il Pd, su iniziativa di chi scrive, ha organizzato mesi fa un importante convegno sulla valutazione della ricerca in ambito umanistico, presenti ministro, vertici Anvur e Crui, dove i rilievi mossi all’iter del regolamento furono, e per tempo, quel li che oggi per iniziativa dei costituzionalisti saranno oggetto di pronuncia del Tar. Bisogna dire che il ministro Profumo se ne era reso conto, proponendo di sospendere le previsioni di legge della Gelmini per il conseguimento dell’abilitazione nazionale fino al 2014, e nel frattempo di sperimentare un nuovo meccanismo concorsuale. Condivisibile la preoccupazione, molto meno l’ennesima implementazione normativa, che avrebbe innestato altri motivi di contenzioso e al di là di questo contribuito di fatto ad un irrigidimento del blocco delle carriere dei ricercatori e dei docenti già in atto da troppi anni. Se si fosse dato ascolto a chi sosteneva che non si poteva giocare una partita di calcio con la regola che per vincere bisognava mandare la palla in rete, e solo dopo venire a sapere, a reti fatte, che quelle valide erano solo quelle segnate a seguito di corner, forse non si sarebbe arrivati a questo nuovo rischio che si fermi tutto: scorrimenti di carriera e nuovi ingressi nell’ università – ciò di cui c’è disperato bisogno. Allora cosa fare? Penso si possa esplorare una correzione ministeriale a tambur battente che sospenda il vincolo dei criteri contestati per accedere all’abilitazione. Sarebbe un esercizio di buon senso ex post in grado di farci ripartire.

l’Unità 27.06.12

"Etica e diritti, la sfida del PD", di Aldo Schiavone

Il Partito democratico e con lui l’insieme della sinistra italiana, hanno di fronte un compito storico: quello di formare nell’opinione pubblica italiana un nuovo senso comune con al centro un progetto di rinascita dell’Italia.
Il ventennio berlusconiano, e non solo quello, ha riempito di tossine il costume civile e l’intelligenza critica del Paese: il lavoro da fare è perciò difficile e impegnativo. Per svolgerlo, bisogna essere capaci di mettere in campo una cultura dell’emancipazione, dell’equità e della cittadinanza quale mai si è riusciti finora a produrre nella storia nazionale. I suoi elementi non si trovano già pronti nelle nostre tradizioni, più o meno aggiornate ai problemi del presente. Vanno costruiti con uno sforzo di elaborazione originale, in cui la scelta e il gusto dell’innovazione mettano in grado di anticipare il futuro, e di trovare soluzioni avanzate e convincenti. C’è bisogno di creazione, piuttosto che di sintesi. Non si tratta di collegare in maniera più o meno coerente pezzi delle eredità ricevute (tradizione cattolico-democratica, tradizione socialista, e così via), ma di essere in grado di oltrepassarle di slancio, e di proiettare in avanti il nostro pensiero.
In questo senso, il documento messo a punto dal Comitato diritti del Pd può essere considerato un passo avanti di una qualche importanza. Certo, avrebbe potuto essere, in alcune sue parti e formulazioni, più incisivo, meno scolastico, più coraggioso, e con un maggior numero di proposte. Lo stile avrebbe potuto essere più accattivante e meno da documento politico. Ma la strada mi sembra nel suo insieme quella giusta, e gli abbozzi di analisi che vi sono contenuti mi pare spesso colpiscano il segno. Mi riferisco in particolare a tre temi, che considero di grande rilievo: il rapporto fra tecnica e vita, quello fra eguaglianza e differenza, e la ridefinizione della famiglia.
Oggi la nuova potenza della tecnica le sta consentendo di intervenire sugli stessi fondamenti biologici della nostra esistenza, di modificare i confini tra la vita e la morte, di creare una sempre più ampia zona grigia dove naturale e artificiale si confondono, in un intreccio che è il motore della nuova civiltà. È una nuova condizione dell’umano, la “morte del naturale”, che si riflette non solo sul piano operativo, ma su quello etico e dei comportamenti, e ha determinato quell’enorme aumento di bisogni, di desideri, di soggettività e di consumi che sta sommergendo il nostro tempo. Una moltiplicazione e un’espansione dei piani di vita individuali la cui crescita disordinata sta logorando le risorse del pianeta: non solo quelle naturali, ma anche quelle che potremmo chiamare “storiche”, accumulate attraverso millenni di lavoro umano – pensiamo, ad esempio, alle nostre città. Una domanda capitale si impone di fronte a questo stato di cose: quanto della nuova potenza tecnologica dovrà incontrare i nostri progetti di vita passando attraverso la forma della merce e del mercato, e quanta invece dovrà essere accessibile al di fuori di questa mediazione. Noi sappiamo bene che la soluzione non può essere quella di ridare semplicemente allo Stato ciò che togliamo al mercato. Si tratta di mettere alla prova nuove forme di razionalità sociale – lavoro, territorio, conoscenza, costruzione di sé – in grado di esprimere attraverso altre strade una nuova relazione fra individuo e collettività, fra bene comune e identità soggettiva. Un compito enorme, ma ineludibile.
Le tradizioni democratiche dell’Occidente hanno fatto sinora di un’idea forte di eguaglianza un elemento costitutivo della loro presenza. Ed è evidente che questo pensiero debba restare una stella polare della nostra cultura. Ma quale eguaglianza? Anche su questo dovremo riflettere molto, per preparare il futuro. Il tramonto della grande industria meccanica nei Paesi avanzati del pianeta e la fine del lavoro operaio come principale produttore di ricchezza sociale hanno messo in crisi il modello di eguaglianza proprio della cultura socialista, che aveva dentro di sé l’odore del carbone e del ferro. Il lavoro postindustriale non è né socializzante né intrinsecamente egualitario, come quello della grande fabbrica. L’idea di eguaglianza ha così perduto il suo centro propulsore. Dobbiamo trovarne di nuovi, partendo da un’idea non seriale e non ripetitiva di eguaglianza, fondata più sulla cittadinanza che sulla produzione, e in grado di integrare dentro di sé un’idea altrettanto forte della differenza, delle diversità, dell’irriducibile specificità di ogni piano di vita individuale. Mai così eguali e mai così diversi: questa deve diventare la nostra bandiera. Blocchi espansivi di eguaglianza, in un oceano di differenze.
Infine, la famiglia. La vita esiste solo entro le forme: forme della tecnica, e forme della socialità. La famiglia è appunto una forma sociale primaria che ha organizzato a lungo la socialità più elementare delle nostre vite. La sua origine non ha nulla di misterioso, e non riflette alcuna pretesa naturalità: essa si è imposta perché assicurava un formidabile vantaggio evolutivo ai gruppi che l’adottavano, rispetto alle comunità di branco, legato a un miglior controllo della funzione riproduttiva. Essa è storia, e solo storia, e dunque continua trasformazione. L’ultimo cambiamento – risultato di una grande novità economica e culturale legata alla rivoluzione industriale di due secoli fa – ha messo per la prima volta al suo centro in Occidente l’amore dei coniugi: pulsioni, fantasie, affettività che il mondo moderno aveva fatto emergere e cui aveva dato voce (da Hegel a Thomas Mann). Ma se la famiglia moderna è fondata solo sull’amore, la radicalità dell’enunciato si carica di importanti conseguenze. La prima è che, oggi, la trama dell’amore non può essere più ridotta entro la cornice dell’eterosessualità, quando ormai l’urgenza della funzione riproduttiva si è spenta per tutta la specie. Quel che oggi rimane al centro della famiglia è nient’altro che una dialettica dei sentimenti e delle diversità che possiamo sganciare dal “maschile” e dal “femminile” così come si sono storicamente dati. Anche le differenze di genere sono storia, e solo storia. Un autentico progetto di emancipazione passa anche per questa scoperta.

l’Unità 27.06.12

"La destra irresponsabile", di Pietro Spataro

Sull’Europa non soffia un buon vento. Le incertezze che avvolgono il vertice Ue di domani si ripercuotono su ogni Paese e richiedono a tutti un robusto senso di responsabilità. In Italia purtroppo le cose sembrano andare in un’altra direzione. Si stanno addensando nubi pesanti su Palazzo Chigi. La minaccia, ancora una volta, viene da destra. Il ritorno sulla scena di un aggressivo Berlusconi rischia si far saltare il fragile equilibrio della «strana maggioranza» che sostiene Monti. Sono troppi gli strappi che si fa fatica a pensare che si tratti solo di un movimentismo tattico. Il Pdl è ormai lacerato da tensioni e conflitti che nessuno riesce più a tenere la barra dritta, figurarsi un segretario che agisce sotto la tutela del suo ingombrante predecessore.
Sono molti i segnali che disegnano questa strategia di guerriglia politica. Anche ieri dopo il pranzo con Monti, nonostante abbia assicurato il sostegno, Berlusconi non solo ha lanciato quella pesante accusa («dal premier una indeterminatezza assoluta») ma con i suoi è stato più netto ricordando che l’elettorato del Pdl apprezzerebbe un gesto di rottura. Il Cavaliere “per ora” non si spinge oltre, sa che una crisi di governo oggi avrebbe più costi che benefici. Ma l’impressione è che quel “per ora” abbia un peso forte. Per ora no, domani non è escluso. Dipende dall’esito del vertice di Bruxelles e se Monti dovesse tornare a mani vuote Berlusconi avrebbe il pretesto per accendere i fuochi.
Ormai il rapporto tra il Pdl e Monti è pieno di incognite. La resistenza sulla legge anticorruzione è arrivata al punto da mettere in forse l’approvazione. Sulla legge elettorale le continue giravolte hanno rallentato i lavori e la dirompente proposta del semipresidenzialismo sta facendo saltare il tavolo. La Rai, azienda paralizzata, non riesce ad avere un nuovo Cda perché proprio ieri l’asse tra Pdl e Lega ha fatto mancare il numero legale in Vigilanza. Ce n’è abbastanza per capire che non si tratta di incidenti di percorso. Si tiene Monti sulla graticola, si procede con un’operazione di logoramento. Questo succede mentre l’Europa rischia il crac. Sappiamo che chiedere senso di responsabilità a Berlusconi è come parlare alla luna. Ma la domanda, in queste ore più drammatica, è se esista in Italia una destra responsabile. Se ci siano forze e uomini dentro il Pdl in grado di smarcarsi da un gioco che condurrebbe al massacro del Paese. Se ci sono – e non c’è dubbio che ci siano, anche se nascoste – è il momento che vengano fuori e che contrastino una linea che porta dritti al voto anticipato. Per fare in modo che la legislatura si concluda nel 2013 non si possono legare le mani al governo né obbligare gli altri due pezzi della maggioranza (il Pd e l’Udc) ad accettare veti su parti significative del programma, rendendo improduttivo l’impegno assunto con il premier e con il presidente della Repubblica. Non è accettabile. Se la strategia della destra avesse davvero come approdo le elezioni a ottobre occorrerebbe rispettare un punto del patto: si cancelli il Porcellum, si approvi almeno una nuova legge elettorale. È la condizione minima per ristabilire un confronto con un’opinione pubblica giustamente insofferente. Ma intanto speriamo che da Bruxelles arrivino buone notizie.

l’Unità 27.06.12

Sisma: Deputati PD, lavoriamo per rendere efficace decreto

“Come deputati modenesi non possiamo che condividere le preoccupazioni e gli indirizzi illustrati da Monsignor Francesco Cavina Vescovo della Diocesi di Carpi e Mirandola. – lo dichiarano Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura alla Camera, Ricardo Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata, deputati del PD –
In questi giorni abbiamo lavorato all’esame del decreto sul terremoto e stiamo traducendo in emendamenti la volontà di renderlo più efficace nel sostegno ai lavoratori, alle imprese e alla comunità tutta, ponendo la debita attenzione affinché il provvedimento sia potenziato per rispondere alle esigenze della popolazione e del territorio. Delle parole di Monsignor Cavina condividiamo le richieste e lo spirito: anche la politica ha un compito etico nel rispondere con forza e con responsabilità all’emergenza di una situazione senza precedenti che ha messo in ginocchio l’economia di interi territori colpiti dal sisma.”

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SISMA: DIOCESI CARPI, ‘NO TAX AREA’ E’ UNA QUESTIONE ETICA
OCCORRONO MISURE STRAORDINARIE STATO PER RIPRISTINO NORMALITA’
”Difendere l’economia di un territorio e’ difendere la vita stessa delle persone, lo sviluppo sociale della comunita’, la possibilita’ di realizzare il bene comune”. Con questa convinzione l’Ufficio diocesano per la Pastorale del lavoro di Carpi si schiera a fianco delle
istituzioni e delle associazioni di categoria ”che in questi
giorni chiedono alla politica nazionale interventi di carattere
fiscale per permettere al tessuto economico locale di trovare
una boccata di ossigeno e qualche risorsa per ripartire”.
Idee come la no tax area, il rinvio del pagamento dell’Iva,
l’accesso a prestiti a tasso zero per imprese ”e tutte le altre
proposte che, in modo corale, sono state esposte in questi
giorni, ci trovano assolutamente concordi in quanto mirano,
senza assistenzialismo, a lasciare risorse sul territorio per
favorire cosi’ il mantenimento del lavoro, a partire dalla
valorizzazione delle singole imprese”, spiega Nicola Marino,
direttore dell’Ufficio diocesano, all’indomani della visita di
Papa Benedetto XVI. ”Le imprese possono fare molto con le loro
forze, ma non tutto: occorrono misure straordinarie, da parte
dello Stato, per sostenere il ripristino della normalita”’.
”E’ una questione economica ed etica allo stesso tempo”,
sottolinea la Diocesi carpigiana guidata da monsignor Francesco
Cavina. ”Economica, in quanto un’Emilia incapace di produrre
sarebbe un danno importante per le stesse casse del Paese; ma e’
soprattutto un imperativo etico sostenere in modo solidale la
popolazione ed aiutarla a ripartire. Da anni la Diocesi di Carpi
richiama all’importanza dei valori etici nel lavoro: nello
schierarsi contro le delocalizzazioni, nella necessita’ di un
lavoro e di imprese che siano attenti al bene di tutta la
comunita’, nel richiedere a tutti gli attori senso di
responsabilita’. Abbiamo fatto appello non solo alla buona
volonta’, ma anche alla ragione, dimostrando che responsabilita’
sociale, radicamento nella comunita’, valorizzazione delle
persone non sono solo belle parole ma, se praticati, portano un
valore aggiunto di ricchezza economica, oltre che benessere
sociale. Ora, ancora di piu’, dobbiamo puntare su questi valori.
E con noi – conclude la Diocesi – lo devono fare le istituzioni
e il governo con adeguati e rapidi interventi, credendo e
investendo sulla nostra gente”.

Ansa 27.06.12